MAN. Dunque i nemici
Braman la pace?
PUB. A Regolo han commesso
D'ottenerla da voi. Se nulla ottiene,
A pagar col suo sangue
Il rifiuto di Roma egli a Cartago
È costretto tornar. Giurollo.
METASTASIO.
Trasportiamoci ora per un momento a Roma.
L'abate di Cluny, preceduto dal castellano e seguito da un uomo
ravviluppato in bianco mantello, attraversarono parecchie sale della
Tomba di Adriano, o Castel Sant'Angelo, come dal XII secolo si
addimandò, fino a che non giunsero ad un appartamento all'angolo
settentrionale di esso. Quivi, innanzi ad una porta centinata, il
castellano si volge all'abate e dice:
--Ella è qui.
--Sta bene, risponde l'abate; aprite, ed attendete di fuori.
Il castellano obbedisce. Allora l'uomo avvolto nel mantello passa
innanzi, entra, e si richiude l'uscio alle spalle.
Il castellano, che era restato a guardare, gitta un sospiro ed
esclama:
--Senza neppure confessarla!
--Non paventate, bravo vecchio, risponde l'abate, se avrà giudizio non
le sarà fatto alcun male, io credo; perchè negli occhi vi ha una
mutazione _secundum esse_ spirituale, come dice quel santo padre di
Aristotile, e gli occhi di lei...
--Spero in Dio che così avvenga, lo interrompe il castellano; mi ci
era affezionato, e mi porti il diavolo se non l'amava come figliuola.
La si mostrava sì buona, sì dolce che neppure i martiri, Dio mi
perdoni! io penso fossero stati più rassegnati.
L'abate non risponde e resta del capo appoggiato al muro a
meditare.... Sa il cielo cosa meditasse l'abate di Cluny, perchè da
tutti allora veniva riputato mago, a causa della indefinibile sua
sapienza nei misteri dalla filosofia greca e dei rabini ebrei. Eppure
oggi l'abate di Cluny è uno dei santi meglio constituiti del cielo!
Come la sapevan lunga quegli uomini dei tempi di mezzo!
L'altro intanto, appena ebbe chiusa la porta, si svolse dal mantello e
penetrò nelle stanze riposte.
Quel piccolo appartamento era addobbato col maggior lusso che allora
si conoscesse. Vi era un salotto, col soppalco a legno intagliato e le
mura coperte di cordovano a rosoni d'oro. Vi era un tavolo di frassino
incrostato di avorio e di laminuzze di argento niellato, e grossi
sgabelli di noce intagliati a sfingi, girigori e lacci aggroppati. Vi
erano infine guastade di fiori ed una giga. Fra queste ed altre
minuterie femminili però dominavano, appesi a' zoccoli e su pei
tavoli, ogni maniera di attrezzi da guerra, lucenti, ricchi, ed in
parecchi luoghi rintuzzati, sì che attestavano non avere appartenuto a
poltrone. Più dentro poi, un letto coverto di un cielo di dommaschi
paglini con grosse nappe che ne fermavano le bandinelle alle colonne
attortigliate di noce brunito, un inginochiatoio con un libro di ore
brutalmente alluminato, aperto, ed uno stipo capriccioso di forma,
intarsiato di tasso a figure mostruose e fiori, su di cui una lamina
di ossidiana forbita onde servire da specchio, e pettini, e
calamistri, e vai, e fiori, ed un pugnaletto sottile come grosso
spillo, e delle fiale che potevano contenere forse della nanfa, più
probabilmente veleni. Presso ad una finestra infine sedeva giovane
donna, neglettamente e semplicemente vestita tutta di bruno, ed
assorta a contemplare il cielo così profondamente, che non si avvide
dell'uomo penetrato di sì poca cerimonia nel suo santuario. Il qual
santuario era, bello e buono, l'appartamento del castellano a lei per
cortese affetto o per compassione ceduto. Il nuovo venuto gira
lentissimamente intorno lo sguardo, poi aggronda e dice:
--Quante morbidezze!
A quella voce la donna si volge, gitta forte un grido, e retrocedendo
fino al davanzale e tutta rannicchiandosi nella persona, convulsa e
tremante sclama:
--Ildebrando!
All'esclamazione di entrambi succede un momento di silenzio.
Finalmente l'uomo soggiunse:
--Per lo appunto, Ildebrando. Vi fo forse paura, Alberada?
--Paura no, mormora colei levandosi ritta, riprendendo con uno sforzo
di volontà tutta la sua dignità e spezzando il fascino, donde in sulle
prime il rossigno sguardo di quell'uomo l'aveva avvinta. Paura no,
ribrezzo.
--Ah! e per qual ragione, madonna? Imperocchè, da quanto io mi sappia,
giammai scortesia avete ricevuto da me.
--Sarà vero, messere, rispose ingenuamente colei, ma io veggo nella
vostra persona qualche cosa di sinistro, ed ogni qual volta mi sono
abbattuta in voi, sempre sventura novella mi colpì. Voi siete il
demonio attaccato ai passi miei.
--Ah! siete dunque anche eretica, Alberada, per credere l'uomo
subordinato a due geni come i Manichei. Male, male, figliuola mia.
--Insomma, messere, usatemi la cortesia di dirmi cosa cercate da me.
Voi, per fermo, non venite che per annunziarmi la morte. V'incontrai
nel castello di mio padre a Cariati, e scene di sangue lo funestarono.
V'incontrai nel castello di mio marito a Melfi, e da lui fui
ripudiata. V'incontrai a Montecasino, ed ecco che mi avete rilegata in
una tomba, disgiunta dall'universo, priva di libertà. Sollecitatevi,
profferite la sentenza che avete fatta decretare da Alessandro II; a
me sarà sollievo maggiore la morte anzi che questa spasmodica
prigionia.
--Tanto presto volete morire, Alberada? susurra Ildebrando con accento
tristo e sospirando. Se la vita è un tribolo per voi, ricordatevi che
ogni tribolo ha pure le sue rose, ogni notte le sue stelle. Ma
mettiamo da banda ciò, e statemi bene ad udire, chè d'uopo ne avete
assai.
--Sia. Tenetevi dunque lontano da me, e favellate.
--Io vi fo raccapriccio, Alberada? Ebbene ascoltatemi. Io voglio
sollevare per un istante un velo che solo un uomo sollevò altra volta
sotto suggello di confessione. Ma queste sono le ultime parole che
l'uomo vecchio rivelano in me, sono gli ultimi aneliti che ricordano
Ildebrando, la pagina estrema di un racconto che dovrà essere
dimenticato, che i posteri dovranno ignorare. Qui finisce la storia
dell'uomo, per cominciare quella del santo. Non resistermi, Alberada.
Questo è l'ultimo tentativo di ravvivare una fiaccola già estinta.
--Vi ascolto, signore, mormora Alberada con voce tremante, vi ascolto
bene, ma non v'intendo. Solamente mi accorgo che voi, per solito avaro
di parole e cupo più delle prigioni di questa Tomba, siete dominato da
delirio.
--Chi beve il vino s'inebria, chi si caccia nel fuoco si brucia.
Questo delirio desta in me la vostra presenza. Voi mi fate rivivere a
memorie, che il dì 25 marzo 1073 seppellii con Ildebrando. Sappi
dunque, Alberada, che io ti ho amata, come giammai donna in terra si
potè amare di veemenza maggiore.
--Oh! non mi era dunque ingannata io!
--Che? mi avevi forse penetrato tu? Avevi tu forse letto nell'anima
mia una passione colpevole, un sacrilegio che tante notti insonni mi
ha fatto trascorrere combattuto dalla volontà e dall'istinto? Dì,
favella per amore di Dio, dimmi se nulla mai ne palesasti ad altro
uomo, se il tuo sospetto fu anche sospetto d'altrui, se v'ha sulla
terra altro essere umano, fuori del mio confessore e di te, che sia
consapevole di tanta mia debolezza? Parla dunque, hai rivelato mai a
vivente che Ildebrando ti abbia amato?
--No, perchè io mi credetti insozzata di codesto vostro amore, io,
fidanzata di Roberto Guiscardo e figlia dei barone Giselberto
Squassapostierle. Quella sera che, sul merlato delle torri di Cariati,
credevate favellarmi dei perigli delle passioni inavvedute, quella
sera, nel caldo del discorrere, il delirio vi dominò come adesso, e mi
svelaste che mi amavate.
--E tu? tu rivelasti a... a quel demonio di mio fratello il segreto
fatale?
--No, messere, perchè io non favello delle cose che mi tornano ad
onta.
--Dio sia lodato! la mia debolezza morrà qui, sclama Ildebrando
gittando un sospiro e lasciandosi cadere sur una sedia.
--Morrà qui con me! Non è questo che volevate dirmi, Ildebrando?
--Ah! mormora costui meditando la trista interpretazione che Alberada
aveva data alle sue parole. Con te, dici? Ebbene, sì: può avvenire
anche ciò, Alberada, e puoi anche essere libera, se alla mia volontà
sarai pieghevole. Perocchè io ho fatto sacramento innanzi la persona
di Cristo, che, da oggi in poi, non vi sarà altra volontà sulla terra
che la mia.
--Audace giuramento, interrompe Alberada.
--Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada,
io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata,
io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io
non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che
pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto
isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì,
sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni;
avevo dovuto interdirmi ogni affetto tenero, ogni moto di sensibilità.
Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico
che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato.
Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a
Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare
un'esistenza, una forma--e sempre gli dava quella di una donna! Così,
una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la
persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una
forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre
tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella
della donna!
--E voi siete prete e cardinale?
--Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata
della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle
preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi
travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi
lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso
dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu
mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non
se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho
pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne
parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo
segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa
orrore.
--Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra
volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia
bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.
--Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando
fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato
abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me
rinnovellata, e parliamo di altro.
--Meglio così.
--Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?
--Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o
a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.
--Per salvarti.
Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le
mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando
continua.
--Per rimandarti libera al priore di Lacedonia come messaggiera di
pace.
--Mio Dio!
--L'ami tu dunque colui?
--È mio marito, checchè voi ne pensiate in contrario.
--Taci, non dirlo, grida Ildebrando di voce convulsa digridando. Per
Gesù, codeste tue parole mi fanno male al cuore, ed io non so se
giungo a dominarmi. Ascoltami bene, Alberada, e rammenta che il papa
con una mano rimesta in cielo, con l'altra stringe la terra nel pugno,
e può scuoterla, riempirla di sangue, desolarla dove al suo volere non
pieghi, e che chi il papa tradisce, muore della morte dei traditori
dentro l'anno.
» Orbene, continua Ildebrando, tu dunque devi recarti al priore di
Lacedonia. Se Ildebrando l'odiava, il papa gli ha perdonato e seco
vuole riconciliarsi. Egli ti aveva mandata a me a Montecasino,
confidando nella tua mediazione, perchè lo salvassi. Mal non si
appose, perchè io col tuo mezzo, e col tuo mezzo solamente, voglio e
posso salvarlo. Che fiducioso torni a me. Non chiedo neppure che mi
domandi perdono dappoichè già, per volere di Dio, lo perdonai. Egli
non avrà limite nel mio amore. È priore di Lacedonia per dono di
Enrico imperatore; per volere del papa sarà arcivescovo di Ravenna,
che adesso appunto quel bravo prelato è morto.
--Ma il vescovado di Ravenna provvede pure l'imperatore.
--Donna, figgiti bene nella mente che sulla terra non v'ha più oggimai
che un potere, e questo è quello del pontefice; che sulla terra non
v'ha più che un nome, e questo è quello del papa. Un altro ordine di
cose è cominciato. I vescovadi, i troni non esistono che nel pugno del
papa. Egli li dà, egli li toglie. Dirai adunque a quel priore che
lasci la scellerata vita che ha condotta finora, che abbandoni le
bandiere dell'Amalacita Guiscardo, e torni a me.
--Ma.... interrompe Alberada.
--Ascolta, continua Ildebrando. Ti manderò in oratore a Salerno con
l'abate di Cluny. Colà troverai destro abboccarti con Guiberto, perchè
metterò ordine al principe Gisulfo comprare la pace a qualsiasi
condizione, così Guiberto non mancherà neppure ai patti del duca di
Puglia e di Calabria. Io non voglio che sia disonorato colui cui penso
fare mio ornamento. Tu dunque spiegherai tutte le seduzioni, tutto il
potere che egli in te riconosce e sente fatalmente, perchè Guiberto
ritorni a me. Con lui riederai anche tu, cui non preparo minori
dovizie di grandezze e di glorie. Io insomma non segno limite alle
vostre ambizioni, se nella mia carità e nella mia affezione riporrete
fiducia....
--E se si verificasse il contrario?
--Ah! se si verificasse il contrario? mormora Ildebrando pensieroso.
Innanzi tutto, vuoi tu incaricarti della missione?
--Innanzi tutto giuratemi, Ildebrando, che male alcuno non verrà a
Guiberto se aggiusterà fede alle mie parole.
--Donna incredula! non ti basta la mia parola?
--No, voglio il vostro giuramento. E, se debbo confessare il vero,
neppure su questo ho piena credenza. Dappoichè voi che avete facoltà
di mandare la gente all'inferno ed al paradiso secondo vi torna,
sapete come sciogliervi di un giuramento, se vi piacesse non
attenerlo.
--Tu sei un'empia assolutamente. Le parole di Guiberto hanno
fruttificato in te. Ma, come tu vuoi, giuro che a Guiberto non verrà
male.
--Giuro, giuro... di grazia, messere, per cui giurate voi?
--Per i santi, per Gesù, per la Vergine, per tutto il paradiso.
Alberada conserva il silenzio come aspettasse altro e fissa gli occhi
su Ildebrando quasi col suo limpido sguardo cercasse penetrarlo
nell'anima. Ildebrando resta calmo e mutulo. Ed Alberada soggiunge:
--Sta bene, adesso vi dico che assumo l'impresa, e che metterò ogni
mia sollecitudine perchè Guiberto si concili con voi e con la Chiesa.
--Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri
altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa
reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle
mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti
tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai
piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.
Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa
che a lei si richiedeva, poi dimanda:
--E tornando che cosa mi si riserba, messere?
Ildebrando ristà un istante e risponde:
--La morte.
--Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte
senza infamia e vereconda, io giuro.
--Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.
--Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su
questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di
adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di
Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi
evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori
della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano
i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti
della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù
Cristo.
--Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.
E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel
mantello, ed esce.
Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo
retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:
--Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso,
guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate
benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per
l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.
--Santo padre, _benedicite_; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà
fatto il vostro volere.
--Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a
guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.
Ildebrando era divenuto Gregorio VII.