IX.

Voi imbottate come pevere:

I' vo bevere ancor mi.

POLIZIANO--_Orfeo_.

La sentenza dei commissari, come che per tutte le considerazioni con

lui fosse giusta, al principe Gisulfo non talentò. E' si riputava non

solamente dei suoi dritti defraudato, ma insultato nell'onore, col

dare importanza a ferita per sè stessa di niuno momento, e che in

certo modo gli ottenebrava la pienezza della vittoria sopra

l'arcivescovo. Inoltre, egli definiva la prodigiosa forza di

Baccelardo meglio come bravo requisito di pugillatore, che come

valentia di cavaliere. Di più, un sospetto lo tribolava per allontanar

costui dal combattimento. Vale a dire, che essendo Baccelardo

normanno, avrebbe e' forse potuto non dimenticarlo intieramente,

quella gente vivendo sollecitissima della sua nazione, ed accordatosi

innanzi di qualche verso con Roberto, lasciarsi vincere allora, salvo

poi a riscattarsi l'onore della vittoria alcuni dì dopo. Infine

Gisulfo considerava che la sarebbe stata un'onta alla nazione

longobarda il non aver saputo mettere in piede un guerriero ad

osteggiare un normanno. E queste ed altre moltissime riflessioni, tra

generose e villane, andava facendo Gisulfo nel corso della giornata, e

pensava come distruggere la fatale sentenza, la quale, a vero dire,

non era stata proprio equa, avendo dimenticato affatto Astolfo, che

forse meglio di ogni altro si era condotto, e dichiarato Gisulfo il

più vigoroso tra i candidati. Ma, sia come vuolsi, avevano giudicato

così, e non potevasi da quello recedere, come da tutti i giudizi che

hanno spesso più inviolabilità che senno. Gisulfo vi pensò sopra tutto

il giorno; si chiuse a consiglio con alquanti dei suoi più intimi e

fedeli longobardi, si propose, si discusse, si confutò, si mise a

scrutinio. Infine, si appigliarono a partito fatale, per non dire

vituperoso.

Era una bella sera di luglio, una di quelle superbe sere italiane che

han formato mai sempre il delirio dei poeti e la disperazione dei

pittori. Iddio, che le ha destinate gelosamente per questo popolo,

tanto maltrattato dagli uomini, non patisce che l'opera suprema della

sua mano venga sfigurata dall'arte. Non vi era luna; ma più miriadi di

stelle ingemmavano la vôlta azzurra, e producevano quel voluttuoso

barlume cui s'imita nelle camere delle odalische attenuando la luce

coi veli. Dalla marina spirava aura deliziosa, tutta pregna ancora dei

baci degli aranceti di Sorrento.

Tutti dormivano. Solamente Alberada, nella cui mente si erano fitte

come chiodi le fatali parole del giuramento d'Ildebrando, non poteva

pigliar sonno. Ella si vedeva quel fantasima dinnante. Se lo vedeva

prima, come al castello del padre suo l'aveva osservato, pallido,

cupo, negli occhi riarsi, a giurare che giammai avrebbe perdonato al

fratel suo, giammai! Poi se lo rammentava come nelle camere della

Tomba di Adriano si era a lei presentato, febbricitante, ardenti gli

sguardi, convulso nel volto, che dava a lei commessa di condurgli quel

fratello, perchè con lui bramava riconciliarsi. E quell'uomo era

Ildebrando! quell'Ildebrando, Gregorio VII, il severo, l'inesorabile

pontefice, quegli che come globo di fuoco si levò nel suo secolo per

purificare o incendiare. Ella dunque ora passeggiava pensierosa per la

stanza, ora si fermava avanti la finestra spalancata e guardava. Non

guardava il cielo Alberada. Nel cielo aveva una volta messa la sua

confidenza e si era rassegnata. Ella guardava la terra. Guardava il

placido mare che con un mormorio simile al favellare di giovanette che

dei loro amanti si raccontano, venivasi a rompere alla riva. Guardava

le galee amalfitane, che a traverso di tanti perigli si recavano a

pigliare le tele dalla Persia, le sete dall'India, i profumi

dall'Arabia, ed ora, come masse brune, si cullavano negligentemente

nella perfida rada, solo animate dal fievole lumicino, che a guisa di

stella caduta, rischiara il passo lento del timoniere che non può

pigliar sonno. Guardava quei tranquilli accampamenti normanni, in

mezzo ai quali aveva passata sorrisa giovinezza, ombreggiata dalla

targa paventata di suo padre, allietata dal suo amore. E sotto quelle

tende ora riposava tanta parte dell'anima sua, tutta la storia del suo

cuore--Guiscardo, il priore, Boemondo! Guardava infine Alberada quella

città che, colpita dal languore dell'agonia, non dava più voce, non

accennava moto; quella città che era stata culla alla donna fatale per

cui tutto aveva perduto, e quel castello, in cui, come il cuore nel

corpo umano, si avvertiva ancora estremo battito di vita.

Ed in fatti un rumor sordo e confuso, maggiore del consueto, per la

rocca si udiva--un rumore di voci molte che favellano sommesso, di

armi che si urtano. Eran forse le scolte che si mutavano. Così pensò

da prima Alberada e proseguì nel corso delle sue malinconiche

meditazioni. Ma ecco che il rumor cresce più, si odono voci più

distinte; ed affacciandosi alla finestra, vede come tante fantasime

bianche che al castello si raccolgono. Un pensiero le sorge, un

pensier molesto che scaccia via come ingiusto. Non di manco apre la

porta della sua camera, e strisciando lungo buio corridoio, al cui

fondo si apriva una finestra che dava sul cortile del castello, a

quella si affaccia. Allora non dubita più di nulla. Queta queta, come

era venuta, ritorna indietro, ed invece di entrare nella sua, entra

nella camera dell'abate di Cluny, così dolce e quatta che costui non

si sveglia, perchè anche dormendo sognava di Aristotile come donna

innamorata del ganzo. Ella, tolto dallo scrittoio di lui un pezzo di

pergamena ed il calamaio, esce. Rientrata nella sua camera scrive

affrettatamente alcune righe, poi ripiega il foglio che ripone sul

petto, e scende nella corte.

L'affollarsi della gente che andava e veniva, l'allestirsi di cavalli,

il sordo trambusto, e la confusione per dare e ricevere ordini non

fece avvertire il nero spettro che, rasentando di volo le oscure

pareti, scivola fuori le porte e si avvia per la città.

Alberada discese con pena l'aspra roccia alla cui vetta sorgeva il

castello, ai cui piedi starnazzava la città. Per non perder tempo a

seguire i serpeggiamenti della strada consueta, ella si cala dritto

carponi per la scoscesa, e presto si trova tra le buie e tortuose

viuzze di Salerno, dalle quali con gran pena si può distrigare, e

giungere fino presso alle mura.

Fiduciosi nella tregua stabilita, i Longobardi guardavano i baluardi

con oscitanza. Imperciocchè Alberada, che sopra vi ascende, trova le

sentinelle riunite intendere a berlingare anzi che a star vigili nei

loro posti. Avevano appoggiate alle bertesche le labarde e gli archi,

e giuocando alla zarra vuotavano fiaschetti alla ricuperazione della

pace ed alla tolta dell'assedio. Alberada si accosta ad un gruppo di

questi disattenti, e loro dice:

--Buona guardia, bravi soldati. Si passano le ore di pace

allegramente: non è così?

--Venga, padre, venga con noi a bere un gocciolo. Non vorrà certo

ricusarsi a buoni figliuoli che sanno godere nella tregua, e menar le

mani nelle barruffe in onore di Dio ed in vantaggio dei loro borselli.

--Vi ringrazio, buone lance. Io son venuto a pigliar l'aria per

sgomberarmi di un disgraziato mal di capo che mi tormenta; non vorrei

riattizzarlo col vino.

--Baie, padre riverendo! Il vino è quel diavolo, che, entrato in casa,

caccia via tutti gli altri. Non si dia molestia perciò, e lo creda a

me che non ho usato mai di altro rimedio in mia vita fuori di questo.

--Beverò dunque una sorsata, non fosse che per farvi piacere, risponde

Alberada, a patto però che accettiate una minuzia per vuotarne un

fiaschetto di Procida; ma di quel che morde l'ugola e sganghera le

ganasce con l'aiuto di Dio.

--Per santa Cunigonda!.... perdono, padre! non vi faremo dolente

perciò. Ma berlo adesso che dobbiamo fare la guardia.... eh! quel

dannato di vino azzanna, ed il minor pericolo che potremmo correre e'

sarebbe di capitombolare dalle mura laggiù fra quei beccastecchi

normanni.

--Se tutto il dubbio resta qui, bevete pur lieti e dormite, chè

veglierò io; perchè il fresco del mare sento che va alleviandomi lo

spasimo.

--Che ne pensi tu, Raspacalici, eh?

--Io penso che una coppa di vino rifiutata è una porta di paradiso

chiusa. E tu, Strangolafrati?

--Senti, Raspacalici, ti ho detto che non voglio esser chiamato più

così, e te lo ripeto l'ultima fiata: perchè te lo giuro pel mio santo

battesimo, che un'altra volta ti manderò la parola nella gola con una

pugnalata. Mi pare che non parli latino io. Or dunque, accettiamo i

soldi del padre ed applichiamo l'ubbriacatura pel bene dell'anima sua.

--E tu, mastro coniglio, non saresti dello stesso avviso?

--_Dominus vobiscum!_ io mi son confessato ieri mattina!

--Dunque?

--Dunque... quando si trattasse di non dispiacervi, mi ubbriacherò con

voi--salvo poi a dirmi i sette salmi penitenziali.--_Credo in unum

Deum!_

E mastro coniglio cantava come i preti a messa.

--Insomma pare che siamo proprio tutti di un avviso?

--Io no, risponde un compagno, perchè ho promesso a Ziga di andarle a

far visita questa notte, dopo la guardia. Vi cedo perciò la parte mia,

e ritorno al mio posto.

--_Dies irae!_ sclama mastro coniglio, e tu fai di codeste visite,

Randolfo?

--Non cominciarmi a tribolare con prediche, figliuol di una vacca, che

ti spezzo il cranio con questa chiaverina. Io intendo di condurmi a

mio modo.

--Basta basta, risponde il soldato che la faceva da caporione, to,

mastro coniglio, questi sono i soldi del riverendo padre; recati

dall'ostiere qui presso, gittagli a terra la porta se non vuole

aprire, e comprane altrettanto prosciutto, vino di Procida ed

acquarzente. Bada però a non dimenticar parte dei quattrini nel fondo

della tua scarsella.

--Rubacristi! e la mia onestà? ti ho già detto, parmi, che m'era

confessato ieri mattina.--

--Ragione per cui più ti ricordo di non fare il _quare me repulisti_.

--Va e corri presto, sai! perchè non ci resta che un'ora buona. E voi,

riverendo padre, se non volete farci compagnia, toglietevi la pena di

vigilare i nostri posti. Passeggiate tra lo spazio da porta Marina a

porta d'Eboli, e se udrete rumore laggiù, negli accampamenti, o

vedrete gente che si appressasse alle mura; insomma se crederete

scorgere cosa che potesse darvi sospetto chiamateci, perchè verremo

noi ad osservare di che domine trattisi. Già non ci è paura, perchè

abbiamo tregua per tre dì; ma la cautela è cautela, e noi non siam

soldati per niente.

--Lascino fare a me, buone lance, e banchettino tranquilli. Mi diano

solo una labarda, un arco, che so io--potrebbe sempre giovarmi a

qualche cosa.

--Servitevi là a piacere, riverendo: vi troverete ogni bene di Dio.

Alberada stacca dalla parete un arco ed alcuni verrettoni, e parte

dicendo loro:

--Buona notte, figliuoli.

--Buona notte, rispondono i soldati, e ricominciano da capo i loro

giuochi.

Non passò guari, ed innanzi ad una sentinella normanna cadeva un

verrettone, nelle cui ale andava innestata una pergamena.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 26 / 35 题