IV.

Derobe-les à l'oeil de leurs persécuteurs,

Je fuis, le jour m'epie, et s'il me voit je meurs!

LAMARTINE, _La Chute d'un Ange_.

I baroni restarono fissi ai loro posti, da poichè il cancelliero aveva

dato ordine ad un araldo, che faceva da mazziere alle porte della

sala, di riferire a quell'adunanza chi fosse e che significasse quella

chiamata di tubatore. E non passò guari e l'araldo venne ad

annunziargli che egli precedeva un oratore cui Roberto Guiscardo

mandava al pontefice, e che questi ai baroni rimandava per dargli

udienza. Infatti e' finiva di così parlare, allorchè i battenti della

sculpita porta si schiudono e comparisce il vescovo di Bovino.

Il suo passo era maestoso come a personaggio di tanto cuore e di tanto

rilievo convenivasi. Vestiva corsaletto di lamine di acciaio a

rabeschi d'oro, sopra di cui gittato un manto soppannato di pelli

preziose, e fermato da scheggiale di gemme. Egli venne in mezzo al

salone, e dopo aver salutati i baroni da prima con grazioso piegare di

testa, e con maggiore sussiego il cancelliero, che immobile gli aveva

fermo l'occhio addosso, fece ancora un passo verso il principe di

Salerno e parlò:

--Messer principe, la nostra missione, sebbene per avventura

riguardasse voi più direttamente, si diresse a papa Alessandro, onde

le nostre preghiere vi tornassero meno sgradevoli.

Gisulfo si rizza sulla persona quasi un punteruolo dell'armadura

l'avesse offeso, ed accigliato domanda:

--E quali sono codeste preghiere che ci abbiano a tornar mal gradite!

--I cittadini d'Amalfi, messer principe, continua il vescovo con

calma, i cittadini di Amalfi hanno mandato il priore di Lacedonia ad

oratore a duca Guiscardo perchè a pro di loro intercedesse da vostra

grandezza una tregua alle angarie ed ai soprusi, che, insopportabili,

di vostro comando si praticano loro incessantemente. Le taglie imposte

superano d'assai i prodotti delle loro terre: il commercio che quando

Amalfi si reggeva a repubblica esercitava su tutte le città di Europa,

per le vostre vessazioni è stato annullato: gli _aldi_, gli

_arimanni_, le maestranze, e tutte le altre condizioni di uomini,

liberi negli altri paesi, sono tornati schiavi in questa povera

contrada. In una parola, monsignore, la vostra mano esorbitante pesa

su quegl'infelici che a Roberto Guiscardo si volsero per supplicarvi

di grazia.

--Mai no! per la santa messa di Pasqua che ci deve comunicare, mai no,

sclama irritato il principe di Salerno, il quale, a misura che

l'oratore parlava, si andava corrucciando nel volto e digrignava dei

denti ferocemente. Hanno forse dimenticato quei traditori che

assassinarono nostro padre sulla spiaggia deserta del mare come un

miserabile pirata?

--Non l'hanno dimenticato, monsignore: ma forse appunto perchè troppo

lo ricordano, vi si accomandano di non ridurli a disperazione.

--Ah! monsignor di Bovino, sogghignando sclama Gisulfo, e' ci

minacciano dunque ancora, non è vero? ed il nostro grazioso cognato li

spalleggia? Non è questo che siete venuto qui ad annunziarci,

monsignore?

--Messer principe, il duca Roberto è incapace delle fellonie che voi

sospettate. Egli ha mandato noi a papa Alessandro perchè lo

pregassimo, onde con la sua autorità e benevolenza ottenere dal vostro

valore pietà per li disgraziati. Questa e non altra è stata la nostra

ambasciata. Quindi aspettiamo da voi risposta, perchè il pontefice si

avvisò meglio dirigerci a voi stesso come ad uomo generoso e gentile.

--Sta bene, monsignor di Bovino, risoluto risponde Gisulfo, e la

nostra risposta fia questa: agli Amalfitani saranno duplicati censi,

livelli, foderi e decime, che di anno in anno troveremo ancora modo di

augumentare; e' saranno spogliati della marineria, e tutti ridotti a

servi di gleba. A Roberto Guiscardo poi direte, che Areco e Santa

Eufemia, da lui usurpate, da questo momento rientrano nel nostro

dominio, e che la costa, da Salerno a Fico, appartiene a noi. Inoltre,

che noi rifiutiamo con disprezzo l'alleanza di un uomo che si fa

intercessore di assassini; che verremo in persona a dimandargli

ragione dell'affronto che con tal suo messaggio ci ha fatto. Al priore

di Lacedonia per ultimo direte, che gli daremo l'opulenta mercede

dalla sua traditrice pietà meritata.

Il vescovo di Bovino stette un istante silenzioso a riflettere,

guardando in volto ben bene Gisulfo, girando lo sguardo intorno

sull'adunanza poi riprende:

--Messer principe, veggo che voi siete sotto il dominio del demone

dell'iracondia; acquetatevi, ed acconsento di aspettare fino a domani

che ritragghiate la vostra risposta.

--Arrogante prelato, scoppia allora Gisulfo; se voi non foste un uomo

di chiesa, vi avremmo di già insegnato con usura per qual modo un

cavaliere ritratta le sue parole. Aggiungiamo dunque di più; che noi

intendiamo gittare sul volto di lui, duca Roberto Guiscardo, questo

guanto di ferro, così come sul tuo volto lo gittiamo, vescovo di

Bovino.

--Alto là in nome di Cristo, sclama il cancelliero del papa,

rattenendo il braccio del principe di Salerno, il quale abbrancava la

manopola per percuoterne il viso del vescovo. Principe Gisulfo,

ricordatevi che costui, comunque malvagio, è pastore della Chiesa; non

trascendete. I servitori di Dio non son soggetti che a Dio.

Il vescovo di Bovino, che era rimasto immobile ad udire, atteggiò il

volto a lieve sorriso di scherno verso i due che tanto brutalmente

l'insultavano, poi disse:

--Sia fatto il vostro volere, principe di Salerno. Noi recheremo le

parole vostre, così scortesi che ce le avete volute dire; ed innanzi a

questa nobile assemblea di baroni, prendendo a testimoni Cristo, la

Madonna di Lacedonia ed il barone san Tomaso di Bovino, facciamo

sacramento, che, a contare da oggi a sei mesi, vi avremo dimandato

conto dell'oltraggio, sotto la vostra medesima città di Salerno.

--Amen, spavalduccio prelato, acerbamente ghignando risponde Gisulfo.

E perchè in qualche modo potessimo pure mostrarvi come ci tornano

graditi i vostri giuramenti, osiamo offrirvi il dono di questa catena

di oro e di gemme, che ci ha servito di monile nel dì delle nozze del

vostro padrone con la sfortunata nostra sorella Sigelgaita.

--Mille mercè monsignore, soggiunge fieramente il vescovo. Non ci

occorrono doni perchè ci ricordassimo di voi. Noi quindi non

accettiamo da voi cosa alcuna, sibbene vi dimandiamo ciò che senza

macchia di vigliacco non potreste rifiutarci, perchè ci appartiene--la

vostra manopola.

--Ah! ah! per farne che uso, monsignor di Bovino?

--Per attaccarcela all'elmo, ser principe, e constringervi a venircela

a dimandare la prima volta che sotto le mura di Salerno ci

incontreremo.

--Per il santo sepolcro! monsignore, voi ci tornate ben singolare,

scoppia Gisulfo. Ma sia fatto il vostro piacere. Non sarà mai detto

che noi ci fossimo mostrati taccagni ad alcuno che di morire per

nostra mano dimandò. Vi raccomandiamo però, monsignore, di farvi una

bella confessione delle vostre peccata quel dì che avrete la sventura

d'incontrarvi con noi.

--Va bene, messere: la morte e la vita sono in mano di Dio.

E sì dicendo toglieva il guanto di mano al principe di Salerno, ed

usciva con non minore solennità di quella con che era entrato nella

sala del Capitolo. Allora il cancelliero si volge ai baroni e dice:

--Ai voti, baroni, e ricordatevi bene, che Iddio giudica il vostro

giudizio.

--Ai voti sia pure, esclama il principe di Salerno, mettendo pel primo

a vista di tutti la sua tessera nera nell'urna ». Però, venga qual

vuolsi il vostro giudizio, baroni, noi abbiamo dichiarata la guerra a

questo pirata normanno ed a questo assassino priore, e speriamo, col

soccorso di Dio e di s. Michele Arcangelo del Gargano, vendicare la

Chiesa e gli sfortunati tutti che al pari di noi furono oltraggiati da

costoro.

I baroni intanto l'un dopo l'altro si accostavano all'urna, situata

d'innanzi al cancelliero, per gittarvi il loro parere. Allora, quello

stesso che aveva recata la pergamena a leggere all'abate di Cluny,

avvicinandosi al tavolo, e mettendo nell'urna bianco dado, susurra

all'orecchio del cancelliero:

--Ildebrando, salvali!

A queste parole, al suon di quella voce, all'accento commosso, alla

mano tremante come un serpente se gli si fosse avventato al sembiante,

il cancelliero dà un salto sul suo seggio e si alza gridando:

--Sacrilegio, baroni, sacrilegio: una donna è in mezzo di noi.

E nel tempo stesso, strappando, senza nulla considerare, il cappuccio

che ascondeva la testa del frate, scovre giovane donna, cui

somigliante niun pittore aveva saputo mai fino allora idear una

madonna. I baroni, che intorno a lei avevano fatto cerchio, al vedere

così angelica creatura stupefatti traggono indietro, e l'abate di

Cluny sclama maravigliato:

--Alberada! la ripudiata consorte di Guiscardo!

Ildebrando, che con le pupille spalancate ed immobili era restato a

guardarla, quasi avesse voluto in quello sguardo racchiuderla,

serrarla come la mano del catalettico serra piccolo disco, divorarla

con avidità di belva concitata, incenerirla, alla parola di _consorte_

si cangia in un istante, e con la mutabilità d'istrione, assidendosi,

con un sorriso mefistofelico e ghiacciato soggiunge:

--La concubina del priore di Lacedonia, baroni, la concubina.

Alberada a quell'insulto si raddrizza a sua volta sulla persona,

percuote il suolo del piede, e saettandolo di uno sguardo pieno di

collera e di disprezzo, alteramente risponde:

--La moglie, messer cancelliero, la moglie.

Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 14 / 35 题