Tebani, ei grida in suon tremendo, Argivi,
Dal reo furor cessate. Armati in campo
Prodighi a nostro pro del sangue vostro
Scendeste voi: fine alla pugna ingiusta
Porrem noi stessi, in faccia vostra, in questo
Campo di morte.
ALFIERI--_Polinice_.
Io non saprei propriamente dire di quale piglio l'iracondo e superbo
principe Gisulfo accogliesse le dure proposizioni del duca Roberto.
Basti sapere che mancò poco i legati, perocchè Alberada aveva seguìto
l'abate, non avessero a patire di quei crudeli sgarbi che il priore di
Lacedonia, a barba del dritto delle genti, usava fare ad oratori
impertinenti e malaccetti. Fu loro salvaguardia la lettera che papa
Gregorio a Gisulfo mandava, onde comandargli che ad accordi qualsiansi
discendesse; da poichè egli dava sua parola che tutto avrebbe regolato
in seguito con equità e prudenza, se allora gli era forza piegare alle
circostanze. E se Gisulfo non trascese, e' fu altresì perchè egli
aveva spiccati oratori al pontefice a fin d'indurlo a intramezzarsi
con Roberto per la pace o a soccorrerlo di modo qualunque. Acerbamente
non per tanto rispose, ed ogni proposta rigettò come infame. Ugone non
si scorò ai primi urti che terribili anch'egli aveva preveduti da un
carattere focoso e fiero. Cominciò quindi per dargli ragione, per
piaggiarlo; finì con ridurlo ad una considerazione chiara sullo stato
della città, spoverita di viveri e di coraggio, e su quello dei suoi
soldati, mancanti d'armi e pochi di numero. E Gisulfo convenia sopra
tutto. Però quando gli accennava di rendersi, e' si ribellava ad ogni
ragione, ogni patto, anche modesto ed onorevole, rifiutava. In guisa
che l'abate disgustato stava quasi per desistere dall'impresa,
allorchè un mezzo gli sovvenne, decoroso e non fabbro di ruine.
--E non vorreste voi dunque, monsignore, disse l'abate, non
condiscendereste voi che questa lite si decidesse per giudizio di Dio?
--Vale a dire? dimanda Gisulfo.
--Vale a dire che, in lizza chiusa, uno o più campioni longobardi
contro uno o più campioni normanni definissero la bisogna. Se i
Normanni avessero la fortuna di vincere, la città sarebbe loro
consegnata, senza più armeggiare, nella maniera stessa che se
l'avessero levata di assalto: se vincessero i Longobardi, come io ho
fiducia nella misericordia dei santi, l'assedio sarebbe tolto e tutto
restituito alla calma prima che tra la grandezza vostra ed il duca
Roberto esisteva. E con tal fatto gran numero di vite sarebbe
risparmiato, la città non manomessa, e forse tutto alla meglio
aggiustato.
--Il consiglio è più da cristiano che da guerriero. Mi piace però,
sebbene nessun riguardo dovrei usare a cittadini vigliacchi, i quali
le loro sostanze e le loro vite non sanno tutelare. Pure non sono
alieno dall'assentirvi. Cosa dunque ne pensate voi miei baroni?
Ed un giovane, uscendo dal gruppo dei cortigiani e capitani di
Gisulfo, parlò:
--Monsignore, con la permissione vostra e dei bravi signori che mi
ascoltano, io porto avviso che e' sarebbe meglio domandar prima come
di tal proposta intenda Roberto Guiscardo.
--Bene detto, principe Baccelardo, risponde Gisulfo. Ritornate dunque
al campo del Guiscardo, messer abate, e se mai consente che la guerra
termini per un duello, mandi qui qualche suo cavaliere a distendere
protocollo dei patti. Il qual cavaliere sarà da lui approvigionato di
poteri pieni per tutto regolare senza ulteriormente consultarlo.
--Parto al momento, monsignore, risponde l'abate.
Infatti, lasciata Alberada nella corte di Gisulfo, al campo ritorna
immediatamente.
Roberto Guiscardo stette in sulle prime dubbioso alla proposta. Non
perchè fiducia di vittoria non avesse, come che gli fosse noto bella
copia di valorosi guerrieri trovarsi pure tra i Longobardi; ma perchè
egli serrava in pugno la vittoria in massa con una città quasi alla
vigilia della resa. Per una tenzone in campo steccato invece egli
poteva andar soggetto a cento di quelle fortune avverse, le quali
solevano capitare anche ai più prodi, sia per un piede messo in fallo
dal cavallo, sia per un colpo d'occhio non pronto, sia per una
considerazione importuna che si ficca nella mente, giusto all'ora di
maggiore confidenza, energia ed oblianza del mondo esterno, sia in
fine per effetto di qualche talismano sulla persona o sul corridore
del cavaliere, distrutto dalla benedizione del sacerdote, non tolto
dal giuramento del campione. Ma infine, perchè rifiutare il duello e'
sarebbe valso la confessione che nel suo campo non pugnavano cavalieri
da stare propriamente a fronte ai cavalieri longobardi, Roberto
accettò--nel suo pensiero risoluto di battersi egli in persona, come
colui che della cosa più vivamente interessava. Chiamò perciò a
consiglio i suoi conti ed i suoi baroni, i quali unitamente a lui
avevano dritto a deliberare sulle cose della nazione, si fe' venire il
priore Guiberto, e dopo aver seco lui lungamente favellato in segreto,
lo fornì per iscritto di piena potenza nelle convenzioni pel duello,
ed al principe lo mandò unitamente all'abate.
Lunga, viva, tumultuosa divampò la discussione che tra il principe
Gisulfo, que' della sua corte, ed il priore Guiberto si aprì. Non vi
era via di convenire del luogo dove il combattimento si sarebbe
tenuto, perchè ciascuna delle parti lo voleva in terra dipendente
della sua giurisdizione per tema di tradimento; non si volevano
accettare patti gravosi da niuno dei due partiti, in caso di perdita;
non si sapeva decidere nè del numero dei campioni che avrebbero
combattuto, perchè molte sfide antecedenti erano pronte e precedute;
nè del numero di coloro che li avrebbero accompagnati alla lizza per
la sicurezza ed il mantenimento dell'ordine. Uno cercava trappolar
l'altro lasciando o chiedendo patti per sottrarsi alla promessa,
soccombendo. Ciascuno intendeva regolare a suo modo le condizioni
della pugna, e voleva giudici e marescialli di campo il di cui favore
si sapeva d'innanzi. In somma avrebbero ambedue bramato dar la legge a
proprio talento.
E l'abate, distribuendo torti e ragioni ora all'uno ora all'altro,
sceglieva un equo mezzo in ogni articolo, alla cui ragionevolezza
dovevano infine entrambi star sodi. E per tal modo si venne a fine di
compilare lungo protocollo, di cui facciamo grazia alle nostre
leggitrici, segnato da Gisulfo e da Guiberto come commissario di
Guiscardo, e da ambo i legati del papa. Ma come i patti che tutte le
possibilità prevedevano--ed in quei tempi di buona fede e mica
cavillosi e casisti come i moderni era facile--come i patti furono
stabiliti, messo da banda il priore, altra discussione tra i guerrieri
di Gisulfo cominciò.
Il campione doveva essere uno solo. Chi sarebbe stato costui?
Il principe Gisulfo, come il lione che si arrogava tutte le parti,
voleva essere egli stesso, perchè lo più interessato. Il fratello di
lui, Rainulfo, per affetto glielo contrastava, dichiarando, male stare
che allo Stato si togliesse il capo, avventurandolo a tanto periglio,
ma che, meglio a lui si addiceva, inspirato da eguale passione,
doveroso di battersi con pari vigore. Baccelardo protestava altamente
che giammai, per qualsiasi mezzo, avrebbe sopportato in pace che altri
gli avesse messo avanti il piede, dove trattavasi di torre vendetta di
Guiscardo e dei seguaci di lui; ch'egli avrebbe suscitati tumulti, si
sarebbe scagliato nel campo da forsennato, insomma che, ad ogni modo,
o avrebbe combattuto egli stesso ovvero il duello, per quanto era in
lui, non sarebbe avvenuto. Altri baroni adducevano altre
considerazioni e pretese onde ottenere la preferenza. In una parola,
nella corte facevasi matto baccano, e poco mancava non si venisse ai
pugnali.
Allora l'abate, che aveva assunta la parte di Nestore in quel
consiglio di furibondi, sentenziò
--Principe, baroni, trovo buone le ragioni di ciascuno, lodo la
generosa indole di tutti, che vorreste cogliere tanta nobile occasione
per far mostra di valore e di carità di patria. Ma non è questo il
lato della quistione che debbasi esaminare. Di che si tratta qui, miei
signori? Si tratta di vincere il campione nemico per liberarvi della
guerra. Si tratta di vincere il più prode tra i prodi Normanni, che al
più prode dei prodi Longobardi verrà opposto. Ora, se Iddio vi aiuta,
io dimando, castellani, come è dunque che la prodezza si mostra? Con
le parole ardite, mai no: perchè di parole temerarie abbondano anche
meglio i più vigliacchi. Coi fatti dunque si debbe provare la
valentia, ed ai fatti io vi appello.
--Ed in che modo? dimanda Gisulfo che stava attento ed impaziente ad
udire.
--In che modo? continua l'abate, eccolo. Quanti siete che volete
essere i Curiazii di Salerno? Poniamo dieci. Ebbene questi dieci si
disputino fra loro chi debbe affrontare il nemico.
--Ci uccideremo tutti, rispose sorridendo Baccelardo.
--Con vostra licenza, bel cavaliere, mai no. Io non consiglio che con
le armi ciascun di voi faccia prova di sua gagliardia, ma per altro
mezzo qualunque, e tale che e' crederà più acconcio, e che noi
giudicheremo assai valido. C'intendiamo?
--Sì bene, messere abate, sclamò Baccelardo. Voi però non potete
sapere che non sempre la forza decide della prodezza di un guerriero,
ma più sovente ancora la destrezza. Ed infine, gli è con le armi che
noi dobbiamo batterci, non coi sorgozzoni o col randello, come pare
che la sapienza vostra voglia accennare.
--Voi parlate da scaltro mastro di guerra, bel cavaliere, soggiunge
l'abate. Io però di lunga sperienza so pure, ed ho inteso dire dalle
migliori lance d'Europa per le corti che ho frequentate, che giammai
forte ed accorto cavaliere cedette campo a cavaliere più destro e più
debole. E codesta fortezza e prudenza io vorrei che si mettesse a
bilancia in una lizza.
L'abate aveva forse torto; però il suo consiglio prevalse e si propose
pel domani tal pruova singolare.
Il priore di Lacedonia, avvegnachè la sua missione fosse compiuta, non
tornò al campo: sia perchè fosse vago di assistere a quel saggio di
vigoria--ed al principe Gisulfo non dispiaceva che sì forte ed inteso
guerriero dell'oste contraria vedesse un po' quali uomini essi
avessero ad affrontare, e se non giungesse fino a paventarli li
ammirasse--sia perchè sotto il cappuccio di uno dei legati a Guiberto
era sembrato di scorgere alcuni tratti che ad Alberada somigliavano.
Restò quindi, proponendosi recar domani a Guiscardo, in una col
protocollo dei patti, il nome del campione.