XXXVI.

Alfredo era fuggito da quel palazzo in festa, nel quale aveva visto

entrare con gioia sì trionfante il suo rivale, ora al colmo di quella

felicità che egli aveva tanto desiderata e che già si credeva di avere

raggiunta. Ma non erasi di molto allontanato, prima che una forza

invisibile lo arrestasse e, riluttante, dopo una breve resistenza,

lo trascinasse di bel nuovo alla luce per lui beffarda, oltraggiosa,

che raggiava dagli alti finestroni della casa dei Sangrè. Una voglia

dissennata, una vera smania da mente impazzita lo assalì: vederla,

vedere quella donzella cui da tanti anni egli pure adorava, vedere

Albina nello splendore della sua bellezza, nell’irraggiamento della sua

gioia, stamparsene ancora una volta nella memoria l’immagine, che pure

aveva sì profondo impressa nella mente e nel cuore, per poterla portar

seco, lontano, per sempre, là dove sarebbe andato a lasciare estinguere

la sua vita di venticinque anni, senza poterla, cogli occhi del corpo,

quella cara fanciulla, rivedere più mai.

Stette un poco sulla strada, lo sguardo fisso sulle finestre

illuminate, come sbalordito, come in un dolente torpore di cervello;

gli sembrò vedere ne’ passeggeri volti di conoscenza che lo guardassero

con istupore; trasalì, si levò di là, svoltò la cantonata, s’immerse

nell’ombra della strada vicina, in cui radi i lampioni e quasi deserta.

Andò, senza proposito determinato, senza quasi accorgersene, lungo le

mura del palazzo, poi lungo quello che cingeva l’annesso giardino.

Colà era silenzio e tenebre: sola luce quella delle scarse e poche

fiammelle di gaz nei lampioni municipali e quella delle stelle nel

cielo, solo rumore lo stormire del venticello primaverile in mezzo alle

prime fogliuzze e ai fiori degli alberi del giardino. Nell’oscurità

della notte, al di sopra delle piante, vedeva per l’aria un rossigno

chiarore: era il riflettersi della luce del gran salone. Camminava

senza volontà determinata, senza meta, lungo quel muro, e cercava e

aspettava, e non sapeva neppur egli che cosa aspettasse e cercasse.

Il caso sembrò venire in aiuto alla sua incertezza; trovò a un punto

nel muro di cinta una porticina coll’uscio aperto, forse per oblio del

giardiniere, non esitò neppur un momentino, entrò, e a passi sospesi e

guardinghi si avviò verso il palazzo, da cui veniva, a guidarlo, quel

bagliore di luce.

Giunse così, inavvertito, fin dinanzi al lungo balcone della gran

sala, e là, dietro una macchia piuttosto folta di piante sempre

verdi, s’appostò, s’appiattò, gli sguardi sempre fissi a quelle ampie

aperture, traverso cui vedeva lo splendore de’ candelabri, la seta

degli arazzi, le frange e i ricami delle tende, le ombre dei raccolti

andare e venire. Trasalì più volte, scorgendo passare una figura alta

e sottile di donna, vedendo disegnarsi sul fondo chiaro e sparire le

linee flessuose d’un bel corpo femminile, udendo il fruscio d’una veste

di seta. Finalmente due figure si staccarono in nero dall’ambiente

infuocato del salone e s’avanzarono nella penombra del poggiolo

sulla cui ringhiera vennero ad appoggiarsi. Alfredo sentì un freddo

di terzana corrergli per le vene, e poi subito una vampa di fuoco

salirgli alla testa. Erano essi, gli sposi: era lei, colla sua grazia,

colla malìa del suo portamento, collo splendore divino de’ suoi occhi

cilestri. Come gli parve ancor più bella, ancora più nobile, ancora più

sublime, di quanto l’avesse vista mai, egli che pure aveva sempre visto

in quella leggiadria di fanciulla tutto quanto vi poteva essere di più

bello, di più nobile, di più sublime al mondo! Vedendole al fianco lo

sposo, a cui essa sorrideva, che raggiava da tutto l’aspetto la gioia

superba, ineffabile d’un supremo trionfo, sì, l’invidia lo morse, ma

più ancora il dolore. Eccogli dinanzi la meta più alta e più cara a

cui egli aveva agognato: grandezza, elevatezza, felicità umana erano

per lui tutte incarnate in quella dominatrice, virtuosa, intelligente

bellezza di vergine. Era stata una temerità in lui lo aspirarvi; lui

nato nel fango, così lontano da quella stella del cielo. Un altro la

otteneva, un altro la doveva possedere, ed egli sparire dalla sfera in

cui ella splendeva; sparire nell’oscurità, nella bassezza del volgo,

onde non avrebbe dovuto uscir mai.

La guardava e soffriva; la guardava, guardava, e lagrime silenziose gli

colavano giù per le guancie. Era certo l’ultima volta che la vedeva.

Addio, con quella bella persona, addio sogni di grandezza e di onore,

addio febbri di entusiasmo, addio per sempre o amore! E tuttavia nella

dolorosa stretta di quei momenti, pur sotto il morso della gelosia,

dell’invidia, dell’acre passione, egli sentiva che nel suo petto c’era

valore, nel suo cervello pensieri, nel cuore ispirazioni, e ispirazioni

non indegne di lei. Era nato di plebe, era sangue d’un abbietto,

eppure osava dire a sè stesso l’anima sua non impari a qualunque di più

titolato. Ma che giovava ciò? Albina Sangré di Valneve mai non avrebbe

amato il figliuolo dell’usuraio!

Gli sposi, chinati sempre più l’uno verso l’altro, le braccia

intrecciate, i capelli biondi che si toccavano, che si frammischiavano,

che si accarezzavano quasi, gli occhi negli occhi, si sussurravano

parolette, si sorridevano seriamente. Qualcheduno degli invitati era

andato al pianoforte e suonava con maestria e sentimento la romanza

del tenore nella _Contessa d’Amalfi_ del Petrella; quelle note di

melodia amorosa e soave si diffondevano dolcemente per la notte,

parevano avvolgere come una carezza le teste dei due sposi, farci

intorno un’aureola di tenerezza e di voluttà e andare a morire, come

un sospiro amoroso nei recessi del giardino. Alfredo sentiva ancora

egli invadersi da un languore, da una specie di dolcezza che pur gli

era un tormento. Il corpo debole per le veglie, pel digiuno, lo spirito

affranto dalle torture e dagli spasimi sofferti lo facevano acconcio

alle allucinazioni: sotto l’impressione di quella musica ebbe come

un vaneggiamento, come un sogno da sveglio. Era lui lo sposo, era

lui che doveva essere là su quel balcone al fianco di quella bella

visione d’angelo, era lui che quella fanciulla splendente di perle

credeva d’aver vicino ed a cui voleva sorridere. Una malìa lo teneva

lì inchiodato e aveva dato ad un altro il posto che a lui spettava; ma

a momenti quell’incanto sarebbe stato rotto, al seno di lui fremente

si sarebbe slanciata la amorosa fanciulla, intorno al suo capo avrebbe

spirato quell’alito d’amore. La musica si faceva sempre più dolce,

sempre più appassionata; egli tese le braccia verso quell’apparizione,

volle mandare un grido di richiamo, di protesta, d’amore, dirle: «son

qui io; sono io il tuo sposo;» ma per fortuna le fauci contratte non

lasciarono uscire la voce.

Anche i due amanti, anche i due felici fidanzati, vinceva il languore

della tenerezza tramandato da quella soavità di suoni; le ciocche dei

capelli della fronte si confusero vieppiù insieme, un più vivo balenìo

corse nelle pupille e due labbra tremanti si posarono sopra una guancia

morbida come il velluto.

Allora un rantolo potè uscire dalla gola di Alfredo e i cespugli

s’agitarono sotto la stretta delle sue mani contratte. I due giovani

sul balcone si riscossero al rumore, interrogarono collo sguardo

l’oscurità del giardino, nulla videro nè avvertirono, ma tuttavia

entrarono solleciti nel salone.

Quando Alfredo si ridusse a casa, era già verso il mattino: dove avesse

girato fino a quell’ora, dopo uscito di furia dal giardino Sangré,

egli non lo avrebbe saputo dire a niun modo. Aveva la sembianza d’uno

spettro più che d’un uomo. Suo padre, che lo aveva aspettato con

un’ansia che è più facile immaginare che descrivere, ne fu spaventato.

Ma egli non tollerò domande, nè preghiere, nè consigli, nè le più

semplici osservazioni. Disse a Matteo che avrebbegli parlato fra poco

per definire i loro reciproci rapporti, e si chiuse in camera, dove

stette parecchie ore. Finalmente chiamò a sè il padre e per prima cosa

gli domandò:

— Voi avete continuato ad avere relazioni o almeno corrispondenza con

vostro nipote e mio cugino Pietro?

— Pietro?.... Che Pietro? — interrogò di rimando l’Arpione, che non

s’aspettava simile richiesta.

— Pietro Carra, — rispose freddamente Alfredo, — il figliuolo della

sorella di mia madre, quello che compì il delitto che avevo pensato io

pure...

— Eh via! — interruppe il vecchio: — colui non è più nulla nè per me,

nè tanto meno per te...

— Voi potete pensarla così... e la pensate male: — disse il figliuolo

con una certa severità: — io la penso diversamente. Quell’uomo che

fu l’assassino del duca, e quella disgraziata ballerina che fu la

ganza del duca medesimo, sono... dopo di voi... i soli parenti che

mi rimangono. È naturale, è mio dovere che io mi interessi delle cose

loro.

Matteo curvò il capo e non rispose: non trovava parole da dire. Alfredo

continuava:

— Della ballerina m’importa poco; ma le venture del cugino Pietro mi

piacerebbe conoscerle. Egli è partito per l’America, non è vero?

— Sì.

— E di là scrisse al governo di Parma, rivelandosi reo, perchè si

cessasse dal tormentare degli innocenti per iscoprire il colpevole?

— Sì.

— E voi, suo zio, lo lasciaste partire senz’aiuto, e non gli veniste

mai in soccorso colaggiù?

— Io ho fatto per lui quel che dovevo, e più di quel che dovevo: —

rispose vivamente il vecchio. — A me egli raccomandò la sua famiglia

prima di partire, io ho provveduto ad ogni bisogno di essa... Quando

poi Pietro si fu trovato colà non solamente di che vivere, ma di che

mantenere con onore tutti i suoi, sono stato io che ho fatto partire

moglie e figliuoli per andarlo a raggiungere...

— Dunque ne riceveste delle lettere?

— Sicuro!

— E ne avete il ricapito.

— L’avevo: ma dopo che la famiglia fu arrivata sana e salva ad unirsi

con lui, ed egli me ne scrisse l’annunzio, nè egli si fece mai più

vivo, nè io ebbi occasione di scrivergli, e non so più che sia di lui,

nè se continui a trovarsi dov’era.

— Voi le avete ancora le lettere che egli vi ha scritte?

— Sì.

— Me le lascierete vedere.

— Volentieri... Ma che vuoi farne? Qual proposito è il tuo?... Sarebbe

forse quello di andartene anche tu in quei lontani paesi?

— Chi sa!.... Forse!...

— Ma tu non hai per nessun modo bisogno di colui. Te l’ho già detto

anch’io. Sì, sarà buon partito lo andarsene: e non occorrerebbe neppure

correre tanto lontano. Io ti aveva suggerito la Francia, l’Inghilterra,

la Germania... Ma se ti piace di più lo allontanarti fino nel nuovo

mondo, sia pure: già colle tue ricchezze potrai vivere bene in

qualunque paese.

Alfredo ebbe un leggero sussulto.

— Le mie ricchezze: — interruppe con accento brusco. — Io non ho

ricchezze. Tutte quelle che avete raccolte sono vostre, di voi solo...

— Ma no! ma no! — gridò il padre, quasi spaventato. — Te l’ho detto: io

ho fatto tutto per te...

— Mi lasciereste dunque disporre liberamente di quelle sostanze che ora

figurano di appartenere ad Alfredo Corina?

— Ma sì: Ma sì!

— In qualunque modo che a me piacesse?

— Affatto, affatto.

— Ebbene, sentite quello che ho determinato di farne.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 38 / 44 题