XXXVII.

Quella mattina, verso le dieci, il Conte Ernesto Sangré di Valneve

riceveva la lettera seguente:

«Signore,

»Ho pensato maturamente: una veglia angosciosa ha portato consiglio

alla mia ragione fieramente turbata. E che avesse da turbarsi la

più solida ragione per l’accavallarsi di sventure e dolori che mi

precipitarono addosso ad un tratto, Vossignoria lo vorrà, spero,

riconoscere. Il mio sdegno, anche contro il destino che mi percosse

innocente, anche contro di Lei, che dopo flagellata colle parole

l’anima mia, macchiò la sua arma d’un sangue che per me, ad ogni

modo, dev’essere sacro e prezioso; il mio sdegno è passato; non

rimane che l’amarezza... e l’onta.

»Confesso che Ella ebbe impulso quasi irresistibile alla violenza

coll’armi, dalla violenza cieca del mio atto da dissennato;

riconosco che fu involontario il suo ferire un vecchio inerme; e

riconosco pure che fu atto di generosità in Lei il dimenticare a

un tratto chi sono e qual sono per innalzarmi fino a suo uguale un

momento e giuocar meco la partita della morte; riconosca e confessi

Lei pure che le sue oltraggiose parole non potevano a meno di far

ribollire il sangue d’un figlio.

»Ora, la ringrazio di codesto suo atto di generosità, ma, come

ho già dichiarato a quei signori ufficiali, che dietro sua

intromissione vennero gentilmente da me per assumere l’ufficio di

padrini, non intendo approfittarne.

»Che si sparga il mio od il sangue di Lei, a che cosa ciò

rimedierebbe? Non aggiungeremmo che una sventura di più e un

rimorso per uno di noi. Ho finito per accorgermi che v’è un altro

e miglior divisamento da scegliere per me. Parto... sparisco dalla

sua città, signor conte, dal suo mondo, e così lo possa io pure

dalla sua memoria, per sempre. Dove io vada, che cosa sarà di me, a

Lei non importa saperlo e non lo so nemmeno io stesso.

»Una cosa ancora ci tengo soltanto ad affermarle, ed affermarle con

giuramento solenne, come farebbe un moribondo all’agonia, quando si

sente già premere sull’anima il peso enorme dell’infinito e non si

può e non si sa mentire.

»Di tutto il male che si fece per me, in mio vantaggio, io non ne

ho saputo nulla mai. Della ridicola, assurda, ingannevole commedia

che mi si fece rappresentare, io non ebbi pur mai il menomo

sospetto; recitai in buona fede la parte e mi pensai sempre nel

vero. Ahimè, codesto male, per quanto io lo deplori, non posso

ripararlo; ma posso e debbo espiare falli non miei, ma per me

compiti. Al vecchio che riman solo, il non rivedere mai più il

figliuolo per cui ha errato così sventuratamente, sarà espiazione

eziandio. Parto, non mi maledicano, mi dimentichino.

»ALFREDO.»

Il conte Sangré lesse questa lettera non senza qualche commozione.

All’innocenza del giovane egli credeva già, ora ne fu certo. Lesse in

famiglia quell’ultimo addio dell’infelice e fu in tutti per esso un

pietoso compianto.

Da quel giorno diffatti quegli che tutti avevano conosciuto pel conte

Alfredo di Camporolle sparì da Torino e non fu più visto da nessuno.

Si seppe ch’egli era partito per Lugo. Un gran discorrere si fece per

alcuni giorni di lui, delle sue avventure, della sua partenza, per

tutti i salotti anche della società più elegante, per tutti i caffè

di Torino, nei _clubs_ e in ogni adunanza di sfaccendati. Si cercava,

per ispirito di curiosità punto benevola, dell’Arpione: e l’odio che

questi aveva ammucchiato su di sè scoppiava violento nei commenti

maligni e nell’oltraggiosa esultanza della gente che diceva scoperta

finalmente e svergognata l’impostura. Si parlò perfino di processo; ma

il fisco non credette averci gli elementi, e il conte Ernesto Sangrè si

adoperò molto perchè non si facesse, in considerazione non del vecchio

usuraio, ma del figliuolo innocente. Del resto il misero Matteo non

aveva bisogno dell’azione della giustizia umana per essere severamente

punito; il destino, la Provvidenza l’aveva percosso col maggior rigore

possibile.

Chi vedeva allora il padre d’Alfredo non poteva a meno di sentirne

compassione. La sua aria di apatica durezza, quell’indifferenza

incommovibile, di cui egli si era fatta un’arma e una maschera, quella

ch’egli era riuscito a imporsi e che poteva proprio dirsi faccia di

bronzo, non esisteva più affatto, come caduta a pezzi, per lasciare

scorgere di dietro la vera faccia, quella d’un uomo colpito da un

inconsolabile dolore, improntata dai segni più profondi dello spasimo

e della disperazione. Se prima egli aveva tale aspetto che qualunque

sarebbe stato imbarazzato a dirne l’età, ora appariva decrepito: il

corpo gli si era incurvato, gli occhi vieppiù infossati e circondati di

quel rosso che lasciano le lagrime dopo che sono state tutte spremute,

le labbra divenute floscie, pendenti, livide; dalle gnancie avvizzite

erano saltati fuori vieppiù gli sporgenti zigomi; avresti detto che

toccava i cent’anni.

Quanto aveva pianto! Egli che da tanti, tanti anni non aveva più

versato una lagrima, da quando aveva visto calar nella fossa la salma

dell’unica donna che avesse amata. Chi l’avesse visto quella sera in

cui Alfredo era partito! Per decidersi a lasciarlo, per acconsentire

a quanto il figliuolo aveva determinato, egli aveva dovuto rinnegare

tutto il suo passato, veder distrutta interamente la sua opera, fatti

inutili tutti i suoi travagli, tutti i sacrifizi. Aveva supplicato

Alfredo di lasciarsi seguitare da lui, come da un cane fedele; ma il

giovane non aveva ceduto per nessuna preghiera. Non aveva manco voluto

che lo accompagnasse alla stazione della via ferrata donde egli partì

per un treno notturno, miseramente vestito, celandosi il viso, con

un biglietto di terza classe. Nell’addio, il vecchio, a manifestare

la sua disperazione, non potè nemmeno trovare parola; balbettò, finì

per gettarsi in ginocchio ai piedi del figlio, e scoppiò in pianto,

gridando in mezzo ai singhiozzi con voce strozzata:

— Perdono!... Perdono!

Alfredo stette un istante come incerto di quel che dovesse fare, come

assorto in chi sa quali lontani pensamenti, poi si riscosse, abbassò

una mano sulle chiome scarmigliate di quel capo brizzolato, oppresso

dalla vergogna, dal pentimento, dal disprezzo del mondo, che era il

capo di suo padre, e disse grave e quasi solenne:

— Vi perdono, e prego da Dio che il dolore che io sono costretto a

darvi, sia per voi sufficiente espiazione ad ogni cosa.

Le ciarle della cittadinanza torinese avevano già cessato di occuparsi

di Alfredo, tanto più che le gravi novelle politiche onde si preludiava

alla guerra che doveva scoppiare in sul finire di aprile, tutta

chiamavano a sè la pubblica attenzione, quando giunse notizia che per

un poco rimise di nuovo quell’argomento nei discorsi della gente. La

notizia era venuta con una lettera di Ernesto Sangré alla famiglia. Al

maggiore delle Guardie, Alfredo aveva scritto così:

«Cedo a una tentazione d’amor proprio a cui dovrei resistere; ma

non ho saputo ancora cotanto straniarmi dalle vanità mondane, per

non tenerci a farmi un po’ meno ostilmente apprezzare da quell’uomo

che ho stimato e che continuo a stimare più di tutti. Faccio

dunque un’eccezione alla regola che mi son fatta di non fare più

sapere nulla di me, per apprenderle che d’ogni possedimento, d’ogni

ricchezza di cui ho goduto finora, mi sono spogliato, istituendo

col ricavo della vendita opere di beneficenza in quei paesi

dove esistono quei tenimenti e quelle ricchezze. Ora sono povero

affatto, e sono assai più libero e leggero per ricominciare il

corso della mia esistenza, in mezzo alla plebe, di cui sono e a cui

appartengo.»

Ernesto scrisse alla madre e al fratello che in Torino, dove tanto

s’era pure inveito contra il misero tacciato d’avventuriero, facessero

conoscere quest’atto, che egli non esitava a proclamare de’ più nobili.

Si seppe poi diffatti per altre parti che dal Corina (egli legalmente

non aveva altro nome da portare) erano stati fondati un ospedale, un

asilo infantile e una cassa di pensioni pei vecchi operai, impiegando

in ciò tutto il vistoso suo patrimonio. Nella società che Alfredo aveva

frequentata, alcuni lo lodarono, parecchi dissero con indifferenza che

non aveva fatto più del suo dovere, non pochi eziandio lo derisero

e giudicarono la sua una sciocchezza: tutti poi, dopo un poco,

l’obliarono.

Non era scorsa una settimana, quando Matteo Arpione, a cui il figliuolo

non aveva mai scritto, ricevette una lettera da Cuneo, in cui lesse

tremante per emozione, avendone subito riconosciuta la calligrafia:

«Se volete vedermi, trovatevi martedì sera sul viale di Piazza

d’Armi verso la Crocetta, alle ore otto; avrò dieci minuti da

darvi. — ALFREDO.»

Matteo sussultò di gioia, e nella grandissima sorpresa che questo

biglietto gli produsse, fecero capolino alcune speranze lusinghiere

al suo cuore di padre. Alfredo gli aveva detto che presso di lui non

sarebbe tornato mai e che quindi in terra non si sarebbero più visti,

che sarebbe partito per l’America a raggiungere il cugino Pietro, al

quale anzi aveva scritto subito per rivelare il suo essere, notificare

la sua determinazione e domandare informazioni e consigli; e ora

scriveva da Cuneo, annunziava il suo ritorno a Torino, senza dire

alcuna ragione, senza accennare per quanto tempo, e gli scriveva, a

lui, suo padre, per dargli un convegno. Avesse cambiato avviso! Si

fosse pentito della sua crudeltà verso il vecchio, avesse compreso

che lo aveva condannato a una pena soverchia e venisse per dirgli che

lo prendeva seco! E se anco non fosse così, rinasceva nell’animo del

povero padre la speranza di ottenere ancora questa sorte benedetta,

scongiurandolo di nuovo, movendone la compassione.

A ogni modo, la sera indicata, col cuore che gli batteva, il vecchio

era fin dalle sette ore sul viale designato, guardando con tanto

d’occhi, fin dal più lontano che gli apparivano tutte le figure di

giovani, per poter scorgere più presto le dilette, desiate sembianze

del figliuolo.

Erano incominciati i movimenti di truppa, perchè il Piemonte prendeva

le necessarie disposizioni difensive contro l’Austria le cui armi

rumoreggiavano minacciose al confine. Quel pomeriggio un corpo di

volontari passava da Torino per andare ad accantonarsi a Brandizzo; e

tutta la popolazione era alla stazione di Porta Nuova, dove giungevano

col treno della ferrata, per salutarli, acclamarli e accompagnarli fino

fuori Porta Milano, chè dovevano poi recarsi a piedi al luogo loro

prescritto. Appena fuori della stazione, mentre i giovani volontari

applauditi, circondati, abbracciati, oppressi dai cittadini, stentavano

a mettersi in ordine e formare le file, si sarebbe potuto osservare

uno di quei militi sgusciar lesto dalle righe, dire alcune parole al

capitano, il quale si affannava a raccogliere la compagnia, e avutone

in risposta un gesto d’assenso, correre presso i carri dei bagagli,

deporvi lesto lo zaino e il fucile, raccomandandoli ad uno dei compagni

fra quelli che erano di scorta, e poi torsi sollecito di mezzo ai

soldati e alla folla, e sparire.

Tutta la calca aveva accompagnato i volontari all’altra parte della

città, precisamente a quella opposta a piazza d’armi, così che quando

Matteo venne al luogo del convegno, quel viale in tal epoca dell’anno

già sempre scarso di passeggieri quando il giorno è caduto, quella sera

era quasi affatto deserto.

Le tenebre scendevano, e Matteo impaziente, ansioso, tormentato, non

vedeva giungere colui che attendeva con tanto ardore di desiderio.

Che non venisse? Certo bisognava che per ciò gli fosse capitata

disgrazia, giacchè non avrebbe avuta la barbarie di scrivergli così,

di fargli nascere quella speranza per poi dargli il doloroso colpo

della delusione. E se una sventura lo avesse colpito, come fare a

chiarirsene? Pensava correre a Cuneo donde il bollo postale gli aveva

appreso che la lettera era partita, e là mettere sossopra la città

finchè avesse trovato il figliuolo, quando ad un tratto vide, saltato

il fosso di fianco del viale, piantarglisi innanzi un volontario dei

garibaldini e dirgli con voce ben nota, perchè gli era impressa nel

cuore.

— Non mi riconoscete più?.... Sono io.

Matteo stette lì, stordito.

— Voi!... Tu! — esclamò, non trovando parole. — In quell’abito!... Che

vuol dire?

E il giovane pacato, serio, ma dolcemente melanconico:

— Vuol dire che sul punto d’imbarcarmi per l’America mi venne un

pensiero più giusto, più degno. L’Italia ha bisogno di soldati, sono

venuto a dargliene uno.

— Gran Dio! — gemette il vecchio. — Ancora una volta alla guerra!...

Ma tutto il tempo che sei stato in Crimea fu per me un’agonia; e ora di

nuovo....

— Conviene rassegnarvi. Non vi ho già detto che dovevate fare un

sacrifizio di vostro figlio?

— Ma io non voglio....

Alfredo lo interruppe con una mossa e uno sguardo più efficaci di

qualunque parola.

— Non voglio che tu muoia: — continuò il padre.

— Lasciate fare la Provvidenza: — disse gravemente il giovane. —

Se mi manda la morte, sia la benvenuta: se vuole lasciarmi in vita,

ripiglierò allora il mio primo disegno e andrò in America a lavorare

per vivere.

— E ora, — disse Matteo, — almeno tu mi rimani un po’ di tempo?

Alfredo scosse la testa.

— Questa notte?

— No.

— Quante ore?

— Neppur una.

— Hai da raggiungere il tuo reggimento?

— Il capitano che è un antico soldato dell’esercito col quale ci siamo

trovati in Crimea, per ispeciale amicizia mi ha concesso di assentarmi

dalla compagnia fino a domani sera.

— E dunque?

— Questo permesso l’ho domandato per un particolare motivo in cui voi

non c’entrate e che non vi dirò.

Matteo curvò il capo rassegnatamente.

— E mi vuoi lasciare così subito?

— Sono stato incerto assai se dovevo avvisarvi del mio passaggio per

Torino e darvi occasione di vedermi.

— Crudele!... Avresti avuto cuore?...

Alfredo l’interruppe con vivacità che sembrava quasi impazienza:

— Vedete bene che vi diedi la posta; sono venuto, vi ho visto, e ora

addio.

— Così poco mi dài di te?

— Mi preme il tempo, bisogna ch’io parta.

— Non vuoi porgermi nemmeno una mano?

Il giovane esitò un momentino e poi tese, quasi con istento, la mano.

L’Arpione l’afferrò, la strinse, la tenne fra le sue, fissando nel

volto del figliuolo i suoi occhi lucenti di lagrime. La sera erasi

fatta sempre più scura; il luogo era ancora più deserto.

— Io non ti vedrò dunque più: — disse l’antico usuraio con voce piena

d’angoscia: — tu vuoi che sia così, e sento nel mio cuore che così

sarà. Ancorchè pietà verso di me ti parlasse pure altra volta, ancorchè

il Signore e la Santa Madonna, che io pregherò sempre tanto tanto, mi

esaudiscano e ti salvino nella guerra, io non sarò più tra i vivi per

poterti vedere al tuo ritorno. La mia vita è compita, la susta che mi

teneva su si è rotta in me; come la mia opera si è infranta, così ogni

forza in me è finita. In questi giorni sopravvivo a me stesso, sono un

cadavere ambulante, non so io stesso come faccia a tenermi in piedi. Al

primo urto cadrò....

— Padre mio! — esclamò Alfredo con voce velata.

— Ah non dico questo per intenerirti: — riprese vivamente il vecchio,

— nè voglio farne lamento. Non ho che quanto mi merito. Tu m’hai

condannato, dunque è giusto.... Ma voglio dire che tu in questo punto

puoi.... devi far conto come di parlare a un moribondo, di ricevere le

ultime parole, le ultime preghiere d’uno che sta per morire. Ripetimi

ancora una volta il tuo perdono, te ne prego.

— Sì, vi ho perdonato, e questo perdono, che è un dovere in me il

darvi, ve lo ripeto ora per più intimo impulso dell’anima. Il mondo,

che ho studiato con più fredda ragione, mi ha mostrate molte pur

troppo le scelleratezze che sono tollerate e anzi fortunate, senza

avere la ragione degna di qualche scusa che aveste voi. Sono frutto

della debolezza ahimè soverchia della nostra natura, della corruzione

della nostra civiltà, dello stato deplorevole dei nostri costumi. Ho

capito che in tutti, anche nei più savi ed onesti, è quasi un debito

l’indulgenza e la pietà.

— Oh grazie! Oh grazie!

Sollevò in fretta la mano del figliuolo, che stringeva sempre, fino

alle sue labbra, e vi stampò un bacio in cui mise la manifestazione di

tutto quell’immenso affetto che da tanto tempo reprimeva nel seno.

— Che cosa fate? — esclamò Alfredo levando via la mano.

— Non ti pare che io ne sia degno? — disse mortificato Matteo.

— Voi siete pure per me il rappresentante di quello che c’è di più

augusto al mondo: la paternità. Sono io che devo inchinarmi innanzi

alla vostra vecchiaia.

Si tolse di capo il berretto militare e curvò la sua bella testa in

atto dignitosamente umile e graziosamente modesto.

— Io vi fui a ogni modo e vi sono causa di gran dolore, padre mio; vi

ho dovuto amareggiare, e invece del conforto che un genitore ha diritto

di sperare in suo figlio, non vi sono oramai che una pena. Anch’io ho

bisogno di sapere che voi siete persuaso della dura necessità delle mie

condizioni e non mi fate una colpa della mia condotta.

— Una colpa in te? — interruppe il vecchio: — oh mai! mai! Tu sei

nobile davvero, tu sei virtuoso, tu sei grande; ho capito la generosità

dell’anima umana ora che ho potuto conoscere a fondo l’anima tua.

L’emozione gli ruppe le parole: stette un momento, muto, in faccia al

figliuolo dal capo chino, sulle fattezze del quale pareva raccogliersi

la poca luce ancora diffusa, per dar loro non so quale irraggiamento

d’idealità.

Era bello davvero nella magrezza, nel pallore, nella mestizia pensosa

e coraggiosa che in quei giorni passati erano succeduti alla primitiva

floridezza della sua gioventù; eravi davvero qualche cosa di eletto,

di superiore in quel figlio del popolo, che, giunto al possesso d’ogni

dono di fortuna, a tutto aveva rinunziato per serbarsi incontaminata

la coscienza, per non macchiarsi col godimento dei frutti della colpa.

Quella era pure una vera nobiltà, quella una grandezza! Il vecchio

padre la sentì; per un momento, in lui, più del dolore potè la superbia

di avere tal figlio.

Alfredo chinò ancora più la testa.

— Ebbene, padre mio, — disse con accento di commozione solenne, in

questo momento di separazione eterna per noi sulla terra, beneditemi

voi, beneditemi in nome vostro, beneditemi in nome di mia madre.

Matteo Arpione con moto brusco, quasi violento, strinse il capo del

giovane colle sue mani ossute, tremanti, con quelle mani che avevano

così avidamente maneggiato l’oro, e che ora avrebbero lasciato tutti i

tesori del mondo per quella testa diletta: strinse il capo del figlio

e lo trasse a sè e vi stampò sulla fronte un bacio lungo, tenace,

appassionato, poi lo serrò al petto, ergendo li volto al cielo,

drizzando l’accasciata persona, assumendo, egli, quel disprezzato,

quel reietto, quel vile, una nuova parvenza di dignità, di elevato

sentimento, sto per dire di autorevolezza.

— Sì, ti benedico, figlio mio, e prego, per tutto quello che ha dovuto

penare e sopportare tuo padre, prego che la vita avvenire sia per te

più lieta e più degna che ora non si possa pensare. Ti benedico a nome

di quell’angelo che fu tua madre, a cui tu rassomigli cotanto, e le cui

preghiere in cielo varranno certo assai più di quelle d’un miserabile

come sono io. Ti benedico, nobile sangue uscito dal mio sangue impuro,

anima eletta incarnata nella stirpe d’un abbietto....

— Tacete, tacete! — proruppe Alfredo. — Non vi posso sentire a parlare

così, non ve lo permette l’anima di mia madre che vi ha amato, che

forse ora aleggia qui intorno a noi, la cui voce mi par sentire

nell’anima consigliarmi, ispirarmi per voi pietà e rispetto. Voi mi

avete benedetto in nome di mia madre; in nome di lei, io vi assolvo...

vi abbraccio.

Gettò le braccia al collo del vecchio e lo strinse al suo petto. Matteo

mandò un grido soffocato di gioia ineffabile.

— Ah Giuseppina! — susurrò. — Ecco una tua grazia! Ora posso morire

senza rimpianto.

E stette un poco, quasi senza forza, abbandonato sul petto del figlio.

Mezz’ora dopo Alfredo partiva, a piedi, alla volta del villaggio di

Sangré.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 39 / 44 题