Derobe-les à l'oeil de leurs persécuteurs,
Je fuis, le jour m'epie, et s'il me voit je meurs!
LAMARTINE, _La Chute d'un Ange_.
I baroni restarono fissi ai loro posti, da poichè il cancelliero aveva
dato ordine ad un araldo, che faceva da mazziere alle porte della
sala, di riferire a quell'adunanza chi fosse e che significasse quella
chiamata di tubatore. E non passò guari e l'araldo venne ad
annunziargli che egli precedeva un oratore cui Roberto Guiscardo
mandava al pontefice, e che questi ai baroni rimandava per dargli
udienza. Infatti e' finiva di così parlare, allorchè i battenti della
sculpita porta si schiudono e comparisce il vescovo di Bovino.
Il suo passo era maestoso come a personaggio di tanto cuore e di tanto
rilievo convenivasi. Vestiva corsaletto di lamine di acciaio a
rabeschi d'oro, sopra di cui gittato un manto soppannato di pelli
preziose, e fermato da scheggiale di gemme. Egli venne in mezzo al
salone, e dopo aver salutati i baroni da prima con grazioso piegare di
testa, e con maggiore sussiego il cancelliero, che immobile gli aveva
fermo l'occhio addosso, fece ancora un passo verso il principe di
Salerno e parlò:
--Messer principe, la nostra missione, sebbene per avventura
riguardasse voi più direttamente, si diresse a papa Alessandro, onde
le nostre preghiere vi tornassero meno sgradevoli.
Gisulfo si rizza sulla persona quasi un punteruolo dell'armadura
l'avesse offeso, ed accigliato domanda:
--E quali sono codeste preghiere che ci abbiano a tornar mal gradite!
--I cittadini d'Amalfi, messer principe, continua il vescovo con
calma, i cittadini di Amalfi hanno mandato il priore di Lacedonia ad
oratore a duca Guiscardo perchè a pro di loro intercedesse da vostra
grandezza una tregua alle angarie ed ai soprusi, che, insopportabili,
di vostro comando si praticano loro incessantemente. Le taglie imposte
superano d'assai i prodotti delle loro terre: il commercio che quando
Amalfi si reggeva a repubblica esercitava su tutte le città di Europa,
per le vostre vessazioni è stato annullato: gli _aldi_, gli
_arimanni_, le maestranze, e tutte le altre condizioni di uomini,
liberi negli altri paesi, sono tornati schiavi in questa povera
contrada. In una parola, monsignore, la vostra mano esorbitante pesa
su quegl'infelici che a Roberto Guiscardo si volsero per supplicarvi
di grazia.
--Mai no! per la santa messa di Pasqua che ci deve comunicare, mai no,
sclama irritato il principe di Salerno, il quale, a misura che
l'oratore parlava, si andava corrucciando nel volto e digrignava dei
denti ferocemente. Hanno forse dimenticato quei traditori che
assassinarono nostro padre sulla spiaggia deserta del mare come un
miserabile pirata?
--Non l'hanno dimenticato, monsignore: ma forse appunto perchè troppo
lo ricordano, vi si accomandano di non ridurli a disperazione.
--Ah! monsignor di Bovino, sogghignando sclama Gisulfo, e' ci
minacciano dunque ancora, non è vero? ed il nostro grazioso cognato li
spalleggia? Non è questo che siete venuto qui ad annunziarci,
monsignore?
--Messer principe, il duca Roberto è incapace delle fellonie che voi
sospettate. Egli ha mandato noi a papa Alessandro perchè lo
pregassimo, onde con la sua autorità e benevolenza ottenere dal vostro
valore pietà per li disgraziati. Questa e non altra è stata la nostra
ambasciata. Quindi aspettiamo da voi risposta, perchè il pontefice si
avvisò meglio dirigerci a voi stesso come ad uomo generoso e gentile.
--Sta bene, monsignor di Bovino, risoluto risponde Gisulfo, e la
nostra risposta fia questa: agli Amalfitani saranno duplicati censi,
livelli, foderi e decime, che di anno in anno troveremo ancora modo di
augumentare; e' saranno spogliati della marineria, e tutti ridotti a
servi di gleba. A Roberto Guiscardo poi direte, che Areco e Santa
Eufemia, da lui usurpate, da questo momento rientrano nel nostro
dominio, e che la costa, da Salerno a Fico, appartiene a noi. Inoltre,
che noi rifiutiamo con disprezzo l'alleanza di un uomo che si fa
intercessore di assassini; che verremo in persona a dimandargli
ragione dell'affronto che con tal suo messaggio ci ha fatto. Al priore
di Lacedonia per ultimo direte, che gli daremo l'opulenta mercede
dalla sua traditrice pietà meritata.
Il vescovo di Bovino stette un istante silenzioso a riflettere,
guardando in volto ben bene Gisulfo, girando lo sguardo intorno
sull'adunanza poi riprende:
--Messer principe, veggo che voi siete sotto il dominio del demone
dell'iracondia; acquetatevi, ed acconsento di aspettare fino a domani
che ritragghiate la vostra risposta.
--Arrogante prelato, scoppia allora Gisulfo; se voi non foste un uomo
di chiesa, vi avremmo di già insegnato con usura per qual modo un
cavaliere ritratta le sue parole. Aggiungiamo dunque di più; che noi
intendiamo gittare sul volto di lui, duca Roberto Guiscardo, questo
guanto di ferro, così come sul tuo volto lo gittiamo, vescovo di
Bovino.
--Alto là in nome di Cristo, sclama il cancelliero del papa,
rattenendo il braccio del principe di Salerno, il quale abbrancava la
manopola per percuoterne il viso del vescovo. Principe Gisulfo,
ricordatevi che costui, comunque malvagio, è pastore della Chiesa; non
trascendete. I servitori di Dio non son soggetti che a Dio.
Il vescovo di Bovino, che era rimasto immobile ad udire, atteggiò il
volto a lieve sorriso di scherno verso i due che tanto brutalmente
l'insultavano, poi disse:
--Sia fatto il vostro volere, principe di Salerno. Noi recheremo le
parole vostre, così scortesi che ce le avete volute dire; ed innanzi a
questa nobile assemblea di baroni, prendendo a testimoni Cristo, la
Madonna di Lacedonia ed il barone san Tomaso di Bovino, facciamo
sacramento, che, a contare da oggi a sei mesi, vi avremo dimandato
conto dell'oltraggio, sotto la vostra medesima città di Salerno.
--Amen, spavalduccio prelato, acerbamente ghignando risponde Gisulfo.
E perchè in qualche modo potessimo pure mostrarvi come ci tornano
graditi i vostri giuramenti, osiamo offrirvi il dono di questa catena
di oro e di gemme, che ci ha servito di monile nel dì delle nozze del
vostro padrone con la sfortunata nostra sorella Sigelgaita.
--Mille mercè monsignore, soggiunge fieramente il vescovo. Non ci
occorrono doni perchè ci ricordassimo di voi. Noi quindi non
accettiamo da voi cosa alcuna, sibbene vi dimandiamo ciò che senza
macchia di vigliacco non potreste rifiutarci, perchè ci appartiene--la
vostra manopola.
--Ah! ah! per farne che uso, monsignor di Bovino?
--Per attaccarcela all'elmo, ser principe, e constringervi a venircela
a dimandare la prima volta che sotto le mura di Salerno ci
incontreremo.
--Per il santo sepolcro! monsignore, voi ci tornate ben singolare,
scoppia Gisulfo. Ma sia fatto il vostro piacere. Non sarà mai detto
che noi ci fossimo mostrati taccagni ad alcuno che di morire per
nostra mano dimandò. Vi raccomandiamo però, monsignore, di farvi una
bella confessione delle vostre peccata quel dì che avrete la sventura
d'incontrarvi con noi.
--Va bene, messere: la morte e la vita sono in mano di Dio.
E sì dicendo toglieva il guanto di mano al principe di Salerno, ed
usciva con non minore solennità di quella con che era entrato nella
sala del Capitolo. Allora il cancelliero si volge ai baroni e dice:
--Ai voti, baroni, e ricordatevi bene, che Iddio giudica il vostro
giudizio.
--Ai voti sia pure, esclama il principe di Salerno, mettendo pel primo
a vista di tutti la sua tessera nera nell'urna ». Però, venga qual
vuolsi il vostro giudizio, baroni, noi abbiamo dichiarata la guerra a
questo pirata normanno ed a questo assassino priore, e speriamo, col
soccorso di Dio e di s. Michele Arcangelo del Gargano, vendicare la
Chiesa e gli sfortunati tutti che al pari di noi furono oltraggiati da
costoro.
I baroni intanto l'un dopo l'altro si accostavano all'urna, situata
d'innanzi al cancelliero, per gittarvi il loro parere. Allora, quello
stesso che aveva recata la pergamena a leggere all'abate di Cluny,
avvicinandosi al tavolo, e mettendo nell'urna bianco dado, susurra
all'orecchio del cancelliero:
--Ildebrando, salvali!
A queste parole, al suon di quella voce, all'accento commosso, alla
mano tremante come un serpente se gli si fosse avventato al sembiante,
il cancelliero dà un salto sul suo seggio e si alza gridando:
--Sacrilegio, baroni, sacrilegio: una donna è in mezzo di noi.
E nel tempo stesso, strappando, senza nulla considerare, il cappuccio
che ascondeva la testa del frate, scovre giovane donna, cui
somigliante niun pittore aveva saputo mai fino allora idear una
madonna. I baroni, che intorno a lei avevano fatto cerchio, al vedere
così angelica creatura stupefatti traggono indietro, e l'abate di
Cluny sclama maravigliato:
--Alberada! la ripudiata consorte di Guiscardo!
Ildebrando, che con le pupille spalancate ed immobili era restato a
guardarla, quasi avesse voluto in quello sguardo racchiuderla,
serrarla come la mano del catalettico serra piccolo disco, divorarla
con avidità di belva concitata, incenerirla, alla parola di _consorte_
si cangia in un istante, e con la mutabilità d'istrione, assidendosi,
con un sorriso mefistofelico e ghiacciato soggiunge:
--La concubina del priore di Lacedonia, baroni, la concubina.
Alberada a quell'insulto si raddrizza a sua volta sulla persona,
percuote il suolo del piede, e saettandolo di uno sguardo pieno di
collera e di disprezzo, alteramente risponde:
--La moglie, messer cancelliero, la moglie.