S'avons perdu et je et vous assez
Amis et drus et parens et privez.
GUILLAUME AU COURB-NEZ.
Quel ribocco di amore però non fu di lunga durata. Alcune parole
dell'abate, che parlava di Guiberto, colpiscono le loro orecchie.
L'infelice donna si arresta a mezzo ai baci, taglia nette le parole di
lungo amore compresso e le non mai sazie carezze, ed i non mai
inebriati sguardi, e sta più attentamente ad ascoltare. Qual dubbio
v'era? Il mercato era fatto, il patto di sangue era conchiuso. Il papa
dava a Guiscardo investitura del principato di Salerno e del ducato di
Amalfi, e Guiscardo al papa un uomo--l'abborrito, il paventato priore
di Lacedonia! Laonde andasse egli, abate di Cluny, a chiamarlo a nome
di Roberto alle tende, perchè quivi avrebbe questi di alcuna maniera
provocate liti con lui, e tiratolo del ciuffo ad atto di violenza
qualsiasi. Allora, gridando che il priore tentava assassinarlo, così
inchiodato al letto come trovavasi, i suoi fedeli Calabresi sarebbero
accorsi, lo avrebbero fatto prigione, e senza fallo, senza obbrobrio,
si saria mandato al papa in olocausto.
A tale scellerato accordo Alberada abbrividìsce e lo stesso Boemondo
si sente ardere di sdegno. Questo giovanetto si era trovato così fra
le braccia di sua madre senza aspettarselo, senza esservi preparato di
alcuna maniera. Fanciullo di appena tre anni, una mattina, nel più bel
mezzo di lieto banchetto, aveva sentito avventarsela al collo per
coprirlo di baci, poscia non l'aveva più veduta, e gli avevano anche
inibito parlar di lei. Ma quei baci, quell'aspetto in cui qualche cosa
d'inusitato favellava, non gli si era tolto più dalla mente. Anzi, a
misura che cresceva negli anni e di quella scena si rammentava, ovvero
alcun pietoso gli raccontava dei torti di suo padre e delle sventure
della madre sua, quei baci sentiva ancora più affettuosi e disperati
penetrargli fino al cuore, di quell'aspetto s'inebriava. In guisa che
bastarono appena le prime carezze, le prime parole di Alberada per
tutto tornargli alla mente, per vedere incarnata la visione di tante
notti, ed i pensieri dell'ore meste in che l'obbligavano di fare la
guardia al campo. Si precipitò fra le braccia di quella donna con
ebrietà, con delirio, e le carezze ed i baci le restituì non meno
ardenti ed affettuosi. Maggiormente poi che, ad onta degli anni e
delle sofferenze, il volto di Alberada poco erasi mutato.
Alberada aveva di quei sembianti infantili i quali lieve e tardi
risentono l'ala del tempo.
Quante cose non si avevano dessi a domandare, quante parole a
ripetere, quante storie a raccontarsi, e sfoghi, e compiacenze, e
tenerezze, e baci ed altri baci ancora, e non mai saziarsi di quella
santa inenarrabile voluttà? Le parole di Roberto e dell'abate furono
lo scongiuro che ruppe tutti gl'incanti, ogni delirio
agghiacciò--nell'anima di Alberada, perchè si sentiva colpire
nell'uomo che, dopo Guiscardo, amò più e che la riamava ardentemente;
in quella di Boemondo, perchè il vituperato patteggiare di suo padre
l'oltraggiava. In guisa che, quando udirono partito l'abate per
consumare il tradimento e tirare nella trappola Guiberto, ambedue,
senza affatto comunicarsi i pensieri, un medesimo sentimento inspirò.
Usciti da un altro lato del padiglione, verso la rocca si avviano,
sperando trovar quivi il barone di Lacedonia.
In effetti vi giunsero contemporaneamente all'abate di Cluny, quando
il misero Gisulfo, che in lui vedeva spegnersi l'ultima facella della
dominazione longobarda in Italia, usciva dal castello de' padri suoi
con la desolata sua famiglia, nudo, la testa china, senza sapere dove
la sera avrebbe riposato il capo, senza speranza di una crosta di pane
pel domani.
Così ignotamente passava il dominio di una forte nazione sopra le
contrade d'Italia. E quel che peggio era, non passava per andare a
dormire nel sepolcro il sonno dell'oblio, ma per trascinarsi di
castello in castello, di terra in terra, di porta in porta, accattando
un frusto di compassione, e non trovando che disprezzo. Imperciocchè
la miseria del debole commuove, l'abbiezione del forte rallegra, ed
eccita al dileggiamento. E nel punto stesso che Gisulfo, accompagnato
da sua sorella, nobilmente rassegnato e mutolo usciva, il priore
Guiberto allogava agli spaldi guardie normanne, a nome di Guiscardo, e
del castello prendeva possesso. Allora l'abate di Cluny gli si
presenta e dice con voce peritosa e tremante:
--Messere, vogliate avere la cortesia di seguirmi alle tende del duca,
perocchè egli, quivi trattenuto dalla ferita come sapete, ha gravi e
pressanti comandi a darvi in ordine alla città.
--Sì bene, ser legato, vengo tosto. Però in avvenire non prendete
sbaglio sulle parole. Io non ricevo comandi da chicchessia, fuori
dell'imperatore, ed a Guiscardo sono alleato non vassallo.
--Vi dimando perdono allora, messer barone, se profferii motto che mal
vi tornasse gradito. Non vorrei però che ciò fosse cagione del vostro
non arrendervi ai desideri del duca Roberto che ha premuroso bisogno
di voi.
--Vi ho detto che vengo sul fatto, risponde il priore.
E sì dicendo in compagnia dell'abate si avviava per discendere agli
accampamenti.
Allora Alberada si presenta loro, e gittandosi dietro il cappuccio che
le celava compiutamente il sembiante, al priore favella:
--Guiberto, non andate con codesto traditóre, perchè la vostra testa,
da recarsi al papa, tra costui e Roberto è stata patteggiata. Fuggite
anzi, fuggite senza indugio.
--Alberada! sclamano ad un tempo il priore e l'abate.
Ed ella:
--Fuggi, Guiberto, fuggi sollecito in nome di Dio! chè da un momento
all'altro non saresti più a tempo. E tu, abate di Cluny, uomo fino ad
ieri senza macchia, vergógnati e péntiti di essere disceso al mestiere
del sicario.
A queste acerbe parole, Ugone, che sempre era stato buono ed onorato,
si sente commuovere. Il suo fallo gli salta agli occhi spaventevole,
si vede vituperato da tutta Europa, gli sembra udir raccontare il suo
tradimento per tutte le corti, sente strapparsi fino dal sangue
l'epiteto di virtuoso attaccato al suo nome, e conciossiachè anche in
quell'azione condannevole e' fosse stato spinto da pietà per qualcuno,
nell'anima s'intenerisce, nel volto si copre di rossore, e cadendo al
ginocchio di Guiberto sclama:
--Perdono.
Quest'atteggiamento, questa sola parola profferita di accento
pietosamente solenne e profondo, tutto rivelano a Guiberto. E leggendo
altresì negli occhi di Alberada l'ansia paurosa che la divorava, e nel
sembiante abbattuto di Boemondo, vergognoso dell'onta del padre suo,
tutta l'urgenza, tutta l'estensione della cosa, alza il pugno armato
della manopola di ferro onde percuotere l'abate sul calvo capo. Poi
tutto ad un tratto ristà, si ferma un istante a guardarlo in quel
supplice atto, stringe la mano a Boemondo, le gote gli bacia, e
voltosi ad Alberada:
--Partiamo, sclama, Roberto Guiscardo udrà presto notizie di me.
--Parti tu, fuggi sollecito, Guiberto, risponde Alberada smaniosa;
ricórdati quanto Roberto sia scaltro, Ildebrando terribile--fuggi, ti
raggiungerò.
--Dove? quando? non saresti ancora tu in pericolo, Alberada?
--Non pensare di me, che vivo sicura sotto l'egida di legato. Non
arrestarti nei paesi d'Italia, dove il potere del papa e del duca è
illimitato; varca i monti. Ti raggiungerò in Germania. Ma presto, in
nome di Gesù! fuggi presto; potresti essere inseguito.
Guiberto si getta al collo di Alberada, le dà lungo abbraccio, e
parte.
Allora l'abate di Cluny le si volge e dice:
--Che facesti, Alberada! io lo tradiva per te!
--Vergogna! vergogna, sclama Alberada coprendosi il volto con ambo le
mani. Nel mondo non v'ha dunque più un cuore che ricetti la virtù?
Ugone resta a considerarla un momento, poi sospirando dimanda:
--Ed al papa che recherai in risposta, sventurata! che recherai?
Alberada alza gli occhi al cielo, accenna della mano il suo capo, e
risponde con nobiltà:
--La testa.