I.

Nil mihi de fatis thalami. Superisque relictum est,

Magne, queri nostros non rumpit funus amores.

LUCANI, lib. V.

Due cavalieri, sul cadere di una sera di estate, cavalcavano lungo la

difficile spiaggia di Salerno, e propriamente per quel dirupato sito

che la divide dalle montagne di Amalfi e di Sorrento. Onde godere del

piacevole fresco del mare, avevano appesi alla sella gli elmi, e la

testa coprivano di quei berretti che allora si dicevano _mortai_.

Vestivano giacchi di maglia, serravano al fianco la spada ed il

pugnale. E' sembravano intesi a premuroso favellare, da poichè di

tanto in tanto il cavaliere che precedeva nella angusta callaia faceva

sostare il cavallo, e volgendo la faccia all'altro restava ad udire.

Spesso però si fermavano entrambi per dar ordini alle scolte, che

vigilavano alla custodia degli alloggiamenti militari, stesi a foggia

di semicerchio intorno Salerno, o a guardare il naviglio dalla

bandiera amalfitana che ancorava nella perigliosa rada. Di tal che il

loro andare era lento anzi che no, tra perchè favellavano e

speculavano il campo, tra perchè la stradicciuola, praticata per

mantenere la comunicazione tra le truppe sul dorso della brulla

montagna che domina Salerno, era aspra ed ingombra di ciottoli. Da su

quei gioghi però bello era contemplare questa città, la quale, a

cavaliero di una cima di roccia dirupata, quasi nido d'aquila, aveva

castello di gotica architettura, sul cui merlato scintillavano i ferri

delle lance delle sentinelle, e tutti ricinti di mura merlate erano

anche que' gioghi, popolati da soldati che a lento e misurato passo vi

passeggiavano. Dalla città non partiva rumore nè fumo. Non si

distingueva alcuno per quelle case aggruppate le une alle altre come

alveoli di arnia, triste, nericce, squallide. Sembrava grande

sepolcreto. Ben altrimenti intanto poteva giudicarsi di coloro, che

novella città di tende le avevano rizzata intorno, scintillanti di

vivi colori--le tende appunto che appartenute avevano, non era guari,

ai Saracini di Sicilia. Quel popolo di soldati brioso si recava da un

padiglione ad un altro, e dai padiglioni alle galee che si cullavano

voluttuosamente sul mare tranquillo. Canzoni guerresche, rumori di

armadure, nitriti di cavalli, un movimento, una vita, una gioia, quasi

quivi non fossero convenuti per osteggiare la città e quindi dare e

ricevere la morte, ma per tornar bello un corteggio di principessa che

andava a marito. Questo insomma era il campo di Roberto Guiscardo, il

quale assediava il principe Gisulfo II, suo cognato, constretto a

ricoverarsi tra le mura della città. I due cavalieri cavalcavano

adagio, considerando, nel tempo stesso che discorrevano, da qual punto

si potesse assaltare la piazza, quale fosse il lato meno difeso;

avendo per fermo che, a lungo andare, non fosse stato che della fame,

la pazienza dei cittadini si sarebbe stancata--posto ancora che agli

urti replicati e testardi degli assalitori avessero saputo resistere.

Per lo che esaminavano le baliste; i mangani da rovinare la città con

un diluvio di pietre, le torri mobili per avvicinarsi alle mura e

pugnare di fronte a fronte: comandavano vigilanza e coraggio a quei

prodi normanni, i quali non sentivano meno il pungolo della gloria che

quello della preda doviziosa loro promessa dal sacco di Salerno. Si

apparecchiava pel domani novello assalto.

La sera era splendida. Il tramonto cangiava il sottile vapore, che

impregnava l'aria, in una polvere di oro. Le montagne di Amalfi si

disegnavano a sinistra, a tinte violette e frangiavano l'orizzonte. Il

mare che si confondeva con l'infinito del cielo era calmo e voluttoso,

come il seno di una fanciulla che non abbia ancora palpitato di amore.

Non uno spiro di vento. Non uno di quei susurri arcani della natura

vergine. Le ultime allodole che fendevano il cielo si ritiravano. La

campagna di Salerno si dileguava, grigia più che verde, sotto il

progressivo invadere delle ombre. Le prime stelle nel cielo, le prime

lucciole sulla terra cominciavano a corruscare. Solo un ronzio

d'insetti invisibili animava gli ultimi aneliti della vita del dì.

Soave, irresistibile languore s'insinuava nel corpo; l'anima

s'innalzava nel vago, negli spazi illimitati di Dio. Un cristiano

avrebbe creduto, un poeta vaneggiato, una donna avrebbe soccombuto a

qualunque parola di amore, un uomo avrebbe perdonato.... I due

viaggiatori non si accorgevano di nulla.

--Tutto va bene, diceva uno dei cavalieri; vedremo se questi marrani

di Longobardi sapranno sostenere ancora le picchiate di domani, chè in

fede mia, Guiberto, ti prometto io, vorranno riuscire belle e sonore.

Già quei di dentro sono disperati, ed il martello della fame li

travaglia, così che faranno i diavoli e peggio. Questi nostri, che

sono inaspriti dalla lunga resistenza e spasimano cacciare le unghie

nei tesori del nostro bel cognato, non si terranno le mani alla

cintola, e la chirintana vorrà tornar graziosa. Staremo a vedere, per

ora non posso dichiararmi scontento.

--Ma! non dirà altrettanto madonna Sigelgaita, messer duca, rispondeva

l'altro cavaliere. Alla fin fine, il principe Gisulfo le è fratello, e

questi disgraziati di Longobardi sono della sua nazione.

--Bah! tutto sta che Sigelgaita senta i primi squilli delle chiarine,

e veda che si cominciano a menare le mani davvero con la grazia di

Dio; chè poi il suo demonio tutelare s'incarica del resto. Se l'avessi

veduta, Guiberto, alla presa di Palermo! Giuro pel santo sepolcro che

saresti dato in dietro della paura. Sicuro che uccise di sua mano

meglio di cento Saracini.

--Qual differenza da quell'altra! sclama fra sè Guiberto, quasi

meditasse le parole del duca Guiscardo, perocchè desso appunto era il

cavaliere che precedeva. Alberada non reggeva alla vista del sangue.

Eppure l'avevano allevata dentro il pavese di suo padre, in mezzo ai

soldati.

--A proposito, ser priore, dimanda Roberto; si ha novella alcuna di

lei? Te l'han dunque menata via compiutamente?

--Voi mi toccate una piaga cruenta, monsignore.

--Sai che più ci penso e più mi persuado che quel mastro Ildebrando

debb'essere un birbante bello e pulito!

--E ben altro ancora, monsignore. Quell'uomo lo conosco sol io--e voi

pure, Roberto, se vorreste un po' rammentare perchè motivo ripudiaste

Alberada, potreste congetturarne alcuna cosa.

--Non andiamo rimuginando nel passato, priore. Ti basti avermi tolto

in pace che la fosse stata accolta da te, una donna cui io aveva

discacciata, e non te ne dimandassi ragione di maniera qualunque.

--Con la vostra sopportazione, messer duca, avreste avuto gran torto.

Dopo la fatale storia di quello sventato dell'abate di Cluny, voi

mandaste via Alberada, pizzicato da gelosia. Vi apponeste, Roberto.

Gli è vero che nell'anima mia io aveva amata Alberada; ma Iddio

stesso, neppure Iddio sapeva di quel segreto. Alberada aveva l'anima

immacolata di tutt'altro affetto che non fosse stato il vostro. Per

modo che, monsignore, voi potreste giurare che giammai donna vi ha

amato, e vi amerà più fortemente e con verecondia maggiore di quella

giovane. Se l'aveste udita a singhiozzare....

--Baie! piangeva di dispetto.

--Mai no, monsignore, piangeva d'amore; chè, la Dio mercè, io so bene

distinguere il grano dalla saggina. Se non vi avesse amato, l'avreste

udita prorompere in lamenti ed ingiurie, quando a mensa, in presenza

della sua rivale, le furono gittate sul volto le vostre seconde nozze

con sì poco garbo e carità che n'ebbe a stringere a tutti il cuore del

dolore e della sorpresa. Ed ella non disse altro motto, che: Iddio vi

perdoni, messer duca! Poi baciò sulla fronte il figliuolo Boemondo, il

quale svenuto le cadde ai piedi, e lasciò il castello sul fatto, senza

togliere una pezzuola, senza fermarsi un momento.

--L'è vero! sclama Roberto abbuiato.

--E vi ricorderete, continuò Guiberto, con qual rassegnato contegno,

uscendo dal castello di Melfi, rifiutasse le profferte di vendetta che

il suo paggio Baccelardo le presentò. A piedi, digiuna, per notte

orribile, in mezzo a fitto uragano, attraversò gioghi e campi, e

giacque sfinita di stento e di paura innanzi la porta di tristo

abituro; perocchè tutti, a timore di voi, monsignore, le rifiutavano

asilo, quasi fosse stata tocca dal gavocciolo.

--Tutti--meno che voi, pietoso priore.

--Vi domando mercè, monsignore. Ella si riparò fra le mura del

chiostro di Grotta Minarda. E solamente là, come sapete, io la rividi

quando saccheggiai la badia, ed usai alle monache il giuoco di farle

sorprendere dai diavoli. La strappai dalle grinfe dei soldati che

l'avevano adunghiata, e come la più vezzosa se la disputavano a colpi

di daga. La posi sulla groppa del mio cavallo, e la condussi al

priorato di Lacedonia. Quivi la sposai in tutta regola. Ma non saprei

dirvi quanto mi avessi da penare per indurla a nozze novelle, e quale

resistenza la mi opponesse. Mi penso perciò, monsignore, che non vi

debba dolere di alcun modo se me l'abbia tolta a moglie. Niuno

oltraggio soffrì mai la donna che sposa fu prima di voi. Poi, se io

non sono mica duca non sono neppure un paltoniere.

--Sta bene, te ne rendo anzi mercè, sclama Roberto pensoso, se vero

gli è pure che quella donna mi abbia amato mai. Non veggo però che tu

ne abbia fatto assai buon governo, e che molto ti stesse a cuore il

decoro di una donna che era, è d'uopo lo confessi, anche a me stata

carissima, e forse....

Roberto Guiscardo gittò un sospiro e si arrestò a mezza frase.

Guiberto soggiunse:

--Ed anche in questo, col vostro permesso, monsignore, voi prendete

fallo. Come ebbi inteso della venuta di Alessandro e del suo

cancelliero a Montecasino, compresi di leggeri che tanto contro di voi

come contro di me non si sarebbe mancato portare solenni accuse.

--Non occorreva essere Isaia per profetarlo.

--Nè santo per affliggersene. Ma se io, a vero dire, non dormo meno

tranquillamente sotto le censure della Chiesa, i miei vassalli non la

pensano come i vostri, Roberto. Così che mi misi alquanto in angustie,

e confessai ad Alberada le mie dubbiezze. Ella, che voi sapete quanto

sia generosa, si offerse rappattumar tutto col papa, meglio col suo

cancelliero Ildebrando. Dell'animo di costui ella aveva capito alcun

poco là a Cariati, in quella trista nostra dimora. E forse non solo me

ella pensava in quel suo proponimento, monsignore, ma altresì voi, voi

che parimenti avevate brighe col pontefice.

--Bah! sclama Roberto levando le spalle. Si direbbe, glorioso priore,

che tu vorresti regalarmi dei rimorsi.

--Eh! perchè no? i rimorsi sono anch'essi una voluttà per le anime

malate e angosciate.

--Allora conservali per uso tuo, susurra Roberto sforzandosi a

comporre il viso a gaiezza.

Il priore continua:

--Partimmo dunque divisati da frati. Ella era risoluta dimandare un

abboccamento ad Ildebrando fuori del chiostro, sapendo quanto e' fosse

sollecito delle regolarità claustrali. Quel disgraziato di Baccelardo

aveva guastato tutto. Ildebrando, onde destare dal torpore il pigro

Alessandro II, aveva indotto il giovane andarlo a vilipendere di

vigliaccheria proprio nel baciamano, e trascinarlo a mezzi di violenza

contro di entrambi noi.

--Costui l'avrò dunque sempre tra i piedi, sclama torvo Guiscardo,

digrignando i denti, quasi parlasse fra sè.

Guiberto continuò senza far vista di porgli mente:

--Nè messer Ildebrando fece i conti falliti, come sapete. Io che

appostava a San Germano seppi di quello sproposito di _placito_, e

scrissi la mia difesa. Del fatto vostro voi già stavate sicuro, sia

che non tanto mastro Ildebrando vi aveva sul liuto come me, sia che vi

difendeva il principe Gisulfo. Alberada quindi ebbe a presentarsi al

_placito_ e far leggere il foglio da me diretto al pontefice.

--Chi le avrebbe creduto tant'animo! mormora Roberto, sempre sopra

pensiero.

--L'è vero. Però, voi sapete che succedesse colà, e come sotto

pretesto di avere violate le leggi del chiostro ella fosse menata a

Roma da Ildebrando per essere giudicata.

--Prete sciagurato!

--Chi sa se solamente sciagurato! riprende Guiberto sospirando. Ma la

vendetta mi sta scritta nel cuore, monsignore; e voglia Iddio

condannarmi a finire i miei giorni in un lebbrosaio, se non la torrò

tale che se ne abbia a menar rumore per tutta Italia. Aspetto solo che

ci sbarazziamo da questi ostinati di Longobardi, che poi andrò io a

Roma, e in un modo qualunque farò visita a mastro Ildebrando.

--E niuna novella ve n'è arrivata da poi? dimanda Roberto dopo essere

restato alcun tempo concentrato. Spero in Dio che non le abbiano fatto

vitupero; dappoichè se così fosse, Guiberto, ti giuro per la mia santa

corona di duca....

--Che sperate tramutare in quella di re.

--Taci. Ebbene, ti giuro in somma, che neppur io me ne starei

indifferente, e l'insulto di una donna normanna sarebbe pagato a peso

di sangue.

--Io non so, monsignore, se l'abbiano ingiuriata; solamente vengo

assicurato di fermo da quello scimione di Laidulfo, non ha guari

tornato di Roma, di avere inteso dire che l'avevan messa a languire

nelle prigioni di qualche castello o monistero di là.

--Cosa è quell'aggrupparsi di soldati che corono, lì, verso borea?

--Qualche torneatrice che balla sulla corda, o qualche frate che

predica il giudizio finale.

--No, non mi pare. Si affollano di troppa pressa, e tornano addietro

troppo malvogliosi. Andate a vedete, Guiberto, e venitemi a

raggiungere alle tende dove mi reco.

--Non è d'uopo che vada io, perocchè già un centurione trae alla

nostra volta. E veggo...

--Due frati in un bel gruppo di lancieri con le picche calate. Che mai

sarà?

--Io l'indovino, dice Guiberto, quei di dentro han cominciato a sentir

troppo caldo dalla nostra vicinanza ed han dimandato soccorso.

--Eh! non può darsi. Io conosco la tempra ostinata di Gisulfo, e

quanto superbo ei sia. Ho per sicuro che alcun altro vorrà venirci a

guastare il giuoco ed a cacciare il suo cucchiaio nella nostra

pentola, come fecero le dannate memorie di Nicolò II e Leone IX per le

faccende di Puglia. Sta a vedere se la cosa non sia così. Qui ci

menano due frati.

--Ebbene, centurione? dimanda Guiberto al soldato che loro si

approssimava.

E quegli facendo cenno di saluto ai due cavalieri, si volge a Roberto

Guiscardo e risponde:

--Monsignore, papa Gregorio VII manda due legati che dimandano tosto

essere ammessi alla vostra presenza. Che dobbiamo fare di costoro?

--Frustateli, mormora il priore alzando le spalle e spingendo il

cavallo per ritornare alle tende del duca.

Ma Roberto resta un tratto a pensare, poi ordina:

--Guidateli al nostro maestro di palazzo, monsignor di Bovino, che

egli li provveda di alloggiamento per questa notte, e che dimani sieno

presentati al nostro padiglione.

Ciò detto sprona il cavallo e raggiunge il priore che di male umore

era partito.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 17 / 35 题