Alfredo sta seduto al capezzale di Matteo Arpione, il padre suo,
che giace assopito. Il medico è venuto, e ha detto le ferite essere
leggerissime, lo svenimento cagionato da patèma d’animo e non da
nessuna grave infermità fisica, non occorrere altro che riposo, quiete
dello spirito e qualche cordiale per ottenere un compiuto ritorno alla
perfetta salute.
Alfredo siede colà, presso al letto, in quella camera semibuia, e
contempla fisso il volto dell’uomo che dorme innanzi a’ suoi occhi. La
quiete del sonno ha disteso le fattezze di lui, sembra che gli abbia
tolta via la maschera che usa tenerci sempre di nullità, di apatia, di
umiltà sottomessa; la gioia provata dall’udirsi detta quella parola cui
aveva fatto il sacrificio di non udir mai sulle labbra di suo figlio,
ha lasciato anch’essa sui lineamenti dell’addormentato una espressione
nuova, di intimo orgoglio, di qualche cosa insieme, che potrebbe quasi
dirsi bontà; si direbbe che essa ha rievocato su quel volto alcuno
dei tratti della sua giovinezza, gli ha ritornato alle sembianze alcun
che di generoso che s’era ritirato in fondo alla sua anima e vi si era
tenuto accuratamente nascosto.
Quell’uomo era suo padre! pensava Alfredo; quell’uomo aveva lavorato
e sofferto per lui, per fare a lui, suo figlio, una sorte invidiata.
S’era per ciò gravato le spalle e aveva portato pazientemente, quasi
lieto, il pesante fardello del pubblico disprezzo, quello più pesante
ancora della propria disistima, s’era fatto volontariamente vile e
cattivo. Quale disgraziata e maledetta illusione era stata la sua!
Avrebbe bisognato che riducesse eziandio cattivo e vile suo figlio
perchè potesse approfittare quietamente dei frutti sciagurati di
quell’opera deplorevole; invece no; egli, suo figlio, l’aveva voluto
buono e generoso e aveva fatto di tutto per ciò. Vile e cattivo!
Avrebbe forse potuto diventar tale, egli, Alfredo? Faceva a sè stesso
questa domanda e raccapricciava dal terrore; gli pareva di sì. Non
era figliuolo di colui? Non aveva sangue di lui nelle vene? L’ira, il
desiderio della vendetta non gli avevano forse posto o per dir meglio
suscitato nell’anima istinti feroci, crudeli, gli pareva anche bassi e
scellerati. Non aveva egli pensato persino un giorno a farsi assassino?
Suo padre pure un giorno era stato buono, valente: se sua madre l’aveva
amato, bisognava bene che fosse tale.
Sua madre! Questo pensiero s’impadronì di subito nella mente di lui, la
padroneggiò, la volse ad un altro ordine di idee. Essa era un angelo di
donna: il padre glie l’aveva detto; egli lo aveva sentito sin dal primo
svolgersi della ragione, per istinto, per intuito indovinatore; lo
credeva fermamente. Gli sembrò vederla: una figura sottile, delicata,
dal mesto sorriso, degli occhi pieni di bontà e di luce. Gli sembrò che
s’accostasse a quel letto e guardasse con amorosa compassione lui e il
giacente e quest’ultimo gli raccomandasse.
— Non farlo morire, — pareva udirsi dire nel fondo dell’anima, — abbine
pietà, perdonalo, perdona!
Questa parola di perdono se la sentiva ripetere nel capo, nel petto,
come di eco in eco, come pronunziata da tutte le parti, ma sempre con
una voce dolcissima, una voce femminea, la voce che credeva di sua
madre.
Perdonare! Sì, a quell’uomo che aveva grandemente errato, è vero, ma
per troppo amore di lui: a quell’uomo che involontariamente gli aveva
cagionato tanto male, mentre il suo scopo era pur quello di dargli
ogni bene; a lui sì, ma agli altri? Agli altri che gli avevano fatto
provare tante angoscie, che gli avevano fatto sibilare, prorompere,
fremere intorno la condanna, la maledizione, il disprezzo del mondo:
agli altri, perchè avrebbe perdonato? Oh li odiava, li odiava troppo,
gli pareva di odiare tutto il genere umano; avrebbe voluto averlo
tutto dinanzi rappresentato in un individuo per poterlo assalire,
ferire, distruggere. E questo individuo contro cui rivalersi, in cui
vendicarsi, nel cui sangue sfogare la sua rabbia, egli lo avrebbe pure
avuto a fronte tra poco, e sarebbe stato Ernesto Sangré di Valneve. Lo
avrebbe dunque assalito colui, lo avrebbe trafitto, lo avrebbe ucciso.
Nella scherma egli non temeva rivali: lo sdegno e la giusta smania di
vendetta gli avrebbero accresciuto ancora l’abilità e le forze. Sì,
l’avrebbe ucciso! Chi? Ernesto di Valneve? Colui che gli era comparso,
che gli compariva ancora come l’incarnazione della vera gentilezza,
del vero sentimento di correttezza morale e sociale dell’aristocrazia;
colui che gli aveva dimostrato stima ed affetto, che egli aveva davvero
ammirato ed amato, che aveva desiderato di poter chiamare fratello,
e aveva creduto un momento di avere tal fortuna, che era fratello di
Albina! Ah! il suo amore per costei non era spento, nè manco scemato.
Lo sdegno, il riagire contro l’onta che lo aveva assalito, il ribollire
del sangue sotto il moltiplicare degli oltraggi l’avevano attutito
un istante, ma ora, a un tratto, si rimetteva a parlare più forte
che mai, e ridivampava colla solita energia, pareva anzi accresciuto
dall’eccesso della disperazione. Ed egli le avrebbe ucciso il fratello?
Avrebbe fatto piangere quegli occhi entro i quali egli aveva traveduta
tanta parte di cielo! Essa lo avrebbe odiato, maledetto!... Essa! Ma
questo sarebbe stata nuova e ancora peggiore sventura per lui! Ma
non avrebbe egli dato qualunque cosa solamente per avere di lei un
compianto, un sentimento di stima, un briciolo di lode? Forse anche lei
ora lo credeva colpevole del tentativo di ricatto messo in pratica da
Matteo Arpione, forse lo odiava di già, lo disprezzava del pari e anche
di più. Con ciò, uccidendogli il fratello, immergendo nel lutto tutta
la famiglia di lei, rimediava egli a qualche cosa, riacquistava qualche
merito agli occhi della nobile fanciulla, la faceva ricredersi del
tristissimo giudizio che aveva dovuto recare di lui?
No certo; no certo. Una nobile azione avrebbe più facilmente potuto
ottenere codesto da lei. Il fratello, il conte Ernesto le avrebbe
detto allora com’egli fosse persuaso dell’innocenza di lui nel
tentativo dell’Arpione, ed essa gli avrebbe creduto. Ma quale nobile
azione? Che cosa poteva egli compiere che meritasse tal titolo nelle
condizioni in cui si trovava? Il pensiero della madre, forse l’anima
di lei gli ridestava nell’intimo l’idea, la parola di perdono!... Era
quella una nobile azione? Curvarsi sotto all’onda d’infamia che lo
sovraccoglieva, non renderne alcuno responsabile, rassegnarsi come a
dire «l’ho meritato!» Ma il _mondo_ l’avrebbe invece chiamata viltà
questa e fattone per lui un nuovo argomento di condanna e di disprezzo.
E fors’anche lei avrebbe partecipato ai giudizi del mondo!... No,
sapeva che Ernesto medesimo l’avrebbe difeso: era certo che il fratello
d’Albina avrebbe saputo apprezzare al giusto la magnanimità dell’atto,
che egli, il quale lo aveva visto al fuoco delle battaglie, non
avrebbe accagionato il procedere di lui a codardia. Ed ella pure, ella
l’incarnazione d’ogni bellezza morale come fisica, d’ogni sublimità
dell’anima come dell’intelligenza, ella lo avrebbe capito.
Perdonare! Perdonare! Rassegnarsi, soffrire ed espiare colpe non
sue!... Oh dolorosa, crudele sorte e immeritata! Ben poteva forse
subire l’ignominia, ma viverci, ma portarla pel mondo?... Chi, qual
dovere, qual cosa glie lo poteva imporre? Nulla e nessuno. Che cosa
avrebbe fatto della vita, di sè? Perchè avrebbe trascinato un’esistenza
disonorata per acconciarvisi forse un tempo e fare il callo
all’infamia?... Meglio morire: così tutto sarebbe finito.
Era egli certo che sarebbe finito? Aveva creduto sempre fino allora
a un’altra vita, da cui aveva sognato che gli sorridesse lo spirito
di sua madre. Gli era sembrato sentire la realtà di quel mondo
sovraterreno, gli sembrava sentirla ancora. Sua madre lo avrebbe
incontrato in quel mondo; che gli avrebbe detto? Invece di abbracciarlo
e baciarlo, non l’avrebbe forse condannato essa pure? La testa gli
ardeva: i polsi gli battevano come martelli. Gli parve scorgere il
fantasma della madre guardarlo con corruccio e dirgli «non morire, non
bisogna morire!» Poi questo fantasma cambiare di fattezze, prendere uno
splendore ben noto di cerulee pupille, la serietà d’un sorriso pensoso
e dignitoso, le sembianze di Albina, per ripetergli ancora: «non
morire, non bisogna morire.»
Sorse in piedi con impeto, come un uomo che risponde a una chiamata.
Un domestico entrò in quel punto e gli annunziò sottovoce che due
ufficiali chiedevano di parlargli: erano i testimoni procuratigli dal
conte Sangré medesimo.
Alfredo gettò uno sguardo su Matteo che dormiva sempre tranquillo e
poi in punta di piedi uscì per andare a raggiungere i due ufficiali nel
salotto.
Ai due ufficiali, i quali lo accolsero con una fredda cortesia, Alfredo
disse subito, freddamente cortese anche lui:
— Mi duole, signori, che si sieno presi il disturbo di venire sin
qui. E me ne duole tanto più, in quanto che nuove considerazioni da me
fatte, nuove vicende appurate, mi hanno fatto compiutamente rinunciare
al mio primo proposito, per cui avrei avuto bisogno del generoso loro
aiuto, del quale ciò nulla meno li ringrazio vivamente e di gran cuore.
I due ufficiali si guardarono l’un l’altro, poi guardarono il giovane
che, pallido com’era, rimase freddo e senza commuoversi sotto al loro
sguardo, poi fecero spallucce e dissero con piglio di indifferenza poco
lusinghiera:
— Vuol dire che la nostra opera è affatto inutile?
— Sissignori.
— Tanto meglio! E ai padrini del conte Sangré, coi quali dobbiamo ora
accontarci, che cosa diremo?
— Che io spiegherò la mia condotta al conte di Valneve medesimo, in una
lettera che non tarderò a mandargli.
— Nient’altro?
— Nient’altro.
— Va bene.
Fecero un legger saluto del capo con freddezza ancora maggiore e
partirono.
Alfredo tornò presso Matteo Arpione, che dormiva sempre di quel
medesimo sonno placido e riparatore. Lo guardò di nuovo a lungo,
immobile, pensoso. Il giorno cadeva: la camera era diventata quasi buia
del tutto; quella poca luce che era colà, in quel vespro di primavera,
colle imposte delle finestre socchiuse, dava all’ambiente una tinta
d’ineffabile tristezza, da illanguidire qualunque anima, anche la meno
accessibile alla melanconia. Il nostro giovane così disgraziato sentì
intenerirsi; l’asprezza dell’ira, la ferocia dell’odio lasciarono
luogo a una commozione pietosa; gli occhi infuocati furono inumiditi
da lagrime che ne temperarono l’ardore. Quell’uomo ch’egli aveva lì
dinanzi — suo padre — era ora il solo vincolo che lo legasse alla
terra, il solo che lo potesse amare oramai, il solo cui egli dovesse
amare. E amarlo egli non poteva. Sentiva anche in questo momento, in
cui una maggior mitezza di sentimenti lo possedeva, come perdonarlo,
compatirlo, sì, gli sarebbe stato fattibile, già quasi lo faceva,
ma amarlo non mai. Anzi sentiva che affine di perseverare in quei
sentimenti verso quell’uomo, gli sarebbe stato necessario di viverne
lontano, di non averne presenti la figura, i modi, di non udirne la
voce, che troppo gli ricordavano le ragioni per cui egli avrebbe pure
il diritto di odiarlo e maledirlo. Quali dunque sarebbero stati in
avvenire i rapporti suoi con colui.... con suo padre? Che avrebbe fatto
di sè stesso, dove, come vissuto?
Matteo in quella s’agitò, le sue labbra mormorarono alcune parole,
fra cui il giovane afferrò il suo nome, e gli occhi del giacente si
aprirono lenti e quasi con fatica.
Alfredo per primo impulso si trasse vivamente indietro come per
sottrarsi alla vista di quelle pupille che s’aprivano nelle occhiaie
affondate; ma poi tosto si accorse che questo moto di ripugnanza era
avvertito dall’infermo e un’espressione di pena grandissima gli si
dipingeva nel volto; si fece forza e si riaccostò con aspetto se non
affettuoso, se non benigno, di grave interessamento.
— Come state?...
L’accento era tale da fare accorgere che una parola doveva ancora
venire a chiudere la interrogazione; ma come se un ostacolo fosse
venuto ad impedirla, quella parola non potè essere pronunziata dalle
labbra.
Il vecchio ebbe uno stringimento alla gola come per un singulto, che
riuscì a reprimere.
— Meglio, — rispose con voce piena di dolore e di mortificazione: —
meglio, grazie... E... voi?
Anche nella sua bocca era un altro, di più affettuosa espressione, il
pronome che avrebbe voluto suonare, ma poi non aveva osato venire.
— Oh! io sto benissimo: — disse Alfredo sforzandosi a dare alla voce un
po’ di tenerezza, ma riuscendoci malamente.
Matteo si sollevò a sedere puntandosi col gomito sui cuscini.
— Che cosa fate? — gli domandò il giovane.
— Bisogna pure che m’alzi, — rispose. — Me ne andrò a casa mia... Credo
di essere forte abbastanza... vi ho già dato troppo incomodo...
E buttò le gambe giù dalla sponda delle materasse per scendere di
letto: ma in quel movimento sentì una debolezza maggiore di quel che
avrebbe creduto, vide gli oggetti intorno vacillare e girare, e gli
parve d’essere sul punto di cadere di nuovo in isvenimento.
— Restate, restate, — gli disse Alfredo che se ne accorse: —
rimettetevi a giacere... Perchè volete alzarvi?... Perchè parlate di
andarvene di qui?... Non è questa eziandio casa vostra?
Queste parole fecero bene al vecchio: casa sua la casa di suo figlio,
era pur vero; e il figlio lo riconosceva, glie lo diceva! Si ridistese
nel letto con un sentimento di maggior benessere nella profonda
lassitudine da cui era pur preso, le sue labbra abbozzarono un sorriso,
gli occhi stavano fissi sul giovane con un luciore di tenerezza,
d’orgoglio e di riconoscenza.
In Alfredo invece le parole medesime avevano ridestato un nuovo accesso
di idee penose, mordenti, crudeli. Sì, quella era più casa dell’usuraio
che sua, poichè tutto ciò che v’era in essa, tutto quello sfarzo e
quelle agiatezze che vi si ammiravano, di cui egli aveva goduto fino
allora, tutto era frutto dello scellerato denaro guadagnato, raccolto,
fatto moltiplicare, da quell’uomo.
Questa è casa vostra, — ripetè, — tutto quello ch’io ho creduto di
possedere finora è vostro. Non siete voi il mio ospite, ma io lo sono
stato sempre di voi.
— Ma no, ma no: — diceva Matteo con premura quasi affannosa. — Io non
ho nulla, non voglio aver nulla... Io non so nulla... Che volete che mi
faccia io della roba?... Io non ho bisogno che di un cantuccio e d’uno
stramazzo per andarvi a morire.
— Non parlate, così, ve ne prego, tranquillatevi... Ora non è momento
di parlare di codeste cose... Il nostro avvenire lo regoleremo di
poi... Ora badate soltanto a ristabilirvi presto.... Bevete questa
cucchiaiata del cordiale che v’ha ordinato il medico: è tempo, e da qui
una mezz’ora vi sarà portata una minestrina, come consigliò anche il
dottore.
— E voi? — domandò il giacente, il cui sguardo rivelò tutta
l’inquietudine che si nascondeva dietro questa semplice domanda.
— Io uscirò un momentino per prendere un po’ d’aria: — rispose
freddamente Alfredo, — chè me ne sento davvero il bisogno.
Matteo lasciò sfuggire un grido.
— Ah, mio Dio!... Tu vai a batterti?
— No, — rispose con forza il giovane: — non mi batterò.
Tacque un istante, e poi con voce grave, quasi solenne, come di chi
pronuncia un giuramento, soggiunse:
— Tranquillatevi, _padre mio_; ho pensato, ho riflettuto, mi sono
travagliato coll’animo e colla mente. Ora la mia decisione è presa,
ferma, irrevocabile. Non voglio nè uccidere, nè morire.
Uscì lasciando in maggior pace il cuore del padre, il quale ebbe fede
assoluta in queste di lui parole.
La notte era discesa del tutto; i lampioni venivano accendendosi man
mano, e in quell’ora, in cui quasi tutti si trovavano ritirati nel
seno della famiglia, pochi erano i passeggeri per la strada. È ciò che
piaceva ad Alfredo; egli anzi prese le vie meno frequentate, quelle
dei rioni più poveri, dove era meno facile incontrare persone di sua
conoscenza; aveva vergogna di sè, gli pareva di portare sul capo un
peso d’ignominia che tutti gli vedessero, che l’obbligava a camminare
curvo, schiacciato.
Ma mentre camminavano le gambe anche la mente si pose in moto, e prese
presto il galoppo addirittura. Riandò tutto il passato, per deplorarne
ogni fase, ogni vicenda: lui fanciullo senza carezze materne, giovane
senza affetti domestici. Quanto sarebbe stato più felice, se una madre
l’avesse amato, se un padre lo avesse protetto e onorato colla sua
virtù, anche nella mediocrità delle fortune, anche nella povertà! E
l’avvenire? Nessun amore per lui, nessuna gioia!
Si riscosse a un bagliore di maggior luce che gli colpì lo sguardo
venendo da un palazzo. Da quanto tempo camminasse non sapeva più, per
dove fosse passato nemmeno; ciò di cui s’accorse a quel punto fu che
le gambe, a insaputa della sua volontà, l’avevano portato in faccia al
palazzo Sangré di Valneve, sotto le finestre delle stanze abitate da
Albina. Sollevò lo sguardo: quelle stanze erano oscure; ma più in là
splendevano di viva luce le finestre che egli sapeva esser quelle del
gran salone. Si capiva facilmente che là vi era adunanza, forse qualche
festosa solennità; un presentimento lo avvisò che vi doveva aver luogo
tal cosa che era nuova affermazione, nuova consecrazione per così dire
della sua sciagura. Al presentimento venne a dare conferma un fatto.
Il portone era aperto; il custode in gran livrea, col cappello a due
becchi gallonato e la gran mazza del pomo d’argento, stava pronto
ad aprire lo sportello alle carrozze che sarebbero arrivate. E una
sopraggiunse appunto in quel momento, forse la prima: Alfredo potè
scorgere in essa la faccia trionfalmente felice del cavaliere Giulio
Sangré in cravatta bianca. Quella gioia, quella superba contentezza
che raggiava dai lineamenti, dagli sguardi del giovane, era tutta
una rivelazione. Alfredo soffocò un grido, curvò più basso il capo,
timoroso di essere visto, e fuggì perdutamente.