XI.

S'avons perdu et je et vous assez

Amis et drus et parens et privez.

GUILLAUME AU COURB-NEZ.

Quel ribocco di amore però non fu di lunga durata. Alcune parole

dell'abate, che parlava di Guiberto, colpiscono le loro orecchie.

L'infelice donna si arresta a mezzo ai baci, taglia nette le parole di

lungo amore compresso e le non mai sazie carezze, ed i non mai

inebriati sguardi, e sta più attentamente ad ascoltare. Qual dubbio

v'era? Il mercato era fatto, il patto di sangue era conchiuso. Il papa

dava a Guiscardo investitura del principato di Salerno e del ducato di

Amalfi, e Guiscardo al papa un uomo--l'abborrito, il paventato priore

di Lacedonia! Laonde andasse egli, abate di Cluny, a chiamarlo a nome

di Roberto alle tende, perchè quivi avrebbe questi di alcuna maniera

provocate liti con lui, e tiratolo del ciuffo ad atto di violenza

qualsiasi. Allora, gridando che il priore tentava assassinarlo, così

inchiodato al letto come trovavasi, i suoi fedeli Calabresi sarebbero

accorsi, lo avrebbero fatto prigione, e senza fallo, senza obbrobrio,

si saria mandato al papa in olocausto.

A tale scellerato accordo Alberada abbrividìsce e lo stesso Boemondo

si sente ardere di sdegno. Questo giovanetto si era trovato così fra

le braccia di sua madre senza aspettarselo, senza esservi preparato di

alcuna maniera. Fanciullo di appena tre anni, una mattina, nel più bel

mezzo di lieto banchetto, aveva sentito avventarsela al collo per

coprirlo di baci, poscia non l'aveva più veduta, e gli avevano anche

inibito parlar di lei. Ma quei baci, quell'aspetto in cui qualche cosa

d'inusitato favellava, non gli si era tolto più dalla mente. Anzi, a

misura che cresceva negli anni e di quella scena si rammentava, ovvero

alcun pietoso gli raccontava dei torti di suo padre e delle sventure

della madre sua, quei baci sentiva ancora più affettuosi e disperati

penetrargli fino al cuore, di quell'aspetto s'inebriava. In guisa che

bastarono appena le prime carezze, le prime parole di Alberada per

tutto tornargli alla mente, per vedere incarnata la visione di tante

notti, ed i pensieri dell'ore meste in che l'obbligavano di fare la

guardia al campo. Si precipitò fra le braccia di quella donna con

ebrietà, con delirio, e le carezze ed i baci le restituì non meno

ardenti ed affettuosi. Maggiormente poi che, ad onta degli anni e

delle sofferenze, il volto di Alberada poco erasi mutato.

Alberada aveva di quei sembianti infantili i quali lieve e tardi

risentono l'ala del tempo.

Quante cose non si avevano dessi a domandare, quante parole a

ripetere, quante storie a raccontarsi, e sfoghi, e compiacenze, e

tenerezze, e baci ed altri baci ancora, e non mai saziarsi di quella

santa inenarrabile voluttà? Le parole di Roberto e dell'abate furono

lo scongiuro che ruppe tutti gl'incanti, ogni delirio

agghiacciò--nell'anima di Alberada, perchè si sentiva colpire

nell'uomo che, dopo Guiscardo, amò più e che la riamava ardentemente;

in quella di Boemondo, perchè il vituperato patteggiare di suo padre

l'oltraggiava. In guisa che, quando udirono partito l'abate per

consumare il tradimento e tirare nella trappola Guiberto, ambedue,

senza affatto comunicarsi i pensieri, un medesimo sentimento inspirò.

Usciti da un altro lato del padiglione, verso la rocca si avviano,

sperando trovar quivi il barone di Lacedonia.

In effetti vi giunsero contemporaneamente all'abate di Cluny, quando

il misero Gisulfo, che in lui vedeva spegnersi l'ultima facella della

dominazione longobarda in Italia, usciva dal castello de' padri suoi

con la desolata sua famiglia, nudo, la testa china, senza sapere dove

la sera avrebbe riposato il capo, senza speranza di una crosta di pane

pel domani.

Così ignotamente passava il dominio di una forte nazione sopra le

contrade d'Italia. E quel che peggio era, non passava per andare a

dormire nel sepolcro il sonno dell'oblio, ma per trascinarsi di

castello in castello, di terra in terra, di porta in porta, accattando

un frusto di compassione, e non trovando che disprezzo. Imperciocchè

la miseria del debole commuove, l'abbiezione del forte rallegra, ed

eccita al dileggiamento. E nel punto stesso che Gisulfo, accompagnato

da sua sorella, nobilmente rassegnato e mutolo usciva, il priore

Guiberto allogava agli spaldi guardie normanne, a nome di Guiscardo, e

del castello prendeva possesso. Allora l'abate di Cluny gli si

presenta e dice con voce peritosa e tremante:

--Messere, vogliate avere la cortesia di seguirmi alle tende del duca,

perocchè egli, quivi trattenuto dalla ferita come sapete, ha gravi e

pressanti comandi a darvi in ordine alla città.

--Sì bene, ser legato, vengo tosto. Però in avvenire non prendete

sbaglio sulle parole. Io non ricevo comandi da chicchessia, fuori

dell'imperatore, ed a Guiscardo sono alleato non vassallo.

--Vi dimando perdono allora, messer barone, se profferii motto che mal

vi tornasse gradito. Non vorrei però che ciò fosse cagione del vostro

non arrendervi ai desideri del duca Roberto che ha premuroso bisogno

di voi.

--Vi ho detto che vengo sul fatto, risponde il priore.

E sì dicendo in compagnia dell'abate si avviava per discendere agli

accampamenti.

Allora Alberada si presenta loro, e gittandosi dietro il cappuccio che

le celava compiutamente il sembiante, al priore favella:

--Guiberto, non andate con codesto traditóre, perchè la vostra testa,

da recarsi al papa, tra costui e Roberto è stata patteggiata. Fuggite

anzi, fuggite senza indugio.

--Alberada! sclamano ad un tempo il priore e l'abate.

Ed ella:

--Fuggi, Guiberto, fuggi sollecito in nome di Dio! chè da un momento

all'altro non saresti più a tempo. E tu, abate di Cluny, uomo fino ad

ieri senza macchia, vergógnati e péntiti di essere disceso al mestiere

del sicario.

A queste acerbe parole, Ugone, che sempre era stato buono ed onorato,

si sente commuovere. Il suo fallo gli salta agli occhi spaventevole,

si vede vituperato da tutta Europa, gli sembra udir raccontare il suo

tradimento per tutte le corti, sente strapparsi fino dal sangue

l'epiteto di virtuoso attaccato al suo nome, e conciossiachè anche in

quell'azione condannevole e' fosse stato spinto da pietà per qualcuno,

nell'anima s'intenerisce, nel volto si copre di rossore, e cadendo al

ginocchio di Guiberto sclama:

--Perdono.

Quest'atteggiamento, questa sola parola profferita di accento

pietosamente solenne e profondo, tutto rivelano a Guiberto. E leggendo

altresì negli occhi di Alberada l'ansia paurosa che la divorava, e nel

sembiante abbattuto di Boemondo, vergognoso dell'onta del padre suo,

tutta l'urgenza, tutta l'estensione della cosa, alza il pugno armato

della manopola di ferro onde percuotere l'abate sul calvo capo. Poi

tutto ad un tratto ristà, si ferma un istante a guardarlo in quel

supplice atto, stringe la mano a Boemondo, le gote gli bacia, e

voltosi ad Alberada:

--Partiamo, sclama, Roberto Guiscardo udrà presto notizie di me.

--Parti tu, fuggi sollecito, Guiberto, risponde Alberada smaniosa;

ricórdati quanto Roberto sia scaltro, Ildebrando terribile--fuggi, ti

raggiungerò.

--Dove? quando? non saresti ancora tu in pericolo, Alberada?

--Non pensare di me, che vivo sicura sotto l'egida di legato. Non

arrestarti nei paesi d'Italia, dove il potere del papa e del duca è

illimitato; varca i monti. Ti raggiungerò in Germania. Ma presto, in

nome di Gesù! fuggi presto; potresti essere inseguito.

Guiberto si getta al collo di Alberada, le dà lungo abbraccio, e

parte.

Allora l'abate di Cluny le si volge e dice:

--Che facesti, Alberada! io lo tradiva per te!

--Vergogna! vergogna, sclama Alberada coprendosi il volto con ambo le

mani. Nel mondo non v'ha dunque più un cuore che ricetti la virtù?

Ugone resta a considerarla un momento, poi sospirando dimanda:

--Ed al papa che recherai in risposta, sventurata! che recherai?

Alberada alza gli occhi al cielo, accenna della mano il suo capo, e

risponde con nobiltà:

--La testa.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 28 / 35 题