XXXIX.

Poco oltre la metà del mese d’aprile il conte Cavour mandò a chiamare

il marchese Ernesto Respetti-Landeri, il quale fu sollecito ad

accorrere al Ministero degli affari esteri.

Il gran ministro, allora onnipossente, chè in tutti i dicasteri ci

aveva lo zampino e faceva camminare a suo talento ogni parte della

pubblica amministrazione, accolto subito il marchese, gli disse senza

preamboli, con quella un po’ brusca sollecitudine che era nella sua

natura e che allora gli era fatta tanto più necessaria dalla farragine

degli affari che incombevano su di lui, come l’avesse fatto venire

per domandargli un importante piacere. Nella guerra che egli sperava

imminente, era suo proposito dare una rilevante parte d’azione a

quella meravigliosa massa di volontari accorsi da ogni parte d’Italia,

di cui si era fatto un piccolo esercito da capitanarsi dal generale

Garibaldi. In faccia alla diplomazia europea era quello già un gran

successo, che malgrado tutti gli ostacoli frapposti dagli altri

governi e massime dalle forze prepotenti dell’Austria, pure sfidando

ogni sorta di pericoli i giovani italiani in tanto numero fossero

venuti in Piemonte a prender l’armi; egli Cavour, voleva che anche

militarmente i volontari così raccolti acquistassero la loro importanza

e facessero onore a sè, alla causa nostra, alla nazione, di cui

apparivano un’emanazione più diretta, più spontanea ed immediata, per

cui era persuaso che valore a quei giovani non sarebbe mancato; ma era

a temersi che mancassero invece la potenza delle armi, l’abilità nei

capi, la più parte fatti all’improvviso, e quella disciplina senza cui

una truppa non ha forza di resistenza e non può dar buona prova di sè.

Egli aveva pensato quindi far pregare alcuni dei più dotti, risoluti

ufficiali dell’esercito regolare, perchè volessero accettare gradi e

comandi importanti nel Corpo dei Volontari, dando loro assicurazione

formale che sempre avrebbero di poi potuto rientrare con vantaggio

nelle file delle Regie Truppe; e uno di quelli ufficiali a cui aveva

pensato tra’ primi era il Maggiore delle Guardie, conte Ernesto

Sangré di Valneve, del quale gli piaceva eziandio che appartenesse ad

una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia piemontese, perchè

pensava pure cosa buona e di molto rilievo che in quella manifestazione

patriotica, popolare, che era l’armarsi e il combattere della gioventù

italiana, avesse parte ed esercitasse alcuna azione l’elemento ordinato

e monarchico della classe più nobile.

Era perciò sua intenzione offrire al conte Sangré il grado di

luogotenente-colonnello e il comando di un reggimento di volontari; ma

non sapendo come una cotale offerta sarebbe stata accolta dal Maggiore,

e non volendo farla col rischio di un rifiuto che avrebbe prodotto

poco buon effetto, il contrario appunto di quello a cui egli mirava,

avea mandato pel marchese affine di pregarlo volesse egli tastare il

terreno presso suo cugino, e dove non vedesse in lui una invincibile

ripugnanza, adoperarsi con tutti quegli argomenti che gli venivano

suggeriti e ch’egli era capacissimo a trovare di proprio, a decidere il

conte ad acconsentire alla proposta.

Il marchese accettò volonteroso l’incarico, fu sollecito a Genova, dove

il conte Ernesto trovavasi, e tanto seppe fare e dire che vinse le non

poche ripugnanze del cugino e tornò a Torino colla promessa di lui che

avrebbe compiaciuto di ciò il conte Cavour.

Ora un mese e più dopo, alla battaglia di San Fermo, dove i volontari

italiani comandati da Garibaldi vinsero i soldati austriaci dell’Urban,

il conte Ernesto, in sul bel principio della mischia, ebbe a vedere

un atto di valore di un semplice gregario de’ nostri che molto lo

meravigliò. Una sottile schiera degli italiani appartenente a un

altro reggimento era stata assalita dai nemici e il Sangré, che si

avanzava col suo Corpo a prender posizione, veniva facendo tutti i

segnali che poteva per farla ritirare, mentre prendeva le opportune

disposizioni per resistere poi a sua volta all’assalto del nemico che

avrebbe sicuramente incalzato, e mandava sollecitamente ad avvisare il

generale. I Garibaldini cedettero e vennero chi resistendo chi fuggendo

a dirotta, a riannodarsi dietro la linea del reggimento di Sangré;

ma uno, uno solo, non volle fuggire, non volle ritirarsi, non volle

abbandonare il terreno. Addossatosi al tronco di un grosso albero,

usando come una clava il suo schioppo, e percotendo col calcio chiunque

si accostava, ei teneva indietro una buona dozzina di nemici che gli

si serravano intorno, de’ quali a ogni colpo mandava uno a gambe levate

innanzi a sè.

— Per Dio! — esclamò il conte di Valneve meravigliato: — quello è un

eroe... Ah: non bisogna che lo lasciamo ammazzare così sotto i nostri

occhi... Capitano! — aggiunse gridando al comandante della prima

compagnia: — di corsa coi suoi uomini alla baionetta a salvare quel

bravo soldato!

E si slanciò egli primo col suo cavallo contro ai nemici gridando a

tutta gola:

— Savoia!... Coraggio che siamo qui noi!...

I Garibaldini dietro il colonnello arrivarono come un turbine addosso

agli austriaci, che sciabolati, infilati dalle baionette, in un attimo

furono atterrati. Il conte Ernesto tese la mano al garibaldino che

avevano così salvato.

— Bravo! — gli disse. — Lei combatteva come un Orazio Coclite.

Il volontario, che aveva il volto tutto macchiato di sangue per una

ferita alla testa, trasalì a quella voce, mandò un’esclamazione, e

volgendo uno sguardo di supremo rimprovero al suo salvatore, disse:

— Ah! perchè non lasciarmi morire?

E poi cadde lungo e disteso per terra svenuto.

Sangré riconobbe Alfredo.

Gli austriaci tornavano in numero, non c’era un minuto da perdere;

il colonnello si fece porre il caduto sulla sella, e via tutti,

perseguitati dal tiro dei moschetti nemici.

Il ferito fu trasportato alle ambulanze. Il conte Ernesto, con suo gran

dispiacere, non potè occuparsene altrimenti, perchè la battaglia che

allora prendeva vigore, richiedeva tutta la sua attenzione.

Alla sera, dopo la vittoria, Sangré si affrettò ad informarsi del

volontario salvato alla mattina; gli dissero che era stato mandato

all’ospedale, che la ferita era guaribile e ch’egli si chiamava Alfredo

Arpione. Lo sventurato avea dunque voluto prendere il suo vero nome. Fu

l’ultima volta che il conte di Valneve vedesse quel giovane. Prima che

la ferita di costui fosse risanata era successa la pace di Villafranca,

e il Sangré aveva abbandonato il Corpo dei volontari per rientrare

colonnello effettivo nell’esercito regolare a comandare uno dei

reggimenti di nuova formazione.

Quando ebbe termine la campagna nell’Italia meridionale e venne

disciolto il Corpo d’esercito formato e comandato dal generale

Garibaldi, Alfredo, che aveva seguito dappertutto l’avventuroso

capitano, depose la camicia rossa e venne a Torino. Nell’uomo

ormai maturo d’aspetto, dalla gran barba, dalla faccia severamente

melanconica, dal vestire più modesto, nessuno avrebbe riconosciuto il

giovane bello, elegante, dai modi e dalle abitudini aristocratiche di

due anni prima. Ed egli non si fece riconoscere da nessuno. Fece una

sola visita, e fu al Campo Santo. Data una buona mancia ad un becchino,

gli domandò:

— Sapreste voi indicarmi in qual punto del cimitero comune furono

seppelliti i morti che furono qui portati dal 18 al 20 febbraio di

quest’anno?

Il becchino stette un poco, e poi, o volesse contentare un uomo che gli

si era mostrata così generoso con una pietosa bugia, o veramente se ne

ricordasse, rispose:

— Signor sì.

— Ebbene, menatemici.

Il seppellitore lo guidò a un punto e disse:

— Gli è qui: sono queste fosse.

— Va bene, grazie, lasciatemi.

Alfredo solo, dritto in mezzo all’erbe selvatiche cresciute

tutt’intorno, il capo nudo, le braccia incrociate, stette guardando

una mezza dozzina di tumuletti di terra nascosti quasi del tutto ormai

dalla vegetazione.

Sotto uno di essi, forse, si consumava la salma di colui che era stato

suo padre.

— Dove sei tu? — disse a mezza voce Alfredo. — Ignoto qui io saluto la

tomba ignota di te caduto ignorato. Dove si consumano le tue ossa? E

dove vive l’anima tua? Sei tu perdonato? Sei ricongiunto a colei che

amasti? Mi vedi? Mi senti? Mi ami sempre? Mi proteggi? Vegliate voi su

di me, padre mio, madre mia? Otterrete da Dio che poichè non mi volle

nel regno della morte, mi conceda qui nella vita terrena un po’ di pace

e d’oblìo?

Pregò — stette a lungo pensoso, — partì lento, mesto, pallido, con

apparenza egli stesso di spettro.

Il domani era in ugual modo nel piccolo cimitero del villaggio presso

Parma. Raccomandò a Tino la conservazione del modesto monumento, dormì

una notte nella camera dov’era morta sua madre, lasciò tutto il denaro

che poteva nelle mani del vecchio seppellitore, e partì, — partì per

sempre.

È andato in America a raggiungere il cugino Pietro Carra, come aveva

detto di voler fare, come aveva scritto al Carra medesimo che farebbe?

Chi lo sa? Di laggiù non venne nessuna notizia intorno a lui, nè alcuno

lo cercò, nè alcuno pure si ricordò più che egli esistesse. Avvenne

quello ch’egli aveva più desiderato: il suo nome e l’esser suo si

perdettero, nell’oblìo.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 41 / 44 题