II.

MAN. Dunque i nemici

Braman la pace?

PUB. A Regolo han commesso

D'ottenerla da voi. Se nulla ottiene,

A pagar col suo sangue

Il rifiuto di Roma egli a Cartago

È costretto tornar. Giurollo.

METASTASIO.

Trasportiamoci ora per un momento a Roma.

L'abate di Cluny, preceduto dal castellano e seguito da un uomo

ravviluppato in bianco mantello, attraversarono parecchie sale della

Tomba di Adriano, o Castel Sant'Angelo, come dal XII secolo si

addimandò, fino a che non giunsero ad un appartamento all'angolo

settentrionale di esso. Quivi, innanzi ad una porta centinata, il

castellano si volge all'abate e dice:

--Ella è qui.

--Sta bene, risponde l'abate; aprite, ed attendete di fuori.

Il castellano obbedisce. Allora l'uomo avvolto nel mantello passa

innanzi, entra, e si richiude l'uscio alle spalle.

Il castellano, che era restato a guardare, gitta un sospiro ed

esclama:

--Senza neppure confessarla!

--Non paventate, bravo vecchio, risponde l'abate, se avrà giudizio non

le sarà fatto alcun male, io credo; perchè negli occhi vi ha una

mutazione _secundum esse_ spirituale, come dice quel santo padre di

Aristotile, e gli occhi di lei...

--Spero in Dio che così avvenga, lo interrompe il castellano; mi ci

era affezionato, e mi porti il diavolo se non l'amava come figliuola.

La si mostrava sì buona, sì dolce che neppure i martiri, Dio mi

perdoni! io penso fossero stati più rassegnati.

L'abate non risponde e resta del capo appoggiato al muro a

meditare.... Sa il cielo cosa meditasse l'abate di Cluny, perchè da

tutti allora veniva riputato mago, a causa della indefinibile sua

sapienza nei misteri dalla filosofia greca e dei rabini ebrei. Eppure

oggi l'abate di Cluny è uno dei santi meglio constituiti del cielo!

Come la sapevan lunga quegli uomini dei tempi di mezzo!

L'altro intanto, appena ebbe chiusa la porta, si svolse dal mantello e

penetrò nelle stanze riposte.

Quel piccolo appartamento era addobbato col maggior lusso che allora

si conoscesse. Vi era un salotto, col soppalco a legno intagliato e le

mura coperte di cordovano a rosoni d'oro. Vi era un tavolo di frassino

incrostato di avorio e di laminuzze di argento niellato, e grossi

sgabelli di noce intagliati a sfingi, girigori e lacci aggroppati. Vi

erano infine guastade di fiori ed una giga. Fra queste ed altre

minuterie femminili però dominavano, appesi a' zoccoli e su pei

tavoli, ogni maniera di attrezzi da guerra, lucenti, ricchi, ed in

parecchi luoghi rintuzzati, sì che attestavano non avere appartenuto a

poltrone. Più dentro poi, un letto coverto di un cielo di dommaschi

paglini con grosse nappe che ne fermavano le bandinelle alle colonne

attortigliate di noce brunito, un inginochiatoio con un libro di ore

brutalmente alluminato, aperto, ed uno stipo capriccioso di forma,

intarsiato di tasso a figure mostruose e fiori, su di cui una lamina

di ossidiana forbita onde servire da specchio, e pettini, e

calamistri, e vai, e fiori, ed un pugnaletto sottile come grosso

spillo, e delle fiale che potevano contenere forse della nanfa, più

probabilmente veleni. Presso ad una finestra infine sedeva giovane

donna, neglettamente e semplicemente vestita tutta di bruno, ed

assorta a contemplare il cielo così profondamente, che non si avvide

dell'uomo penetrato di sì poca cerimonia nel suo santuario. Il qual

santuario era, bello e buono, l'appartamento del castellano a lei per

cortese affetto o per compassione ceduto. Il nuovo venuto gira

lentissimamente intorno lo sguardo, poi aggronda e dice:

--Quante morbidezze!

A quella voce la donna si volge, gitta forte un grido, e retrocedendo

fino al davanzale e tutta rannicchiandosi nella persona, convulsa e

tremante sclama:

--Ildebrando!

All'esclamazione di entrambi succede un momento di silenzio.

Finalmente l'uomo soggiunse:

--Per lo appunto, Ildebrando. Vi fo forse paura, Alberada?

--Paura no, mormora colei levandosi ritta, riprendendo con uno sforzo

di volontà tutta la sua dignità e spezzando il fascino, donde in sulle

prime il rossigno sguardo di quell'uomo l'aveva avvinta. Paura no,

ribrezzo.

--Ah! e per qual ragione, madonna? Imperocchè, da quanto io mi sappia,

giammai scortesia avete ricevuto da me.

--Sarà vero, messere, rispose ingenuamente colei, ma io veggo nella

vostra persona qualche cosa di sinistro, ed ogni qual volta mi sono

abbattuta in voi, sempre sventura novella mi colpì. Voi siete il

demonio attaccato ai passi miei.

--Ah! siete dunque anche eretica, Alberada, per credere l'uomo

subordinato a due geni come i Manichei. Male, male, figliuola mia.

--Insomma, messere, usatemi la cortesia di dirmi cosa cercate da me.

Voi, per fermo, non venite che per annunziarmi la morte. V'incontrai

nel castello di mio padre a Cariati, e scene di sangue lo funestarono.

V'incontrai nel castello di mio marito a Melfi, e da lui fui

ripudiata. V'incontrai a Montecasino, ed ecco che mi avete rilegata in

una tomba, disgiunta dall'universo, priva di libertà. Sollecitatevi,

profferite la sentenza che avete fatta decretare da Alessandro II; a

me sarà sollievo maggiore la morte anzi che questa spasmodica

prigionia.

--Tanto presto volete morire, Alberada? susurra Ildebrando con accento

tristo e sospirando. Se la vita è un tribolo per voi, ricordatevi che

ogni tribolo ha pure le sue rose, ogni notte le sue stelle. Ma

mettiamo da banda ciò, e statemi bene ad udire, chè d'uopo ne avete

assai.

--Sia. Tenetevi dunque lontano da me, e favellate.

--Io vi fo raccapriccio, Alberada? Ebbene ascoltatemi. Io voglio

sollevare per un istante un velo che solo un uomo sollevò altra volta

sotto suggello di confessione. Ma queste sono le ultime parole che

l'uomo vecchio rivelano in me, sono gli ultimi aneliti che ricordano

Ildebrando, la pagina estrema di un racconto che dovrà essere

dimenticato, che i posteri dovranno ignorare. Qui finisce la storia

dell'uomo, per cominciare quella del santo. Non resistermi, Alberada.

Questo è l'ultimo tentativo di ravvivare una fiaccola già estinta.

--Vi ascolto, signore, mormora Alberada con voce tremante, vi ascolto

bene, ma non v'intendo. Solamente mi accorgo che voi, per solito avaro

di parole e cupo più delle prigioni di questa Tomba, siete dominato da

delirio.

--Chi beve il vino s'inebria, chi si caccia nel fuoco si brucia.

Questo delirio desta in me la vostra presenza. Voi mi fate rivivere a

memorie, che il dì 25 marzo 1073 seppellii con Ildebrando. Sappi

dunque, Alberada, che io ti ho amata, come giammai donna in terra si

potè amare di veemenza maggiore.

--Oh! non mi era dunque ingannata io!

--Che? mi avevi forse penetrato tu? Avevi tu forse letto nell'anima

mia una passione colpevole, un sacrilegio che tante notti insonni mi

ha fatto trascorrere combattuto dalla volontà e dall'istinto? Dì,

favella per amore di Dio, dimmi se nulla mai ne palesasti ad altro

uomo, se il tuo sospetto fu anche sospetto d'altrui, se v'ha sulla

terra altro essere umano, fuori del mio confessore e di te, che sia

consapevole di tanta mia debolezza? Parla dunque, hai rivelato mai a

vivente che Ildebrando ti abbia amato?

--No, perchè io mi credetti insozzata di codesto vostro amore, io,

fidanzata di Roberto Guiscardo e figlia dei barone Giselberto

Squassapostierle. Quella sera che, sul merlato delle torri di Cariati,

credevate favellarmi dei perigli delle passioni inavvedute, quella

sera, nel caldo del discorrere, il delirio vi dominò come adesso, e mi

svelaste che mi amavate.

--E tu? tu rivelasti a... a quel demonio di mio fratello il segreto

fatale?

--No, messere, perchè io non favello delle cose che mi tornano ad

onta.

--Dio sia lodato! la mia debolezza morrà qui, sclama Ildebrando

gittando un sospiro e lasciandosi cadere sur una sedia.

--Morrà qui con me! Non è questo che volevate dirmi, Ildebrando?

--Ah! mormora costui meditando la trista interpretazione che Alberada

aveva data alle sue parole. Con te, dici? Ebbene, sì: può avvenire

anche ciò, Alberada, e puoi anche essere libera, se alla mia volontà

sarai pieghevole. Perocchè io ho fatto sacramento innanzi la persona

di Cristo, che, da oggi in poi, non vi sarà altra volontà sulla terra

che la mia.

--Audace giuramento, interrompe Alberada.

--Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada,

io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata,

io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io

non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che

pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto

isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì,

sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni;

avevo dovuto interdirmi ogni affetto tenero, ogni moto di sensibilità.

Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico

che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato.

Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a

Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare

un'esistenza, una forma--e sempre gli dava quella di una donna! Così,

una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la

persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una

forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre

tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella

della donna!

--E voi siete prete e cardinale?

--Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata

della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle

preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi

travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi

lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso

dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu

mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non

se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho

pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne

parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo

segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa

orrore.

--Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra

volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia

bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.

--Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando

fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato

abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me

rinnovellata, e parliamo di altro.

--Meglio così.

--Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?

--Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o

a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.

--Per salvarti.

Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le

mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando

continua.

--Per rimandarti libera al priore di Lacedonia come messaggiera di

pace.

--Mio Dio!

--L'ami tu dunque colui?

--È mio marito, checchè voi ne pensiate in contrario.

--Taci, non dirlo, grida Ildebrando di voce convulsa digridando. Per

Gesù, codeste tue parole mi fanno male al cuore, ed io non so se

giungo a dominarmi. Ascoltami bene, Alberada, e rammenta che il papa

con una mano rimesta in cielo, con l'altra stringe la terra nel pugno,

e può scuoterla, riempirla di sangue, desolarla dove al suo volere non

pieghi, e che chi il papa tradisce, muore della morte dei traditori

dentro l'anno.

» Orbene, continua Ildebrando, tu dunque devi recarti al priore di

Lacedonia. Se Ildebrando l'odiava, il papa gli ha perdonato e seco

vuole riconciliarsi. Egli ti aveva mandata a me a Montecasino,

confidando nella tua mediazione, perchè lo salvassi. Mal non si

appose, perchè io col tuo mezzo, e col tuo mezzo solamente, voglio e

posso salvarlo. Che fiducioso torni a me. Non chiedo neppure che mi

domandi perdono dappoichè già, per volere di Dio, lo perdonai. Egli

non avrà limite nel mio amore. È priore di Lacedonia per dono di

Enrico imperatore; per volere del papa sarà arcivescovo di Ravenna,

che adesso appunto quel bravo prelato è morto.

--Ma il vescovado di Ravenna provvede pure l'imperatore.

--Donna, figgiti bene nella mente che sulla terra non v'ha più oggimai

che un potere, e questo è quello del pontefice; che sulla terra non

v'ha più che un nome, e questo è quello del papa. Un altro ordine di

cose è cominciato. I vescovadi, i troni non esistono che nel pugno del

papa. Egli li dà, egli li toglie. Dirai adunque a quel priore che

lasci la scellerata vita che ha condotta finora, che abbandoni le

bandiere dell'Amalacita Guiscardo, e torni a me.

--Ma.... interrompe Alberada.

--Ascolta, continua Ildebrando. Ti manderò in oratore a Salerno con

l'abate di Cluny. Colà troverai destro abboccarti con Guiberto, perchè

metterò ordine al principe Gisulfo comprare la pace a qualsiasi

condizione, così Guiberto non mancherà neppure ai patti del duca di

Puglia e di Calabria. Io non voglio che sia disonorato colui cui penso

fare mio ornamento. Tu dunque spiegherai tutte le seduzioni, tutto il

potere che egli in te riconosce e sente fatalmente, perchè Guiberto

ritorni a me. Con lui riederai anche tu, cui non preparo minori

dovizie di grandezze e di glorie. Io insomma non segno limite alle

vostre ambizioni, se nella mia carità e nella mia affezione riporrete

fiducia....

--E se si verificasse il contrario?

--Ah! se si verificasse il contrario? mormora Ildebrando pensieroso.

Innanzi tutto, vuoi tu incaricarti della missione?

--Innanzi tutto giuratemi, Ildebrando, che male alcuno non verrà a

Guiberto se aggiusterà fede alle mie parole.

--Donna incredula! non ti basta la mia parola?

--No, voglio il vostro giuramento. E, se debbo confessare il vero,

neppure su questo ho piena credenza. Dappoichè voi che avete facoltà

di mandare la gente all'inferno ed al paradiso secondo vi torna,

sapete come sciogliervi di un giuramento, se vi piacesse non

attenerlo.

--Tu sei un'empia assolutamente. Le parole di Guiberto hanno

fruttificato in te. Ma, come tu vuoi, giuro che a Guiberto non verrà

male.

--Giuro, giuro... di grazia, messere, per cui giurate voi?

--Per i santi, per Gesù, per la Vergine, per tutto il paradiso.

Alberada conserva il silenzio come aspettasse altro e fissa gli occhi

su Ildebrando quasi col suo limpido sguardo cercasse penetrarlo

nell'anima. Ildebrando resta calmo e mutulo. Ed Alberada soggiunge:

--Sta bene, adesso vi dico che assumo l'impresa, e che metterò ogni

mia sollecitudine perchè Guiberto si concili con voi e con la Chiesa.

--Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri

altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa

reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle

mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti

tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai

piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.

Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa

che a lei si richiedeva, poi dimanda:

--E tornando che cosa mi si riserba, messere?

Ildebrando ristà un istante e risponde:

--La morte.

--Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte

senza infamia e vereconda, io giuro.

--Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.

--Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su

questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di

adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di

Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi

evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori

della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano

i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti

della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù

Cristo.

--Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.

E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel

mantello, ed esce.

Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo

retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:

--Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso,

guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate

benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per

l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.

--Santo padre, _benedicite_; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà

fatto il vostro volere.

--Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a

guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.

Ildebrando era divenuto Gregorio VII.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 18 / 35 题