XXXV.

Albina, arrossendo leggermente, aveva detto alla madre e ai fratelli:

— Sono stata io a dare a Giulio l’annunzio per lui doloroso; lasciate a

me pure in compenso di quella pena, il piacere di dirgli ciò che penso

debba essere anche per lui una gioia.

Acconsentirono sorridendo al desiderio della giovanetta, ed ella mandò

al cugino queste sole parole scritte:

«Vieni; ogni tempesta è passata, dileguata ogni nube: sorride di nuovo

e più lieto il sole nel nostro cielo.»

Giulio, tratto di colpo da morte a vita, non istette a indugiarsi

per nulla a fantasiare sugli avvenimenti che gli capitavano e di cui

non comprendeva la ragione. Albina gli aveva annunziata la sventura

dicendogli non dovesse cercare nemmanco il perchè, ed egli s’era

curvato con muta disperazione di dolore; ora gli scriveva che la

sventura era vinta, che faceva ritorno per loro la felicità ed egli

s’abbandonava senz’altro all’impeto della gioia e sollecito accorreva

alla chiamata di lei.

Si riabboccarono nel gran salone, di nuovo sotto lo sguardo serio e

benigno, innanzi al sorriso severo e gentile del ritratto del padre di

Albina.

— È dunque vero? È proprio vero? — disse Giulio, prendendo le due

mani della cugina, guardandola fiso con occhi che scintillavano un

po’ umidi, le labbra agitate, un legger tremito di commozione in tutta

la persona, una soave vibrazione di profonda tenerezza nella voce. —

Questa volta la felicità la tengo per davvero! La tengo per le mani e

non mi sfugge più?

E stringeva con dolce pressione le mani sottili, morbide, tepide,

frementi anch’esse, della fanciulla, e la divorava cogli occhi.

— Sì, è vero, Giulio, com’è vero che siamo qui ambedue fronte a fronte,

come credo vero il tuo amore per me.

— Oh questo!... — gridò il giovane con espressione che fece sorridere

la fanciulla.

— Il cielo ha avuto compassione di noi, — continuava essa, — non

ha voluto che si compisse il sacrificio che io imponeva a te e a me

stessa; dileguò a un tratto un crudele inganno che ci faceva credere

alla necessità d’essere disuniti.

— Ah! un inganno crudele davvero! — interruppe Giulio. — E posso io ora

conoscerlo?

— No: — rispose Albina con amorevole serietà. — Il segreto non è mio,

non posso quindi comunicartelo. Bisogna che tu abbi pazienza.

— Pazienza facile ad aversi! — esclamò il giovane. — Ottengo

soddisfatto il mio più ardente desiderio: che m’importa il resto?

E la ragazza scherzosa:

— Non t’importa forse neppure il sapere quando e come si compiranno le

solennità per cui rimarranno uniti i nostri destini?

— Oh questo sì! — proruppe vivacemente Giulio, mentre s’accresceva

nelle sue pupille il lieto scintillìo. — Quando? quando?

— Non so se a te piacerà quello che piacerebbe a me ed anche ai miei...

— Tutto, tutto....

— E allora, senza perder più tempo, si farebbe la scrittura di nozze

questa sera medesima.

Giulio impallidì per l’emozione; le sue mani, che tenevano sempre

quelle di Albina, si strinsero per moto di contrazione nervosa.

— Questa sera medesima! — ripetè egli, quasi balbettando.

— O che ti par troppo presto? — disse vivamente la fanciulla con

ischerzosa malizietta.

— No.... Oh no!... No di certo! — gridò Giulio, il cui pallore di

poc’anzi lasciava il posto ora ad un lieve rossore, — E poi? E poi?

— E poi... se a Lei signor cavaliere sarà di aggradimento.... la

settimana ventura il matrimonio.

— La settimana ventura!... E perchè non subito?

— Questo lo domanderai a mia madre e ad Ernesto che sono stati loro a

dire così, e te ne sapranno spiegare la ragione.... Ho voluto essere io

ad intender teco la cerimonia di questa sera. Non ti dispiace?

— Sì, questa sera.... Corro ad avvertire il notaio.... Ad invitare

quelli che possiamo desiderare presenti, ci penseranno tua madre e i

tuoi fratelli, non è vero?

— E saranno pochi. Desidero che vi sia il minor numero possibile di

testimoni....

— Anch’io, anch’io... gl’indifferenti guastano.

— E dopo la parola che ci siamo data, che ci avvince per tutta la vita,

avrà acquistata nuova irrevocabilità.

— Per me, non ha bisogno di nessun’altra funzione per essere

irrevocabile fin d’ora. Non sai che perdendo te la mia vita era

terminata?

— E riacquistandomi?

— Ricomincia più splendida e più bella.

— Sì, splendida e bella per ambedue... Pensare che saremo sempre

insieme, sempre l’uno per l’altro, un sol cuore, una sola anima, una

sola esistenza! Il tuo pensiero sarà il mio, e i miei desideri saranno

i tuoi; non è vero? Sentiremo insieme: tutto quello che commuoverà te

si ripercoterà nella tua compagna: sarà una vita addoppiata, doppia

ogni gioia, e il dolore, invece, non doppio ma condiviso....

— Dolore! — interruppe Giulio, colla baldanza d’un giovane che vede

sorridergli il destino e gli pare impossibile che esso si muti.

— Ma ne avremo noi di dolori?... Sapremo pur che cosa sia il dolore?

Come potrà questo penetrare nella cerchia fatata della nostra felicità,

in cui sarà mantenuto eterno l’incanto, il sorriso, la luce, dalla

forza del nostro amore?

Albina sorrise caramente, ma pure prese un aspetto di gravità gentile.

— Oh! il dolore in questo mondo entra dappertutto: — disse con accento

serio; — ma è pur vero che l’amore lo combatterà efficacemente. E io

nella durata dell’amor nostro ho piena fede, Giulio.

— Abbila: — esclamò con forza il giovane. — L’ho anch’io. Il nostro

amore, vedi, cresciuto con noi nell’infanzia, nell’adolescenza, s’è

fatto sangue nostro, nostra natura, parte essenziale del nostro essere

più intimo. Io non posso neppur pensare più di vivere senza di esso.

Parlarono ancora a lungo del loro avvenire, fecero disegni,

fantasticarono vicende, gioirono in anticipazione col pensiero le più

care e modeste consolazioni della famiglia; separandosi Giulio sfiorò

colle labbra la fronte alabastrina, purissima della fanciulla. Poi

colla contessa Adelaide e con Ernesto si determinò ogni particolare

degli sponsali e della celebrazione del matrimonio. Dopo questo, invece

del viaggio solito a farsi dal maggior numero, gli sposi sarebbero

partiti per la villa dei Sangré.

Quel segreto che Albina non aveva voluto comunicare al suo sposo,

perchè non se ne credeva in diritto, appartenendo agli altri, Giulio

venne a conoscerlo quel giorno medesimo per opera del marchese

Respetti. Questi pensò debito di delicatezza il rivelar tutto al

figliuolo del cavaliere Armando; e poichè i denari mandati al giovane

erano usciti dallo scrigno di lui Respetti, egli si trovava appunto

aver già pagato, senza saperlo, il debito che gli incombeva. Giulio

aveva fatto molte difficoltà per decidersi a ritenere quella somma: e

vi si era acconciato solamente quando la zia e il cugino Ernesto, alla

parola dei quali egli dava un reverente ossequio, gli ebbero affermato

che così doveva fare.

Venne intanto quella sera ben augurata, a cui anelavano con tanto

desiderio i cuori leali dei due nobili giovani. Benchè pochissimi

fossero gli inviti, il salone era illuminato come nelle maggiori

occasioni delle più importanti solennità. Albina abbigliata con

ricca semplicità di una veste di seta color grigio perla, con una

collana a più giri di perle, con perle ai polsi e nei capelli, la cui

abbondante massa di un bel biondo cinerino, sotto a quel piovere di

calda luce aveva riflessi miti e tinte soavi, era in tutto lo sfoggio

della sua eletta, nobile, pura bellezza. Modesta la gioia nel raggio

degli occhi cilestrini e profondi, nel sorriso delle labbra piccole

e rosate: dignità graziosa, semplice, elegante, piena di naturalezza

nell’aspetto, nel contegno, nelle parole, con cui rispondeva ai

complimenti, con cui accoglieva regali ed amplessi dei congiunti

invitati. Giulio aveva il pallore delle grandi emozioni; si conteneva

di tal guisa, ricacciava così nell’intimo la sua gioia, che sembrava

quasi freddo e indifferente; ma i suoi occhi non si staccavano dalla

leggiadra figura della sposa; la guardava e guardava, le sue pupille

balenavano, parevano tremolare per soverchio commovimento.

Quando il notaio ebbe finito di leggere la scritta, Albina, a cui fu

presentata la penna, firmò con mano ferma, e poi si volse allo sposo

e gli porse a sua volta quella penna medesima con cui essa aveva

scritto, accompagnando l’atto con un sorriso lieve, ma in cui Giulio

credette in quel punto scorgere a balenare una visione di paradiso. Le

due destre dei giovani, sguantate, s’incontrarono, al tocco di quelle

fine epidermidi si riscossero ambedue; si sorrisero, arrossirono, e il

giovine s’affrettò a sottoscrivere ancor egli. Allora la fanciulla, che

aveva seguitato collo sguardo ogni movimento di Giulio, fece un passo

verso di lui, e con atto di franca, nobile risolutezza gli tese quella

sua mano che era ancor nuda del guanto. Egli la prese colla destra

nuda altresì, la strinse, poi la portò alle labbra e vi depose un

bacio caldo e rispettoso; poi passò il braccio di lei nella piegatura

del suo, e così uniti camminarono in mezzo ai gruppi degl’invitati,

ricevendo congratulazioni e complimenti.

Era una bella serata della fine di marzo, e all’aere tepente

primaverile si erano aperti il balcone e le finestre che guardavano

verso il giardino, perchè quel vasto salone, posto nel centro del

palazzo, si estendeva per tutta la larghezza dell’edificio, e aveva

da una parte finestre e balconi sulla strada, e dall’altra un lungo

balcone e finestre sul giardino. I due sposi, mentre i domestici in

gran livrea servivano su vassoi d’argento confetti e gelati, mentre

i pochi accolti a testimoniare gli sponsali stavano divisi a gruppi

chiaccherando; i due sposi, dico, tenendosi così a braccio, con una

ineffabile, dolcissima voluttà, s’avviarono verso il balcone dalla

parte del giardino, vi andarono e appoggiatisi alla ringhiera, vicini

vicini, stretti l’un all’altro, il cuore innondato di delizia, separati

così dall’adunanza, lasciati liberi con affettuosa compiacenza,

stettero lì, rapiti, a gustare la immensa loro felicità, senza trovar

nemmeno parola da dirsela; ma pure manifestandosela reciprocamente

con cara eloquenza, mercè rotte, bisbigliate paroline indifferenti,

mercè i sospiri, gli sguardi. La luce rossigna che usciva a onde dal

salone, prima di perdersi nelle masse oscure degli alberi fatti neri

dalla notte, contornava d’un’aureola infuocata quelle due teste bionde,

chinate una verso l’altra, con espressione di infinito amore, di

infinita dolcezza, di felicità infinita.

E mentre essi trovavansi sollevati in tanto paradiso, di sotto, quasi

ai loro piedi, si rodeva, si tormentava, soffriva orribilmente un

infelice piombato a dirittura nell’inferno più crudele del dolore,

della disperazione.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 37 / 44 题