Io vinsi al cesto
Il figliuolo d'Enope Clitomede,
Alceo Pleuronio nella lotta, a cui
M'aveva sfidato; superai nel corso
L'agile Ificlo; e nel vibrar dell'asta
Polidoro e Fileo. _Iliade_, XXIII.
All'ora di sesta del domattino tutto era in punto pel proposto
sperimento della forza e dell'agilità dei candidati al combattimento
con i campioni normanni. Avevano steccata una lizza nello spianato
della chiesa di San Matteo, che allora si edificava, e sopra cui
davano le finestre delle case circostanti. Da queste, sì la
principessa moglie di Gisulfo che le consorti dei suoi cortigiani
potevan tutto bellamente osservare. Ad una estremità del
parallelogramma avevano levato una tribuna, sulla quale sedevano, come
giudici della tenzone, Ugone abate di Cluny, Guaimaro conte di
Capaccio, Giordano sire del castello di Corneto nel Cilento,
Castelmanno figliuolo del conte Adelferio, e Giovanni figlio di
Ademario _il rosso_. Essendo tutti longobardi, stupenda vista e'
facevano con le loro lunghe barbe ondeggianti sui petti coverti a
guarnelli di bianco panno di Cipro. All'altra estremità della lizza
aprivasi la porta per introdurre i campioni già radunati in numero di
sette, ed erano, come si segnarono coi segni di croce sur una
pergamena tenuta dal maestro di campo di Gisulfo: Gisulfo principe di
Salerno; Baccelardo il _diseredato_ come veniva addimandato; Alfano
arcivescovo di Salerno; Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli;
Pietro conte di Atenolfo; un milite chiamato Romualdo, e Laidulfo lo
Zanni. Il quale ultimo si segnò e scomparve dalla tenda, sì che tutti
pensarono non fosse una burla, e col maestro di campo si dolsero aver
ricevuto fra mezzo a loro un cotal satiro. Ma il maestro di campo li
pregò di star cheti, perchè quell'uomo, comunque e' si fosse alcuno di
loro non disonorava.
L'abate di Cluny celebrò la messa. I campioni l'udirono, giurando
sull'ostia della comunione di non fare per niun modo uso di ciurmerie
e d'invocazioni diaboliche onde vincere la prova. Dopo, l'abate si
recò al suo posto, i campioni alla tenda.
Innanzi di essersi cimentato alcuno non poteva assistere allo
sperimento dell'altro.
Ciò stabilito le trombe suonarono e la lizza si aprì.
Primo ad entrarvi fu il milite chiamato Romualdo. Un compagno di armi
gli recò grosso ferro di cavallo ben compatto, ben chiuso, saldo, non
forato. Romualdo andò dritto a presentarlo ai giudici, perchè
minutamente l'osservassero, poi lo presentò al popolo, fitto e
numeroso, che si addossava allo steccato, recandolo in giro. Egli
aveva le maniche del ghiazzerino di bufalo rimboccate fino al gomito;
portò il ferro sempre alzato in alto perchè di frode non si dubitasse.
E come lo ebbero tutti veduto, Romualdo ritorna presso la bigoncia dei
commissari, e lo lancia iteratamente in alto, facendo che netto
risuonasse al suolo. Poi lo riprende, lo rileva novellamente sulla
testa perchè tutti lo rivedessero intero, lo abbranca tra ambo le
mani, ed in due secondi senza sforzo, senza alterare il colore del
viso, come avesse rotta una ciambella, in due lo spezza, giusto nel
mezzo, ed ai giudici presenta i due pezzi, con lo stesso garbo, con la
stessa celerità che avrebbe messa un cerretano a fare scomparire due
bossoli.
--Bravo! bravo! grida la plebe: ed i giudici stessi lodarono sì la sua
forza che la sua destrezza.
Romualdo si appoggia delle spalle allo steccato ed aspetta.
Un araldo d'armi allora annunzia Pietro conte di Atenolfo, ed Astolfo
figliuolo di Marino Capece di Napoli. Nel sorteggio erano dessi usciti
dopo il milite. Entrarono in fatti i due signori accompagnati dagli
scudieri che recavano le spade e le mazze di acciaro. Anch'essi si
soggettarono alla cerimonia della visita. E poi gli era ben mestieri
che si fosse misurato il diametro dei manichi delle mazze rispettive;
e si trovò quello della mazza del conte Pietro un pollice e mezzo
circa, due pollici quello del sire di Marigliano Astolfo. Fatto ciò,
si portarono due ceppi nel mezzo dell'arena, sopra i quali ciascuno
collocò la sua mazza. Fu primo il conte Pietro a scagliare il colpo.
Alzò la daga lentamente sulla spalla sinistra, fissò il mezzo del
manico, ed il colpo cadde. La barra di acciaro è recisa quasi che
tutta; ma l'arma si rompe nell'elsa fra le mani del conte, di tal che
si accagionò questo incidente se intera non fu partita.
Il sire di Marigliano sorride, ed a volta sua alzando la spada, la si
vede corruscare per aria come baleno, la si ode sibilare e piombare
sul manico d'acciaro con la forza di un mangano. Ed una parte della
mazza era caduta da un lato del ceppo, l'altra dall'altro, messa in
due, netta come se fosse stata di neve.
I giudici applaudiscono al colpo poderoso, e la plebe grida forte:
_alleluia, alleluia!_ quasi avesse voluto adular quel signore. Del che
il conte Pietro adirato manda a dolersi col principe Gisulfo; e questi
ordina che fossero presi trenta di que' sciagurati e frustati, da
poichè e' non erano scesi nell'arena onde sollazzar la marmaglia e
togliere applausi da lei, ma per far generosa prova di chi meglio
avrebbe difesa la patria.
Il conte Pietro, che si era veduto umiliato da Astolfo, lo sfida alla
lotta. E' si credeva certo di vittoria, perciocchè statura gigantesca
aveva e membra robuste a petto di Astolfo, piccino anzi che no, e
segaligno. Il sire di Marigliano resta un istante titubante alla
sfida. Ma poscia, arrovetando la faccia, per solito pallida, accetta,
e senza pigliare indugi si cava il giubettino, e si colloca in
positura di aspettare l'assalto del nemico. A quell'inatteso
spettacolo i commissari ed il popolo si alzano per meglio osservare.
Ed in fatti il conte Pietro, vestito come si trovava di ferro, si
avventa sopra il sire di Marigliano per ghermirlo dal collo,
sollevarlo da terra, fargli perdere ogni equilibrio. Astolfo, al primo
assalto, sfugge il pericolo avvinchiandosi alle braccia di lui e lotta
di polsi onde ridurlo ad indietreggiare. Ma il conte sta fermo. Anzi
gli restituisce tal urto, che il meschino va a cader supino due passi
lontano. La sconfitta di Astolfo però è avvertita appena, tanto
sollecitamente risorge dal terreno e in piedi si mostra a fronte al
conte. Questi, confortato dal primo pegno di vittoria, ritorna per
aggavignarlo dal collo. E vi riesce, e lo solleva circa otto pollici
dal terreno. Astolfo allora sentitosi a quelle strette, gli si
attorciglia ai fianchi con le braccia, gl'involge le gambe tra le
gambe, e per tal modo lo stringe alla cintola che a poco a poco si
vede il conte Pietro allascare le braccia, la faccia da prima
s'impallidisce, poi colorasi a rosso, poi addiviene paonazza, poi
livida, infine si annerisce come la vôlta di un camino, strabuzza gli
occhi, il sangue gli rompe dalle narici e dalle orecchie, si spezza in
due, e cade resupino con Astolfo sul ventre.
E questi così fittamente si era attaccato al conte Pietro che le sue
braccia sembravano immedesimate nel corpo di lui. La corazza si era
avvallata sotto la pressione delle braccia, la spina dorsale si era
rotta, il conte Pietro era morto.
Cotal terribile prova fa restar tutti mutoli: e già si prevedeva che
il sire di Marigliano sarebbe stato il campione per combattere contro
il Normanno. Imperciocchè e' sembrava impossibile potersi dar saggio
di vigoria maggiore dei due che Astolfo ne aveva dati.
Egli si ritira alla tenda, dove aspettavano gli altri tenitori della
giostra, ed il corpo di Pietro conte di Atenolfo è menato via
dall'arena.
Gli araldi annunziano Baccelardo duca di Puglia e di Calabria. Perchè
questi siffattamente facevasi chiamare, agognando sempre ricuperare
gli Stati del padre suo Umfredo da Roberto usurpati.
Entrò nella lizza Baccelardo vestito di gabbano di velluto scarlatto,
avendo in una mano pennoncino dello stesso colore, e dall'altra uno
stocco lungo e sfilato somigliante tutto ad uno spiedo. E subito
appresso a lui vennero quattro scudieri, che menavano grosso toro nero
con la testa bendata, ed un cavallo leardo rotato, svelto, lungo,
vispo, che andava saltarellando dietro al palafreniere come un
levriere. Baccelardo vi salta sopra e comanda agli scudieri di
ritirarsi.
Egli allora si accosta alla bestia, si piega sul destriero, e con
l'elsa a croce dello stocco le strappa la benda. La luce del sole che
lo colpisce negli occhi fa restare il toro come stordito. Guarda il
popolo imbiettato nello steccato con torvo e lento sguardo, fiuta il
terreno, e con le zampe comincia a gittarselo alla pancia. Baccelardo
prima fa sventolargli innanzi del muso la banderuola rossa, poi lo
punge al fianco con lo stocco. Il toro mugnola ferocemente e non si
muove. Il cavaliere lo torna a tribulare in più parti con punture e
gli fa ripassare avanti agli occhi il rosso pennoncello. Ma anche
questa volta la bestia si contenta di far udire cupo muggito e pestare
dei piedi l'arena.
--Per l'anima mia! sclama Baccelardo, che torpido codardo animale!
E di bel nuovo forte lo punzecchia. Allora il toro tutto ad un tratto
dà un salto dal lato dove egli si trovava e gli va sopra. La presta
cavriuola che il giannetto spicca lo sottrae dal colpo cui giusto nel
bel mezzo del petto il corno formidabile aveva diretto. Baccelardo
fugge per lo steccato, sempre agitando la rossa banderuola, ed il toro
lo insegue. Infine questo si ferma e Baccelardo gli torna sopra ad
aizzarlo. E la belva novellamente ad inseguirlo sordamente,
orribilmente muggendo, ed egli a novellamente fuggire. Ma come il
cavaliere si fu accorto da quel muggito sordo e profondo, e dallo
scintillare dell'occhio, arroventato come carbone ardente, che il
parossismo del furore del toro toccava l'apice, e' si ritragge verso
la porta, dove stavano già presti gli scudieri, con le lance arrestate
per difendersi, e di un salto scendendo di cavallo lo consegna loro.
Quest'operazione fu l'affare di un minuto. Pure il toro, che all'altra
estremità della lizza lo puntava, incontanente gli corre addosso e si
trovarono l'uno a fronte dell'altro. Baccelardo adesso non solamente
non si ritrae, ma gitta lo stocco da un lato. Il selvaggio animale lo
fulmina prima di uno sguardo, indi piega la testa per menargli
terribile cornata. E di questa certo fuor fuori lo avrebbe passato e
slanciato a morir lontano sulle teste degli spettatori, se egli non si
trovava lesto a profittar di quella sfavorevole positura. Salta da un
lato, afferra il toro di una mano per un corno, sì che lo costringe a
ritorcere la testa, dall'altra per la coda irrequieta. Orribili ad
udirsi furono i mugghi della belva così disquilibrata e resa inabile
ad usar di sue forze. Perciocchè, chiunque una volta ha veduto una
_Corrida de toros_ sa, come a tutto disadatto sia questo in quella
situazione, e quali erano _las cositas_ che Pacquito Montes soleva
fare per _las sinoritas_ di Andalusia, ed io gliele vidi fare.
Infrattanto sforzi spaventevoli metteva la fiera onde raddrizzare il
capo, e palleggiarsi sulle corna l'ardito giovane; costui però,
puntando, soda ed inchiodata la teneva, e di un occhio feroce dominava
ed affascinava il sanguigno suo sguardo. Baccelardo allora descrive un
mezzo giro, costringe il toro, sempre in quella attitudine, a
seguirlo, lo trascina per l'arena fino innanzi alla tribuna dei
commissari. E come si è colà, mentre della mancina se lo teneva la
testa sommessa, con la destra gli scarica in un baleno fra le due
corna cotal pugno con la manopola di ferro, che l'animale dà in un
grido feroce ed a terra stramazza. Baccelardo tira quindi il pugnale,
sottile come uno spillo, e fra le due corna glielo caccia.
Tutti allora gridano: al miracolo, al miracolo; è uno stregone!! E le
donne segnatamente cominciavano a far delle croci a furia e
sclamavano: ecco il diavolo: _Iesus Maria!_ vedete là il diavolo.
In effetti, elleno non avevano torto. Dappoichè sull'impalcata che
copriva la tribuna dei commissarii, tutto ad un tratto si vede rizzare
un essere singolare, fino allora rimastovi accosciato. Colui aveva
piuttosto l'aspetto di satiro che di uomo. Della persona era basso,
scarno. I patimenti, e forse il digiuno, avevano consumato di sopra le
sue ossa ogni adipe, ogni succo inutile. Però egli era altresì restato
asciutto ed ossuto per modo, che i suoi tendini ed i suoi muscoli gli
si disegnavano sotto la pelle abbronzata, come in certi s. Bartolomei
che sogliono fare i pittori, per istomachevole e truce edificazione
dei fedeli. Il collo aveva toruto; la mano lunga, stecchita,
grandissima. Della faccia poi non distinguevasi gran cosa. Non aveva
che un dito di fronte e le livide labbra scoverte di pelo, tutto il di
più era irsuto di setolacce rossigne, folte e lunghe, che scomposte
gli piovevano sul petto--non escluso il naso piccino alzato della
punta verso la fronte. La quale fronte, bassa e stretta, circondava a
guisa di zona bianca, lenticolata, la testa piatta e schiacciata come
quella dei Samoiedi. In una parola, incarnava colui la figura di quel
pittore, il quale rimproverò il Caracci di non saper dipingere
animali, ed in animale dal Caracci fu ritratto, come nel museo
napolitano si può vedere.
Solo spiccatamente risaltavano in quel deforme capo due occhi
turchini, che vibranti e lucidi, quasi due fiaccole nel fondo di buia
caverna, rutilavano nell'orbita; poi i denti bianchissimi che
guarnivano una bocca, la quale fendeva la testa orizzontalmente in due
parti disuguali. Perocchè, tutto al rovescio degli altri uomini,
costui aveva corta altrettanto la metà del volto dalla bocca alla
fronte che lunga dalla bocca al mento.
Ei vestiva un giubbetto di cuoio di bufalo bollito, dall'attrito
raspato il pelo, dall'orgia e dall'incuria maculato in guisa da
sembrare screziato come il manto della tigre. Poi un paio di brache,
anche di cuoio di bufalo rattoppate di fresco a pelle di capra non
rasa dei peli. Alla cintura non portava arma, tranne il pugnale.
Costui era Laidulfo lo Zanni.
Laidulfo aveva veduto il prodigioso colpo di Baccelardo, ed il toro
atterrato. E' si lascia scorrere, della testa in giù, lungo uno
staggio che serviva da pilastro alla tribuna, e come un gatto salta
nello steccato. Ognuno pensò che, se colui non fosse davvero il
diavolo, non poteva mancar di essere per fermo una belva che si
avventava alla bestia uccisa per divorarla. Imperciocchè Laidulfo in
due salti è sul toro, ed afferratolo dai piedi, con gioia feroce
comincia a trascinarlo per la lizza. E' lo trasse fin presso la porta
di rincontro ai giudici. Dove essendo giunto, con ambo le mani apprese
ai piedi di dietro, sale sul parapetto di difesa che circondava il
recinto, solleva di terra la smisurata bestia, e principia a
dondolarla, a guisa di campana, a dritta ed a mancina. Indi mette uno
sforzo spropositato e la scaglia parecchi passi lontano da lui. Ciò
fatto dà novellamente un salto grottesco nell'arena, si slancia sulle
palizzate dall'altro lato, e dispare in un momento, come un momento
solo era durato l'apparizione e l'opera sua.
E la plebe che lo aveva riconosciuto e che per un suo eguale
simpatizzava, rompe ogni riguardo e grida bravo, _alleluia!_ Questo è
il campione che si voleva, viva Laidulfo il pazzo, Laidulfo il
buffone!
L'araldo interrompe le clamorose ovazioni, ed annunzia monsignor
Alfano arcivescovo di Salerno ed il principe Gisulfo.
I nostri lettori si ricorderanno senza dubbio con quali parole la sera
dell'orgia si separassero questi due signori, e come l'arcivescovo,
poeta famigerato ai tempi suoi e in seguito, fusse stato offeso
bestialmente dal principe. Non appena quindi un pochino di raggio
dell'alba si mise nella camera di Alfano, che tutta la notte, malgrado
il vino non aveva potuto chiuder pupilla, chiama a sè il suo maestro
di palazzo e manda a pregare Baccelardo si volesse compiacere a lui
venire. Al che, come Baccelardo ebbe obbedito, Alfano lo supplica di
recarsi incontanente in nome di lui, arcivescovo di Salerno, a sfidare
il principe per quella mattina, a primo transito o a tutta oltranza,
secondo a lui fosse gradito. Baccelardo gli fece da prima gravi
osservazioni. Però il prelato essendosi mostrato duro, gli fu giuoco
forza portarsi ad intimare la sfida. E Gisulfo, che uomo di cuore era,
l'accetta senza punto esitare, e decisero che si sarebbero battuti
quella mane stessa, nello steccato della prova.
Infatti montati ambedue sopra superbi cavalli e coverti di piastra e
di maglia entrano nella lizza. I loro scudieri portavano lance e
rotelle. I preliminari dell'abbattimento non furono lunghi. Convengono
subito che si sarebbero battuti fino che l'uno non fosse morto, o non
avesse dimandato mercè. Si situano quindi l'uno di rincontro
all'altro, avvegnachè lo steccato non fosse interamente atto a quella
pugna, perchè corto, e mettono in resta le lance dopo aversi attaccato
al collo gli scudi. Il maestro del campo fa suonare la tromba, e l'uno
sull'altro si rovescia. La prima corsa di lancia è fatale al principe:
perocchè la sua scivola sull'elmo di acciaro dell'arcivescovo, il
quale piegandosi, la schiva, e si va a piantar nel terreno. L'asta di
costui poi si rompe sul petto del principe dopo avergli forata la
rotella e la corazza, attraversata la maglia, e sfiorato alquanto le
costole. Gisulfo resta saldo sul cavallo: animosamente si tira dal
petto il mozzicone, e riprende la lancia che il suo scudiero gli
presenta. Novella lancia è data altresì ad Alfano, ed ai loro posti
ricollocansi. La seconda corsa è pure a disvantaggio di Gisulfo:
dappoichè egli fracassa l'asta sua sullo scudo dell'arcivescovo;
questi lo colpisce di tal poderosa maniera sulla corona principesca,
sormontante la celata, che rotte le gorgiere, lo fa percuotere delle
spalle sulla groppa del cavallo, e spiccar sangue dalle narici.
Il principe di Salerno sbuffava di modo orrendo così due volte
umiliato dall'offeso prelato. Si riprendono novelle lance, e si
situano per cominciar la terza corsa. Questa fiata però la fortuna è
diversa. L'asta dell'arcivescovo lambe il collo del principe,
sguizzando sulla polita spalliera, e va a ficcarsi nell'estremo della
groppa al cavallo; quella di Gisulfo passa Alfano da parte a parte dal
petto, lo ribocca, spezza le cinghie della sella, gli fa perder le
staffe, e sollevandolo di peso così infilzato, trascorre l'arena,
trascinato dal cavallo furioso per la ferita, e va a gittarlo sotto la
bigoncia dei commissarii.
Un grido di applausi fragoroso sbocca quasi involontario da ogni
banda. Gli spettatori giudicano unanimemente doversi a lui la palma
della vittoria.
Il misero arcivescovo intanto mormora le prime parole di quei versi
memorabili di Orazio: _Quo pius Eneas_, e muore--muore quale aveva
vissuto, valoroso cavaliere più che costumato ecclesiastico, fedele
fino all'ultimo respiro alla poesia, ad Orazio, al centenario Falerno,
che avevan formato la sua delizia invece della Bibbia.
Allora i giudici si riuniscono per decidere a cui spettasse l'onore
della pugna del domani contro il normanno campione. E primo il sire
del castello di Corneto si volge all'abate di Cluny per dimandargli
del suo parere. Ma l'abate, che si trovava sotto il dominio del suo
incubo sin dall'aprirsi della lotta, fraintende, e risponde:
--Il mio parere è che si seppellisca codesto arcivescovo, il quale è
morto da gagliardo dopo aver vissuto da epicureo. Ed egli è ben
mestieri che sappiate non intendere io per epicureo i settatori di
quella dottrina severa che stabiliva il filosofo di Samo, di cui
l'eloquente ed imaginoso Lucrezio sclamava: _Deus ille fuit, qui
princeps vitæ rationem invenit eam quæ nunc appellatur sapientia_; ma
quella sozza ed invereconda dottrina che professarono di poi i
discepoli suoi, e che Orazio, Petronio e Marziale cantarono, e che la
Chiesa condannò per canonizzare la sapienza del divino Aristotile. Ed
avvegnachè i precetti sublimi dello Stagirita sembrassero talora
eterodossi, perchè come il fulmine nasconde la sua luce nelle nuvole,
quel filosofo nasconde la sua sapienza tra le tenebre della parola;
non pertanto i santi Padri della Chiesa han convenuto, che niuna
dottrina meglio si addice alla santità dell'evangelo, i cui proseliti,
al dire di s. Giovan Crisostomo, son chiamati _fedeli, affinchè
mediante il disprezzo del ragionamento umano, alla grandezza della
fede si elevassero_. Io sovente ho meditate queste sante parole, e
della predestinata incomprensibilità di Aristotile mi son persuaso.
Pure non resterò mai dall'indagare cosa mai quell'onnipossente
intelletto intendesse con l'_entelechia_ e l'_univocazione
dell'essere_. Conciossiachè quel principio impalpabile, incorporeo,
etereo non ho saputo giammai conciliare come mai possa essere _essenza
della forma_, ed il _constituente dei corpi da cui ricevono
organizzazione_. Da poichè se è canone di logica che _dat nemo quod
non habet_.....
E molto Ugone avrebbe seguitato a dire. Ma gli altri quattro
commissarii, che vanamente avevano aspettato cavare un construtto da
questa cantafera, e che fosse infine venuto ad una conchiusione sul
fatto del campione, si tediano, e lasciandolo lì a predicare, si
tirano da un lato per giudicare la bisogna fra di loro. In effetti,
dopo alquanto di squittinio, e' decisero che:
« Al principe Gisulfo sarebbe toccato l'onore del combattimento per la
città di Salerno e le terre dipendenti dal principato, come quegli che
nella nobile lutta ogni altro aveva superato in vigore. Però essendo
stato egli ferito, ancorchè lievemente, ed essendo la pugna di
gravissimo peso, il suo posto si destinava al cavalier Baccelardo, il
quale non meno ardito e forte si era addimostrato.