VII.

Ito è così, e va senza riposo

Poi che morì: cotal moneta prende.

A soddisfar chi è di là tropp'oso--

_Purg._ II.

E dopo che l'abate si fu qualcosa rifrancato, ed ebbe bevuta una larga

sorsata di vino, continuò:

--Goccelino dunque corre subito alle scuderie, inforca il primo

cavallo che gli si para alla mano e vola a Roma. Cuno era partito

allora allora per l'abazia di Cluny. Goccelino gli tiene dietro.

Appena e' si arrestava la notte per dare un po' di strame alla

cavalcatura. Viaggiava solo, fosco come il turbine, furibondo come il

tigre. Egli fece periglioso e stentato viaggio, scavalcò montagne di

nevi eterne, valicò fiumi terribili, affrontò uragani, fame, incontro

di belve feroci; e sempre in una tetra tensione di spirito, superò

tutto, e giunse al monistero di Cluny. Non si nomò Chiese di Cuno suo

fratello; ma questi era assente. Intanto gli fu proferta ospitalità se

volesse attenderlo.

--Starà lungi molti dì? dimandò.

--Verrà stasera, gli risponde il frate portinaio, forse domani. Certo

non tarderà guari, perchè deve ricevere il voto di certi novizi che

debbono far professione, _Kirie eleison_! E siccome l'abate è a Goslar

con l'imperatore Enrico, il padre priore farà la funzione, _Christe

eleison_! Potete dunque attendere, ser cavaliere, se avete voglia del

riverendo priore, e gustare un gocciolo, _Kirie eleison_! che il

cellario può offrirvi buono come in ogni altro castello di barone.

_Kirie eleison! Christe eleison!_

--Avete detto che torna domani? replica Goccelino.

--Cosa avete, ser cavaliere? chiede inquieto il portinaio, vi

sentireste forse male? _Kirie eleison_! Gli è pur vero che il padre

priore con reliquie ed _agnus dei_, con miracoli e senza guarisce

infermi, _Christe eleison_! ma evvi ancora il vecchio padre Adalberto

che.....

--Addio, frate, grida l'altro, e volgegli il dorso.

--Goccelino scomparve. Il portinaio allampanato gli tiene dietro

dell'occhio; infine si segna di croce e sclama:

--Gran peccatore dovrà essere colui che per fermo veniva a confessarsi

al priore. _Christe eleison!_ La sua faccia però non è quella di un

contrito. _Kirie eleison!_ Ricusare anche un gotto! _Christe

eleison!_--io me ne intendo di queste botti: gran peccatore! pingue

furfante!

--Il brav'uomo che era quel portinaio, soggiunge l'arcivescovo. In un

mese che passai a Cluny mi fece cotto quarantadue volte.

--Ne abbiamo fatto un santo dell'ordine, sclama l'abate, e Dio l'ha

nel suo seno. Poi continua:

» Il priore infatti arrivò la sera, ma infermo. Il primo suo pensiero

fu di andare a ringraziare s. Benedetto del prospero esito della sua

spedizione, poi di cercare il letto.

» Al domani la chiesa rigurgitava di gente per contemplare la cerimonia

di quattro o cinque novizi che profferivano il voto. Un sacerdote

celebrò la messa. Finito l'evangelo i novizi si trassero avanti

l'altare. Allora dall'attigua sacrestia uscì un frate col capperuccio

calato per ricevere le loro promesse.

--Ah ci siamo, dice la principessa, io rabbrividisco di già.

--E vi è di che, riprende l'abate. Tutto il popolo infatti aveva

assistito con divozione alla messa; ma con più fervore di tutti,

giusto là presso ai balaustri di marmo del coro, avevano fissato un

cavaliero che della fronte piegata nelle mani, immobile, fervoroso

come un santo, aveva orato senza distogliersi mai.

--Birbo di santo! dice l'arcivescovo.

--Appena però si comincia la funzione della professione egli leva la

testa. E' sta un momento, un momento solo a squadrare il frate che la

compiva, indi di un lancio, come il gattopardo si avventa sulla preda,

si avventa su colui, e col pugnale lo trafigge alla nuca. Fu l'opera

di un baleno. Il povero cenobita manda un grido e cade supino. A

questa vista, Goccelino anch'esso si dà un colpo di mano sulla fronte:

poi come un fulmine passa per mezzo della gente atterrita, risale il

cavallo che gli teneva lesto un pitocco dietro il sagrato, e scompare.

Non era stato il priore che egli aveva ucciso.

--E chi dunque? dimanda la principessa di Salerno.

--Ma! un altro povero disgraziato di monaco, il quale aveva preso il

luogo di lui, ambasciato da febbre urente e trattenuto a letto.

--Demonio di un giovane! sclama l'arcivescovo di Salerno. _Enceladus

jaculatar audax!_

--Proprio un demonio, risponde l'abate, se vuolsi considerare

l'arditezza; ma buono quanto altri mai nel cuore. In effetti,

figuratevi se poche volte egli avesse versato il sangue sul campo di

battaglia! Eppure, il sangue di quell'innocente, sparso nel santuario

del Signore, pesò sull'anima dell'omicida come sull'anima di Caino

pesava quello del fratello. Egli erra qualche tempo alla ventura per

la Francia, ritorna nell'Italia, visita santuari, fa voti, cinge un

cilizio, si confessa con un santo. Ma vanamente, perocchè la pallida

spaventata faccia di quel frate gli stava sempre presente, sentiva

sempre alle spalle la voce di Dio che l'inseguiva gridando: omicida!

omicida!! Inoltre il padre di Bertradina ed il marchese di Toscana

avevano messa taglia alla sua testa, ed ei si vedeva perseguitato da

tutti--dall'ira degli uomini, cui temeva la meno, e dal castigo del

cielo. Così che si decide andare in pellegrinaggio a Gerusalemme.

--Lasciate il viaggio, ser abate, lo consiglia Guiberto, se no l'alba

ci coglie qui.

--Io non domando mica meglio. Non vi racconto dunque per minuto il

difficile e lungo viaggio, perchè già sento abusar soverchio della

cortesia di queste dame, e l'ore della notte inoltransi. Goccelino

compì il voto. Sul sepolcro di Cristo, la schiavina coperta di cenere,

il fianco allacciato da cilizio, pianse le sue peccata, si confessò,

fece spaventevole penitenza. Infine l'immagine del frate, e la voce di

Dio non lo perseguitarono più, ed ei si credette perdonato. Decise

tornare in Italia e comporsi cogli uomini, i quali non potevano

mostrarsi fieri dove che Iddio aveva accolto il suo pentimento. Sopra

galera veneziana s'imbarca dunque a Cesarea.

» Ostinata burrasca li travoglie lungamente. I corsari barbareschi

danno loro la caccia. Perigliano più volte andare a picco, e lunga

tormentosa agonia li travaglia. Infine un fil di vento forte li gitta

sulla spiaggia del Ionio, al lido di una terra di Calabria. I

Veneziani rimpalmano il legno e salpano per le venete lagune.

Goccelino, angustiato da febbre e stanco già di navigare, si arresta

quivi, sprovveduto di scorte e di panni. Si dirige quindi al castello.

--Qual castello? domanda Gisulfo.

--Uditemi, monsignore. A Cariati.

Il barone Giselberto, e la figliuola di lui Alberada si eran messi

allora allora a mensa. All'annunzio di un pellegrino, entrambi scendon

nella corte per riceverlo e menarlo al tinello. Il barone gli

scioglieva i sandali per lavargli i piedi, la giovinetta lo confortava

di differenti ristori. Goccelino rendeva loro mercè dell'ospitale

carità, e pregava che desistessero da quegli uffici.

Ma Giselberto dichiarava che, per lui, un palmiere figurava Iddio, e

perciò poco quanto gli potesse praticare.

--Bravo uomo! sclama Baccelardo. I Normanni non ebbero mai nè più

prode, nè più santo guerriero di lui.

--Infine l'infermo fu guidato al letto e vigilato con una amorevolezza

senza esempio. Eppure non gli avevano dimandato ancora nè del nome, nè

della condizione, nè d'onde venisse.

--La carità, figliuoli miei, è cieca.

--E più spesso sorda! dice l'arcivescovo sorridendo. L'abate prosegue:

--La malattia di Goccelino intanto volgeva al peggio, ed egli stesso

credeva di aver contratta la peste in Oriente. Però non nudriva alcuna

speranza di vita. Un giorno che più grave sentiva avvicinarsi l'ora

fatale, risolve scrivere a suo padre ed a suo suocero onde dimandare

loro perdono. Così fa, e le lettere partono per due vassalli che il

barone spicca.

Suo suocero lo aveva da lungo tempo perdonato--chè anzi non aveva mai

concepita veramente collera contro di lui, perchè anch'egli credeva

Bertradina colpevole, e braccheggiava dietro a Cuno, dentro Roma

sicuro e despota, per vendicare la seduzione della figlia. Bonizone,

giunto alla sua ora finale, agonizzava. Aveva presso di sè chiamato

Cuno, onde non passare al cospetto di Dio così sconfortato e deserto

di ambo i figliuoli. Cuno si era recato per dare al padre la

benedizione dei moribondi. La pietosa lettera di Goccelino arriva, li

commove entrambi. Bonizone lo benedice e spira.

--E la ragazza? dimanda la principessa di Salerno.

--La ragazza di Bertradina fu salva da Bonizone. Questi però non volle

tenerla presso di sè, sia che anch'egli credesse colpevole Cuno, sia

che gli premesse allontanare ogni memoria del vituperio. Aveva quindi

chiuso in un forzierino d'ebano il libro di ore di Bertradina, vi

aveva aggiunto una lettera d'invio della bambina, fatta da pubblico

tabellione di Soano, e l'aveva mandata a Cuno a Roma, per mezzo di un

pellegrino che si recava a Nostra Signora da Loreto e che aveva tolta

la missione di portarla. La fanciulla però non vi giunse e corse voce

che quel romeo l'uccidesse al colmo di mezzanotte, e del grasso

fecesse prezioso unguento pel male di luna.

--Oh! lo scellerato! sclama la principessa.

--E ve n'han tanti! dice l'abate. Cuno rese dunque gli ultimi ufficii

a suo padre, e si accinse a viaggio per le Calabrie, onde, se fosse a

tempo ancora, rinconciliarsi con l'illuso fratello, o ringraziare il

barone Giselberto e sua figlia della carità cristiana largheggiata al

pellegrino. I vassalli del barone gli tennero da guida.

--E rivide il fratello?

--Sì. Goccelino non era morto; chè anzi, mercè le amorevolezze di

Alberada e le mediche cognizioni di lei, riacquistava la salute e di

giorno in giorno volgeva alla convalescenza. Il barone non meno della

figliuola gli prodigò cure. Ma come lo vide mettersi sul meglio, lo

lasciò intero alla sapiente carità di Alberada, ed intese tutto alle

cacce ed ai banchetti cui e' grandemente amava.

--Il resto si prevede, dice Baccelardo,

--Ahimè, troppo, continua l'abate. La giovinetta passava lunghe ore al

governo dell'infermo, il quale, cominciandosi a riavere, raccontava

maravigliose storie di terra santa, e la pietosa iliade dei suoi

viaggi. Bella, ingenua, vereconda, lo ascoltava quella fanciulla, e

sovente versava lagrime di pietà. Dio la benedica. Dio conforti lunghi

anni quella pia, che io ebbi ventura conoscere ai suoi giorni felici!

Ah! non mai resterò dal piangere l'involontario male che io le feci.

--Era dessa bella? domanda la principessa.

--Ah, madonna, figuratevi che brillava come la stella del mattino.

Toccava appena la più fresca giovinezza, e nell'aria infantile del

sembiante le traspariva tale immaculato candore che inspirava nel

tempo stesso confidenza e venerazione religiosa. Ad una statura

vantaggiosa e svelta, talchè un cantore la pareggiò un dì ai cedri del

Libano di Salomone ed alla regina Saba, accoppiava un profilo

purissimo ed una carnagione bianca per modo che le venuzze cerulee del

seno vi si disegnavano sopra pallidamente. Il corruscare dello sguardo

ceruleo splendeva come i fuochi dell'opala, segnatamente quando

guardava alcuno dell'abituale sua benevolenza, lo che le dava qualche

cosa di non terreno, come quelle apparizioni di anime celesti di cui

si racconta nelle leggende, ovvero di quelle fate che proteggono le

difficili avventure di un paladino, come nei circoli della sera

sogliamo udire a narrare dai menestrieri. Non dico nulla poi della

soave melode della voce e della parola cortese che perenne le volava

dalle labbra. Allora io mi convinsi della dottrina del veggente di

Stagira, che l'anima occupa ogni parte del corpo secondo la totalità

della sua perfezione e della sua essenza, non già secondo la totalità

delle sue facoltà.

--Ser abate, si direbbe per Dio che voi l'amaste, dice il priore.

--Non sarebbe già la prima testa bianca ed il primo cuore freddo che

ciò abbia fatto, risponde l'abate.

Tanta bellezza dunque--e nei paesi, e nelle corti di Europa, perdonate

bellissime dame, io nulla mai vidi di somigliante--infiammarono

l'anima di Goccelino. Avrebbe voluto essere imperatore per elevarla

fino a lui! Divisava però, come col fratello si aprì, recarsi alla

corte di Germania, e supplicare Enrico di concedergli tanta parte dei

suoi favori da poterla impalmare. L'avesse pur fatto, chè quella donna

forse lo avrebbe tornato a virtù!

--Sì, mormora il priore, l'avesse pur fatto.

--Che può l'uomo, sclama l'abate d'accento commosso, quando Iddio

diversamente divisa? Dio infatti, nei suoi riposti consigli disponeva

diversamente. Ella era già fidanzata a Roberto Guiscardo.

Cuno giunse al castello. Tenera, effusiva dalla parte di Goccelino fu

la riconciliazione. Cuno lo perdonò. Vide anch'egli intanto la

giovinetta: seppe i pensieri di suo fratello. E fosse stato che Cuno

palpitasse pei giorni di quella fanciulla, con un uomo che tanto

ingiusto e brutale con Bertradina si era addimostrato, fosse stato

pietà di quella vergine pura, la quale, avvegnachè con solenne

promessa già fidanzata, sembrava sorbire lenta seduzione da Goccelino,

fosse stato infine che quel cuore di ferro anch'e' una volta si

schiudesse a teneri affetti, e per la prima fiata sentisse dolce moto;

certo, Cuno cominciò a colloquire più spesso con la fanciulla, e le

raccontava storie d'incauti affetti, e la teneva lungi da Goccelino

con parole scaltre.

--Ser abate, gli dice Alberada sotto voce all'orecchio, rammentatevi

che siete per isvelare la confessione di un uomo terribile.

--E chi lo dimenticherebbe? risponde l'abate segnandosi della croce.

Indi continua:

--Goccelino si avvide di quelle pratiche e qualche sospetto gli si

andava insinuando nell'animo. Si era levato già di letto, ed in parte

aveva racquistate le forze.

Una sera che costui, addossato ad un davanzale di finestra contemplava

malinconico tramonto, di sopra la sua testa, tra il merlato di una

torricella, Cuno ed Alberada favellavano. Le loro parole non si

udivano distinte, nè le pronunziavano tutte sul medesimo tuono. Ma

Goccelino ne udì tanto che l'anima si senti lacerare e rivivere nei

feroci affetti. Cuno, per compiutamente salvarla da suo fratello,

raccontava alla fanciulla normanna la storia di Bertradina. Goccelino

non proferì motto. La sera si addimostrò anzi lieto più del consueto e

più facondo; al fratello, che immaginava già cotto di quella donzella,

disse mille cose amorevoli. La notte però, mentre Cuno dormiva, egli

cerca della stanza di lui, e con sorriso feroce e diabolica voluttà

gli fa sulla persona tale oltraggio che fa inorridire e che mi è legge

per pudore celare. Nel castello intanto si parlò solamente di

pericoloso colpo di pugnale.

--Mio Dio! mormora Alberada sommessa.

--Indi scende alle scuderie, continua l'abate e simulando ordine

premuroso del barone, si fa aprire le porte del castello e fugge in

Germania--dove l'imperatore lo accoglie con ogni amorevolezza, e gli

tiene la parola datagli a Parma.

Il povero Ildebrando intanto......

--Ildebrando? sclamarono Gisulfo ed altri parecchi della mensa; gli è

dunque di lui e di suo fratello Guiberto, qui con noi, che racconta la

vostra leggenda, ser abate? Non ci eravamo dunque apposti nel

sospetto.

--No, baroni, scompigliato balbetta l'abate. Poi, rimettendosi,

soggiunge: io aveva altrove fisa la mente, e quel nome mi volò dalle

labbra scioperatamente. Non è di lui che io favello, non è di lui.

Altri sventurati volle Iddio provare coi fatti che io sono stato

costretto a narrare.

--Bene sta, ser abate, bene sta, freddamente dice Gisulfo; andate

innanzi, perchè noi sappiamo oggimai distinguere l'astore dall'airone.

E l'abate tutto rosso e mortificato proseguì:

--Il povero Cuno intanto dal sonno cadde nello svenimento. E per fermo

di emorragia sarebbe morto, se al maestro delle scuderie non nasceva

tardo dubbio di verificare, se veramente il barone avesse data quella

notturna commissione al favorito palmiere. Il maestro delle scuderie,

vecchio torpido e credulo, va su all'appartamento del barone e lo fa

risvegliare. Giselberto forte s'indigna della soverchieria che si

pensa fatta per trappolargli un cavallo, e manda a vedere alla camera

dell'altro fratello. Allo spettacolo miserando si commuove ognuno.

Tutto il castello si caccia sossopra, si mette in opera ogni

sollecitudine per aiutare il disgraziato. Cuno in effetti rinviene, e

domanda di Goccelino. Gli narrano della fuga di lui. Egli allora col

residuo di forze che rimanevangli, si rizza sul letto e di voce

vacillante susurra:

--Ascoltami Iddio, ascoltatemi Gesù Cristo, e vergine Maria, ascoltate

tutti, santi del cielo, angeli ed arcangeli, troni e dominazioni, il

sacramento che io fo. Se di questa ferita non muoio, possano le mie

ossa non avere quiete nel sepolcro, possa mancarmi il cibo alla fame,

l'acqua alla sete, il sonno alle pupille, possano i demonii

impossessarsi dell'anima mia e straziarla di rimorsi e di paure finchè

vivo, e col fuoco eterno dopo la morte, se non mi vendico di mio

fratello--fossimo entrambi a morire sul medesimo letto, fossimo

entrambi a comunicarci al medesimo altare--giuro di non perdonargli

mai, mai, mai!

--Mai! sclama fra sè Alberada colpita, mio Dio! che si richiede dunque

da me?

--Baroni, ecco la storia che io contai a Melfi, soggiunse l'abate di

Cluny, Cuno non morì. Roberto Guiscardo subito dopo sposò Alberada.

Innocente come era ed angosciata per doversi separare dal padre, la

santa fanciulla quasi invita lo seguitò all'altare. Questa memoria,

udendo il mio racconto, allucina Roberto, che appone ad amore per

altrui il pietoso stato dell'animo di colei, la quale avrebbe tolto

anzi morire che dipartirsi dal padre suo. Alberada fu ripudiata.

Decidete or voi, monsignore, se la verità noi favellammo.

--Vi domando perdono, ser abate, risponde Gisulfo, se vi aspreggiai di

parole, ed a voi altresì, priore di Lacedonia. Roberto agì da

forsennato. Alberada era innocente.

E sì dicendo il principe Gisulfo porgeva una mano all'abate, un'altra

al priore, e si alzava dalla mensa. I suoi ospiti lo seguivano. Allora

a lui si para innanzi l'arcivescovo di Salerno, Alfano, e dice:

--Ed a me, monsignore, a me non dimandate voi perdono dell'avermi

detto mentitore?

--A voi, messer arcivescovo, che ardiste dare del pazzo a nostra

sorella, fiero risponde Gisulfo, a voi non solo non dimandiamo scusa,

ma aggiungiamo che siete uno scimunito ubriaco.

Alfano a quelle brutali parole corrusca negli sguardi, e portando la

mano al fianco, dove soleva tenere il pugnale, fa due passi verso il

principe. Poi tutto ad un tratto ristà e dice:

--A domani, principe Gisulfo.

La principessa intanto dimandava:

--E Cuno ha perdonato il fratel suo, messer abate?

A questa domanda Ugone sembra interdetto. Ei resta un momento a

riflettere, poi risponde:

--L'ha perdonato.

--Mai! mai! sclama Alberada fra sè, uscendo dalla sala, mio Dio! che

si richiedeva dunque da me!

Allora sotto l'uscio della stanza il priore le si accosta all'orecchio

e dice:

--Alberada, deggio favellarti.

A quella voce ella si scuote: retrocede da prima, poi si accosta, e

presa da subito tremito che le invade tutta la persona, risponde:

--Non è più tempo, Guiberto, guárdati: fuggi--le terre d'Italia non

sono più per te.

Le nostre leggitrici han già del pari compreso che Cuno era

Ildebrando, ora Gregorio VII; Goccelino, Guiberto priore di Lacedonia.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 24 / 35 题