VIII.

Io vinsi al cesto

Il figliuolo d'Enope Clitomede,

Alceo Pleuronio nella lotta, a cui

M'aveva sfidato; superai nel corso

L'agile Ificlo; e nel vibrar dell'asta

Polidoro e Fileo. _Iliade_, XXIII.

All'ora di sesta del domattino tutto era in punto pel proposto

sperimento della forza e dell'agilità dei candidati al combattimento

con i campioni normanni. Avevano steccata una lizza nello spianato

della chiesa di San Matteo, che allora si edificava, e sopra cui

davano le finestre delle case circostanti. Da queste, sì la

principessa moglie di Gisulfo che le consorti dei suoi cortigiani

potevan tutto bellamente osservare. Ad una estremità del

parallelogramma avevano levato una tribuna, sulla quale sedevano, come

giudici della tenzone, Ugone abate di Cluny, Guaimaro conte di

Capaccio, Giordano sire del castello di Corneto nel Cilento,

Castelmanno figliuolo del conte Adelferio, e Giovanni figlio di

Ademario _il rosso_. Essendo tutti longobardi, stupenda vista e'

facevano con le loro lunghe barbe ondeggianti sui petti coverti a

guarnelli di bianco panno di Cipro. All'altra estremità della lizza

aprivasi la porta per introdurre i campioni già radunati in numero di

sette, ed erano, come si segnarono coi segni di croce sur una

pergamena tenuta dal maestro di campo di Gisulfo: Gisulfo principe di

Salerno; Baccelardo il _diseredato_ come veniva addimandato; Alfano

arcivescovo di Salerno; Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli;

Pietro conte di Atenolfo; un milite chiamato Romualdo, e Laidulfo lo

Zanni. Il quale ultimo si segnò e scomparve dalla tenda, sì che tutti

pensarono non fosse una burla, e col maestro di campo si dolsero aver

ricevuto fra mezzo a loro un cotal satiro. Ma il maestro di campo li

pregò di star cheti, perchè quell'uomo, comunque e' si fosse alcuno di

loro non disonorava.

L'abate di Cluny celebrò la messa. I campioni l'udirono, giurando

sull'ostia della comunione di non fare per niun modo uso di ciurmerie

e d'invocazioni diaboliche onde vincere la prova. Dopo, l'abate si

recò al suo posto, i campioni alla tenda.

Innanzi di essersi cimentato alcuno non poteva assistere allo

sperimento dell'altro.

Ciò stabilito le trombe suonarono e la lizza si aprì.

Primo ad entrarvi fu il milite chiamato Romualdo. Un compagno di armi

gli recò grosso ferro di cavallo ben compatto, ben chiuso, saldo, non

forato. Romualdo andò dritto a presentarlo ai giudici, perchè

minutamente l'osservassero, poi lo presentò al popolo, fitto e

numeroso, che si addossava allo steccato, recandolo in giro. Egli

aveva le maniche del ghiazzerino di bufalo rimboccate fino al gomito;

portò il ferro sempre alzato in alto perchè di frode non si dubitasse.

E come lo ebbero tutti veduto, Romualdo ritorna presso la bigoncia dei

commissari, e lo lancia iteratamente in alto, facendo che netto

risuonasse al suolo. Poi lo riprende, lo rileva novellamente sulla

testa perchè tutti lo rivedessero intero, lo abbranca tra ambo le

mani, ed in due secondi senza sforzo, senza alterare il colore del

viso, come avesse rotta una ciambella, in due lo spezza, giusto nel

mezzo, ed ai giudici presenta i due pezzi, con lo stesso garbo, con la

stessa celerità che avrebbe messa un cerretano a fare scomparire due

bossoli.

--Bravo! bravo! grida la plebe: ed i giudici stessi lodarono sì la sua

forza che la sua destrezza.

Romualdo si appoggia delle spalle allo steccato ed aspetta.

Un araldo d'armi allora annunzia Pietro conte di Atenolfo, ed Astolfo

figliuolo di Marino Capece di Napoli. Nel sorteggio erano dessi usciti

dopo il milite. Entrarono in fatti i due signori accompagnati dagli

scudieri che recavano le spade e le mazze di acciaro. Anch'essi si

soggettarono alla cerimonia della visita. E poi gli era ben mestieri

che si fosse misurato il diametro dei manichi delle mazze rispettive;

e si trovò quello della mazza del conte Pietro un pollice e mezzo

circa, due pollici quello del sire di Marigliano Astolfo. Fatto ciò,

si portarono due ceppi nel mezzo dell'arena, sopra i quali ciascuno

collocò la sua mazza. Fu primo il conte Pietro a scagliare il colpo.

Alzò la daga lentamente sulla spalla sinistra, fissò il mezzo del

manico, ed il colpo cadde. La barra di acciaro è recisa quasi che

tutta; ma l'arma si rompe nell'elsa fra le mani del conte, di tal che

si accagionò questo incidente se intera non fu partita.

Il sire di Marigliano sorride, ed a volta sua alzando la spada, la si

vede corruscare per aria come baleno, la si ode sibilare e piombare

sul manico d'acciaro con la forza di un mangano. Ed una parte della

mazza era caduta da un lato del ceppo, l'altra dall'altro, messa in

due, netta come se fosse stata di neve.

I giudici applaudiscono al colpo poderoso, e la plebe grida forte:

_alleluia, alleluia!_ quasi avesse voluto adular quel signore. Del che

il conte Pietro adirato manda a dolersi col principe Gisulfo; e questi

ordina che fossero presi trenta di que' sciagurati e frustati, da

poichè e' non erano scesi nell'arena onde sollazzar la marmaglia e

togliere applausi da lei, ma per far generosa prova di chi meglio

avrebbe difesa la patria.

Il conte Pietro, che si era veduto umiliato da Astolfo, lo sfida alla

lotta. E' si credeva certo di vittoria, perciocchè statura gigantesca

aveva e membra robuste a petto di Astolfo, piccino anzi che no, e

segaligno. Il sire di Marigliano resta un istante titubante alla

sfida. Ma poscia, arrovetando la faccia, per solito pallida, accetta,

e senza pigliare indugi si cava il giubettino, e si colloca in

positura di aspettare l'assalto del nemico. A quell'inatteso

spettacolo i commissari ed il popolo si alzano per meglio osservare.

Ed in fatti il conte Pietro, vestito come si trovava di ferro, si

avventa sopra il sire di Marigliano per ghermirlo dal collo,

sollevarlo da terra, fargli perdere ogni equilibrio. Astolfo, al primo

assalto, sfugge il pericolo avvinchiandosi alle braccia di lui e lotta

di polsi onde ridurlo ad indietreggiare. Ma il conte sta fermo. Anzi

gli restituisce tal urto, che il meschino va a cader supino due passi

lontano. La sconfitta di Astolfo però è avvertita appena, tanto

sollecitamente risorge dal terreno e in piedi si mostra a fronte al

conte. Questi, confortato dal primo pegno di vittoria, ritorna per

aggavignarlo dal collo. E vi riesce, e lo solleva circa otto pollici

dal terreno. Astolfo allora sentitosi a quelle strette, gli si

attorciglia ai fianchi con le braccia, gl'involge le gambe tra le

gambe, e per tal modo lo stringe alla cintola che a poco a poco si

vede il conte Pietro allascare le braccia, la faccia da prima

s'impallidisce, poi colorasi a rosso, poi addiviene paonazza, poi

livida, infine si annerisce come la vôlta di un camino, strabuzza gli

occhi, il sangue gli rompe dalle narici e dalle orecchie, si spezza in

due, e cade resupino con Astolfo sul ventre.

E questi così fittamente si era attaccato al conte Pietro che le sue

braccia sembravano immedesimate nel corpo di lui. La corazza si era

avvallata sotto la pressione delle braccia, la spina dorsale si era

rotta, il conte Pietro era morto.

Cotal terribile prova fa restar tutti mutoli: e già si prevedeva che

il sire di Marigliano sarebbe stato il campione per combattere contro

il Normanno. Imperciocchè e' sembrava impossibile potersi dar saggio

di vigoria maggiore dei due che Astolfo ne aveva dati.

Egli si ritira alla tenda, dove aspettavano gli altri tenitori della

giostra, ed il corpo di Pietro conte di Atenolfo è menato via

dall'arena.

Gli araldi annunziano Baccelardo duca di Puglia e di Calabria. Perchè

questi siffattamente facevasi chiamare, agognando sempre ricuperare

gli Stati del padre suo Umfredo da Roberto usurpati.

Entrò nella lizza Baccelardo vestito di gabbano di velluto scarlatto,

avendo in una mano pennoncino dello stesso colore, e dall'altra uno

stocco lungo e sfilato somigliante tutto ad uno spiedo. E subito

appresso a lui vennero quattro scudieri, che menavano grosso toro nero

con la testa bendata, ed un cavallo leardo rotato, svelto, lungo,

vispo, che andava saltarellando dietro al palafreniere come un

levriere. Baccelardo vi salta sopra e comanda agli scudieri di

ritirarsi.

Egli allora si accosta alla bestia, si piega sul destriero, e con

l'elsa a croce dello stocco le strappa la benda. La luce del sole che

lo colpisce negli occhi fa restare il toro come stordito. Guarda il

popolo imbiettato nello steccato con torvo e lento sguardo, fiuta il

terreno, e con le zampe comincia a gittarselo alla pancia. Baccelardo

prima fa sventolargli innanzi del muso la banderuola rossa, poi lo

punge al fianco con lo stocco. Il toro mugnola ferocemente e non si

muove. Il cavaliere lo torna a tribulare in più parti con punture e

gli fa ripassare avanti agli occhi il rosso pennoncello. Ma anche

questa volta la bestia si contenta di far udire cupo muggito e pestare

dei piedi l'arena.

--Per l'anima mia! sclama Baccelardo, che torpido codardo animale!

E di bel nuovo forte lo punzecchia. Allora il toro tutto ad un tratto

dà un salto dal lato dove egli si trovava e gli va sopra. La presta

cavriuola che il giannetto spicca lo sottrae dal colpo cui giusto nel

bel mezzo del petto il corno formidabile aveva diretto. Baccelardo

fugge per lo steccato, sempre agitando la rossa banderuola, ed il toro

lo insegue. Infine questo si ferma e Baccelardo gli torna sopra ad

aizzarlo. E la belva novellamente ad inseguirlo sordamente,

orribilmente muggendo, ed egli a novellamente fuggire. Ma come il

cavaliere si fu accorto da quel muggito sordo e profondo, e dallo

scintillare dell'occhio, arroventato come carbone ardente, che il

parossismo del furore del toro toccava l'apice, e' si ritragge verso

la porta, dove stavano già presti gli scudieri, con le lance arrestate

per difendersi, e di un salto scendendo di cavallo lo consegna loro.

Quest'operazione fu l'affare di un minuto. Pure il toro, che all'altra

estremità della lizza lo puntava, incontanente gli corre addosso e si

trovarono l'uno a fronte dell'altro. Baccelardo adesso non solamente

non si ritrae, ma gitta lo stocco da un lato. Il selvaggio animale lo

fulmina prima di uno sguardo, indi piega la testa per menargli

terribile cornata. E di questa certo fuor fuori lo avrebbe passato e

slanciato a morir lontano sulle teste degli spettatori, se egli non si

trovava lesto a profittar di quella sfavorevole positura. Salta da un

lato, afferra il toro di una mano per un corno, sì che lo costringe a

ritorcere la testa, dall'altra per la coda irrequieta. Orribili ad

udirsi furono i mugghi della belva così disquilibrata e resa inabile

ad usar di sue forze. Perciocchè, chiunque una volta ha veduto una

_Corrida de toros_ sa, come a tutto disadatto sia questo in quella

situazione, e quali erano _las cositas_ che Pacquito Montes soleva

fare per _las sinoritas_ di Andalusia, ed io gliele vidi fare.

Infrattanto sforzi spaventevoli metteva la fiera onde raddrizzare il

capo, e palleggiarsi sulle corna l'ardito giovane; costui però,

puntando, soda ed inchiodata la teneva, e di un occhio feroce dominava

ed affascinava il sanguigno suo sguardo. Baccelardo allora descrive un

mezzo giro, costringe il toro, sempre in quella attitudine, a

seguirlo, lo trascina per l'arena fino innanzi alla tribuna dei

commissari. E come si è colà, mentre della mancina se lo teneva la

testa sommessa, con la destra gli scarica in un baleno fra le due

corna cotal pugno con la manopola di ferro, che l'animale dà in un

grido feroce ed a terra stramazza. Baccelardo tira quindi il pugnale,

sottile come uno spillo, e fra le due corna glielo caccia.

Tutti allora gridano: al miracolo, al miracolo; è uno stregone!! E le

donne segnatamente cominciavano a far delle croci a furia e

sclamavano: ecco il diavolo: _Iesus Maria!_ vedete là il diavolo.

In effetti, elleno non avevano torto. Dappoichè sull'impalcata che

copriva la tribuna dei commissarii, tutto ad un tratto si vede rizzare

un essere singolare, fino allora rimastovi accosciato. Colui aveva

piuttosto l'aspetto di satiro che di uomo. Della persona era basso,

scarno. I patimenti, e forse il digiuno, avevano consumato di sopra le

sue ossa ogni adipe, ogni succo inutile. Però egli era altresì restato

asciutto ed ossuto per modo, che i suoi tendini ed i suoi muscoli gli

si disegnavano sotto la pelle abbronzata, come in certi s. Bartolomei

che sogliono fare i pittori, per istomachevole e truce edificazione

dei fedeli. Il collo aveva toruto; la mano lunga, stecchita,

grandissima. Della faccia poi non distinguevasi gran cosa. Non aveva

che un dito di fronte e le livide labbra scoverte di pelo, tutto il di

più era irsuto di setolacce rossigne, folte e lunghe, che scomposte

gli piovevano sul petto--non escluso il naso piccino alzato della

punta verso la fronte. La quale fronte, bassa e stretta, circondava a

guisa di zona bianca, lenticolata, la testa piatta e schiacciata come

quella dei Samoiedi. In una parola, incarnava colui la figura di quel

pittore, il quale rimproverò il Caracci di non saper dipingere

animali, ed in animale dal Caracci fu ritratto, come nel museo

napolitano si può vedere.

Solo spiccatamente risaltavano in quel deforme capo due occhi

turchini, che vibranti e lucidi, quasi due fiaccole nel fondo di buia

caverna, rutilavano nell'orbita; poi i denti bianchissimi che

guarnivano una bocca, la quale fendeva la testa orizzontalmente in due

parti disuguali. Perocchè, tutto al rovescio degli altri uomini,

costui aveva corta altrettanto la metà del volto dalla bocca alla

fronte che lunga dalla bocca al mento.

Ei vestiva un giubbetto di cuoio di bufalo bollito, dall'attrito

raspato il pelo, dall'orgia e dall'incuria maculato in guisa da

sembrare screziato come il manto della tigre. Poi un paio di brache,

anche di cuoio di bufalo rattoppate di fresco a pelle di capra non

rasa dei peli. Alla cintura non portava arma, tranne il pugnale.

Costui era Laidulfo lo Zanni.

Laidulfo aveva veduto il prodigioso colpo di Baccelardo, ed il toro

atterrato. E' si lascia scorrere, della testa in giù, lungo uno

staggio che serviva da pilastro alla tribuna, e come un gatto salta

nello steccato. Ognuno pensò che, se colui non fosse davvero il

diavolo, non poteva mancar di essere per fermo una belva che si

avventava alla bestia uccisa per divorarla. Imperciocchè Laidulfo in

due salti è sul toro, ed afferratolo dai piedi, con gioia feroce

comincia a trascinarlo per la lizza. E' lo trasse fin presso la porta

di rincontro ai giudici. Dove essendo giunto, con ambo le mani apprese

ai piedi di dietro, sale sul parapetto di difesa che circondava il

recinto, solleva di terra la smisurata bestia, e principia a

dondolarla, a guisa di campana, a dritta ed a mancina. Indi mette uno

sforzo spropositato e la scaglia parecchi passi lontano da lui. Ciò

fatto dà novellamente un salto grottesco nell'arena, si slancia sulle

palizzate dall'altro lato, e dispare in un momento, come un momento

solo era durato l'apparizione e l'opera sua.

E la plebe che lo aveva riconosciuto e che per un suo eguale

simpatizzava, rompe ogni riguardo e grida bravo, _alleluia!_ Questo è

il campione che si voleva, viva Laidulfo il pazzo, Laidulfo il

buffone!

L'araldo interrompe le clamorose ovazioni, ed annunzia monsignor

Alfano arcivescovo di Salerno ed il principe Gisulfo.

I nostri lettori si ricorderanno senza dubbio con quali parole la sera

dell'orgia si separassero questi due signori, e come l'arcivescovo,

poeta famigerato ai tempi suoi e in seguito, fusse stato offeso

bestialmente dal principe. Non appena quindi un pochino di raggio

dell'alba si mise nella camera di Alfano, che tutta la notte, malgrado

il vino non aveva potuto chiuder pupilla, chiama a sè il suo maestro

di palazzo e manda a pregare Baccelardo si volesse compiacere a lui

venire. Al che, come Baccelardo ebbe obbedito, Alfano lo supplica di

recarsi incontanente in nome di lui, arcivescovo di Salerno, a sfidare

il principe per quella mattina, a primo transito o a tutta oltranza,

secondo a lui fosse gradito. Baccelardo gli fece da prima gravi

osservazioni. Però il prelato essendosi mostrato duro, gli fu giuoco

forza portarsi ad intimare la sfida. E Gisulfo, che uomo di cuore era,

l'accetta senza punto esitare, e decisero che si sarebbero battuti

quella mane stessa, nello steccato della prova.

Infatti montati ambedue sopra superbi cavalli e coverti di piastra e

di maglia entrano nella lizza. I loro scudieri portavano lance e

rotelle. I preliminari dell'abbattimento non furono lunghi. Convengono

subito che si sarebbero battuti fino che l'uno non fosse morto, o non

avesse dimandato mercè. Si situano quindi l'uno di rincontro

all'altro, avvegnachè lo steccato non fosse interamente atto a quella

pugna, perchè corto, e mettono in resta le lance dopo aversi attaccato

al collo gli scudi. Il maestro del campo fa suonare la tromba, e l'uno

sull'altro si rovescia. La prima corsa di lancia è fatale al principe:

perocchè la sua scivola sull'elmo di acciaro dell'arcivescovo, il

quale piegandosi, la schiva, e si va a piantar nel terreno. L'asta di

costui poi si rompe sul petto del principe dopo avergli forata la

rotella e la corazza, attraversata la maglia, e sfiorato alquanto le

costole. Gisulfo resta saldo sul cavallo: animosamente si tira dal

petto il mozzicone, e riprende la lancia che il suo scudiero gli

presenta. Novella lancia è data altresì ad Alfano, ed ai loro posti

ricollocansi. La seconda corsa è pure a disvantaggio di Gisulfo:

dappoichè egli fracassa l'asta sua sullo scudo dell'arcivescovo;

questi lo colpisce di tal poderosa maniera sulla corona principesca,

sormontante la celata, che rotte le gorgiere, lo fa percuotere delle

spalle sulla groppa del cavallo, e spiccar sangue dalle narici.

Il principe di Salerno sbuffava di modo orrendo così due volte

umiliato dall'offeso prelato. Si riprendono novelle lance, e si

situano per cominciar la terza corsa. Questa fiata però la fortuna è

diversa. L'asta dell'arcivescovo lambe il collo del principe,

sguizzando sulla polita spalliera, e va a ficcarsi nell'estremo della

groppa al cavallo; quella di Gisulfo passa Alfano da parte a parte dal

petto, lo ribocca, spezza le cinghie della sella, gli fa perder le

staffe, e sollevandolo di peso così infilzato, trascorre l'arena,

trascinato dal cavallo furioso per la ferita, e va a gittarlo sotto la

bigoncia dei commissarii.

Un grido di applausi fragoroso sbocca quasi involontario da ogni

banda. Gli spettatori giudicano unanimemente doversi a lui la palma

della vittoria.

Il misero arcivescovo intanto mormora le prime parole di quei versi

memorabili di Orazio: _Quo pius Eneas_, e muore--muore quale aveva

vissuto, valoroso cavaliere più che costumato ecclesiastico, fedele

fino all'ultimo respiro alla poesia, ad Orazio, al centenario Falerno,

che avevan formato la sua delizia invece della Bibbia.

Allora i giudici si riuniscono per decidere a cui spettasse l'onore

della pugna del domani contro il normanno campione. E primo il sire

del castello di Corneto si volge all'abate di Cluny per dimandargli

del suo parere. Ma l'abate, che si trovava sotto il dominio del suo

incubo sin dall'aprirsi della lotta, fraintende, e risponde:

--Il mio parere è che si seppellisca codesto arcivescovo, il quale è

morto da gagliardo dopo aver vissuto da epicureo. Ed egli è ben

mestieri che sappiate non intendere io per epicureo i settatori di

quella dottrina severa che stabiliva il filosofo di Samo, di cui

l'eloquente ed imaginoso Lucrezio sclamava: _Deus ille fuit, qui

princeps vitæ rationem invenit eam quæ nunc appellatur sapientia_; ma

quella sozza ed invereconda dottrina che professarono di poi i

discepoli suoi, e che Orazio, Petronio e Marziale cantarono, e che la

Chiesa condannò per canonizzare la sapienza del divino Aristotile. Ed

avvegnachè i precetti sublimi dello Stagirita sembrassero talora

eterodossi, perchè come il fulmine nasconde la sua luce nelle nuvole,

quel filosofo nasconde la sua sapienza tra le tenebre della parola;

non pertanto i santi Padri della Chiesa han convenuto, che niuna

dottrina meglio si addice alla santità dell'evangelo, i cui proseliti,

al dire di s. Giovan Crisostomo, son chiamati _fedeli, affinchè

mediante il disprezzo del ragionamento umano, alla grandezza della

fede si elevassero_. Io sovente ho meditate queste sante parole, e

della predestinata incomprensibilità di Aristotile mi son persuaso.

Pure non resterò mai dall'indagare cosa mai quell'onnipossente

intelletto intendesse con l'_entelechia_ e l'_univocazione

dell'essere_. Conciossiachè quel principio impalpabile, incorporeo,

etereo non ho saputo giammai conciliare come mai possa essere _essenza

della forma_, ed il _constituente dei corpi da cui ricevono

organizzazione_. Da poichè se è canone di logica che _dat nemo quod

non habet_.....

E molto Ugone avrebbe seguitato a dire. Ma gli altri quattro

commissarii, che vanamente avevano aspettato cavare un construtto da

questa cantafera, e che fosse infine venuto ad una conchiusione sul

fatto del campione, si tediano, e lasciandolo lì a predicare, si

tirano da un lato per giudicare la bisogna fra di loro. In effetti,

dopo alquanto di squittinio, e' decisero che:

« Al principe Gisulfo sarebbe toccato l'onore del combattimento per la

città di Salerno e le terre dipendenti dal principato, come quegli che

nella nobile lutta ogni altro aveva superato in vigore. Però essendo

stato egli ferito, ancorchè lievemente, ed essendo la pugna di

gravissimo peso, il suo posto si destinava al cavalier Baccelardo, il

quale non meno ardito e forte si era addimostrato.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 25 / 35 题