V.

ATAL. Ah! je suis de son sort moins instruite que vous

Cette esclave le sait.

ACOMAT. Crains mon juste courroux,

Malheureuse; réponds.

RACINE--_Bajazet_.

Nel punto stesso furono ordinati i preparativi della lizza: e perchè i

patti della tregua erano stati soscritti, molti famigliari uscirono

dalla città per provvedere di oggetti opportuni comandati dai loro

padroni. La quale tregua giovò altresì a Gisulfo onde far provigioni

per degnamente ospitare i legati del pontefice, cosa che non si

sarebbe per fermo potuto fare, se la cinta dei soldati normanni

durava. Perocchè lo stremo dei viveri nella città toccava il colmo, e

medesimamente la moria dei cittadini. E Gisulfo avrebbe tolto invece

cedere la piazza che malamente accogliere gli ospiti suoi,

segnatamente poi che e' conoscevasi da tutti quanto l'abate di Cluny

fosse amico delle brigate gioiose e morbinoso in fatto di desinari.

Si trascorse dunque lietamente la sera, fra i vini di Diamante e di

Sant'Eufemia e fra gli ambrati moscadi di Trani, che allora, com'oggi,

formavano la delizia dei bevoni. La profusione più pazza si osservò

nella cena. Perocchè con la profusione facevano spanto di loro

grandezza i Longobardi, dove che i Normanni si piacevano più della

delicatezza squisita delle vivande, come più sobri e da un tempo

meglio ingentiliti. Non mancarono bardi e buffoni che rallegrassero la

mensa di canzoni e di motti ora spiritosi ora pungenti, e sempre a

spese dei convivali, i quali pe' primi ridevano delle facezie. Vi

furono suonatori di viole, e ciccantoni che occupavano il basso della

sala, ed ora tutti insieme ora a parte a parte si facevano udire,

rispondendo eco tumultuosa alle coppe percosse.

I favellari intanto, che placidi e ragionevoli dalla guerra erano

partiti, senza verun riguardo alle dame principiavano a mutarsi in

ingiurie alle persone ed in petulanze a causa del lavorio del vino.

Caddero sul tappeto le discussioni di politica. Perocchè la politica

fu sempre la broda a cui ciascuno si credette in dovere d'intingere il

proprio biscotto, ed in tutti i tempi il leone morente a cui anche

l'asino può scagliare il suo calcio. Si venne dunque a ragionare dei

torti di Roberto Guiscardo; delle sue brighe col papa; della condotta

di Gregorio VII; delle pertinaci ostilità di costui col priore di

Lacedonia; del _placito_ di Montecassino; della sparizione di

Alberada; del ripudio di costei, e di cento altre di quelle cose che,

sgominate, inutili, inopportune, scipite, zampillano alle mense,

quando i liquori slegano lo scilinguagnolo tanto al sapiente che allo

stupido.

--Ed io sostengo, disse l'arcivescovo di Salerno, che il pontefice ha

fatto sgozzare Alberada in qualche fondo di chiostro, giusta la

condanna dei canoni, come colei che violò le leggi claustrali.

--Ma in quali canoni, monsignor riverito, dimanda il priore, ha vostra

mercede letto di codesta crudele condanna?

--Per il carro di s. Eliseo! voi dunque, ser priore, non avete mai

studiato nella _Georgica_ di Virgilio:

Dulce ridentem Lalagen amabo,

Dulce loquentem?

Alberada è stata strozzata come il cappone del vassallo a San Martino.

--A proposito, messer abate, chiede Baccelardo ad Ugone di Cluny, non

sarebbero esse vere le parole di monsignore arcivescovo?

Ugone, che con gli occhi fitti nella sua coppa, quasi dal fondo di

quella dovesse vedere a pullulare da un istante all'altro qualche

cosa, si aveva fatto più volte passar d'innanzi il fiaschetto senza

toccarlo, alcun poco scosso da Baccelardo, che da un lato gli sedeva

da presso, risponde come se si risvegliasse subitamente dal sonno:

--Gli è veramente così, miei figliuoli: _la materia è ciò che non è nè

chi, nè quanto, nè come, nè niente di ciò per cui l'essere è mosso_.

Non vi sembra chiara l'idea? Non ne siete voi finalmente padroni?

--Codesta è una balorderia, riprende gridando l'arcivescovo, brillo

piuttosto, se per rispetto alla sua dignità non vogliam dirlo briaco.

La materia è la materia, come Roberto Guiscardo è un corsaro, e sua

moglie Sigelgaita una pazza. Figuratevi un tanghero, come codesto buon

figliuolo di legato che vi siede a fianco, matto abate di Cluny, e che

becca i cibi come un passero, non beve vino come quel povero papero di

Gregorio VII, e non parla, come il pievano di Santa Severina a cui una

meretrice tagliò la lingua coi denti; ecco la materia; per la quale:

Motus doceri, gaudet ionicos

Matura virgo, et fingitur artubus

Iam nunc, et incestos amores

De tenero meditatur ungui.

_Quod erat demonstrandum._

--Voi avete mentito come un Lombardo che vende uno smeriglio degli

Appennini per un falcone d'Arabia puro sangue, grida Gisulfo, voi

mentite, messer arcivescovo di Salerno, chiamando pazza mia sorella,

e, se non foste poeta, vi direi improbo o scempio.

--Ed io vi rispondo, messer Gisulfo, sclama l'arcivescovo alzandosi,

che voi foste dieci volte più matto di lei quando la sposaste a

Roberto Guiscardo, che aveva già in moglie altra bellissima donna, e

che amava monna Sigelgaita come io amo l'acqua nel vino--e fosse pur

l'acqua benedetta nel sabato santo.

--Ed io torno a dirvi, becco di un prete, ruggisce il principe

vinulento anch'esso ed alzandosi del pari, che voi mentite come un

giudeo, perocchè Roberto Guiscardo sposò mia sorella, quando,

trovandosi parente di Alberada, l'aveva già ripudiata.

--La ripudiò per gelosia,--scappa di bocca all'abate di Cluny, quasi

non volendo.

Queste sbadate parole furono come il lupo negli armenti, la scintilla

nella polveriera. Mille voci si levano, un buon numero di commensali

si alzano rovesciando fiaschetti, doppieri, fiale e bicchieri e da

tutti i punti si grida: No, no!

--Mai no, mai no, grida il principe con più veemenza degli altri,

Roberto ripudiò Alberada perchè le era parente, perchè tra i parenti è

peccato il matrimonio, perchè... perchè...

--Per gelosia, replica con fermezza il priore di Lacedonia

intervenendo a sua volta nel colloquio, per gelosia puerile ed infame;

dappoichè quella donna tanto oltraggio non meritava. E la colpa è

vostra, della vostra storditezza, fantastico abate di Cluny.

E così parlando, gli occhi fissava sopra Alberada, che, tutta celata

nel cappuccio a gote, si rannicchiava per tema di non essere scoperta

da Gisulfo, capace di trascorrere a qualche violenza, ubbriaco come

trovavasi. Costui però non ristava dallo strepitare:

--Non è vero, non è mica vero; io non so nulla di codeste storie. Voi

pure mentite, priore di Lacedonia, al pari di quest'arcivescovo cotto

come monna. Vi sfido a dimostrarmi che Alberada fu ripudiata per

gelosia, ovvero a darmi ragione dell'insulto, qui, sul momento, con la

spada o con la lancia, a piedi o a cavallo.

--Io non temo darvi qualunque ragione, risponde Guiberto, anch'esso

caldo alcun poco, potrei provarvi con la daga e col pugnale che ho

detto la verità, che io non soglio mentir mai parlando di quella pura

donna che mi fu moglie, e che l'infame Ildebrando mi tolse. Ed è ben

mestieri che sappiate, messer principe, che giammai la sorella vostra

sarebbe andata a sposa di Guiscardo, se questo smemorato di abate non

cacciava da' ferravecchi non so quale storia, che giammai avrebbe

dovuta contare, poichè dessa riassumeva la confessione di due uomini;

e che, dopo udita quella fatale leggenda, Roberto saltò in bestia,

ricordandosi come Alberada ritrosa lo avesse seguito all'altare.

--Che ritrosia mi contate, continua a sbraitare Gisulfo, cos'è codesta

ritrosia, cos'era codesta ritrosia; dite tutto, parlate chiaro, qui si

tratta dell'onore di mia sorella.

--Quella ritrosia, riprende il priore, non era se non pudore e carità

del padre, cui doveva lasciare a morir deserto e solitario nel

castello di Cariati. Or quella verecondia interpretando di poco amore,

o amore per altrui, Roberto, la notte stessa, vi mandò per il vescovo

di Bovino a domandare la mano di vostra sorella, ed all'alba egli pure

mosse alla volta di qui. Voi sapete poi come, di tutto ignara la

povera fanciulla, chè diciotto anni solamente contava allora Alberada,

credendo festeggiare gli ospiti di suo marito, molte cortesie

praticasse a voi ed alla sorella vostra, messer principe, e come

servendosi alla mensa il pavone, il duca Roberto si alzasse e dicesse:

Conti e baroni, vi presento la mia novella moglie Sigelgaita sorella

di monsignor Gisulfo di Salerno, perocchè ho già ripudiata la prima

moglie Alberada, come quella che fu figliuola di una nipote di mio

padre.

--Ebbene, ebbene, che cosa vuol dire codesto? gridava Gisulfo, non

vuol dire forse che era parente? Chi l'oppugna? Chi sostiene che

Guiscardo fece male? Chi accusa di ciò la sorella mia e me?

--Alcuno, riprende il priore, si biasima il modo. Alberada era

presente. Alberada in contegno tranquillo e rassegnata bacia il suo

figliuolo Boemondo sulla fronte ed esce. E voi, messer Baccelardo, che

allora eravate paggio di quella dama e a lei più che mai caro e

gradito, voi giuraste, e gittaste sulla tavola, proprio innanzi al

duca Guiscardo, il vostro guanticino di velluto come pegno da

sostenere il dì che avreste cinto il cingolo della milizia, che

Alberada era la più bella donna, e la più ingiuriata dama di

cristianità. La duchessa Sigelgaita sorridendo raccolse quel guanto,

ed attaccatogli un nastro dei suoi capelli, ne fe' dono a Roberto. Ora

sappiatelo, messer cavaliere, che Roberto ancora lo porta appeso alla

guaina della sua spada, aspettando che da Baccelardo adulto venga

riscattato il pegno di Baccelardo fanciullo.

--Ed io giuro a tutti i santi del paradiso, dice Baccelardo, che il

pegno sarà ridomandato, sia che la fortuna mi secondi domani ed io

sorga campione di Salerno, sia altra volta, prima che scorrano sei

mesi a contare da oggi.

--Io non so di che parliate, io non so di quali insulsi racconti

accenniate, ser priore, riprende il principe Gisulfo; io comprendo

solamente che qui si calunnia l'onore della sorella mia, sposata dal

Guiscardo per impeto di gelosia, come dite, non per elezione di amore.

Andiamo, in nome della SS. Trinità e di tutti i santi, io voglio esser

chiaro di tutto; io voglio udire codesta istoria. Poichè se vero è,

come è verissimo che voi mentite, io giuro di toglierne tale vendetta

da passare in esempio per l'avvenire ed insegnare di qual maniera fa

mestieri parlare di una nobile dama longobarda. Sbrighiamoci. Chi è

dunque che deve cantarci codesta filastrocca? Non sareste voi per

avventura, messer abate--messer abate di Cluny?

--Io per l'appunto, monsignore. Ma pregherei vostro valore di farmene

grazia, da poichè sento venirmi male; o almeno posporla fino a domani.

Perocchè tre sono le condizioni della _forma_, o, per farvi comprender

netta la dottrina dell'apostolo Aristotile, materia e forma sono

principio delle cose increate; la materia contiene la possibilità di

ciò che può ridursi una cosa; la forma porta la cosa possibile

all'attualità ed all'energia. Ond'è...

--Per la croce di Cristo! scatta su di nuovo Gisulfo, cosa diavolo mi

state sciorinando di forma e materia, e di sentirvi male e di

attendere?... Steste voi pure sulle brace come s. Lorenzo,

favellerete--favellerete sull'istante, e direte la storia per filo e

per segno, tal quale la contaste a Melfi. Io rispetto gli uomini della

Chiesa e gli oratori del papa. Però non avrei ritegno farvi appendere

ai merli della rocca come un nibbio, e farvi frecciare per tre dì, se

ricusaste darmi pieno ed ampio conto delle impertinenze che costoro si

sono permesse a spese della famiglia mia, e che altri hanno udite--A

voi, soggiunge poscia Gisulfo voltandosi verso i coppieri, recate

un'anfora di vino all'abate, onde si rinfreschi la memoria; e badate

bene, Ugone di Cluny, che io bevo una brocca d'acqua per dissipare

ogni tenebra che alla mente avesse potuto portarmi il vino, onde non

v'immaginiate di uccellarmi. E me e questi signori dovete convincere,

che tanto voi come il priore di Lacedonia diceste il vero, quando

dichiaraste Alberada ripudiata per gelosia.

L'abate di Cluny, che già viaggiava per le regioni del peripato, al

baccano dei commensali, alle gomitate di Baccelardo, il quale sovente

gli volgeva la parola sedendogli allato, alle minacce dell'ebro

principe, in quello stato di tutto capace, torna pienamente in sè. Si

frega la fronte con l'acqua fredda, si passa la mano sugli occhi, e

levasi un momento da sedere per disperdere affatto ogni nube dal suo

cervello, poi il principe Gisulfo prega:

--Monsignore, io farò il vostro piacere raccontandovi per minuto i

fatti: vi bastino questi. Ma dispensatemi svelarvi i nomi delle

persone. Ciò si attacca alla mia coscienza; ed io toglierei meglio

sperimentare ogni vostra minaccia anzi che palesarvi gl'individui i

quali mi facevano tal loro confessione, maggiormente poi che costoro

son uomini che vivono ancora, e da Dio collocati a posti sublimi.

--Sia pure così: raccontate.

L'abate si asside e comincia.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 22 / 35 题