Elle a voulu sa perte, elle a sû m'y forcer;
Que l'on me venge. Allons, il n'y faut plus penser.
Helas! j'aurais voulu vivre et mourir pour elle;
A quoi m'as-tu réduit, epouse criminelle?
VOLTAIRE--_Marianne_.
--Dovete dunque sapere, mie belle dame, che in una piccola terra di
Toscana, non ha molti anni, viveva un falegname, povero ma distinto
per pensieri onesti. Dio aveva confortato il suo letto maritale di due
figliuoli. Il maggiore, chiamato Cuno, aveva indole, figuratevi!
tenebrosa e selvaggia come toro non domesticato, carattere altero,
indomito, e sopra ogni credere ostinato e tenace nel suo proponimento.
L'altro poi, Goccelino, di otto anni più giovane di Cuno, era un
folletto, vispo, franco, sempre vago di piaceri e di armi, generoso e
liberale come poteva. Perciocchè il corpo, giusta le dottrine del
santo padre Aristotile, prende la qualità dall'elemento che prepondera
e sovrabbonda; ed in Goccelino sovrabbondava il fuoco che è misto a
tutti i sentimenti o a nessuno.
--Volete voi sì o no lasciar da banda codesto Aristotile, cui nessuno
conosce fra i principi longobardi o normanni? l'interrompe Gisulfo.
--Egli era greco, esclama semplicemente l'abate. Or bene, questa
opposizione di carattere dei due figliuoli non è a dirsi se
contristasse il Bonizone, il quale, uno almeno dei fanciulli,
destinava per l'arte sua. Ma il primo pensava solo da mane a sera a
far sgorbi sulla segatura, quasi volesse scrivere. Ed in fatti si
assicura che un tabellione, entrato nella bottega del falegname per
ordinare non so qual lavoro, avesse letto in uno di quei trastulli le
parole di Davide: _dominerà da mare a mare_. E sì che il taciturno
putto nulla ancora conosceva di scrittura! Ovvero quel tristanzuolo
andava in traccia di vecchie pergamene, di vecchi scartabelli, e
nascosto in un angolo della casa simulava leggere, restando giorni
interi in tal atto, dimentico di cibo e di bevanda. E quando non
trovava di questi balocchi, metteva ogni suo sforzo ad arrampicarsi
sui punti più culminanti della casa, oppure sollevava i più grossi
ceppi da terra, addestrandosi così a superare tutte le resistenze, e
livellarsi a tutte le altezze ond'isfidare la vertigine.
--Ma che domine ci entra codesto con Alberada, la gelosia, Sigelgaita,
il diavolo e le sua corna? dimanda Gisulfo impaziente.
--Prego la vostra cortesia di udirmi, continua l'abate.
L'altro figlio di Bonizone al contrario teneva sempre dietro a
picchieri, a falconieri, fabbricava labarde di legno, arrolava
garzoncelli e comandava l'assalto di baluardi di neve, impazziva
dietro a canterini, alani e girofalchi, sì che il povero padre non mai
sapeva ridurlo a casa, neppure con le batoste, di cui col monello non
mostravasi avaro.
--Gli era forza, sclama Guiberto, perchè questo fanciullo era nato ed
aveva vissuto, nei suoi primissimi anni, in casa dei signori di
Coreggi di Parma, dove sua madre era donna di governo, e dove la
vecchia castellana lo tenne quasi figlio tra i militi e la corte del
castello.
--Può esser anche ciò che gli avesse formato il carattere, risponde
l'abate: ad ogni modo, Bonizone di là lo ritrasse per fare un
falegname come lui. Ma non gli riescì. Allora, vedendo che la sua
prole non voleva saperne del suo mestiere, per non farla crescere
nell'ozio e quindi nel mal costume, mandò il maggiore ad un suo
cognato, abate nel monistero della Beata Vergine del monte Aventino di
Roma, perchè lo iniziasse nella carriera monacale, affidò il secondo a
suo fratello, il quale occupava la carica di siniscalco presso uno dei
più grandi feudatari del paese d'Italia.
--Alla buon'ora! sclama Baccelardo.
--Dio sa ciò che fa, replica l'abate continuando. Bonizone restò
dunque deserto nella povera sua casa, perocchè gli era morta la
consorte nel mettere a luce Goccelino, là in Parma. Lo confortavano
solo le liete novelle che riceveva da suo cognato. Cuno infatti con
prontezza d'ingegno ed avidità di apprendere senza limite progrediva
nelle lettere, e compiva i doveri religiosi di tale austera
perseveranza che lo facevano addimandare il _piccolo santo_. Però il
buono abate non visse lungamente.
--Mori d'indigestione, grida l'arcivescovo, io lo conoscevo; e fu
desso che mi apprese l'arte dei menestrieri.
--Così dissero gli empi, risponde l'abate peritoso: il vero è che morì
di gocciola. Ora, siccome Cuno, tra pel favore dello zio, tra per
natural talento usava di orgogliosi modi verso tutti i monaci, niuno
rispettando, anzi qualcosa garrendoli della troppa lassezza nei doveri
religiosi, e si mostrava duro in tutte le opere che con la sua volontà
contrastavano; così i frati, all'elezione del novello abate, nemico di
suo zio e di lui, a pieni voti lo cacciarono via dal monistero.
--Birboni di frati! sclama l'arcivescovo di Salerno. Se fosse stato un
donnaiolo lo avrebbero nominato priore. Erano ben dessi, va!
--Figuratevi, belle dame, se Cuno piangesse, continua l'abate, nel
mettere piede fuori la soglia claustrale. Egli a vero dire non
piangeva già di dolore e di vergogna. Piangeva per offeso amore di sè,
per dispetto, e forse un tantino ancora per qualche visioncella
ambiziosa svanita. Pur nullamanco decise lasciarsi morire di fame. Ma
Iddio non abbandona i figli suoi, poichè provvede gli uccelli di
piume, gli agnelli di lana, come dice Salomone...
--E l'ubriaco di sete, soggiunge Baccelardo.
L'abate sorride e prosegue:
--Dovete dunque sapere che era stato grande amico di suo zio, un uomo
piacevolone, quell'arciprete Giovanni Graziano, che fu poi papa
Gregorio VI. Aveva costui veduto parecchie fiate il giovane Cuno, e
dallo zio ne aveva udito _mirabilia_, riguardo all'ingegno ed alla
pietà. Gli si era perciò venuto affezionando. Usciva dunque un giorno
l'arciprete della chiesa di San Paolo, allorchè gli parve di scorgere
alcuno che cercava evitarlo, e questi somigliare a Cuno. L'arciprete,
curioso, accelera il passo e raggiunge il giovane, il quale rosso nel
volto come bragia a lui si nascondeva. Cuno racconta tutto
ingenuamente. L'arciprete, che l'aveva pigliato per l'orecchia,
l'ascolta, lo crede, e perchè pizzicava anch'esso un po' dello stesso
umore sel mena a casa. Indi scrive a Bonizone che non pensasse più a
suo figlio, perocchè egli avrebbe tolta cura dell'ulteriore educazione
di lui, e che avesse pregato per entrambi.
--To'! questa sì che è sublime! sclama l'arcivescovo di Salerno,
incaricarsi dell'educazione di un giovane quel Gregorio VI, che fu il
più grosso barattiero del suo tempo, ed a cui per la smisurata
ignoranza il popolo romano ebbe ad assegnare un collega nell'esercizio
del ponteficato! Oh! _spectatum admissi risum teneatis amici_?
--Voi favellate da sapiente, monsignore arcivescovo, risponde l'abate,
ma Bonizone pregò tutti i giorni per l'arciprete, e non pensò più a
suo figlio. L'arciprete poi comprò il papato da Benedetto IX e si
dimandò Gregorio VI.
--Sì signore, l'interrompe ancora l'arcivescovo. Io ero a Roma allora.
E fu nel tempo in cui Enrico III scese in Italia e venne a Roma, dove,
come sapete, regnavano allora contemporaneamente tre pontefici:
Gregorio VI a Santa Maria Maggiore, Silvestro III a San Pietro a
Vaticano, Benedetto IX a San Giovanni a Laterano.
--Appunto così, continua l'abate. Or bene, Enrico accolse a Sutri un
concilio, dove il solo Gregorio comparve, e ne creò un quarto papa,
Clemente II. L'arciprete non si ostinò a restare nel ponteficato.
Depose la tiara incautamente compra, e venuto in molta grazia
dell'imperatore, unitamente al suo protetto lo accompagnò in Germania.
--Per divenirvi, sclama il priore, un bravo condottiere di lanzi, il
più prode fra tutti a menar le mani con la grazia di Dio, a vuotare
fiaschetti di Borgogna, e rimorchiare fanciulle.
--Dio l'avrà perdonato, mormora l'abate continuando. Cuno dunque si
divise dal glorioso arciprete, entrò in un chiostro dove compì la sua
istruzione, profferì il voto, e fu innalzato a priore.
» Ora lasciamo costui ad indurirsi peggio nelle rigidezze del convento
e ad alimentare ambizioni nel silenzio, e torniamo a Goccelino nel
castello... permettete che ve ne taccia il nome.
--Messer no, risponde Gisulfo, vi ho permesso tacer delle persone non
dei luoghi; dite dunque in qual castello avevano allogato Goccelino;
perchè noi già cominciamo a pescare di chi diavolo voi raccontate.
--Non fareste poi un miracolo! sclama l'abate qualcosa brusco. Indi
più rassegnato soggiunge: Sia fatto il vostro piacimento, tanto più
che ciò nè pon nè leva alla fama di chicchesia. Goccelino quindi
veniva educato nella fortezza di Canossa in Toscana. Lo zio di lui era
di quegli uomini bisbetici che credono un nipote essere una tignuola
che Iddio manda per rosicchiare le costole del vecchio albero. Lo
accolse perciò agriccio un cotal poco. Ma quando, guardatolo più da
vicino, scorse un giovanetto che aveva vantaggiosa figura, occhio
vivace, ardita risolutezza nell'espressione tutta del sembiante, lo
azzeccò dalle orecchie, e levatolo fino all'altezza del suo capo, che
non era poco! lo baciò in fronte e gli disse:
--Quel bestione di mio fratello non saprà fare nè porte nè casse, ma,
se l'è tutta opera della sua persona, per la luce di Dio! che sa fare
figliuoli bellocci.
Indi guardò in fronte il cattivello e con un tal qual piglio che non
voleva significare durezza ma nemmanco benevolenza, soggiunse:
--Piccolo mariuolo! in questo castello sei entrato coi piedi dalla
porta, pensa a non uscirne del capo per qualche abbaino. Qui son tutti
santi. Qui si parla più con gli occhi che con la bocca. Qui gli uomini
non valgono un baccello di fava. Qui si nomina in vano il nome di Dio,
almeno dugento volte al giorno, il vino si beve con l'acqua, alle
donne si parla al buio. Se sarai santo in casa, come un apostolo, e
diavolo al campo, come un gendarme tedesco, ti prometto io che di
codesto tuo legno saprò cavarne alcuna cosa. Ma se ti dai troppo
attorno a frascherie di donne ed a bazzecole mondane, come per
esempio, la caccia, il suono, il canto, e che so io, prega il tuo
santo protettore--e qui non mancheranno d'assegnartene uno--pregalo di
provvederti di buone gambe per varcare di un salto i quattro ricinti
del castello, perocchè te li farò saltar io dall'alto di qualche
merlo. _Per omnia secula seculorum._
» Il giovanetto, che intrepido e con gli occhi spalancati lo aveva
ascoltato, risponde tosto:
--_Amen_ ».
» Il vecchio siniscalco sorrise, e dicendo fra sè:
--Questo galuppo la sa lunga, la sa »! andò via.
» Ricevuto di così strana guisa, Goccelino non si sconfortò, che anzi
traendo partito dall'originale omelia dello zio, quantunque
garzoncello, s'infinse e si adattò per modo a quella corte bigotta,
che in pochissimo divenne il beniamino di tutti e paggio della
contessa Beatrice. Il vecchio siniscalco strabiliava come egli, con
settant'anni di fedeltà, non godesse di altrettanto favore, e
ripeteva:
--Quello scimiotto di ragazzo infinocchierà tutti, infinocchierà!
Il ragazzo però crebbe adolescente, l'adolescente si fe' giovane, ed
il paggio passò a scudiero. Un matto cappellano, che fabbricava versi
come il cuciniere i pasticci a torre, si aveva tolta la pena di
ficcargli nel cranio alcun buon migliaio di frasi latine, e
gl'insegnava la gramatica, la teologia, la geometria. Non gl'insegnò
filosofia perchè quello spropositato animale di mastro Donizone
credeva Aristotile eretico. Vedete la bestial creatura! Nonpertanto lo
addestrava in cento corbellerie di dialettica; nel tempo stesso che il
marchese Goffredo se lo recava appresso saltando fossi a cavallo,
fracassando crani della mazza ferrata, e forando corazze con la
lancia. Goccelino sembrava un demonio nell'un mestiero e
nell'altro--sebbene, a dir vero, meglio in quello del soldato che in
quello del teologo.
--Diavolo, diavolo, sclama l'arcivescovo, ci sono anch'io. Ora so di
chi si favella.
--Tanto peggio per voi, dice l'abate, e continua, stringendosi nelle
spalle:
» In questi tempi capitò per quel paese l'imperatore Enrico III. Il
marchese gli andò incontro per festeggiarlo, e menarselo al castello.
Lo accompagnò Goccelino come scudiero. Vorreste voi, ser priore,
raccontar questa parte della mia storia che anche voi conoscete, onde
lasciarmi riposare? chiede l'abate indirizzandosi a Guiberto.
--No, sclama secco secco costui. E l'abate sospirando continua:
--Una sera l'imperadore ed il marchese Goffredo cavalcavano forte per
arrivare a Parma. Il tempo era nebbioso, tutto il giorno aveva
piovuto, e cadeva ancora un'acqueruggiola come vapore. Il Taro che
dovevano passare gonfiava, talchè aveva menato via anche il
ponticciuolo di assicelle che i borghesi vi avevano costruito pel
comodo traffico della campagna. Il marchese disse all'imperatore:
--Sire, corre adagio tra i borghigiani, che non agisce da uomo
prudente chi affronta il Taro in furore. Consiglio perciò
vostr'altezza di arrestarsi alcun poco qui, fino a che la corrente non
si abbassi.
--Il proverbio dice, l'interrompe il priore Guiberto,
Che l'estrema unzione innanzi prenda
Chi il Taro nel furor di guadar tenta.
--Torna lo stesso, risponde l'abate. L'imperatore all'osservazione del
marchese fece una smorfiuzza di sprezzo, e per tutta risposta sprona
forte il ricalcitrante cavallo, ed entra nel letto del torrente. Ma
non vi ebbe appena messo il piede che puff! cavaliere e cavallo
scompaiono sotto i fiotti della torbida corrente. Come sapete, tutti
erano rimasti indietro, non escluso il marchese; e tutti
indietreggiarono ancora più, spauriti e schivi di affogare nel fiume.
Però Goccelino non bilancia neppur tanto. Salta da cavallo, si segna
della croce, e vestito di maglia come trovavasi si gitta nell'acqua.
La corrente già travolgeva precipitosa il corridore dell'imperadore,
questi non appariva. Goccelino, cui lo zio, se vi ricordate, aveva
minacciato annegare nell'Enza, che scorreva poco giù del castello,
dove non si fosse condotto dritto, era addivenuto perito nuotatore e
palombaro. Si spinge perciò giù nel fondo del fiume, afferra
l'imperatore dalla gorgiera, e facendo forza di braccia per sotto la
corrente stessa, lo tragge all'altra riva. Un grido di giubilo metton
tutti i cortigiani del marchese e di Enrico; niuno però si avventura
tampoco al valico. Così che dall'una sponda stavasi tutto il numeroso
seguito dei due principi, dall'altra Goccelino che si teneva
l'imperadore del capo giù sulle ginocchia onde fargli vomitar l'acqua,
e richiamarlo in sè. Non passa guari in fatti che Enrico rinviene. Il
suo primo sguardo cade su i pavidi suoi vassalli, l'altro sull'ardito
giovane, che, col capo scoverto ed il ginocchio a terra, diceva:
--Perdonate, sire, se ho posta audacemente la mano sul corpo
dell'altezza vostra. Consentiamo tutti che foste Alessandro Magno nel
campo, ma non sapremmo condonarvi che così giovane vogliate morire
affogato come lui.
--Bravo! sclama Baccelardo, le parole non furono meno belle
dell'azione.
--Sicuro! ed Enrico III, che anima nobilissima e generosa aveva, lo
guarda un momento, indi l'alza, e ponendogli famigliarmente la mano
sulla spalla, gli dice:
--Cavaliere! va pure superbo di aver salvata la vita ad Enrico III.
Non vogliam noi togliere giovane tanto prezioso e fedele al marchese
Goffredo nostro parente: ma se nulla mai potessimo fare per te in
qualunque tempo--perchè noi ne lasceremo altresì memoria nel nostro
testamento--per la beata vergine di Goslar! non devi che dire una
parola sola, e chiedessi tu il più bello dei nostri feudi imperiali,
ti sarà accordato sul fatto.
--Mercè, sire, risponde Goccelino; l'altezza vostra viva lunghi anni;
a me basta la gloria di aver toccata la vostra sacra persona.
Il torrente intanto era declinato, il guado reso più praticabile, e la
gente dell'imperatore varcata all'altra sponda; così che la sera si
giunse a Parma--Enrico III aggiustò le cose d'Italia e ripartì per
Lamagna. Goccelino, cui l'imperatore in persona aveva armato
cavaliere, restò. Non che lo rattenesse vaghezza del paese d'Italia,
ma perchè il suo cuore non batteva più libero.
--Ah! sclama la principessa di Salerno parimenti alla mensa con le sue
dame, supponevamo bene noi che la storia doveva andare a finire così.
Tirate avanti, bravo abate.
--Tutte le storie dei giovani cavalieri, madonna, finiscon così,
riprende l'abate salutando del capo la castellana.
» Trovavasi dunque al castello una Bertradina figlia del conte...
figlia di un conte, damigella della divota contessa Beatrice,
giovinetta, se volete niente avvenente, ma fastosa di natali
nobilissimi e d'immaculata virtù. Su di costei aveva messo l'occhio
Goccelino. Per molti anni egli tenne celato questo amore,
contentandosi di muta adorazione e della proferta di uffici che la
damigella non accettava mica con fierezza. Ella sembrava anzi
incoraggiare l'ardimento nel giovane di qualche occhiata carezzevole,
che era quanto dire in una corte di santi, dove l'amore veniva
considerato come peccato. Dopo l'avventura dell'imperatore, Goccelino
si fe' più ardito. Egli svela chiaro alla damigella le speranze osate
concepire, richiede da lei franca risposta.
--Ed ella? dimanda Baccelardo.
--Ella non lo scacciò già con alterigia: solamente piena di contegno
lo rimise al giudizio del padre suo.
--Ciò era giusto, mormora la principessa.
--Madonna, sì. Ora il conte che aveva solamente questa figliuola ed
era ricco e borioso, quasi quasi non fe' cacciar via villanamente il
cavaliere dal suo castello. Gli ordina però di non rimettervi più
piede, e mai più favellare di sua figlia, il cui nome reputava
macchiato nella bocca di un uomo, per le vene del quale scorreva il
sangue di Bonizone il falegname. Poi ne muove lamento al marchese ed
alla pia moglie di lui.
--Fu un minchione il vostro conte! risponde Gisulfo; io avrei dato
quello sfrontatello a divorare ai segugi.
--Come vi piace, monsignore, riprende l'abate. Certo è però che
Goccelino ebbe a sopportare grave riprensione dal marchese, lunga
omelia dalla contessa, ed aspro e schernevole garrito dal siniscalco
suo zio. Fastidito del pettegolezzo di quella corte, e' si accommiata
dalla castellana e dallo sposo di lei, e se ne torna a Parma dove i
signori di Correggio gli venivano altresì un poco parenti per parte di
madre. Ma perchè neppur quel paese lo guariva dal fernetico, se ne
rivenne alla casa paterna per disacerbare il duolo con la lontananza e
l'amorevolezza dell'eccellente padre suo. Capitò allora che Cuno fosse
a Roma. Goccelino vi si recò incontanente ed al fratello raccontò
dell'affronto ricevuto. L'altero spirito di Cuno, che nelle dignità
della Chiesa cominciava di già a progredire, ne rimane offeso.
Perocchè il suo carattere era addivenuto anche più violento e
puntiglioso nei rigori silenziosi del chiostro. In guisa che si fissa
in mente, e fa unico scopo dell'ostinata ed intraprendente sua volontà
di domare l'alterigia del conte, e di dare sposa al figliuolo del
falegname Bonizone la figliuola del barone. E senza metter tempo in
mezzo parte per Canossa.
--Non ci mancava che lui per completare la corona dei santi, dice
Guiberto sorridendo.
--In fatti, continua l'abate, in una corte, in cui i laici non
valevano una buccia, e la religione toccava il fanatismo, lascio a voi
considerare se un frate, ed un frate favorito consigliero di due
pontefici, e severo riformatore del costume degli ecclesiastici,
dovesse tornare potente e gradito come un santo. Accadde dunque così.
Da prima vi fu un po' di muffa dall'una parte e dall'altra, vi fu un
po' di discussione, un po' di orgoglio, un poco di ostinazione, ancora
qualche minaccia--il frate di gastighi spirituali, quelli di
temporali. Infine la contessa toglie acconciar ella le cose col padre
di Bertradina, e contentar tutti--tanto più che vivamente pel frate
s'interessava l'unica figliuola di lei, Matilde, le quale più fanatica
di tutti quanti, di nove in dieci anni, già dispotizzava sui parenti
in prima, e poi sui vassalli ed i feudatari. Ad ogni modo, non saprei
ben bene dirvi degli incantesimi che adoperasse la contessa Beatrice;
certo gli è, che il frate, il quale già mirabilmente se la intendeva
con Bertradina cui teneva dalla sua, fu contento, e si aggiustarono le
nozze.
--Giorno di maledizione! si lascia uscir di bocca il priore. Tutti lo
guardano. L'abate soggiunge:
--Goccelino sposa la giovane: ma si avvede presto che ella aveva per
lui, anzi che amore, ripugnanza, e che mal volentieri lo seguiva
all'altare. Invece pareva affascinata dal guardo di suo fratello.
Donizone il cappellano poeta, divenuto altresì abate del cenobietto
annesso al castello, benedisse gli sponsali; e Goccelino si menò a
casa Bertradina. Fece rumore in allora che, al domani, la giovane
sposa non ricevesse il _morgingab_ dal marito[1]. Se ne dissero delle
grosse, e parecchie anche insolenti.
[1] Il _morgingab_ era un dono che il marito dava alla moglie dopo
la prima notte delle nozze per averla trovata vergine. Ed era
tanto l'entusiasmo degli uomini di allora per questa verginità,
che le leggi ebbero a metter regola e modi ai loro doni.
Sia comunque, e Dio sa il vero, in queste trattative eran corsi
alquanti mesi; alcuni altri il frate ne dimorò nella casa paterna.
Infine ritornò a Roma dove seguì perigliosa e pertinace carriera di
consigliere e di morigeratore.
--Volete che vi nomini costui? domanda l'arcivescovo sorridendo:
--Dio ve ne preservi, susurra l'abate con voce pietosa, e continua.
» In quell'intervallo Goccelino, che dalla donna sua si era
compiutamente alienato, considerava quali spessi colloqui i due
cognati avessero fra di loro, quale perfetta intelligenza, e come
rammorbidivasi il cuore del fratel suo verso Bertradina. E sì che suo
fratello ad affetto tenero e compassionevole non aveva ancora, e forse
non aveva mai aperto il cuore! Ma Goccelino s'illudeva. Perocchè Cuno
non dava a quella donna che pietosi avvisi, e la confortava a
sopportar paziente il disgusto che il marito aveva concepito per lei,
e le cento scipite fole che sul fatto del _morgingab_ correvano pel
volgo. Sia però come vuolsi, certo gli è che dopo sei mesi Bertradina
sgravò, e mise a luce una bambina.
--Corpo dell'ostia! grida Gisulfo, dopo sei mesi voi dite?
--Sì, monsignore. Ma ciò non torna nulla al caso; imperciocchè anche
dopo sei mesi una femmina può partorire, e la prole vivere. Non
pertanto io non saprei dirvi quanta fosse l'indignazione di Goccelino.
Senza pigliar tempo, senza nulla considerare, ei si reca al letto
della moglie, e vilipendendola del nome di adultera, le lacera il seno
col pugnale.
--Dio ti perdoni, accecato! potè solo profferire la misera, e spirò.
--E Dio l'ha perdonato, sclama il priore suo malgrado e quasi parlasse
fra sè.
--Goccelino andava in cerca ancora della bambina, soggiunge l'abate,
allorchè Bonizone entra nella fatale camera. Egli si getta ai piedi
del figlio, gli abbraccia le ginocchia, e lo supplica di contentarsi
di un delitto solo. Goccelino spinge il vecchio ad urtare di capo nel
suolo ed esce, e fugge. Consentite intanto un momento, belle dame, che
io beva un gocciolo per inumidirmi il gorgozzule, poi ricomincio.