Voi imbottate come pevere:
I' vo bevere ancor mi.
POLIZIANO--_Orfeo_.
La sentenza dei commissari, come che per tutte le considerazioni con
lui fosse giusta, al principe Gisulfo non talentò. E' si riputava non
solamente dei suoi dritti defraudato, ma insultato nell'onore, col
dare importanza a ferita per sè stessa di niuno momento, e che in
certo modo gli ottenebrava la pienezza della vittoria sopra
l'arcivescovo. Inoltre, egli definiva la prodigiosa forza di
Baccelardo meglio come bravo requisito di pugillatore, che come
valentia di cavaliere. Di più, un sospetto lo tribolava per allontanar
costui dal combattimento. Vale a dire, che essendo Baccelardo
normanno, avrebbe e' forse potuto non dimenticarlo intieramente,
quella gente vivendo sollecitissima della sua nazione, ed accordatosi
innanzi di qualche verso con Roberto, lasciarsi vincere allora, salvo
poi a riscattarsi l'onore della vittoria alcuni dì dopo. Infine
Gisulfo considerava che la sarebbe stata un'onta alla nazione
longobarda il non aver saputo mettere in piede un guerriero ad
osteggiare un normanno. E queste ed altre moltissime riflessioni, tra
generose e villane, andava facendo Gisulfo nel corso della giornata, e
pensava come distruggere la fatale sentenza, la quale, a vero dire,
non era stata proprio equa, avendo dimenticato affatto Astolfo, che
forse meglio di ogni altro si era condotto, e dichiarato Gisulfo il
più vigoroso tra i candidati. Ma, sia come vuolsi, avevano giudicato
così, e non potevasi da quello recedere, come da tutti i giudizi che
hanno spesso più inviolabilità che senno. Gisulfo vi pensò sopra tutto
il giorno; si chiuse a consiglio con alquanti dei suoi più intimi e
fedeli longobardi, si propose, si discusse, si confutò, si mise a
scrutinio. Infine, si appigliarono a partito fatale, per non dire
vituperoso.
Era una bella sera di luglio, una di quelle superbe sere italiane che
han formato mai sempre il delirio dei poeti e la disperazione dei
pittori. Iddio, che le ha destinate gelosamente per questo popolo,
tanto maltrattato dagli uomini, non patisce che l'opera suprema della
sua mano venga sfigurata dall'arte. Non vi era luna; ma più miriadi di
stelle ingemmavano la vôlta azzurra, e producevano quel voluttuoso
barlume cui s'imita nelle camere delle odalische attenuando la luce
coi veli. Dalla marina spirava aura deliziosa, tutta pregna ancora dei
baci degli aranceti di Sorrento.
Tutti dormivano. Solamente Alberada, nella cui mente si erano fitte
come chiodi le fatali parole del giuramento d'Ildebrando, non poteva
pigliar sonno. Ella si vedeva quel fantasima dinnante. Se lo vedeva
prima, come al castello del padre suo l'aveva osservato, pallido,
cupo, negli occhi riarsi, a giurare che giammai avrebbe perdonato al
fratel suo, giammai! Poi se lo rammentava come nelle camere della
Tomba di Adriano si era a lei presentato, febbricitante, ardenti gli
sguardi, convulso nel volto, che dava a lei commessa di condurgli quel
fratello, perchè con lui bramava riconciliarsi. E quell'uomo era
Ildebrando! quell'Ildebrando, Gregorio VII, il severo, l'inesorabile
pontefice, quegli che come globo di fuoco si levò nel suo secolo per
purificare o incendiare. Ella dunque ora passeggiava pensierosa per la
stanza, ora si fermava avanti la finestra spalancata e guardava. Non
guardava il cielo Alberada. Nel cielo aveva una volta messa la sua
confidenza e si era rassegnata. Ella guardava la terra. Guardava il
placido mare che con un mormorio simile al favellare di giovanette che
dei loro amanti si raccontano, venivasi a rompere alla riva. Guardava
le galee amalfitane, che a traverso di tanti perigli si recavano a
pigliare le tele dalla Persia, le sete dall'India, i profumi
dall'Arabia, ed ora, come masse brune, si cullavano negligentemente
nella perfida rada, solo animate dal fievole lumicino, che a guisa di
stella caduta, rischiara il passo lento del timoniere che non può
pigliar sonno. Guardava quei tranquilli accampamenti normanni, in
mezzo ai quali aveva passata sorrisa giovinezza, ombreggiata dalla
targa paventata di suo padre, allietata dal suo amore. E sotto quelle
tende ora riposava tanta parte dell'anima sua, tutta la storia del suo
cuore--Guiscardo, il priore, Boemondo! Guardava infine Alberada quella
città che, colpita dal languore dell'agonia, non dava più voce, non
accennava moto; quella città che era stata culla alla donna fatale per
cui tutto aveva perduto, e quel castello, in cui, come il cuore nel
corpo umano, si avvertiva ancora estremo battito di vita.
Ed in fatti un rumor sordo e confuso, maggiore del consueto, per la
rocca si udiva--un rumore di voci molte che favellano sommesso, di
armi che si urtano. Eran forse le scolte che si mutavano. Così pensò
da prima Alberada e proseguì nel corso delle sue malinconiche
meditazioni. Ma ecco che il rumor cresce più, si odono voci più
distinte; ed affacciandosi alla finestra, vede come tante fantasime
bianche che al castello si raccolgono. Un pensiero le sorge, un
pensier molesto che scaccia via come ingiusto. Non di manco apre la
porta della sua camera, e strisciando lungo buio corridoio, al cui
fondo si apriva una finestra che dava sul cortile del castello, a
quella si affaccia. Allora non dubita più di nulla. Queta queta, come
era venuta, ritorna indietro, ed invece di entrare nella sua, entra
nella camera dell'abate di Cluny, così dolce e quatta che costui non
si sveglia, perchè anche dormendo sognava di Aristotile come donna
innamorata del ganzo. Ella, tolto dallo scrittoio di lui un pezzo di
pergamena ed il calamaio, esce. Rientrata nella sua camera scrive
affrettatamente alcune righe, poi ripiega il foglio che ripone sul
petto, e scende nella corte.
L'affollarsi della gente che andava e veniva, l'allestirsi di cavalli,
il sordo trambusto, e la confusione per dare e ricevere ordini non
fece avvertire il nero spettro che, rasentando di volo le oscure
pareti, scivola fuori le porte e si avvia per la città.
Alberada discese con pena l'aspra roccia alla cui vetta sorgeva il
castello, ai cui piedi starnazzava la città. Per non perder tempo a
seguire i serpeggiamenti della strada consueta, ella si cala dritto
carponi per la scoscesa, e presto si trova tra le buie e tortuose
viuzze di Salerno, dalle quali con gran pena si può distrigare, e
giungere fino presso alle mura.
Fiduciosi nella tregua stabilita, i Longobardi guardavano i baluardi
con oscitanza. Imperciocchè Alberada, che sopra vi ascende, trova le
sentinelle riunite intendere a berlingare anzi che a star vigili nei
loro posti. Avevano appoggiate alle bertesche le labarde e gli archi,
e giuocando alla zarra vuotavano fiaschetti alla ricuperazione della
pace ed alla tolta dell'assedio. Alberada si accosta ad un gruppo di
questi disattenti, e loro dice:
--Buona guardia, bravi soldati. Si passano le ore di pace
allegramente: non è così?
--Venga, padre, venga con noi a bere un gocciolo. Non vorrà certo
ricusarsi a buoni figliuoli che sanno godere nella tregua, e menar le
mani nelle barruffe in onore di Dio ed in vantaggio dei loro borselli.
--Vi ringrazio, buone lance. Io son venuto a pigliar l'aria per
sgomberarmi di un disgraziato mal di capo che mi tormenta; non vorrei
riattizzarlo col vino.
--Baie, padre riverendo! Il vino è quel diavolo, che, entrato in casa,
caccia via tutti gli altri. Non si dia molestia perciò, e lo creda a
me che non ho usato mai di altro rimedio in mia vita fuori di questo.
--Beverò dunque una sorsata, non fosse che per farvi piacere, risponde
Alberada, a patto però che accettiate una minuzia per vuotarne un
fiaschetto di Procida; ma di quel che morde l'ugola e sganghera le
ganasce con l'aiuto di Dio.
--Per santa Cunigonda!.... perdono, padre! non vi faremo dolente
perciò. Ma berlo adesso che dobbiamo fare la guardia.... eh! quel
dannato di vino azzanna, ed il minor pericolo che potremmo correre e'
sarebbe di capitombolare dalle mura laggiù fra quei beccastecchi
normanni.
--Se tutto il dubbio resta qui, bevete pur lieti e dormite, chè
veglierò io; perchè il fresco del mare sento che va alleviandomi lo
spasimo.
--Che ne pensi tu, Raspacalici, eh?
--Io penso che una coppa di vino rifiutata è una porta di paradiso
chiusa. E tu, Strangolafrati?
--Senti, Raspacalici, ti ho detto che non voglio esser chiamato più
così, e te lo ripeto l'ultima fiata: perchè te lo giuro pel mio santo
battesimo, che un'altra volta ti manderò la parola nella gola con una
pugnalata. Mi pare che non parli latino io. Or dunque, accettiamo i
soldi del padre ed applichiamo l'ubbriacatura pel bene dell'anima sua.
--E tu, mastro coniglio, non saresti dello stesso avviso?
--_Dominus vobiscum!_ io mi son confessato ieri mattina!
--Dunque?
--Dunque... quando si trattasse di non dispiacervi, mi ubbriacherò con
voi--salvo poi a dirmi i sette salmi penitenziali.--_Credo in unum
Deum!_
E mastro coniglio cantava come i preti a messa.
--Insomma pare che siamo proprio tutti di un avviso?
--Io no, risponde un compagno, perchè ho promesso a Ziga di andarle a
far visita questa notte, dopo la guardia. Vi cedo perciò la parte mia,
e ritorno al mio posto.
--_Dies irae!_ sclama mastro coniglio, e tu fai di codeste visite,
Randolfo?
--Non cominciarmi a tribolare con prediche, figliuol di una vacca, che
ti spezzo il cranio con questa chiaverina. Io intendo di condurmi a
mio modo.
--Basta basta, risponde il soldato che la faceva da caporione, to,
mastro coniglio, questi sono i soldi del riverendo padre; recati
dall'ostiere qui presso, gittagli a terra la porta se non vuole
aprire, e comprane altrettanto prosciutto, vino di Procida ed
acquarzente. Bada però a non dimenticar parte dei quattrini nel fondo
della tua scarsella.
--Rubacristi! e la mia onestà? ti ho già detto, parmi, che m'era
confessato ieri mattina.--
--Ragione per cui più ti ricordo di non fare il _quare me repulisti_.
--Va e corri presto, sai! perchè non ci resta che un'ora buona. E voi,
riverendo padre, se non volete farci compagnia, toglietevi la pena di
vigilare i nostri posti. Passeggiate tra lo spazio da porta Marina a
porta d'Eboli, e se udrete rumore laggiù, negli accampamenti, o
vedrete gente che si appressasse alle mura; insomma se crederete
scorgere cosa che potesse darvi sospetto chiamateci, perchè verremo
noi ad osservare di che domine trattisi. Già non ci è paura, perchè
abbiamo tregua per tre dì; ma la cautela è cautela, e noi non siam
soldati per niente.
--Lascino fare a me, buone lance, e banchettino tranquilli. Mi diano
solo una labarda, un arco, che so io--potrebbe sempre giovarmi a
qualche cosa.
--Servitevi là a piacere, riverendo: vi troverete ogni bene di Dio.
Alberada stacca dalla parete un arco ed alcuni verrettoni, e parte
dicendo loro:
--Buona notte, figliuoli.
--Buona notte, rispondono i soldati, e ricominciano da capo i loro
giuochi.
Non passò guari, ed innanzi ad una sentinella normanna cadeva un
verrettone, nelle cui ale andava innestata una pergamena.