MAF. Madame, je suis Maffio Orsini frère du
Duc de Gravina que vos sbires ont étranglé
la nuit pendant qu'il dormait.
IEP. Madame, je suis Ieppo Liveretto neveu de
Liverotto Vitelli, que vous avez fait poignarder
dans les caves du Vatican.
OLOF. Madame, je m'appelle Oloferno Vitellozzo
neveu de Iago d'Appiani, que vous avez
empoisonné dans une fête après lui avoir
traîtreusement derobé sa bonne citadelle
seigneurial de Piombino.
DON APOS. Madame, vous avez mis à mort sur
l'échafaud Don Francisco Gazzella.......
Je suis Don Apostolo Gazzella.
Hugo. _Lucrèce Borgia_.
Il domattina, all'ora di terza, nella vasta sala dove si ragunavano i
monaci a capitolo, tutto era apparecchiato per l'augusto _mallo_, che
il papa, come capo della cristianità, si lusingava poter tenere
egualmente che l'imperatore d'occidente. Tre disposizioni preliminari
il principe Gisulfo aveva creduto provocare dal cancellier-presidente
onde meglio si fosse sicuri della giustizia che nel _placito_ si
sarebbe serbata.
Primamente, che oltre le dignità ecclesiastiche fino a quella di
priore, ed alle laicali fino a quella di castellano o valvassore, non
si permetteva a chicchessia intervenire all'adunata se non fosse per
particolarmente far atto di accusa o di difesa contro i due
giudicabili; da poichè gli uomini della condizione di Roberto
Guiscardo e del priore barone di Lacedonia dovevano aspettarsi di
essere giudicati da loro pari.
Secondo, che i membri del _placito_ vi si potessero recare a
piacimento scoverti o imbacuccati nei loro cappucci; onde, sia che
accusassero, sia che difendessero, niuna ragione d'interesse
individuale per odio o benevolenza, e nessun pungolo di tema o di
gloria, l'inspirassero; le quali accuse e difese potevano profferire o
con la voce con le scritte.
Infine, che ciascheduno metterebbe in un'urna il suo voto, designando
con dado bianco l'assoluzione, con dado nero la condanna, giusta il
codice longobardo in voga anche presso i Normanni.
Posti questi tre articoli, il giudizio si dispose. Giudizio arbitrario
ed illegale, perchè gli _sculdaschi_, ossia i giudici, giudicavano ed
accusavano nel tempo stesso, ed i rei niuno aveva chiamati alla
difesa. Ma perchè il principe Gisulfo se ne era costituito campione,
avvegnachè il principe non potesse dirsi assai istruito dei fatti, nè
vigoroso del pari nell'intelletto come nel braccio; il papa si
credette autorizzato ad aprir questo _placito_. Egli operava così
perchè Roberto Guiscardo, ricevuta investitura dei suoi Stati da
Niccolò II si era dichiarato vassallo della Chiesa, in egual modo che
il priore lo era per lo spirituale; perchè egli usava del diritto di
difendere gli oppressi contro i potenti, e come capo dei cristiani
chiamare alla ragione i feudatari, che a niuno potere inchinavansi
quando gl'imperatori tanto distavano dalle loro provincie; perchè la
grande idea di sottrarre non solo gli ecclesiastici al dominio
laicale, ma questo sottomettere a quello, faceva un passo di più,
giudicando così possenti baroni; perchè infine a tal punto lo aveva
tirato dei capelli il suo cancelliere, ed un simulacro di giustizia
appariva nel loro comportarsi. Cosichè non stettero a pensarci sopra
neppur tanto, ed il _placito_ s'intimò.
A terza dunque, come si è detto, tutti trovavansi pronti nella grande
sala del capitolo. Le porte del monistero si chiusero, onde niuno di
fuori venisse a sturbarli. Innanzi ad un grande tavolo di legno di
quercia sedeva il cancelliero di papa Alessandro, con la testa
scoverta, severo e sereno. Presso di lui stava un'urna per raccogliere
le tessere, il codice longobardo, ed il calamaio con pergamene. A
fianco di lui il principe Gisulfo, scoverto del pari, con una manopola
di ferro innanzi. Negli stalli del capitolo ed in altri seggi
appositamente quivi allogati sedevano gli ecclesiastici ed i baroni.
Alcuni ravviluppati in grandi cappe co' becchetti tirati infino agli
occhi, altri con celate in testa e visiere calate; tal che per sola
congettura alcun di loro si poteva ravvisare. Il lume delle finestre
(a vetro colorato, _et gypso_, talco, come dice Leone Ostiense,
bellamente lavorate), era stato temperato con tendine di seta. Tutto
inspirava solennità luttuosa.
Quando furono accolti, le porte serraronsi e vi si apposero a guardia
quattro labardieri. Il cancelliere allora si ginocchiò per invocare
lumi di giustizia dallo Spirito Santo. Gli altri baroni ne seguirono
l'esempio. Ciascuno pregò in segreto per un istante, poi tutti
silenziosi si riassisero ed il cancelliero volgendosi verso uno degli
stalli della destra, con maestà disse:
--Campione della Chiesa, la parola è a voi.
E lento lento da uno di que' stalli si alza come un'ombra un uomo
strettamente involto nel mantello e tirasi in mezzo alla sala.
Qualcuno pensò che colui fosse l'abate Desiderio in persona, altri il
celebre Amato. Noi propendiamo pel primo. Egli dunque stava per
favellare, allorchè gli sorge da canto un cavaliere chiuso nell'elmo e
parla:
--Con la vostra sopportazione, bel sere, ancora un momento. Le querele
del papa giungeranno a migliore proposito dopo ciò che io dirò.
Il campione della Chiesa fa con la testa cenno di assentire, e si
ritragge a sedere. L'altro si alza la vantaglia, sì che ognuno ravvisa
Baccelardo, e comincia:
--Io accenno a cose, baroni, che le vostre signorie già conoscono. Gli
è però bene che abbiano la cortesia di rammentarsele. Nel cominciar di
questo secolo, quaranta pellegrini sopra galee amalfitane, tornando di
Terra Santa, approdavano a Salerno nel momento proprio che una
flottiglia di Saraceni appariva nella rada e si cacciava nel porto,
chiedendo forte riscatto. Il principe, per farli desistere dalle
avanie, promette, ed i suoi vassalli comincia a tribolare per
raccogliere la somma. I quaranta palmieri, maravigliati di tanta
obbrobriosa condotta, dimandano armi e cavalli; e nel bel delle
crapole e dell'orgie, in che guazzavano i Saraceni, vi dan dentro e ne
fanno poderoso macello. Il rimanente ottiene appena in ventura risalir
sulle navi e fuggire. Quei palmieri erano normanni. Guaimaro li colma
di doni e di grazie, e li solletica con promesse di onoranze perchè
restassero nella sua corte. Coloro però, caldi di riveder la patria
loro, gli rispondono: « che non potevano rimanere avendo da molti anni
peregrinato, che speravano visitare ancora i santuari di monte Gargano
e di Montecasino, e risalutare i tetti paterni, promettengli l'invio
di altri loro compagni. »
Il principe, confortato di tali promesse, li accomiata carichi di
molti e bei regali. Quei Normanni giungono alla patria. I concittadini
loro stupefatti de' ricchi presenti, spronati dal racconto de'
splendori del cielo d'Italia, si pongono sotto la condotta di Osmondo
Drengotto, ed uniti fra fratelli e nipoti, in pressochè cento, vengono
in Italia.
Io non ricorderò a voi testimoni, parte, vittime dei Normanni, i loro
fatti, le loro conquiste, coma e quando venissero i primi figli di
Tancredi d'Altavilla, Guglielmo Braccio-di-ferro, Drogone ed Umfredo,
nè quali servigi e' rendessero ai principi longobardi e quali
ricompense ne togliessero, nè come infine, dopo largo pugnare,
occupassero vasto paese, e Guglielmo Braccio-di-ferro fosse scelto a
Matera capo dei Normanni e nominato conte di Puglia....
--Sta bene, sta bene, sclama il principe Gisulfo, sappiamo ciò, ser
cavaliere; siateci cortese di venire ai vostri propositi.
--Ci siamo, monsignore, continua Baccelardo. I soldati longobardi
adunque, i Normanni, gl'Italiani, i loro capi, il popolo, la
maestranza, tutti si uniscono, e a suono di timpani e di oricalchi,
levato Guglielmo sopra uno scudo, gli affidano il gonfalone della loro
nuova terra, gli danno l'elmo sormontato da cerchio d'oro e la rotella
insignita della divisa medesima in campo di argento, e lo proclamano
conte di Puglia--riconoscendolo per loro primo condottiero e signore.
Indi recandosi tutti ai dieta a Melfi, si dividono il conquisto. Non
stette guari però e Guglielmo muore a Venosa.
--Da scomunicato.
--Da cristiano e da guerriero, senza rimorsi e senza paura, grida
Baccelardo. Poi continua:
--I Normanni, accoltisi di nuovo a dieta, eleggono conte suo fratello
Drogone. In quel tomo di tempo vennero gli altri figliuoli di Tancredi
d'Altavilla. Umfredo padre mio, e maggiore tra i figli del secondo
letto di Tancredi, fu creato conte. Roberto, che poscia per sua
scaltrezza e perfidia addimandarono Guiscardo, fu mandato a sostenersi
nella fortezza di San Marco in Calabria.
--E di chi era quel paese, ser cavaliere, se Dio vi aiuta? domanda una
voce con accento commosso.
--Di Dio e di chi lo prendeva, riprende Baccelardo, perochè erano
terre occupate da vili, ed i vili non meritano una patria.
« Enrico III intanto scendeva in Italia tra per assicurarsi la
dipendenza dei Normanni, che conquistavano paese nelle provincie
dell'impero, tra per mettere freno alle ribalderie dei romani
pontefici che tre in una volta regnavano dentro Roma. Composte le cose
dei papi, eleggendone un quarto, Enrico cavalca sopra Capua. Drogone
conte di Puglia e Rainulfo conte di Aversa gli fanno quivi riverenza,
e lo donano di cavalli e danari. In ricambio hanno investitura del
paese conquistato sulle terre imperiali.
--Quella del papa non bastava dunque loro, domanda balbettando un
membro dell'assemblea.
--Esse avevan tutte lo stesso valore, risponde Baccelardo. La
investitura vera la tenevano dalle loro spade. Infrattanto i Pugliesi
ribellati uccidevano molti Normanni a tradimento e facevano
assassinare l'istesso conte Drogone dal suo compare Riso, mentre
entrava nella chiesa di Montoglio ad udir messa. Il conte Umfredo,
succeduto a Drogone, assedia e prende Montoglio e fa morire gli
assassini di suo fratello quivi rifugiati.
--Adesso, ser cavaliere « l'interrompe il campione della Chiesa
» abbiate la cortesia di cedere a me la parola. Questo punto del
racconto vostro gli è bene che fosse rammentato da me.
--Vi ascolto « risponde Baccelardo e piegando le braccia si asside al
seggio da cui il campione della Chiesa erasi levato. E quegli dice:
--L'ordine di Umfredo di governare i Pugliesi come roba da rubello fu
troppo appuntino seguito. I beni della Chiesa, da costoro non
rispettati; ed i santuarii violati e messi a ruba, i sacri arredi
addicendo ad usi profani; le persone dei sacerdoti taglieggiate, le
sante reliquie rubate e vendute come buoi tolti ad aldiani; i vassalli
angariati nelle robe e nella vita, augumentati _foderi_ e _livelli_;
gli uomini di condizione libera manomessi; le donne vituperate fino
nei santi asili dei chiostri; in una parola la più pesante mano che la
guerra potesse aggravare sugl'infedeli, i Normanni calcavano sui
cristiani di Puglia. Onde avvenne che di tante crudeltà le città e le
chiese si mandassero a dolere col papa perchè, mercè sua, fussero
sollevate.
--Avrebbero meglio fatto di sollevarsi, sclamava una voce; chiamare un
aiuto gli era chiamare un nuovo padrone.
--Il papa è padre più che padrone, continua il campione della Chiesa.
Infatti Leone IX, da quel santo che egli era....
--Calate, calate, interrompe una voce, santi di quel conio non vanno
agli altari.
--Da quel santo che era, insiste il campione, Leone tenne qualche
motto ai principi longobardi. Ma conoscendo questi baroni come i
Normanni fossero ostinati nel proposito, e tenaci nelle loro
risoluzioni, persuasero il papa che senza niente affatto avvilirsi a
pregarli di carità verso i vinti, si volgesse all'imperatore Enrico.
--Il consiglio era eccellente, dice un membro dell'assemblea, perchè
l'imperatore, mal doveva tollerare che nei suoi Stati si andasse
levando gigantesca una dominazione novella, di uomini non mai sazi di
guerre nè mai pieghevoli.
--Proprio così, ser cavaliere, soggiunse il campione. Ond'è che Leone
si recò in Germania, ed Iddio fe' trovar varco alle sue parole nel
cuore di Enrico _il nero_, il quale con settecento gendarmi alemanni
lo rimandò in Italia.
--Così, li avesse mandati all'inferno! mormorava taluno; quei
saccomanni vennero a desolare l'Italia.
--E non furono i soli, replica Baccelardo perchè in Italia Leone fece
altre cerne di truppa ed accozzò esercito numeroso, alla cui testa si
mise egli in persona da condottiero.
--Sì; Leone si mise alla loro testa per addolcire i mali della guerra,
continua il campione. Però, udendo i Normanni di quella tolta di laici
e chierici che il papa loro voltava contro, gli mandano ambasciadori,
simulando pentimento e voglia di soddisfarlo all'intutto. Ma gli
oratori normanni non sanno di tanto mascherarsi da accecare Leone.
Talchè il sant'uomo, inasprito dall'insolenza di quei venturieri, che
piccoli della persona e segaligni si davano in volta boriosi per
conquistare il mondo, cavalca su quel di Civitade in Capitanata il 18
giugno 1053. I Normanni ridotti allo stremo di viveri e disperati per
la troppa disuguaglianza di forze, si trovano costretti accettare
l'abbattimento.
« Sire Iddio » sclama allora un cavaliere « giuro ammazzarti di mia mano
dugento Saraceni, se ci dai di mandare al diavolo questi bricconi di
papalini ».
--E l'uomo che così giurava, soggiunge Baccelardo, era Roberto
Guiscardo. E gli altri a loro volta giurarono:
« Regina Maria di Lacedonia, facciamo voto di darti tante messe nel tuo
priorato, quanti di questi mariuoli del papa ognuno di noi ucciderà ».
--Gli è proprio così, ser cavaliere, » disse, continuando, il campione
della Chiesa. « Il conte Umfredo comandava i Normanni. Papa Leone
celebra la messa nel mezzo dei suoi alloggiamenti, dà una grossa
benedizione alla sua truppa, e la schiera nella pianura, separata dai
Normanni per non difficile colle. Questi lo accolgono primi. Ed a vero
dire forse la pugna si sarebbe risoluta per quei della Chiesa, se quel
dannato di Guiscardo non avesse fatto suonare le trombe, e non si
fosse precipitato sugli Svevi con truppa fresca e disperata.
Lungamente si martellano di colpi, intrepidi gli uni, feroci gli
altri. Infine gli Alemanni cominciano a piegare, sono rotti e si
volgono alla fuga. Roberto gavazzando nel sangue come tigre, li segue
tagliandoli ai garretti, li uccide tutti finchè uno solo non ne resta.
A quello spettacolo terribile Leone IX inorridito si dà a fuggire
ancor egli, e cerca asilo nella fortezza di Civitade. I Normanni ve lo
assediano ed ai cittadini propongono o la resa o andar tagliati a
pezzi.
--Sì, dice Baccelardo interrompendo, e chi questo supplizio loro
minacciava era Guiscardo. Che perciò quei poltroni spaventati
cacciarono il papa fuori le mura della fortezza. Un cavaliere allora
si accostò, e prendendo le redini della sua bianca mula:
« Ser papa » gli disse sorridendo « siete prigione ».
--Quel cavaliere era ancora Roberto.
--Era Roberto, » continua il campione della Chiesa; « proprio lui, egli
sempre. I Normanni, in apparenza rispettosi, punsero il pontefice di
amari motteggi. Gli occhi pregni di lagrime, pallidissima la faccia,
Leone venia tirato dalla briglia da Guiscardo ed attraversava i ranghi
dei soldati, i quali ebri di tanta bella ed inaspettata vittoria, gli
si ginocchiavano schernevolmente sul passaggio per riceverne la
benedizione.
--Ed avrebbero meglio ricevuti dei bisanti, dei fiaschi di Orvieto e
delle lacche di maiale! interrompe una voce chioccia dal fondo della
sala.
--Può ciò essere ancora, continua il campione: eran tanto scomunicati!
Il conte Umfredo però prese il santo padre sotto la sua custodia: nè
il lasciò a libertà se non carpiti accordi che pienamente lo
soddisfacessero. Il papa ridotto a tanto stremo mal volente o
volentieri condiscese a tutto, tornò libero e poco stante morì a Roma
di cordoglio per gli oltraggi ricevuti. E l'uomo che tanta sventura
alla cristianità cagionava era sempre Roberto.
--Sventura poi non era tanta, mormorò un cavaliere dell'adunanza: quel
Leone fu una mala ventura.
--La parola è a me adesso « l'interruppe il principe Gisulfo alzandosi ».
--Con vostra licenza, monsignore, ancora due motti « pregò Baccelardo
» indi giustificherete a vostro piacimento, se potrete, la condotta di
vostro cognato.
Gisulfo si riassise, e quegli continuò:
--Leone IX, così vinto, investì il conte Umfredo padre mio delle terre
di Puglia, di Calabria e di quanto mai avesse saputo acquistare sui
Saraceni di Sicilia. Ed i Greci perdettero ancora Trani, Venosa,
Acerenza, Otranto e Troia.
--Piano « l'interruppe il campione della Chiesa » Troia era stata donata
al pontefice da Enrico II. Papa Niccolò II si lamentò di questa
occupazione dei beni della Chiesa, e Roberto promise ritornarla. Troia
non è stata restituita più alla santa sede. Continuate.
--Ridotta la Puglia « proseguì il cavaliero » tutto l'animo del conte
Umfredo si rivolge alle Calabrie. Vi manda Roberto con molta mano di
truppa e di scorte. Cosenza, Bisignano, Malvito, Gerace e Martorano
sono prese. Poco di poi, in Puglia il conte Umfredo muore. Dal suo
letto supremo chiama Roberto, facendo cenno della mano ad un frate,
che apprestavagli la comunione, di attendere ancora un istante.
« Fratello caro » a Roberto egli parlò « quanto amore io ti abbia posto
tu lo sai. Io di Normandia ti chiamai in questo paese, io sempre ti
tenni il più prode dei miei guerrieri, il più saggio nei miei
consigli; e le missioni più perigliose affidai sempre a te. Ora muoio
qui, lontano dalla nostra patria, in questa patria novella che mi ha
conquistata la spada. Il libero volere dei conti normanni mi elesse a
loro duce, proclamandomi conte di Puglia: l'imperatore Enrico III mi
investì del paese da noi conquistato: il papa rese santi i nostri
acquisti dichiarandoli tutelati dalla Chiesa, dandomene anch'esso
investitura. Tu sai che Drogone succedette a Guglielmo, perchè senza
prole, ed io a Drogone, perchè senza figli ancor esso. Ora io ho
figliuoli. Per le nostre patrie costituzioni tu sai ancora che gli
Stati del padre eredita il figlio. Ti raccomando dunque il mio
figliuolo Baccelardo. Giurami, Roberto, giura al tuo fratel moribondo
che tu sarai il padre di Baccelardo, che gli conserverai i conquisti
di che i Normanni mi fecero capo, che lo addestrerai al governo,
giuramelo sui piedi di questo Cristo che abbraccio, su quest'ostia che
deve comunicarmi ».
E Roberto, stendendo una mano sull'ostia e prendendo dall'altra il
crocifisso, fra molte lagrime, cadendo ai piedi del letto del
fratello, gridò:
« Giuro su questa santa ostia e su questo Cristo che il tuo volere sarà
fatto, fratel mio caro ».
» Umfredo radiò di gioia negli occhi, assunse l'ostia, e morì.
» Ora, baroni, Roberto non ha mantenuto il giuramento, e Baccelardo, il
figliuolo del caro fratello suo, va ramingando di terra in terra,
sprovvisto di ogni cosa, spogliato dei suoi Stati, perseguitato come
il lupo, dannato a terribile morte da suo zio. Cotesto zio è Roberto
Guiscardo. Giudicatelo.
--Uhm! giudicatelo! mormora l'abbate di Farfa dal fondo del suo
cappuccio: e chi si incarica di eseguire la sentenza?
--Se altri manca, Dio! sclama il cancelliero del papa rizzandosi sul
suo seggio.
--Proseguite le vostre accuse, signori « torvo e pensoso dice a sua
volta Gisulfo » io parlerò per ultimo.
Allora dal fondo della gran sala sorge un altro cavaliere che
tirandosi fino innanzi della tavola del cancelliero favella:
--Ed io accuso Roberto Guiscardo come spergiuro di altra promessa.
--Egli ha promesso di non tenerne mai una! mormora una voce stridula
dal fondo della sala.
--Pare che la sia proprio così, soggiunge il cavaliero che aveva
cominciato a parlare. Infatti udite questa. Sotto la fortezza di
Malvito i Normanni avevano consumato lungo tempo in assedio, senza
niuna speranza di prenderla. Una mattina un araldo d'armi, preceduto
da banderaio con bianco pennoncello e due trombettieri, si presenta
avanti alle porte e dimanda esser introdotto. I sergenti vanno a
prender l'ordine, e non passa guari, si apre una porta di soccorso per
fare entrare l'araldo. Il sire di Malvito, in piedi nel vestibulo del
suo castello, lo aspetta, tutto pronto a ricevere i patti della tolta
dell'assedio. L'araldo invece gli dice:
« Messer Asclettino, il mio nobile signore Roberto Guiscardo conte di
Puglia vi manda salute e prosperità. Nel tempo medesimo prega la
cortesia vostra che vogliate concedere sepoltura nella vostra chiesa
al suo compare Brado, morto la notte scorsa di ferita al ventre, onde
come scomunicato non venga sotterrato in rasa campagna. Che perciò
egli in nome di Dio promette che domani toglierà il campo dalle mura e
sulle reliquie dei santi ve ne fa sacramento.
« Bene sta, risponde Asclettino; il sire di Malvito che non teme i
Normanni vivi non avrà paura degli estinti, nè incrudelirà verso i
morti. Torna dunque al conte Roberto e digli: che noi gli diamo parola
di cavaliere, col favore di Gesù Cristo, di non aprir mai le porte
nostre ai soldati normanni finchè ci resteranno polpe alle braccia e
cuoi a' calzari; ma che non le chiuderemo giammai ai loro
cadaveri--dovessero pure cercarvi ricovero tutti quanti sono.
« Mille mercè, sire di Malvito, riprende l'araldo, ed Iddio
misericordioso non ascolti le vostre parole.
La sera infatti il medesimo araldo si presentava alle porte per
dimandare passo al funebre corteggio di compar Brado, giusta la
permissione del sire di Malvito. Sotto una bara coverta da ampio
drappo giaceva il cadavere: quattro cavalieri, armati solamente delle
spade, ne sostenevano i lembi, quattro frati se la recavano sul dorso
ed altri sei frati con ceri accesi venivano dietro cantando _misereri_
e _Deprofundis_.
--Che lusso di frati! Ne avevano dunque delle caneve nel campo? grida
l'uno.
--Più che di maiali per disfamarsene al desco--replica un altro.
--Voi credete, cavalieri? riprende il primo interlocutore. Ascoltate
allora. Questo manipolo di frati tirò dritto alla chiesa.
Fervorosamente tutti pregarono agli altari, poi supplicarono voler
passare la notte in preghiere per l'anima del defunto, chè al domani
gli avrebbero cantato messa, l'avrebbero sepolto, e sarebbero tornati
al campo per dimandare a Roberto di mantenere la sua parola, avendo
quel di Malvito mantenuta la sua. Asclettino, che era uomo di cuore,
non rifiutò la preghiera, e nel sagrato fece loro recare molti bei
fiaschi di vino e pasticci e camangiari che avevan proprio a farci uno
stravizzo.
--E null'altro che questo? Capperi! i frati di Malvito si danno bene
altre leccornie con le fanciulle del contado--sclama un capperuccio
del sinedrio.
--Non dico mica no, continua il primo interlocutore: ma colà si
trattava di mortorio, credeva il sire di Malvito. Se non che, nel
cuore della notte, quando i cittadini dormivano tutti, i Normanni
scoperchiarono la bara e misero fuori compare Brado vegeto e fresco
come i canonici di Cosenza, e tolsero dal fondo della cassa molte
belle armi, perchè di sotto le cappe e' già vestivano cotte di maglia.
--Oh birbi, birbi, birbi! sclama qualcuno.
--Spogliansi perciò degli abiti da frati, continua il primo, danno di
piglio ad azze, spade e picozze, e queti queti se ne vengono alle
porte. Quivi si gittano su gli arcadori di guardia e gridando: viva
Guiscardo e s. Gotifrido! li scannano tutti. Indi aprono le porte a
quei e fuori già in pronto, e mentre coloro della fortezza si levavano
a tumulto, sapendo dentro il nemico, già i Normanni occupavano i posti
delle mura, e s'impadronivano del sire di Malvito.
« Voi siete uno spergiuro, grida costui a Roberto quando gli fu menato
d'innanzi, siete un disleal cavaliero.
« Mai no, risponde Guiscardo; sire di Malvito, vi giurai che dimani
avrei tolto il campo dalle mura, vi ho mantenuta la parola questa
notte; trasferito l'ho qui dentro.
Ora, baroni, giudicate voi se Roberto non spergiurò.
--Io non me 'l credo, mormorò una cocolla, che ben poteva essere
l'abate di Farfa, che i monaci addimandavano il santo, i vassalli il
maledetto.
--Vi è ancora qualcuno che ha querele da produrre? dimandò il principe
Gisulfo volgendosi all'adunanza.
Ed un altro cavaliero traendosi ancora innanzi favellò:
--Io. Io che vengo ad accusare Guiscardo pel più villano ed infame di
quanti mai abbian preso cingolo di milizia; avvegnachè le mie parole,
monsignore, dovessero toccarvi più dappresso nel cuore.
--Messere, grida Gisulfo, rammentatevi che l'insolenza delle parole
sconviene a cavaliere, se pure cavaliere voi siete, e che noi non
sapremo perdonare tale inverecondia come non la sopportiamo.
--Sta bene, risponde l'altro; uditemi adesso, poi se vi piacerà
regolar meco i vostri conti, non isdegnerò sollevare una maschera che
per decoro non per paura mi tengo sul viso.
--Proseguite.
--Lode a Dio! Sappiate dunque che fra coloro i quali seguirono Roberto
all'invasione di Calabria era un tal Giselberto Squassapostierle.
Cavaliere senza macchia, aveva sposata una nipote di Tancredi
d'Altavilla. Egli era primo alle scalate, ultimo nelle ritratte,
avveduto nei consigli, disinteressato nel partaggio delle spoglie, ed
amato e venerato dai soldati, i quali, alla presa di Gerace, gli
dettero sopranome di Squassapostierle, perchè di un colpo di mazza
sgangherò una porta di soccorso. Questo vecchio ed onorando cavaliero
aveva una figliuola, una perla di figliuola, cui la madre mise a luce
e morì. Il padre se l'aveva allevata sul Pavese e l'amava quanto non
si può dire. Quella creatura era bella sovranamente e di una soavità
di carattere che ammaliava ogni cuore. Sicchè il padre se la recava
ognora da presso, custodita sotto il pennoncello della sua lancia, e
della sua rotella. Ed era venuta su di quattordici anni quando si
occupò Cariati. Roberto investì barone di quella piazza Giselberto, e
gli dimandò la mano di Alberada, per la quale da più di un anno
bruciava di fiamma forte e vereconda. Nè per vero dire ad Alberada
tornava spiacevole Roberto, il quale nelle rare veglie della sera
l'affascinava del suo sguardo ceruleo, e del rispettoso profferirle di
ossequi. E poi i suoi fatti da prode facevano balzare il cuore d'ogni
dama. Giselberto, che si sentiva invecchiare e forte piacevasi della
caccia, gli dimandò ancora sei mesi di tempo da sperimentar libero il
volere della figliuola; perocchè egli avrebbesi tolto piuttosto
nemicarsi lui che contradire la volontà di Alberada. Roberto vi si
acquetò malvolentieri, tardandogli godere della gioia di sì avvenente
e cortese sposa; ma il barone Giselberto fu irremovibile. Si attesero
dunque i sei mesi, a capo dei quali il barone si chiamò la figliuola
nella sua stanza e le disse:
« Alberada, amor mio, oggi tu devi passare a marito e separarti da tuo
padre, che alle tue nozze non sopravivrà di otto giorni. Parlami
dunque schietto, proprio come parlassi a tua madre o alla madonna, ami
tu Roberto Guiscardo? Perchè se per nulla e' ti riuscisse malgradito,
giuro pel santo sepolcro, che non ho avuta la sorte di visitare, che
toglierò la mia parola a Guiscardo e ti farò sposa di colui che più
ami--fosse pure il chierico di San Nicodemo.
E la fanciulla cogli occhi velati di lagrime:
« Sì, padre mio, io l'amo.
« Bene sta dunque, figliuola, risponde il barone, torna alle stanze
tue, chè fra poco mi vedrai.
E facendosi venire innanzi Roberto, Giselberto gli dice:
« Senti, Roberto, se tu mi avessi chiesta l'anima mia, io avrei voltate
le spalle al mio angelo custode e te l'avrei data senza patti: ma tu
mi hai domandata Alberada, gli è bene dunque che mi stii attento ad
ascoltare. Roberto si assise incrociando le braccia sul petto, l'altro
continuò:
In tante battaglie ho sparso il sangue per te, messer conte, e quando
quel sangue se ne andava al diavolo giù per le vene io zuffolava
un'aria di caccia. Ora tu mi vieni a dimandare più che il mio sangue,
più che la mia vita, tu mi vieni a dimandare la gioia mia, il mio
conforto, la mia preghiera, la mia speranza; l'angelo mio, la mia
madonna--tutto insomma, tutto quanto può rendere deliziosa la vita di
quaggiù, lieta quella del paradiso, e tutto questo per me è Alberada.
Bene dunque, figliuolo mio, poggiati la mano sul cuore ed interrogalo.
Se quello ti dice che malvagia cosa ell'è torre tanta beatitudine ad
un vecchio e deserto cavaliere senza punto di amore per colei che lo
bea, e tu metti la tua nella mia mano, e dimmi: Giselberto, tienti la
figlia tua, io non sono quel tanto che tu puoi sperare per lei. Ma se
codesto cuore ti dice che l'ami, e che l'amerai sempre, e che la
saprai far felice, allora prenditela pure e lasciami morire come i
vecchi cani, dimenticati, ma paghi di aver ben servito il loro
padrone; perchè, pel santo giorno di Dio, io ti giuro che morirò
contento.
E Roberto a lui:
« Giselberto, padre mio caro, io l'amo la tua Alberada e la farò lieta,
la soave creatura.
« Dici tu vero, Roberto? gli dimanda di nuovo il barone pieno d'ansia,
combattuto dalla gioia e dalla disperazione.
« Vero, risponde colui, e ti giuro per quell'ostia che deve comunicarmi
al punto di morte, che io amerò sempre e terrò felice Alberada.
« Dio ci vede e ci ascolta, sclama il vecchio; Alberada sia tua.
Sapete voi, baroni, come Guiscardo ha mantenuto tanto solenne
giuramento?
--Non fu colpa sua se non lo mantenne, grida Gisulfo.
--La colpa fu sua, ed io che l'accuso, l'attesto, continua l'altro.
Del resto giudichi il _placito_. Dopo tre anni Alberada è stata
ripudiata. E nel pieno delle gioie, madre di un figliuolo, col sorriso
d'amore sulla labra, lusingata di lunga felicità, lussureggiante di
speranze, è stata ripudiata Alberada, per isposarsi ad un demonio--a
vostra sorella Sigelgaita, principe Gisulfo, per alimentare ambizioni
e fatali desideri.
--Ciò non è vero, interrompe di nuovo Gisulfo.
--Io l'attesto, io lo giuro, grida l'altro. Le lagrime di Alberada,
baroni, chiedono vendetta; voi lo farete.
--Sì, voi la farete, grida Baccelardo anch'esso in un impeto
irresistibile, perchè suo padre non è più--dopo otto giorni dalla
partita della figliuola moriva di languore nel castello di Cariati che
gli avevano dato a guardare.
--Vi è ancora qualcuno che debba produrre sue accuse? dimanda il
principe Gisulfo con l'accento soffogato dalla rabbia.
--Ancora un altro, monsignore, risponde una voce dal fondo della sala.
Ed a lentissimo passo, sorreggendosi ad un bordone, accompagnato da un
cane, perchè cieco, avanza un vecchio. La sua testa era scoverta,
pallidissima avea la faccia, lunga, scomposta la bianca barba, nuda e
rugosa la fronte, livido tutto nella persona pel gelo della vecchiezza
e della malattia che gli serpeva per le vene, incurvato, tremulo e
lacero nei panni. La sua voce barcollava come quella di chi agonizza.
Egli si trasse innanzi a stento, soffermandosi ad ogni passo. E come
fu adagiato sur un seggio, che il campione della Chiesa sollecito gli
appresta, il cane gli mette la testa sulle ginocchia e gli fissa gli
occhi nel volto quasi avesse voluto leggerne i pensieri. Il vecchio
gli stende la mano sulla testa, e parla:
--Nella fatale invasione dei Normanni il principato di Capua, fino al
1055, fu rispettato. Nel 1055, Riccardo conte di Aversa si sentì ben
fermo nei suoi Stati, ed assai forte per non restarsene con le mani
alla cintola, mentre i figliuoli di Tancredi di Altavilla facevano
conquisto tanto opulento di paese. Riccardo dimanda a Roberto
Guiscardo volere anch'egli fornir truppe e partire le città che nelle
Puglie e nelle Calabrie si sarebbero occupate. Questo messaggio torna
malgradito a Guiscardo, che perciò, unitisi il dì di Pentecoste 1054
ad Otranto, consigliò a Riccardo accrescere i suoi Stati dal lato del
principato di Capua, perchè, invece, egli avrebbe fornito lui di
scorte e di truppe per invaderlo. Il consiglio piace a Riccardo ed
accetta. Nella prima domenica dell'avvento del 1055, Riccardo con
esercito poderoso si reca infatti sotto le mura di Capua, e vi pone
assedio. Allora, baroni, come sapete reggeva Capua Pandolfo V. Egli
avrebbe potuto respingere il nemico con la forza; ama meglio calare ad
accordi, ed ottiene che Riccardo sgomberi il campo mediante dodicimila
bizantini. Una pace tanto vigliaccamente comprata durò poco. Morto
Pandolfo nel 1057, Riccardo comparve di nuovo sotto le mura di Capua e
le cinge di stretto assedio. Landolfo V, che era succeduto a suo
padre, fa sonare a stormo le campane, e convocati i cittadini alla
chiesa, dice loro:
« Capuani, qui si tratta di onore e di vita; oggi è tempo di
riscattarveli. Raccomandatevi ai vostri santi, vestite le vostre armi,
e dal ragazzo che sente poter lanciare una pietra al vecchio che ha
forza di sostenere una spada, seguitemi tutti.
Le parole di Landolfo non piacciono ai Capuani. Gridano quindi tutti
ad una volta: un riscatto, un riscatto: e scegliendo a loro araldo
l'arcivescovo Gualdemaro, lo mandano a Riccardo per offrirgli
dodicimila scudi d'oro.
« Noi non venimmo qui a mercanteggiare con codardi, risponde il
fratello di Guiscardo; vogliamo la città a discrezione, perchè poi
d'oro sappiamo noi dove trovarne.
Nè a quest'aspra risposta i Capuani si risentono. Landolfo fa inutili
sforzi per menarli a battaglia; coloro tolgono piuttosto morirsi di
fame che pugnare. E forse a tanto danno si sarebbe giunti, perchè il
principe Landolfo ostinato era e deciso a non rendersi se non tutti
morti; quando una notte prevale altro infame consiglio. Alcuni
gialdonieri si uniscono a sinedrio nella piazza, e, dopo avere
alquanto consultato, decidono capitolare per rendersi. Aprono perciò
una porta di soccorso delle mura e spiccano un araldo d'armi al conte
Riccardo, il quale per tutta risposta manda loro a dire: cacciate
dalla città il principe Landolfo V, e mettetevi a discrezione. Così
fecero. La mattina, tutte le campane di Capua suonano a festa come al
giorno di Pasqua. Un drappello di giovani capuani si reca al palagio
del principe, e balzatolo dal suo seggio, coi calci dell'asta sel
menano innanzi fino fuori le mura della città. Allora le porte si
aprono e quei di Riccardo si cacciano dentro per rompersi ad ogni
maniera di libidine, di furti e di violenze.
--Gli è vero! sclama taluno; io vi ero.
--Baroni, quell'infelice principe Landolfo V sono io, soggiunse con
voce articolata appena il vecchio, tremando in tutte le membra.
A questa rivelazione tutti i baroni del _placito_ si alzano in segno
di riverenza per l'infortunio, pel caduto. Ma Landulfo che nulla vede,
continua:
--Baroni, per tredici anni ho condotta vita la più miserabile che
fosse mai capitata a tapino. Ho veduto morire di freddo mia moglie, in
una notte di gennaio, sulle scale di un monistero, arricchito da noi,
e che ci rifiutò ricovero per paura di Roberto Guiscardo. Ho veduto
morire di fame due figliuoli respinti da un vescovo, creato ed
arricchito da noi, per paura di Roberto Guiscardo. Ho veduto trucidato
mio nipote da un valvassore, che noi avevamo donato del feudo, e
violate le figlie mie morir per mano di soldati che il nostro pane
avevano mangiato, per tornar graditi a Roberto Guiscardo. Ho veduto in
fine scomparirmi d'innanzi un ultimo figliuolo senza che mai novella
me ne fosse arrivata. Solo questo cane è rimasto al principe di una
dinastia che 509 anni dominò in Italia, 481 su queste contrada; ed io
mi muoio. Muoio con non altro cordoglio, che le sventure mai
provocate, accumulate su di me da questi Normanni ladroni, non saranno
pagate da alcuno; muoio, non rimpiangendo altri, non considerando
altri fra le creature di Dio che questo povero cane, il quale mi ha
guidato nelle tenebre, mi ha riscaldato col fiato nelle gelide notti,
ha meco diviso la crosta che con noi partì il povero vassallo. Baroni,
io metto le mie vendette nelle vostre mani: voi ne sarete giudici. Ma
ricordatevi, che sarete misurati della stessa misura che altrui
misurerete come dice l'Evangelo, e che Iddio pesa il vostro giudizio.
E sì dicendo il vecchio si sforza di alzarsi e partire; ma fatto
appena un passo cade al suolo come tronco abbattuto, e resta. Il cane
gli si accosta tosto alle labbra per fiutargli il respiro, poi gitta
forte un guaito e cade anch'esso. Precipitosi alcuni di quella sala
corrono a sollevare l'infelice Landolfo V; era morto.--