Alfredo voleva morire, era certo di morire nella guerra; un
insuperabile desiderio lo aveva assalito di vedere ancora una volta
l’angelico volto di Albina. Gli era stato facile apprendere che i
due novelli sposi erano andati a godere le prime ineffabili gioie
della loro felicità nel castello di Sangré, e là aveva determinato
di recarsi, anche malgrado il rischio d’esserne veduto, di ricevere
quindi, anche da lei, la sferzata d’uno sguardo di disprezzo. Avrebbe
fatto di tutto per nascondersi, e se poi la fortuna lo avesse tradito,
pazienza, egli avrebbe pur tollerato, dopo tante altre, anche la pena
di quell’onta.
Giunse al villaggio quando appena albeggiava; tutto era ancora
addormentato nelle case e nelle capanne che si aggruppavano intorno
alla collina, in cima della quale sorgeva nero, alto, superbo, turrito
il castello. Non visto da nessuno, il giovane volontario salì fino alla
dimora dei conti di Valneve. Una piccola spianata si estendeva innanzi
al portone, e intorno ad essa delle macchie di nocciuole e di robinie a
farci ombra e ornamento. Giusto nel punto che Alfredo vi giungeva, il
portone si spalancava e si precipitavano fuori abbaiando furiosamente
due cani di Terranuova. Il giovane si gettava ratto tra le macchie
e inoltrandosi frettoloso nel boschetto che vestiva la china del
colle, si sottraeva alla vista del portiere e anche al fiuto dei cani.
Camminato un poco senza saper bene verso dove, udì a poca distanza una
fresca voce infantile che cantava allegramente, e si diresse a quella
parte; riuscì presto ad un sentieruolo, serpeggiante traverso la costa
in mezzo al bosco, per cui scendeva una villanella di forse dodici anni
che si spingeva innanzi due vacche per menarle al pascolo.
La vista di quello straniero dalla camicia rossa e dal berretto rosso,
con un’arma al fianco, di subito spaventò la fanciulla; ma poi la
bellezza d’aspetto del giovane, le buone di lui parole, la curiosità
aiutando massimamente, ben presto vinsero ogni paura e addomesticarono
di subito la contadinella, a cui parve gran cosa discorrere alla
buona così con uno dei soldati del gran Garibaldi. Ne seguì che in
breve Alfredo potè sapere che quella giovanetta era figliuola del
mezzadro d’una delle tante fattorie che circondavano il castello, ed
appartenevano alla famiglia Sangré; che la poteva vantarsi di essere
nelle buone grazie della contessina sposa, venuta da pochi giorni,
perchè non la incontrava mai senza dirle parole che la facevano tremar
di piacere e farle qualche carezza e darle qualche regaluccio; che
del resto la signora era un angelo benedetto da Dio, che venendo a
villeggiare in castello tutti gli anni fin da bambina, aveva sempre
mostrato di voler bene a tutti, e s’era sempre fatta adorare da tutti
quanti, tanta era la sua dolcezza e urbanità di modi, tanta la carità
verso ogni miseria, verso ogni disgrazia, verso ogni dolore; che i
due sposi vivevano proprio come due colombi, sempre insieme, sempre
collo sguardo nello sguardo, sempre sorridendosi; che anche il cavalier
Giulio era il migliore degli uomini, come il più amoroso degli sposi,
generoso, caritatevole, gentile anche lui, che non pareva mai più
fossero quei nobiloni che erano; finalmente che la mattina, appena
alzata, la sposa era solita di fare una passeggiatina, quasi una corsa
pel parco, quasi sempre sola, ed era l’unico momento quello in cui non
fosse con lei il marito che in quel tempo sbrigava i pochi affari che
aveva, scriveva lettere, leggeva i giornali, per essere poi tutto il
resto del giorno tutto tutto alla sposa e della sposa.
Alfredo, ricompensando largamente queste informazioni, ne ottenne
ancora un’altra, che in quell’occasione gli era preziosissima: che cioè
il parco in cui la contessina faceva la sua passeggiata mattiniera
non era cinto che da una siepe in più luoghi interrotta e facilmente
varcabile.
Si congedò con molti ringraziamenti dalla giovanetta, e prese la
direzione opposta a quella del castello; ma quando fu fuori dalla
vista della contadinella, volse rattamente indietro e, guidandosi
all’aspetto delle torri che di quando in quando gli apparivano,
traverso la boscaglia risalì verso il culmine della collina. A un punto
la boscaglia finiva e dopo un piccol tratto una siepe di biancospino
gl’indicava il limite del parco, di cui vedevansi i boschetti regolari
e le praterie stendersi lungo la china. Gli fu facile attraversare
la siepe e col cuore che gli batteva — come quella sera in cui erasi
introdotto nel giardino del palazzo in Torino — si venne accostando al
castello.
A un tratto ebbe un sussulto e si fermò come spaurito. Aveva udito una
risata fresca, argentina, armoniosa, risuonare lì presso. Si nascose in
fretta. Una visione terribile e soave gli passò dinanzi.
Vestita d’un abito di lana finissima bianca, foderato di seta color
rosa, un po’ aperto in alto del busto, così che da una nube di trine
si vedeva sorgere dalla base il collo esile, candido, graziosissimo,
le ricchissime chiome bionde cascanti con un abbandono che riusciva
bellissimo in ricciolini e ciocche sulla piccola fronte, sulla nuca,
sulle spalle, come una pioggia di pallido oro in cui si rifletteva
carezzevole il raggio del sole mattutino, uscenti dalle larghe maniche
di mezzo a un ammasso di pizzi ancor esse le braccia eleganti, tornite,
le labbra del color della ciliegia ridenti, gli occhi cilestrini più
ridenti ancora, Albina sopraggiunse correndo leggera e leggiadra. Aveva
le mani sopraccariche di fiori e nella corsa ne veniva perdendo via
via quasi a ogni passo. Tutto rideva in lei: la splendida gioventù,
la impareggiabile bellezza, la felicità senza ombre, il santissimo,
corrisposto amore; e tutto le sorrideva intorno «l’ora del tempo e la
dolce stagione» il primo raggio di sole, la prima verzura e i primi
fiori della vegetazione, l’azzurro del cielo, il canto degli uccelli,
il sussurrar dell’auretta. Pareva che un’allegria, un concento, una
luce di festa accompagnassero dappertutto quella personcina elegante e
le facessero intorno un’aureola, un ambiente di eden, riflettendo anche
sulle cose inanimate lo splendore di tanta bellezza, lo sbarbaglio di
tanta felicità.
La giovane donna corse ancora un poco, notando, per così dire, la
cadenza d’ogni passo con una cara risatina, e poi si fermò addossandosi
a un albero, il respiro leggermente affannoso, un seducente color
roseo sparso sulla fronte, sulle guancie, su quel poco del petto che si
vedeva, per così dire, tralucere in mezzo ai pizzi nell’accollacciatura
della veste. L’animazione allegra della fisonomia e dello sguardo, il
sorrisetto gaiamente malizioso delle labbruzze incarnatine, traverso
cui si vedeva lucido il candore dei dentini, davano al volto di Albina
un’espressione che Alfredo non le aveva mai visto; un’espressione così
affascinante, che il giovane chiuse un momento gli occhi, come per
sottrarsene alla vista, sentendosene in petto ferire come da un dolore.
Non aveva mai avuto innanzi fino allora che la fanciulla dignitosa,
severa, nobile, alteramente gentile; ora gli si rivelava a un tratto
la donna innamorata, abbandonantesi al suo amore senza rimpianti, senza
rimorsi, senza suggezioni, e felice; e questa vista gli faceva pensare,
indovinare un tal paradiso, che l’anima sua non reggeva all’idea di
averlo perduto, per non potere sperare mai, mai, di conseguirlo.
Per eccezione, quella mattina, anche lo sposo partecipava alla
passeggiata della giovane castellana. Sopraggiunse correndo anch’egli,
ma arrestandosi man mano per raccogliere in terra i fiori che Albina
aveva lasciato cadere.
— Ah! tu fai come Atalanta che gettava in terra i pomi per non essere
raggiunta: — diceva ridendo anche lui: — ma io ti coglierò lo stesso, e
mi prenderò tutti quei fiori.... ed un bacio insieme.
Anche Giulio era cambiato: aveva nell’aspetto e nel portamento qualche
cosa di più risoluto, di più virile e insieme la luce, l’incanto
d’un’inesprimibile contentezza.
— La vedremo!... La vedremo! — esclamò con graziosa bravata la
contessina, appoggiata ancora all’albero, il respiro ancora un po’
concitato, gli occhi sempre più ridenti.
Giulio corse verso di lei, ma quando fu per prenderla a un braccio,
ella spiccò un salto di fianco, e via lesta e leggiera correndo, come
fa una farfalla che fugge volando di sotto alla mano del fanciullo che
stava per afferrarla. Lo sposo le tenne dietro e si sentirono le risate
allegre dei due giovani perdersi giù della china, nel boschetto più
folto.
Alfredo stette un momento immobile ancora a quel posto donde, celato,
aveva visto passarsi innanzi quella scena d’idillio; poi si riscosse,
si coprì colle mani il volto e si premette colle dita le occhiaie, per
ricacciarne indietro le lagrime che volevano spuntare. Sentì in quel
punto nell’eccesso del suo soffrire come una smania di tormento, come
una voluttà di sacrifizio, come una amara soddisfazione di essere tanto
infelice.
— Io sempre solo! — disse, — sempre odiato e sprezzato! Io non mai
amante, mai sposo, mai padre.... Oh possa giungermi presto quella palla
benedetta che mi tolga la vita!
Mandò uno sguardo in quella direzione in cui erano spariti i due sposi
e donde venivano ancora alcuni velati suoni di allegre risa.
— Possa tu esser sempre felice così, Albina adorata! — esclamò; e poi
dopo una brevissima pausa: — ah possiate essere felici ambedue....
E partì di buon passo.
Alla sera, secondo quel che aveva promesso al capitano, egli
raggiungeva la compagnia.