ARISTOD. Or che n'è tempo
Assicuriamci e ragioniam di pace.
LIS. E l'accettarla e il ricusarla a tutta
Tua scelta l'abbandono.
ARIS. Udirne i patti
Pria d'ogni altro conviensi.
LIS. Eccoli e brevi.
MONTI.
I legati dunque che papa Gregorio mandava a Roberto Guiscardo ed al
principe di Salerno erano Alberada, camuffata della cocolla di frate,
sì che pareva giovanissimo novizio, e l'abate Ugone di Cluny, entrambi
incaricati di missione diversa. Conciossiachè se Alberada ebbe quella
delicata di ricondurre il priore sotto le leggi della Chiesa ed a
riconciliamento con Ildebrando, Ugone una più difficile doveva
compierne, e nel tempo stesso segreta, per modo che la politica del
pontefice doveva sentirsi, non dichiararsi di qual si voglia maniera.
E per vero forse il solo abate di Cluny poteva condurre al fine
sperato quella bisogna non trovandosi alcuno meglio adatto di lui a
tal genere di pratiche nella corte del papa. Tuttavia questa e' si
aveva tolta a malincuore. Poichè aveva compreso bene l'animo ed i
disegni di Gregorio, avvegnachè questi non si fosse con lui aperto, e
non gli avesse ingiunti i suoi severi ordini che in laconici ed oscuri
detti, come soleva.
Ugone abate di Cluny, poteva dirsi la più eccellente pasta d'uomo
quando arrivava a perder di vista le dottrine di Aristotile. Nei
filosofemi di costui egli aveva cercato addentrarsi, con una
perseveranza e con una pazienza da fare spavento, oggi che la più
astrusa sapienza si succhia da vasi _sparsi di soavi liquori_.
Compagnevole poi, motteggiatore, ilare, amico dei piaceri, si faceva
amare dalle donne, desiderare nelle brigate, dove con venustà
d'ingegno soleva raccontare aneddoti, miracoli, leggende di santi,
storie di paladini e di fate, ed avventure occorsegli pei molti suoi
viaggi. La sola macchia che poteva forse apporglisi era quel suo
pizzicare un tantino di gioliva comare, quel piccarsi di sapere per
minuto i fatti altrui. Ma tal difetto gli si menava buono volentieri,
quando e' ne contava delle così saporite a proposito dei pontefici e
dei principi che allora conducevano Europa. Ugone sapeva vivere bene
fra tutte le classi; trovava sempre alcuna cosa di piacevole a dire a
chiunque bazzicava con lui, passava volentieri sui peccatuzzi e sulle
debolezze di chicchesia, desideroso che alle sue scappatuccie si desse
pure passata. Non borioso della dignità di abate, nella quale
eguagliavasi ai più grossi baroni ed infeudava castelli e terre: coi
superiori lusingatore non servile, cogl'inferiori caritatevole e
blando. In una parola Ugone coglieva il buono ed il piacevole dei suoi
tempi difficili; alle tristizie non s'inchinava, ma non si ribellava
neppure, come quel severo uomo di Gregorio VII praticò. La regola
della condotta di lui chiudevasi in due parole: fare a suo modo, con
l'orpello dell'onore e del dovere: altrui tollerare.
Questi era Ugone abate di Cluny, quando, uomo come gli altri uomini,
alla vita terrena intendeva ed alle bisogne di questo mondo. Ma una
volta sollevato nei bui circoli della metafisica di Aristotile, una
volta preso ed impaniato in quel sistema--e qualcuno osava
medesimamente dire che talora l'abate lo facesse a disegno per
sottrarsi a cose a lui poco grate--una volta tolto in visione allo
empireo dello Stagirita, Ugone si astraeva per segno che nè le
miserie, nè le gioie della terra lo toccavano più, addiventava apata,
inurbano, disadatto, perdeva ogni avvenenza di maniere, ogni
attitudine a maneggiare affari, ogni sentimento di cristiano e di
uomo.
Fortunatamente questi parossismi di alienazione in lui non erano nè
lunghi, nè spessi. Egli aveva coscienza di quella malattia, chè
malattia bella e buona poteva addimandarsi tal feroce meditazione. Che
perciò ogni mezzo metteva in opera onde distorre la mente da
lucubrazioni scientifiche. Ed ecco perchè amava i piaceri, i più
delicati ed i più grossolani; usava le corti; accettava ambascerie;
cercava la compagnia delle dame; banchettava lautamente; impazziva
dietro a cacce ed a giullari; correva ai passi d'armi ed ai giudizi di
Dio, dotto mastro in decidere di colpi di daghe e di levate di falchi;
nutriva grossa corte di alani, smerigli, cantarini e destrieri. La
solerzia però che avvedutamente piaggiatrice e delicata adoperava
negli affari, faceva sì che poco e' si potesse ridurre al beato
soggiorno di Cluny, cui lo stizzoso s. Pier Damiano, in una sua
pistola (lib. VI, 4) chiama _orto di delizie fecondo di grazie diverse
in gigli e rose, compiuto campo del Signore, ubi velut acervus est
coelestium_. I principi ed i pontefici appellavano Ugone a compositore
dei loro negozi, lo spiccavano ad oratore per gl'interessi dei loro
Stati. Ed e' volentieri toglievasi dal sollazzevole soggiorno, e
viaggi sosteneva e disagi per rendere altrui servigio. Perocchè la
carità non ebbe ultima fra le molte sue virtù.
Così che, come il vescovo di Bovino si condusse alla tenda dei legati
per guidarli al padiglione del duca Roberto, Ugone si volse ad
Alberada e le disse sotto voce:
--Figliuola, noi abbiamo avuti dal santo pontefice ordini diversi; voi
quello di ricondurre al bene il priore Guiberto, io quello di metter
la pace fra i due principi. Pensate quindi a compiere la vostra parte,
chè io farò di sdebitarmi della mia.
--Dio ci secondi, risponde Alberada. E l'abate uscì.
Roberto Guiscardo già lo attendeva. Sotto magnifico padiglione di seta
di Persia e tela d'India, tolto all'emiro saracino nella conquista di
Sicilia, aveva fatto rizzare un trono coperto di velluto di Venezia
colore azzurro riccamente ornato. Su quel trono egli sedeva, vestito
del suo manto ducale, robone di colori diversi, lungo fino ai piedi,
soppannato di ermellino; in testa il berrettino traversalmente cinto
da zona d'oro, senza raggi, ornata di gemme--che era appunto la corona
di duca; l'anello al dito; la spada al fianco. Parte dei suoi dodici
conti, e dei suoi capitani, rifulgenti d'armi e la testa scoverta,
stavano in piedi nella tenda. A fianco al duca, sovra sgabello più
basso, sedeva Sigelgaita, cui nessuno distintivo di femmina avrebbe
contrassegnata, se non fosse stato dal bel giacco di maglia, intessuto
di anelletti di oro e di argento, che là, sul petto, le si arrotondava
di graziosa maniera, e dalle chiome inanellate che nudriva più lunghe
degli altri--quantunque le donne longobarde vergini usassero portare
intere le chiome e le tagliassero maritate. Ai piedi della sedia
ducale stava un paggetto di forse dodici anni, nei cui turchini
sguardi ben leggevasi quella scaltrezza prudente e vigorosa che in
tanta fama lo tornò poi, e tanto alto le levò. Questi era Boemondo,
più tardi principe d'Antiochia, figlio di Alberada e di Roberto.
All'avvicinarsi dell'abate, Roberto gli fece grazioso saluto e lo
invitò a sedere. Ugone si recò a baciare la mano della duchessa, e
s'inchinò prima al duca poi ai baroni che così pomposa corte gli
componevano. Indi presentò la lettera del papa. E Roberto la prese
dalle mani di lui e la passò al vescovo di Bovino, il quale lesse a
voce alta e sonora:
« Gregorio VII, Pontefice massimo, _servus servorum Dei_, a Roberto
Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia salute ed apostolica
benedizione, se vorrà meritarsela.
« Sappiate, signore e figliuolo, che abbiamo date nostre lettere
credenziali ad Ugone abate di Cluny, il quale ve le presenterà: e lo
abbiamo altresì investito di poteri quanti bastano perchè voi possiate
con lui trattare sovra tutte le cose che egli esporrà. E con ciò siate
sicuro che noi ci obblighiamo a tener per buono e valevole
qualsivoglia accordo verrà fatto tra voi, e che ci compiaceremo molto
se ai nostri consigli darete fede e compimento. Vi mandiamo intanto la
nostra apostolica benedizione, e vi esortiamo a rendervene sempre più
degno per l'avvenire ».
Datum Romæ, sub annulo piscatoris, Postridie nonas iunii anni MLXXV.
--Bene sta, ser abate, disse Roberto, vi riconosciamo per legato del
pontefice, ed investito di tutte facoltà di trattar con noi. Ma, se
Dio vi guarda, messere, noi non sappiamo di che cosa voi venghiate ad
interessarci per parte del santo pontefice.
--Sono bene per dirvelo, messer duca, risponde Ugone, dove vogliate
usarmi la cortesia di ascoltare.
--Favellate dunque, riprende Roberto, staremo attenti ad udirvi.
--Eccomi, continua l'abbate. L'animo del pontefice è vivamente
commosso delle dissenzioni che spingono l'un contro l'altro il
principe Gisulfo II vostro cognato e vostra magnificenza.
--Ah! gli è questo giusto il tribolo che molesta il santo padre? Me lo
aveva figurato di già. Tirate avanti.
--Questo per lo appunto, messer duca, perchè Gregorio VII, come padre
e capo della cristianità, deve acerbamente soffrire che i figliuoli
della sua famiglia si accapiglino con sì poca carità e si uccidano
senza misericordia.
--Ma il santo pontefice dovrebbe pure sapere.......
--Con la vostra sopportazione, monsignore, egli sa tutto. Sa di quale
brutale maniera il principe Gisulfo accogliesse le vostre pratiche di
mediazione a pro degli Amalfitani a Montecassino; quale invereconda
risposta vi mandasse; come foste provocato alle ostilità senza motivo.
Il beato padre sa come voi con blandi modi più volte sollecitaste la
pace ed intelaste primo gli accordi onde calmare Gisulfo. Sa come
questi accogliesse male le mediazioni di pace dell'abate Desiderio di
Montecassino e del principe di Capua; come borioso facesse ingiuria
alla vostra persona con parole, e disprezzasse la vostra amicizia.
Insomma il pontefice sa tutto.....
--Tutto ciò che voi avreste dovuto restarvi dal dire, l'interrompe
superbamente Sigelgaita, ricordando, ser abate, che favellavate avanti
di noi--di noi sorella del principe Gisulfo II di Salerno.
--Le domando mercè, madonna, se commisi la sbadataggine di
dispiacerle, peritoso risponde l'abate inchinando la duchessa,
perocchè la sensazione, giusta le dottrine dell'apostolo Aristotile, è
una potenza passiva cangiata dagli oggetti esterni; ed io aveva
perduto di vista che ella è sorella del principe. Ma non voglia però,
bella duchessa, punirmene col negarsi di afforzare le mie parole di
pace tra monsignore suo marito ed il principe; da poichè vado sicuro
che entrambi non saprebbero resistere ai voleri della più bella e
valorosa dama di cristianità.
La duchessa pianta fitti gli occhi addosso all'abate per comprendere
netto il valore di quello scipito complimento, e tace. Roberto
risponde:
--Giacchè dunque il santo padre conosce come noi fossimo stati tirati
pei capelli a questa guerra, perchè piuttosto a noi si dirige che al
principe?
--Si dirige innanzi a voi, messer duca, sapendovi tanto meglio
inchinevole agli accomodamenti quanto mal volentieri vi recaste a
queste ostilità: ed inoltre, perchè da voi debbonsi cominciare le
pratiche con accordare tre giorni o quattro di tregua, a principiare
da domani, onde noi potessimo penetrare nella città e dar iniziamento
ai negoziati. Infine, perchè voi pel primo dovete dettare a quali
condizioni consentite togliere l'assedio dalla città e ristabilire la
pace.
--Avete ragione, messer abate. Il papa ha calcolato da accorto uomo
mandandovi a noi primamente. Bene sta. Noi dunque accordiamo la tregua
dimandata; quantunque tutto avessimo disposto onde tormentare di tale
assalto le omai poco solide mura, che non sapremmo se avessero ancora
potuto reggere all'aspro travaglio. I patti poi della tolta
dell'assedio saranno i seguenti--Monsignor di Bovino, soggiunge
Guiscardo volgendosi a costui, datevi la pena di scriverli, perchè
sbaglio non cada nè sulla validità di essi, nè sulle nostre
intenzioni, che per nulla mai verranno mutate.
Ed il vescovo di Bovino essendosi messo sul punto di scrivere ad un
bel tavolo di larice intarsiato di avorio che occupava il mezzo del
padiglione, Roberto a voce ferma ed alta dettò:
1. La città di Salerno sarà messa a nostra discrezione unitamente alla
sua rocca, senza che i cittadini ne tolgano cosa, e demoliscano
pietra.
2. I cittadini consegneranno tutte le loro armi offensive, dal
verrettone alla lancia, dal pugnale alla spada, sotto pena di essere
condannato alla gleba chiunque alcuna di queste armi nascondesse.
3. Tutte le terre del principato di Salerno con borgate e castella
passeranno sotto il dominio normanno, ai cui signori saranno pagati
censi e livelli qual si trovano stabiliti dai padroni longobardi,
salvo i mutamenti da farci.
4. Il principe Gisulfo II abdicherà in favore di Roberto Guiscardo il
principato di Salerno, e, spoglio di ogni divisa, nelle mani di lui si
andrà a collocare in piena dedizione, unitamente a tutti gli altri
membri di sua famiglia e di sua corte, dei magistrati della città e
dell'arcivescovo.