ATAL. Ah! je suis de son sort moins instruite que vous
Cette esclave le sait.
ACOMAT. Crains mon juste courroux,
Malheureuse; réponds.
RACINE--_Bajazet_.
Nel punto stesso furono ordinati i preparativi della lizza: e perchè i
patti della tregua erano stati soscritti, molti famigliari uscirono
dalla città per provvedere di oggetti opportuni comandati dai loro
padroni. La quale tregua giovò altresì a Gisulfo onde far provigioni
per degnamente ospitare i legati del pontefice, cosa che non si
sarebbe per fermo potuto fare, se la cinta dei soldati normanni
durava. Perocchè lo stremo dei viveri nella città toccava il colmo, e
medesimamente la moria dei cittadini. E Gisulfo avrebbe tolto invece
cedere la piazza che malamente accogliere gli ospiti suoi,
segnatamente poi che e' conoscevasi da tutti quanto l'abate di Cluny
fosse amico delle brigate gioiose e morbinoso in fatto di desinari.
Si trascorse dunque lietamente la sera, fra i vini di Diamante e di
Sant'Eufemia e fra gli ambrati moscadi di Trani, che allora, com'oggi,
formavano la delizia dei bevoni. La profusione più pazza si osservò
nella cena. Perocchè con la profusione facevano spanto di loro
grandezza i Longobardi, dove che i Normanni si piacevano più della
delicatezza squisita delle vivande, come più sobri e da un tempo
meglio ingentiliti. Non mancarono bardi e buffoni che rallegrassero la
mensa di canzoni e di motti ora spiritosi ora pungenti, e sempre a
spese dei convivali, i quali pe' primi ridevano delle facezie. Vi
furono suonatori di viole, e ciccantoni che occupavano il basso della
sala, ed ora tutti insieme ora a parte a parte si facevano udire,
rispondendo eco tumultuosa alle coppe percosse.
I favellari intanto, che placidi e ragionevoli dalla guerra erano
partiti, senza verun riguardo alle dame principiavano a mutarsi in
ingiurie alle persone ed in petulanze a causa del lavorio del vino.
Caddero sul tappeto le discussioni di politica. Perocchè la politica
fu sempre la broda a cui ciascuno si credette in dovere d'intingere il
proprio biscotto, ed in tutti i tempi il leone morente a cui anche
l'asino può scagliare il suo calcio. Si venne dunque a ragionare dei
torti di Roberto Guiscardo; delle sue brighe col papa; della condotta
di Gregorio VII; delle pertinaci ostilità di costui col priore di
Lacedonia; del _placito_ di Montecassino; della sparizione di
Alberada; del ripudio di costei, e di cento altre di quelle cose che,
sgominate, inutili, inopportune, scipite, zampillano alle mense,
quando i liquori slegano lo scilinguagnolo tanto al sapiente che allo
stupido.
--Ed io sostengo, disse l'arcivescovo di Salerno, che il pontefice ha
fatto sgozzare Alberada in qualche fondo di chiostro, giusta la
condanna dei canoni, come colei che violò le leggi claustrali.
--Ma in quali canoni, monsignor riverito, dimanda il priore, ha vostra
mercede letto di codesta crudele condanna?
--Per il carro di s. Eliseo! voi dunque, ser priore, non avete mai
studiato nella _Georgica_ di Virgilio:
Dulce ridentem Lalagen amabo,
Dulce loquentem?
Alberada è stata strozzata come il cappone del vassallo a San Martino.
--A proposito, messer abate, chiede Baccelardo ad Ugone di Cluny, non
sarebbero esse vere le parole di monsignore arcivescovo?
Ugone, che con gli occhi fitti nella sua coppa, quasi dal fondo di
quella dovesse vedere a pullulare da un istante all'altro qualche
cosa, si aveva fatto più volte passar d'innanzi il fiaschetto senza
toccarlo, alcun poco scosso da Baccelardo, che da un lato gli sedeva
da presso, risponde come se si risvegliasse subitamente dal sonno:
--Gli è veramente così, miei figliuoli: _la materia è ciò che non è nè
chi, nè quanto, nè come, nè niente di ciò per cui l'essere è mosso_.
Non vi sembra chiara l'idea? Non ne siete voi finalmente padroni?
--Codesta è una balorderia, riprende gridando l'arcivescovo, brillo
piuttosto, se per rispetto alla sua dignità non vogliam dirlo briaco.
La materia è la materia, come Roberto Guiscardo è un corsaro, e sua
moglie Sigelgaita una pazza. Figuratevi un tanghero, come codesto buon
figliuolo di legato che vi siede a fianco, matto abate di Cluny, e che
becca i cibi come un passero, non beve vino come quel povero papero di
Gregorio VII, e non parla, come il pievano di Santa Severina a cui una
meretrice tagliò la lingua coi denti; ecco la materia; per la quale:
Motus doceri, gaudet ionicos
Matura virgo, et fingitur artubus
Iam nunc, et incestos amores
De tenero meditatur ungui.
_Quod erat demonstrandum._
--Voi avete mentito come un Lombardo che vende uno smeriglio degli
Appennini per un falcone d'Arabia puro sangue, grida Gisulfo, voi
mentite, messer arcivescovo di Salerno, chiamando pazza mia sorella,
e, se non foste poeta, vi direi improbo o scempio.
--Ed io vi rispondo, messer Gisulfo, sclama l'arcivescovo alzandosi,
che voi foste dieci volte più matto di lei quando la sposaste a
Roberto Guiscardo, che aveva già in moglie altra bellissima donna, e
che amava monna Sigelgaita come io amo l'acqua nel vino--e fosse pur
l'acqua benedetta nel sabato santo.
--Ed io torno a dirvi, becco di un prete, ruggisce il principe
vinulento anch'esso ed alzandosi del pari, che voi mentite come un
giudeo, perocchè Roberto Guiscardo sposò mia sorella, quando,
trovandosi parente di Alberada, l'aveva già ripudiata.
--La ripudiò per gelosia,--scappa di bocca all'abate di Cluny, quasi
non volendo.
Queste sbadate parole furono come il lupo negli armenti, la scintilla
nella polveriera. Mille voci si levano, un buon numero di commensali
si alzano rovesciando fiaschetti, doppieri, fiale e bicchieri e da
tutti i punti si grida: No, no!
--Mai no, mai no, grida il principe con più veemenza degli altri,
Roberto ripudiò Alberada perchè le era parente, perchè tra i parenti è
peccato il matrimonio, perchè... perchè...
--Per gelosia, replica con fermezza il priore di Lacedonia
intervenendo a sua volta nel colloquio, per gelosia puerile ed infame;
dappoichè quella donna tanto oltraggio non meritava. E la colpa è
vostra, della vostra storditezza, fantastico abate di Cluny.
E così parlando, gli occhi fissava sopra Alberada, che, tutta celata
nel cappuccio a gote, si rannicchiava per tema di non essere scoperta
da Gisulfo, capace di trascorrere a qualche violenza, ubbriaco come
trovavasi. Costui però non ristava dallo strepitare:
--Non è vero, non è mica vero; io non so nulla di codeste storie. Voi
pure mentite, priore di Lacedonia, al pari di quest'arcivescovo cotto
come monna. Vi sfido a dimostrarmi che Alberada fu ripudiata per
gelosia, ovvero a darmi ragione dell'insulto, qui, sul momento, con la
spada o con la lancia, a piedi o a cavallo.
--Io non temo darvi qualunque ragione, risponde Guiberto, anch'esso
caldo alcun poco, potrei provarvi con la daga e col pugnale che ho
detto la verità, che io non soglio mentir mai parlando di quella pura
donna che mi fu moglie, e che l'infame Ildebrando mi tolse. Ed è ben
mestieri che sappiate, messer principe, che giammai la sorella vostra
sarebbe andata a sposa di Guiscardo, se questo smemorato di abate non
cacciava da' ferravecchi non so quale storia, che giammai avrebbe
dovuta contare, poichè dessa riassumeva la confessione di due uomini;
e che, dopo udita quella fatale leggenda, Roberto saltò in bestia,
ricordandosi come Alberada ritrosa lo avesse seguito all'altare.
--Che ritrosia mi contate, continua a sbraitare Gisulfo, cos'è codesta
ritrosia, cos'era codesta ritrosia; dite tutto, parlate chiaro, qui si
tratta dell'onore di mia sorella.
--Quella ritrosia, riprende il priore, non era se non pudore e carità
del padre, cui doveva lasciare a morir deserto e solitario nel
castello di Cariati. Or quella verecondia interpretando di poco amore,
o amore per altrui, Roberto, la notte stessa, vi mandò per il vescovo
di Bovino a domandare la mano di vostra sorella, ed all'alba egli pure
mosse alla volta di qui. Voi sapete poi come, di tutto ignara la
povera fanciulla, chè diciotto anni solamente contava allora Alberada,
credendo festeggiare gli ospiti di suo marito, molte cortesie
praticasse a voi ed alla sorella vostra, messer principe, e come
servendosi alla mensa il pavone, il duca Roberto si alzasse e dicesse:
Conti e baroni, vi presento la mia novella moglie Sigelgaita sorella
di monsignor Gisulfo di Salerno, perocchè ho già ripudiata la prima
moglie Alberada, come quella che fu figliuola di una nipote di mio
padre.
--Ebbene, ebbene, che cosa vuol dire codesto? gridava Gisulfo, non
vuol dire forse che era parente? Chi l'oppugna? Chi sostiene che
Guiscardo fece male? Chi accusa di ciò la sorella mia e me?
--Alcuno, riprende il priore, si biasima il modo. Alberada era
presente. Alberada in contegno tranquillo e rassegnata bacia il suo
figliuolo Boemondo sulla fronte ed esce. E voi, messer Baccelardo, che
allora eravate paggio di quella dama e a lei più che mai caro e
gradito, voi giuraste, e gittaste sulla tavola, proprio innanzi al
duca Guiscardo, il vostro guanticino di velluto come pegno da
sostenere il dì che avreste cinto il cingolo della milizia, che
Alberada era la più bella donna, e la più ingiuriata dama di
cristianità. La duchessa Sigelgaita sorridendo raccolse quel guanto,
ed attaccatogli un nastro dei suoi capelli, ne fe' dono a Roberto. Ora
sappiatelo, messer cavaliere, che Roberto ancora lo porta appeso alla
guaina della sua spada, aspettando che da Baccelardo adulto venga
riscattato il pegno di Baccelardo fanciullo.
--Ed io giuro a tutti i santi del paradiso, dice Baccelardo, che il
pegno sarà ridomandato, sia che la fortuna mi secondi domani ed io
sorga campione di Salerno, sia altra volta, prima che scorrano sei
mesi a contare da oggi.
--Io non so di che parliate, io non so di quali insulsi racconti
accenniate, ser priore, riprende il principe Gisulfo; io comprendo
solamente che qui si calunnia l'onore della sorella mia, sposata dal
Guiscardo per impeto di gelosia, come dite, non per elezione di amore.
Andiamo, in nome della SS. Trinità e di tutti i santi, io voglio esser
chiaro di tutto; io voglio udire codesta istoria. Poichè se vero è,
come è verissimo che voi mentite, io giuro di toglierne tale vendetta
da passare in esempio per l'avvenire ed insegnare di qual maniera fa
mestieri parlare di una nobile dama longobarda. Sbrighiamoci. Chi è
dunque che deve cantarci codesta filastrocca? Non sareste voi per
avventura, messer abate--messer abate di Cluny?
--Io per l'appunto, monsignore. Ma pregherei vostro valore di farmene
grazia, da poichè sento venirmi male; o almeno posporla fino a domani.
Perocchè tre sono le condizioni della _forma_, o, per farvi comprender
netta la dottrina dell'apostolo Aristotile, materia e forma sono
principio delle cose increate; la materia contiene la possibilità di
ciò che può ridursi una cosa; la forma porta la cosa possibile
all'attualità ed all'energia. Ond'è...
--Per la croce di Cristo! scatta su di nuovo Gisulfo, cosa diavolo mi
state sciorinando di forma e materia, e di sentirvi male e di
attendere?... Steste voi pure sulle brace come s. Lorenzo,
favellerete--favellerete sull'istante, e direte la storia per filo e
per segno, tal quale la contaste a Melfi. Io rispetto gli uomini della
Chiesa e gli oratori del papa. Però non avrei ritegno farvi appendere
ai merli della rocca come un nibbio, e farvi frecciare per tre dì, se
ricusaste darmi pieno ed ampio conto delle impertinenze che costoro si
sono permesse a spese della famiglia mia, e che altri hanno udite--A
voi, soggiunge poscia Gisulfo voltandosi verso i coppieri, recate
un'anfora di vino all'abate, onde si rinfreschi la memoria; e badate
bene, Ugone di Cluny, che io bevo una brocca d'acqua per dissipare
ogni tenebra che alla mente avesse potuto portarmi il vino, onde non
v'immaginiate di uccellarmi. E me e questi signori dovete convincere,
che tanto voi come il priore di Lacedonia diceste il vero, quando
dichiaraste Alberada ripudiata per gelosia.
L'abate di Cluny, che già viaggiava per le regioni del peripato, al
baccano dei commensali, alle gomitate di Baccelardo, il quale sovente
gli volgeva la parola sedendogli allato, alle minacce dell'ebro
principe, in quello stato di tutto capace, torna pienamente in sè. Si
frega la fronte con l'acqua fredda, si passa la mano sugli occhi, e
levasi un momento da sedere per disperdere affatto ogni nube dal suo
cervello, poi il principe Gisulfo prega:
--Monsignore, io farò il vostro piacere raccontandovi per minuto i
fatti: vi bastino questi. Ma dispensatemi svelarvi i nomi delle
persone. Ciò si attacca alla mia coscienza; ed io toglierei meglio
sperimentare ogni vostra minaccia anzi che palesarvi gl'individui i
quali mi facevano tal loro confessione, maggiormente poi che costoro
son uomini che vivono ancora, e da Dio collocati a posti sublimi.
--Sia pure così: raccontate.
L'abate si asside e comincia.