III.

PR. ENR. Abbominevole è quel Falstaff, un corruttore

della giovinezza è quel vecchio Satana dalla

barba grigia.

FALS. Vattene mariuolo! Terminate la vostra parte,

molte cose mi rimangono a dire in favore di quel

Falstaff.

SHAKESPEARE--_Enrico IV, Parte I_.

Il principe Gisulfo, dopo che ebbero menati via i cadaveri di Landolfo

e del suo cane, si studiò pigliar la parola e difendere Roberto, ma la

voce gli mancò essendo anch'egli vivamente commosso. Imperocchè in

quella del principe Landolfo, più che la morte di un uomo, egli

egualmente che tutti considerava la morte di una forte ed annosa

dominazione. Ed una dominazione che passa senza fasto e senza rumore,

è tutta una storia di delitti, di grandezze, di ardimenti che si perde

nella tomba, così come la memoria del vassallo che per inedia morì.

Il cancelliere del papa, il quale solo in quella adunanza non sembrava

tocco per nulla, e che durante i diversi favellari, severo ed

impassibile si era mostrato, attese ancora qualche istante perchè

altri s'avanzasse a profferire accuse. Poscia vedendo che nè il

principe di Salerno la difesa del primo suo accusato prendeva, nè

alcuno presentavasi, accigliato, ma gelidamente, alza la fronte e

dice:

--Proseguite, baroni, chè il tempo non è degli uomini ma di Dio.

Quindi il campione della Chiesa si tragge innanzi novellamente e

favella:

--Nobili cavalieri, io accuso il priore Guiberto, barone di Lacedonia,

come complice, esecutore e consigliero di quante scelleratezze mai

contro gli uomini e contro la santità di Dio e della Chiesa, il duca

Guiscardo commettesse. Lo accuso inoltre come nicolaita, come

simoniaco, come sacrilego, come concubinario, ed ateo profanatore

delle sacre cose.

--Accusare non basta, sclama Baccelardo dal suo seggio, bisogna

provare.

--Gli è ciò che mi accingo a fare, ser cavaliere, ripiglia il campione

della Chiesa, se ella mi sarà cortese di udirmi. Il priore di

Lacedonia dunque il dì de' SS. apostoli Pietro e Paolo predicò dal

pergamo, che se Salomone, re di un guscio di paese, poteva senza

offendere Iddio ed il mondo tener seco settecento mogli e trecento

concubine, e medesimamente donne idolatre, di cui Iddio aveva

comandato: _non ingredimini ad eas; neque de illis ingredientur ad

vestras, certissime_ _enim avertent corda vestra ut sequamini deos

eorum_; egli, signore di ricco e vasto priorato e barone di grosso

contado, poteva bene avere una moglie e dieci concubine senza

oltraggiare chicchessia. Ed una moglie e dieci concubine ha infatti

nelle stesse sante mura del chiostro, egualmente che tutti gli altri

frati.

--Il vescovo di Molfetta ha tre mogli e cinquanta concubine, eppure

gli è amico di papa Alessandro, sclama Baccelardo.

Il campione della Chiesa non risponde all'interruttore e continua:

--Il priore di Lacedonia trascura i santi uffizi della Chiesa ed

impazzisce fra crapule ed orgie. Egli il giorno di Pasqua ha fatto

danzare nella chiesa i suoi frati con le loro donne, dicendo che stava

scritto che Davide, per onorare Iddio, danzò innanzi l'arca: e la

domenica delle palme li ha fatti entrare in chiesa a bisdosso di

somari, perchè così Gesù Cristo entrò in Gerusalemme.

--Non si debbe dunque imitare Davide e nostro Signore? dimanda

Baccelardo con impazienza.

Il cancelliero del papa solleva la testa e fulmina di uno sguardo il

giovane cavaliere, senza però profferir verbo. Il campione della

Chiesa, lo guarda anch'esso di modo uggioso e continua:

--Il priore di Lacedonia uffizia nelle chiese del suo priorato,

avvegnachè il papa l'avesse interdetto, e fosse sotto i gravami degli

anatemi. Egli invase le possessioni della badia di Grotta Minarda; ed

avendo quella badessa mandato quattro giovani suore a portargliene

gentile lamento, l'infame fe' recidere tutta la parte anteriore

dell'abito alle ambasciatrici, dal petto in giù, e così sconce, con

drappello di scostumati soldati, di nuovo le fece accompagnare

all'abadia. Egli nella festa del _Corpus Domini_ del 1063 benedisse il

popolo accorso alla chiesa con inchiostro invece di acqua lustrale,

profanando le sacre funzioni, tramutando la messa in giulleria con un

popolo così laidamente imbrattato. Egli battezzò suo figlio col vino;

ed avendo la madrina fatte osservazioni su tale sacrilegio, il priore

le dà forte dell'aspersorio nella fronte sì che la stramazza, ed il

figliuol suo, urtando delle tempie al pavimento, ne muore. Egli avendo

ricevuti due messi di papa Alessandro II, il quale lo chiamava al

ravvedimento, castra atrocemente i due diaconi, e così vituperati li

rimanda al pontefice.

--Infame, infame! sclama senza quasi avvedersene il cancelliero, e

senza alzar la testa poggiata sul petto.

--Un santo padre della Chiesa s'era bene castrato da sè per essere più

uomo di Dio! mormora un cappuccio dell'adunanza.

Il campione della Chiesa continua:

--In tutte le guerre, in tutte le avvisaglie, in tutte le cacce, in

tutte le corti bandite, accompagnato da istrioni e cantatrici, da

chierici e da soldati, si trova il priore Guiberto, e nel più folto

sempre delle mischie, nel più osceno de' bagordi. Egli ha rapita la

moglie al sire di castel la Baronia che si recava alla caccia. Egli ha

spogliato ed incendiato il monistero di Carbonaro, mutilandone i

frati. Egli si condusse nella chiesa di Villanova, al momento che quei

canonici cantavano mattutino, ed avendo loro tronche le teste, li

lasciò negli stalli coi breviari sulle mani. Egli, e cinquanta

compagni vestiti da demoni, una notte nel 1065 penetrò nel monistero

di Accadia, ed avendo contaminate quelle sante sorelle di Cristo le

fece frustare pei chiostri, cantando: chè di chicchesia d'allora in

poi e' si sarebbe burlato, perocchè aveva a cognato Gesù. Egli insomma

si è bruttato di tutte le infamie, di tutti i delitti; ha maltrattati

gli ecclesiastici, ha oltraggiato il papa--è un empio furibondo e

matto di cui la terra non ne sostiene peggiore.

--Chi attesta tutto ciò? sclama Baccelardo. Quando si danno di tali

accuse, gli è mestieri che una fronte si scopra per sostenerle.

--Io levo la mia, risponde solennemente il cancelliero del papa,

alzandosi in piedi. Vi è chi dubiti di mia parola?

Nessuno fa motto. Il campione della Chiesa allora soggiunge:

--Finora i laici hanno rispettato codesto malvagio priore perchè egli

giammai offese nè le loro persone nè le loro possessioni--anzi e' ne'

bisogni e nelle guerre di ciascuno si prestò sempre volentieri e

disinteressatamente. Lo hanno temuto, perchè stretto di alleanza con

Roberto Guiscardo, l'uno spalleggia l'altro, l'uno dà all'altro mano

forte negli attentati, e si consigliano, e di qualsiasi potere ridono.

Ma voi, baroni, voi non potrete adesso con cuor freddo udire i lamenti

del Santo Padre, e saprete non solo giudicarlo debitamente, ma mandare

a compimento la sentenza.

Com'ebbe detto ciò, il campione della Chiesa ritornò al suo posto e si

assise. Allora dal centro dell'adunanza si leva un altro, camuffato da

frate, col capperuccio tirato giù giù, ed avanzandosi fino al tavolo

del cancelliere, toglie la penna e scrive affrettatamente sotto una

pergamena alcune righe. Indi tornando fra gli stalli dei baroni

consegna quella pergamena all'abate di Cluny, che scoverto e numerando

i rosoni scolpiti nel soffitto di rovere si teneva cogli occhi levati

al cielo, e gli dice:

--Padre riverendo, leggete.

L'abate mezzo assorto, mezzo alienato, si riscuote come svegliato

improvviso dal sonno, e si trova fra le dita la carta. Si passa la

mano sulla fronte, quasi volesse sgombrarla dalla pesantezza del

sonno, e dimanda:

--Che debbo dunque fare di questo negozio?

--Leggete, leggete, ser abate, sclamano alcune voci dalla sala. Ed

egli levandosi da sedere legge:

« Guiberto, per volere di Dio e di Enrico III imperatore, priore nel

monistero di Lacedonia e barone, ad Alessandro II antipapa, salute e

pace se la desidera ».

« Avendo inteso, monsignore, che voi di pieno arbitrio, provocato da

sfortunato cavaliere, dal vostro cancelliere prevaricato, avevate

intimato un _placito_ in cui i medesimi baroni ed ecclesiastici

dovevansi fare accusatori e giudici di me, priore e barone, e del duca

Roberto Guiscardo, ed indi metter forse ancora esecuzione alla

sentenza, la quale per istigazione di voi e del vostro leal

cancelliero non mancherà tornarci contraria; ho creduto rispondere di

per me ad alquante accuse fattemi pure altre volte, qualunque si fosse

l'autorità di codesti giudici, e meglio per giustificarmi innanzi di

loro, come cavaliere con cavalieri, anzi che reo con _sculdaschi_;

ricordandovi inoltre cose a voi o mal conte, o mal gradite, o non

volute rammentare. Bene inteso però, che, di voi parlando, monsignore,

voglio sempre significare il vostro cancelliero, con me tanto

grazioso, ed innanzi al mondo tanto santo.

« Paggio della contessa Beatrice di Toscana, di cui nacqui suddito,

piacque alla reale memoria di Enrico III _il nero_, per lieve servigio

resogli, di togliermi in grazia, e propormi la guerresca sua corte di

Germania, dove avessi voluto istruirmi in altro, che nel mestiero

della lancia e della daga. Come, per vero, avendo un dì dovuto

risolvermi ad accettare le imperiali munificenze, dalla santa memoria

di quell'imperatore fui accomandato a quel medesimo sir Adalberto

arcivescovo di Brema, il quale dipoi il suo proprio figliuolo Enrico

IV ebbe l'onore di consigliare. E quando quel possente imperatore mi

credette in grado di prodigarmi favori, mi donò del priorato di

Nostradonna di Lacedonia, e mandommi in Italia con commessa al duca

Roberto Guiscardo d'investirmi l'annessovi feudo. I voleri del

generoso principe, che ora è santo nella corte del cielo, furono

compiuti. Per modo che io questa baronia e questo priorato per

largizione imperiale tenni, tengo, e sempre al legittimo signore di

esso i debiti censi, di due rose bianche ed un mazzolino di viole, nel

dì di Pasqua, soddisfeci.

« Essendo quindi padrone del feudo l'imperatore di Lamagna, gli è a

lui, o a messi suoi, che io debbo render conto dell'opere mie;

perocchè, come sapete, o per meglio dire il vostro cancelliero sa,

senza pecca di fellonia ad altrui nol potrei. Questo per quanto

riguarda la competenza dei membri di codesto _placito_. In quanto alle

accuse dichiaro: indebitamente querelarsi il papa degl'insultati suoi

oratori contro la ragione delle genti, perchè e' mi accusarono di

simonia per fatti che non sono se non dritti di feudalità che io come

livelli esigo: mi accusarono di intrattener donne fra mogli e

concubine non so quante, mentre ogni altro vescovo, cardinale, abate,

e fino diaconi e chierici di questo secolo le tengono, le tennero

quelli dei secoli passati, di cui io non sono nè mi vanto più santo:

mi ordinarono lasciar via queste donne incontanente, a vituperio del

Signore che solennemente fece precetto nelle sue sante Scritture:

_abbandona padre e madre, ma la tua donna non abbandonare_; perchè e'

mi vilipesero quando, non essendo messi imperiali, comando così

oltraggiante per parte di altrui mi davano; perchè infine avendo i

messi ecceduti gli ordini, forse pietosi del loro padrone, covrendomi

d'insulti inauditi finora, con parole obbrobriose, io, per dritto di

difesa, parimenti li oltraggiai. Così che indoverosi, per non dir

petulanti, i lamenti vostri mi giunsero, messer lo papa, e mi

giungeranno mai sempre, fino a che dritto l'imperatore non ve ne dia,

mica canoniche censure.

--Costui bestemmia nefandamente, grida divampando il cancelliero;

strappate, ser priore, strappate quell'infame scritta.

--No, no, leggete, continuate, gridano i baroni da tutti i punti della

sala.

Ed il priore, senza punto avvedersi dei gridi dell'uno e

dell'ingiunzione degli altri, riprende fiato e così prosegue leggendo:

« In quanto ai delitti per ultimo che il vostro cancelliero non manca

tutti i giorni di appormi, io formalmente dichiaro, monsignore, sia a

voi, sia ai nobili castellani che compongono il _placito_, sia agli

uomini come ai miei santi avvocati ed a Dio, che egli ha mentito

peggio di un giudeo, e mente; che egli è mio particolare nemico da

lunghi anni, e studia di qual maniera per altrui mezzo di me

vendicarsi; infine che le accuse, oltre dell'essere indegne di

cavaliere, non debbono prodursi che al mio legittimo padrone.

« Queste sono le ragioni, monsignore, che per l'estrema volta io

discendo ad addurvi, e che mi dispenserebbero da qualsiasi

soddisfazione si potesse per avventura richiedere da me. Non pertanto,

sentendomi io puro delle colpe aggiustatemi con tanta poca carità

dalla frataglia mia nemica, in testa a' quali si leva il vostro santo

cancelliero, e non volendo lasciare nell'animo vostro, di codesti

nobili baroni, e del mio alleato duca Roberto Guiscardo, neppur

l'ombra di sospetti sull'onor mio, accetto di scendere in lizza chiusa

col vostro cancelliero e con prova, per giudizio di Dio,

giustificarmi. Dopo ciò vi dimando la benedizione, se me ne stimate

degno, e salutando codesti valorosi baroni, prego Iddio che

v'illumini, e tra me ed il vostro cancelliero decida.

« Aggiungo, che la maggior parte delle accuse del campione della Chiesa

sono false ».

Datum Lacedoniae triduo ante Kalendas Augusti 1070

GUBERTUS LACEDONIAE gratia Dei, Prior et Baro.

Quando l'abate di Cluny ebbe letto ciò si strinse nelle spalle ed a

passo lento si approssimò al tavolo del cancelliero, e gli pose avanti

la carta. E questi, piegandosi, vide che la postilla diverso carattere

aveva scritta. Dimandò perciò il pugnale al principe Gisulfo e sulla

punta di quello prendendo la pergamena la gittò per terra, e sopra vi

calcò il piede sclamando:

--Le cose degli scomunicati non lordino i vassalli di Dio.

Colui che aveva presentata la protesta di Guiberto, all'atto codardo

si alza come preso da impeto generoso; ma poi, percotendosi di ambo le

pugna la fronte, si asside di nuovo senza dir motto. Però il principe

Gisulfo, che uomo generoso era, trovando la parola rampogna:

--Ser cancelliero, il vostro non è condursi da cristiano. Cristo

rimproverò i discepoli che d'intorno gli scacciavano la Maddalena, e

duolmi che, io laico, ve lo debba rammentare. Ma questi baroni hanno

udite le accuse e le difese di Guiberto, e basta. In quanto a mio

cognato Guiscardo poi rispondo--nè mi curo giustificar altrimenti le

mie parole fuor della spada--che non mai egli rapì gli Stati a

Baccelardo, perchè Roberto succedeva al conte Umfredo, come il conte

Umfredo era succeduto al conte Drogone, e questi a Guglielmo

Bracciodiferro: che se fece prigioniero papa Leone IX, si servì dei

diriti di vincitore, e da cristiano fedele e leal cavaliere lo trattò:

che non mai ripudiò Alberada per ambizione o per mutato amore, sibbene

perchè scovrì Alberada riuscirgli parente: se prese Malvito con

inganno, adoperò stratagemma di guerra e quindi commendabile a

capitano: infine se lo sfortunato principe Landolfo V di Capua fu

scacciato dalla casa dei padri suoi, vuolsene addebitare più il

principe Riccardo, che stette sodo alle codarde condizioni dei

Capuani, anzi che i consigli di Guiscardo, il quale pugnava allora

nelle Calabrie. Al silenzio dunque le sciocche calunnie che ci avete

fatte udire, e pensate da uomini e da cavalieri, non da stupidi servi

da gleba. Queste sono le ragioni che io, principe Gisulfo II di

Salerno, seppi addurvi. Se poi vi ha qualcuno che le creda deboli o

non vere, ecco qui la manopola di un uomo, il quale da cavaliere saprà

sostenere che costui ha mentito come un infedele. Ho detto. Ai voti.

--Ai voti, ai voti! gridarono molte voci dalla sala; e tutti si

alzavano per andare a mettere le tessere nell'urna; allorchè

triplicata squilla di tromba fuori le porte dell'abadia risuonò.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 13 / 35 题