Ito è così, e va senza riposo
Poi che morì: cotal moneta prende.
A soddisfar chi è di là tropp'oso--
_Purg._ II.
E dopo che l'abate si fu qualcosa rifrancato, ed ebbe bevuta una larga
sorsata di vino, continuò:
--Goccelino dunque corre subito alle scuderie, inforca il primo
cavallo che gli si para alla mano e vola a Roma. Cuno era partito
allora allora per l'abazia di Cluny. Goccelino gli tiene dietro.
Appena e' si arrestava la notte per dare un po' di strame alla
cavalcatura. Viaggiava solo, fosco come il turbine, furibondo come il
tigre. Egli fece periglioso e stentato viaggio, scavalcò montagne di
nevi eterne, valicò fiumi terribili, affrontò uragani, fame, incontro
di belve feroci; e sempre in una tetra tensione di spirito, superò
tutto, e giunse al monistero di Cluny. Non si nomò Chiese di Cuno suo
fratello; ma questi era assente. Intanto gli fu proferta ospitalità se
volesse attenderlo.
--Starà lungi molti dì? dimandò.
--Verrà stasera, gli risponde il frate portinaio, forse domani. Certo
non tarderà guari, perchè deve ricevere il voto di certi novizi che
debbono far professione, _Kirie eleison_! E siccome l'abate è a Goslar
con l'imperatore Enrico, il padre priore farà la funzione, _Christe
eleison_! Potete dunque attendere, ser cavaliere, se avete voglia del
riverendo priore, e gustare un gocciolo, _Kirie eleison_! che il
cellario può offrirvi buono come in ogni altro castello di barone.
_Kirie eleison! Christe eleison!_
--Avete detto che torna domani? replica Goccelino.
--Cosa avete, ser cavaliere? chiede inquieto il portinaio, vi
sentireste forse male? _Kirie eleison_! Gli è pur vero che il padre
priore con reliquie ed _agnus dei_, con miracoli e senza guarisce
infermi, _Christe eleison_! ma evvi ancora il vecchio padre Adalberto
che.....
--Addio, frate, grida l'altro, e volgegli il dorso.
--Goccelino scomparve. Il portinaio allampanato gli tiene dietro
dell'occhio; infine si segna di croce e sclama:
--Gran peccatore dovrà essere colui che per fermo veniva a confessarsi
al priore. _Christe eleison!_ La sua faccia però non è quella di un
contrito. _Kirie eleison!_ Ricusare anche un gotto! _Christe
eleison!_--io me ne intendo di queste botti: gran peccatore! pingue
furfante!
--Il brav'uomo che era quel portinaio, soggiunge l'arcivescovo. In un
mese che passai a Cluny mi fece cotto quarantadue volte.
--Ne abbiamo fatto un santo dell'ordine, sclama l'abate, e Dio l'ha
nel suo seno. Poi continua:
» Il priore infatti arrivò la sera, ma infermo. Il primo suo pensiero
fu di andare a ringraziare s. Benedetto del prospero esito della sua
spedizione, poi di cercare il letto.
» Al domani la chiesa rigurgitava di gente per contemplare la cerimonia
di quattro o cinque novizi che profferivano il voto. Un sacerdote
celebrò la messa. Finito l'evangelo i novizi si trassero avanti
l'altare. Allora dall'attigua sacrestia uscì un frate col capperuccio
calato per ricevere le loro promesse.
--Ah ci siamo, dice la principessa, io rabbrividisco di già.
--E vi è di che, riprende l'abate. Tutto il popolo infatti aveva
assistito con divozione alla messa; ma con più fervore di tutti,
giusto là presso ai balaustri di marmo del coro, avevano fissato un
cavaliero che della fronte piegata nelle mani, immobile, fervoroso
come un santo, aveva orato senza distogliersi mai.
--Birbo di santo! dice l'arcivescovo.
--Appena però si comincia la funzione della professione egli leva la
testa. E' sta un momento, un momento solo a squadrare il frate che la
compiva, indi di un lancio, come il gattopardo si avventa sulla preda,
si avventa su colui, e col pugnale lo trafigge alla nuca. Fu l'opera
di un baleno. Il povero cenobita manda un grido e cade supino. A
questa vista, Goccelino anch'esso si dà un colpo di mano sulla fronte:
poi come un fulmine passa per mezzo della gente atterrita, risale il
cavallo che gli teneva lesto un pitocco dietro il sagrato, e scompare.
Non era stato il priore che egli aveva ucciso.
--E chi dunque? dimanda la principessa di Salerno.
--Ma! un altro povero disgraziato di monaco, il quale aveva preso il
luogo di lui, ambasciato da febbre urente e trattenuto a letto.
--Demonio di un giovane! sclama l'arcivescovo di Salerno. _Enceladus
jaculatar audax!_
--Proprio un demonio, risponde l'abate, se vuolsi considerare
l'arditezza; ma buono quanto altri mai nel cuore. In effetti,
figuratevi se poche volte egli avesse versato il sangue sul campo di
battaglia! Eppure, il sangue di quell'innocente, sparso nel santuario
del Signore, pesò sull'anima dell'omicida come sull'anima di Caino
pesava quello del fratello. Egli erra qualche tempo alla ventura per
la Francia, ritorna nell'Italia, visita santuari, fa voti, cinge un
cilizio, si confessa con un santo. Ma vanamente, perocchè la pallida
spaventata faccia di quel frate gli stava sempre presente, sentiva
sempre alle spalle la voce di Dio che l'inseguiva gridando: omicida!
omicida!! Inoltre il padre di Bertradina ed il marchese di Toscana
avevano messa taglia alla sua testa, ed ei si vedeva perseguitato da
tutti--dall'ira degli uomini, cui temeva la meno, e dal castigo del
cielo. Così che si decide andare in pellegrinaggio a Gerusalemme.
--Lasciate il viaggio, ser abate, lo consiglia Guiberto, se no l'alba
ci coglie qui.
--Io non domando mica meglio. Non vi racconto dunque per minuto il
difficile e lungo viaggio, perchè già sento abusar soverchio della
cortesia di queste dame, e l'ore della notte inoltransi. Goccelino
compì il voto. Sul sepolcro di Cristo, la schiavina coperta di cenere,
il fianco allacciato da cilizio, pianse le sue peccata, si confessò,
fece spaventevole penitenza. Infine l'immagine del frate, e la voce di
Dio non lo perseguitarono più, ed ei si credette perdonato. Decise
tornare in Italia e comporsi cogli uomini, i quali non potevano
mostrarsi fieri dove che Iddio aveva accolto il suo pentimento. Sopra
galera veneziana s'imbarca dunque a Cesarea.
» Ostinata burrasca li travoglie lungamente. I corsari barbareschi
danno loro la caccia. Perigliano più volte andare a picco, e lunga
tormentosa agonia li travaglia. Infine un fil di vento forte li gitta
sulla spiaggia del Ionio, al lido di una terra di Calabria. I
Veneziani rimpalmano il legno e salpano per le venete lagune.
Goccelino, angustiato da febbre e stanco già di navigare, si arresta
quivi, sprovveduto di scorte e di panni. Si dirige quindi al castello.
--Qual castello? domanda Gisulfo.
--Uditemi, monsignore. A Cariati.
Il barone Giselberto, e la figliuola di lui Alberada si eran messi
allora allora a mensa. All'annunzio di un pellegrino, entrambi scendon
nella corte per riceverlo e menarlo al tinello. Il barone gli
scioglieva i sandali per lavargli i piedi, la giovinetta lo confortava
di differenti ristori. Goccelino rendeva loro mercè dell'ospitale
carità, e pregava che desistessero da quegli uffici.
Ma Giselberto dichiarava che, per lui, un palmiere figurava Iddio, e
perciò poco quanto gli potesse praticare.
--Bravo uomo! sclama Baccelardo. I Normanni non ebbero mai nè più
prode, nè più santo guerriero di lui.
--Infine l'infermo fu guidato al letto e vigilato con una amorevolezza
senza esempio. Eppure non gli avevano dimandato ancora nè del nome, nè
della condizione, nè d'onde venisse.
--La carità, figliuoli miei, è cieca.
--E più spesso sorda! dice l'arcivescovo sorridendo. L'abate prosegue:
--La malattia di Goccelino intanto volgeva al peggio, ed egli stesso
credeva di aver contratta la peste in Oriente. Però non nudriva alcuna
speranza di vita. Un giorno che più grave sentiva avvicinarsi l'ora
fatale, risolve scrivere a suo padre ed a suo suocero onde dimandare
loro perdono. Così fa, e le lettere partono per due vassalli che il
barone spicca.
Suo suocero lo aveva da lungo tempo perdonato--chè anzi non aveva mai
concepita veramente collera contro di lui, perchè anch'egli credeva
Bertradina colpevole, e braccheggiava dietro a Cuno, dentro Roma
sicuro e despota, per vendicare la seduzione della figlia. Bonizone,
giunto alla sua ora finale, agonizzava. Aveva presso di sè chiamato
Cuno, onde non passare al cospetto di Dio così sconfortato e deserto
di ambo i figliuoli. Cuno si era recato per dare al padre la
benedizione dei moribondi. La pietosa lettera di Goccelino arriva, li
commove entrambi. Bonizone lo benedice e spira.
--E la ragazza? dimanda la principessa di Salerno.
--La ragazza di Bertradina fu salva da Bonizone. Questi però non volle
tenerla presso di sè, sia che anch'egli credesse colpevole Cuno, sia
che gli premesse allontanare ogni memoria del vituperio. Aveva quindi
chiuso in un forzierino d'ebano il libro di ore di Bertradina, vi
aveva aggiunto una lettera d'invio della bambina, fatta da pubblico
tabellione di Soano, e l'aveva mandata a Cuno a Roma, per mezzo di un
pellegrino che si recava a Nostra Signora da Loreto e che aveva tolta
la missione di portarla. La fanciulla però non vi giunse e corse voce
che quel romeo l'uccidesse al colmo di mezzanotte, e del grasso
fecesse prezioso unguento pel male di luna.
--Oh! lo scellerato! sclama la principessa.
--E ve n'han tanti! dice l'abate. Cuno rese dunque gli ultimi ufficii
a suo padre, e si accinse a viaggio per le Calabrie, onde, se fosse a
tempo ancora, rinconciliarsi con l'illuso fratello, o ringraziare il
barone Giselberto e sua figlia della carità cristiana largheggiata al
pellegrino. I vassalli del barone gli tennero da guida.
--E rivide il fratello?
--Sì. Goccelino non era morto; chè anzi, mercè le amorevolezze di
Alberada e le mediche cognizioni di lei, riacquistava la salute e di
giorno in giorno volgeva alla convalescenza. Il barone non meno della
figliuola gli prodigò cure. Ma come lo vide mettersi sul meglio, lo
lasciò intero alla sapiente carità di Alberada, ed intese tutto alle
cacce ed ai banchetti cui e' grandemente amava.
--Il resto si prevede, dice Baccelardo,
--Ahimè, troppo, continua l'abate. La giovinetta passava lunghe ore al
governo dell'infermo, il quale, cominciandosi a riavere, raccontava
maravigliose storie di terra santa, e la pietosa iliade dei suoi
viaggi. Bella, ingenua, vereconda, lo ascoltava quella fanciulla, e
sovente versava lagrime di pietà. Dio la benedica. Dio conforti lunghi
anni quella pia, che io ebbi ventura conoscere ai suoi giorni felici!
Ah! non mai resterò dal piangere l'involontario male che io le feci.
--Era dessa bella? domanda la principessa.
--Ah, madonna, figuratevi che brillava come la stella del mattino.
Toccava appena la più fresca giovinezza, e nell'aria infantile del
sembiante le traspariva tale immaculato candore che inspirava nel
tempo stesso confidenza e venerazione religiosa. Ad una statura
vantaggiosa e svelta, talchè un cantore la pareggiò un dì ai cedri del
Libano di Salomone ed alla regina Saba, accoppiava un profilo
purissimo ed una carnagione bianca per modo che le venuzze cerulee del
seno vi si disegnavano sopra pallidamente. Il corruscare dello sguardo
ceruleo splendeva come i fuochi dell'opala, segnatamente quando
guardava alcuno dell'abituale sua benevolenza, lo che le dava qualche
cosa di non terreno, come quelle apparizioni di anime celesti di cui
si racconta nelle leggende, ovvero di quelle fate che proteggono le
difficili avventure di un paladino, come nei circoli della sera
sogliamo udire a narrare dai menestrieri. Non dico nulla poi della
soave melode della voce e della parola cortese che perenne le volava
dalle labbra. Allora io mi convinsi della dottrina del veggente di
Stagira, che l'anima occupa ogni parte del corpo secondo la totalità
della sua perfezione e della sua essenza, non già secondo la totalità
delle sue facoltà.
--Ser abate, si direbbe per Dio che voi l'amaste, dice il priore.
--Non sarebbe già la prima testa bianca ed il primo cuore freddo che
ciò abbia fatto, risponde l'abate.
Tanta bellezza dunque--e nei paesi, e nelle corti di Europa, perdonate
bellissime dame, io nulla mai vidi di somigliante--infiammarono
l'anima di Goccelino. Avrebbe voluto essere imperatore per elevarla
fino a lui! Divisava però, come col fratello si aprì, recarsi alla
corte di Germania, e supplicare Enrico di concedergli tanta parte dei
suoi favori da poterla impalmare. L'avesse pur fatto, chè quella donna
forse lo avrebbe tornato a virtù!
--Sì, mormora il priore, l'avesse pur fatto.
--Che può l'uomo, sclama l'abate d'accento commosso, quando Iddio
diversamente divisa? Dio infatti, nei suoi riposti consigli disponeva
diversamente. Ella era già fidanzata a Roberto Guiscardo.
Cuno giunse al castello. Tenera, effusiva dalla parte di Goccelino fu
la riconciliazione. Cuno lo perdonò. Vide anch'egli intanto la
giovinetta: seppe i pensieri di suo fratello. E fosse stato che Cuno
palpitasse pei giorni di quella fanciulla, con un uomo che tanto
ingiusto e brutale con Bertradina si era addimostrato, fosse stato
pietà di quella vergine pura, la quale, avvegnachè con solenne
promessa già fidanzata, sembrava sorbire lenta seduzione da Goccelino,
fosse stato infine che quel cuore di ferro anch'e' una volta si
schiudesse a teneri affetti, e per la prima fiata sentisse dolce moto;
certo, Cuno cominciò a colloquire più spesso con la fanciulla, e le
raccontava storie d'incauti affetti, e la teneva lungi da Goccelino
con parole scaltre.
--Ser abate, gli dice Alberada sotto voce all'orecchio, rammentatevi
che siete per isvelare la confessione di un uomo terribile.
--E chi lo dimenticherebbe? risponde l'abate segnandosi della croce.
Indi continua:
--Goccelino si avvide di quelle pratiche e qualche sospetto gli si
andava insinuando nell'animo. Si era levato già di letto, ed in parte
aveva racquistate le forze.
Una sera che costui, addossato ad un davanzale di finestra contemplava
malinconico tramonto, di sopra la sua testa, tra il merlato di una
torricella, Cuno ed Alberada favellavano. Le loro parole non si
udivano distinte, nè le pronunziavano tutte sul medesimo tuono. Ma
Goccelino ne udì tanto che l'anima si senti lacerare e rivivere nei
feroci affetti. Cuno, per compiutamente salvarla da suo fratello,
raccontava alla fanciulla normanna la storia di Bertradina. Goccelino
non proferì motto. La sera si addimostrò anzi lieto più del consueto e
più facondo; al fratello, che immaginava già cotto di quella donzella,
disse mille cose amorevoli. La notte però, mentre Cuno dormiva, egli
cerca della stanza di lui, e con sorriso feroce e diabolica voluttà
gli fa sulla persona tale oltraggio che fa inorridire e che mi è legge
per pudore celare. Nel castello intanto si parlò solamente di
pericoloso colpo di pugnale.
--Mio Dio! mormora Alberada sommessa.
--Indi scende alle scuderie, continua l'abate e simulando ordine
premuroso del barone, si fa aprire le porte del castello e fugge in
Germania--dove l'imperatore lo accoglie con ogni amorevolezza, e gli
tiene la parola datagli a Parma.
Il povero Ildebrando intanto......
--Ildebrando? sclamarono Gisulfo ed altri parecchi della mensa; gli è
dunque di lui e di suo fratello Guiberto, qui con noi, che racconta la
vostra leggenda, ser abate? Non ci eravamo dunque apposti nel
sospetto.
--No, baroni, scompigliato balbetta l'abate. Poi, rimettendosi,
soggiunge: io aveva altrove fisa la mente, e quel nome mi volò dalle
labbra scioperatamente. Non è di lui che io favello, non è di lui.
Altri sventurati volle Iddio provare coi fatti che io sono stato
costretto a narrare.
--Bene sta, ser abate, bene sta, freddamente dice Gisulfo; andate
innanzi, perchè noi sappiamo oggimai distinguere l'astore dall'airone.
E l'abate tutto rosso e mortificato proseguì:
--Il povero Cuno intanto dal sonno cadde nello svenimento. E per fermo
di emorragia sarebbe morto, se al maestro delle scuderie non nasceva
tardo dubbio di verificare, se veramente il barone avesse data quella
notturna commissione al favorito palmiere. Il maestro delle scuderie,
vecchio torpido e credulo, va su all'appartamento del barone e lo fa
risvegliare. Giselberto forte s'indigna della soverchieria che si
pensa fatta per trappolargli un cavallo, e manda a vedere alla camera
dell'altro fratello. Allo spettacolo miserando si commuove ognuno.
Tutto il castello si caccia sossopra, si mette in opera ogni
sollecitudine per aiutare il disgraziato. Cuno in effetti rinviene, e
domanda di Goccelino. Gli narrano della fuga di lui. Egli allora col
residuo di forze che rimanevangli, si rizza sul letto e di voce
vacillante susurra:
--Ascoltami Iddio, ascoltatemi Gesù Cristo, e vergine Maria, ascoltate
tutti, santi del cielo, angeli ed arcangeli, troni e dominazioni, il
sacramento che io fo. Se di questa ferita non muoio, possano le mie
ossa non avere quiete nel sepolcro, possa mancarmi il cibo alla fame,
l'acqua alla sete, il sonno alle pupille, possano i demonii
impossessarsi dell'anima mia e straziarla di rimorsi e di paure finchè
vivo, e col fuoco eterno dopo la morte, se non mi vendico di mio
fratello--fossimo entrambi a morire sul medesimo letto, fossimo
entrambi a comunicarci al medesimo altare--giuro di non perdonargli
mai, mai, mai!
--Mai! sclama fra sè Alberada colpita, mio Dio! che si richiede dunque
da me?
--Baroni, ecco la storia che io contai a Melfi, soggiunse l'abate di
Cluny, Cuno non morì. Roberto Guiscardo subito dopo sposò Alberada.
Innocente come era ed angosciata per doversi separare dal padre, la
santa fanciulla quasi invita lo seguitò all'altare. Questa memoria,
udendo il mio racconto, allucina Roberto, che appone ad amore per
altrui il pietoso stato dell'animo di colei, la quale avrebbe tolto
anzi morire che dipartirsi dal padre suo. Alberada fu ripudiata.
Decidete or voi, monsignore, se la verità noi favellammo.
--Vi domando perdono, ser abate, risponde Gisulfo, se vi aspreggiai di
parole, ed a voi altresì, priore di Lacedonia. Roberto agì da
forsennato. Alberada era innocente.
E sì dicendo il principe Gisulfo porgeva una mano all'abate, un'altra
al priore, e si alzava dalla mensa. I suoi ospiti lo seguivano. Allora
a lui si para innanzi l'arcivescovo di Salerno, Alfano, e dice:
--Ed a me, monsignore, a me non dimandate voi perdono dell'avermi
detto mentitore?
--A voi, messer arcivescovo, che ardiste dare del pazzo a nostra
sorella, fiero risponde Gisulfo, a voi non solo non dimandiamo scusa,
ma aggiungiamo che siete uno scimunito ubriaco.
Alfano a quelle brutali parole corrusca negli sguardi, e portando la
mano al fianco, dove soleva tenere il pugnale, fa due passi verso il
principe. Poi tutto ad un tratto ristà e dice:
--A domani, principe Gisulfo.
La principessa intanto dimandava:
--E Cuno ha perdonato il fratel suo, messer abate?
A questa domanda Ugone sembra interdetto. Ei resta un momento a
riflettere, poi risponde:
--L'ha perdonato.
--Mai! mai! sclama Alberada fra sè, uscendo dalla sala, mio Dio! che
si richiedeva dunque da me!
Allora sotto l'uscio della stanza il priore le si accosta all'orecchio
e dice:
--Alberada, deggio favellarti.
A quella voce ella si scuote: retrocede da prima, poi si accosta, e
presa da subito tremito che le invade tutta la persona, risponde:
--Non è più tempo, Guiberto, guárdati: fuggi--le terre d'Italia non
sono più per te.
Le nostre leggitrici han già del pari compreso che Cuno era
Ildebrando, ora Gregorio VII; Goccelino, Guiberto priore di Lacedonia.