XXXIII.

L’usuraio mandò un gemito.

Il conte si strinse nelle spalle con un moto che aveva insieme del

rincrescimento e dell’ironia.

— Me ne dispiace, — disse, — ma io non ci posso nulla.

Alfredo era affatto dominato dal furore; si postò in faccia al Maggiore

delle Guardie e gli disse:

— Ci può... ci può... perchè non s’insulta impunemente un padre innanzi

a suo figlio... ed io... io figliuolo dell’oltraggiato, ne voglio una

terribile soddisfazione.

Matteo si cacciò trammezzo.

— No, Alfredo; — gridò: — per carità... ti prego... ti scongiuro.

Il giovane lo allontanò con una mano e fece ancora un passo per

accostarsi al conte.

— Avete inteso? — ruggì.

— Ho inteso benissimo: — rispose il Valneve senza scomporsi

menomamente, sempre con quella sua aristocratica freddezza. — E sarei

disposto a dargliene soddisfazione quando le cose che ho detto non

fossero vere; ma siccome pur troppo nè Lei, nè alcuno al mondo può fare

che non sieno tali, Ella vede che a me non resta nulla da aggiungere...

E così, siccome qui capisco naturale la presenza d’un essere con cui

non voglio avere comune neppure l’aria che si respira, non mi resta che

ritirarmi.

S’avviò con passo tranquillo verso l’uscio; Alfredo s’affrettò a

porglisi dinanzi per impedirgli il cammino. Aveva turgide le vene della

fronte, gli occhi lampeggianti, le labbra frementi, ansante il respiro.

— E Lei crede, — disse con voce mozzata dal furore, — aver potuto

coprirci d’obbrobrio, lanciarci sul viso le più sanguinose ingiurie

e poi lasciarci tranquillamente e non averci più nulla da fare e non

pensarci più?... No per Dio!...

— Eppure sarà così: — rispose freddamente il Sangré. — La esorto a

tranquillarsi, a rientrare in sè stesso, e a vedere, se le rimane un

po’ di ragione, che dev’essere così, e che non sarà altrimenti,

Alfredo scuoteva il capo con atto da impazzito: le mani gli tremavano,

— No per Dio! No per Dio! — ripeteva. — Avrò soddisfazione... mi

domanderà perdono....

Il conte interruppe con un moto vivace del capo.

— Io?

— Sì, Lei! — insistette Alfredo, accostandosi ancora all’ufficiale: —

oppure mi darà il suo sangue.

— Nè l’una cosa nè l’altra, — rispose Ernesto freddo, superbo, senza

muoversi, incrociando le braccia al petto. — Quello che ho detto è il

vero e son pronto a ripeterlo: il mio sangue lo devo a qualche cosa di

più degno e di più importante che la collera d’un figliuolo d’usuraio.

Alfredo ruggì un’imprecazione; Matteo spaventato gli si pose davanti;

Ernesto non si mosse.

— Per carità! per carità! — supplicava il vecchio.

— Ah dunque perchè Lei è gentiluomo e io sono plebeo — gridava il

giovane facendo a liberarsi dalle braccia di Matteo che lo tenevano,

— a Lei sarà lecito calpestarmi e io dovrò tacere?.... Sì, plebeo!....

Sono plebeo.... e userò anche modi e vendetta da plebeo... e poichè Lei

mi rifiuta ogni riparazione, le strapperò di dosso quelle spalline...

Con un moto da furibondo, ratto come un fulmine, allontanò da sè il

vecchio, si precipitò sul conte e la sua mano diede uno strappo alla

spallina sinistra. Il maggiore impallidì, una fiamma terribile balenò

nei suoi occhi, in un attimo balzò indietro, e gli lampeggiò tra mano

la sciabola nuda.

— Disgraziato! — gridò fuori di sè anch’egli, menando un colpo alla

cieca.

La sciabola non colpì Alfredo; una mano, un capo si frapposero, e

la lama intagliò quella mano e scivolò a disegnare una lunga riga

rossa dal fronte alla guancia di quella testa; la mano e la testa

dell’usuraio Arpione. Alfredo mandò un grido, fece un atto come per

islanciarsi in soccorso del vecchio, ma parve che le forze glie ne

mancassero, divenne pallido, pallido, quasi stesse per isvenire, e

disse con voce appena intelligibile:

— Voi siete ferito... padre mio?

Un lampo di gioia a queste parole corse negli occhi di Matteo.

— Non è nulla, non è nulla: — rispose avviluppandosi nel suo povero

sporco fazzoletto la mano lacerata, sanguinante; e intanto non badava

che dal volto gli colava fin sul collo una filza di perline rosse che

erano goccie di sangue.

Alfredo riacquistò la freddezza della sua ragione e le forze dell’animo

e del corpo; corse a un cassettone, vi prese pannilini e s’adoperò

frettolosamente a rasciugare il sangue, a fasciare le ferite del

vecchio, poi si slanciò verso il cordone del campanello per suonare.

Vide il conte Ernesto Sangré di Valneve, la cui presenza pareva aver

affatto dimenticata. Il Maggiore, pallido ancora per l’ira suprema

che lo aveva invaso, le sopracciglia corrugate, le labbra fortemente

strette e le guancie contratte, una spallina mezzo strappata, pendente

sul petto, aveva chinato verso terra la sciabola sulla cui punta

tremolava una stilla di sangue e guardava fieramente innanzi a sè,

pronto alla difesa, voglioso all’offendere.

— Signore! — gli disse Alfredo fremendo, — che cosa aspetta ancora Ella

qui? Che cosa pretende?

L’ufficiale rimise tranquillamente la sciabola nel fodero e rispose

pacato ma fiero:

— Attendo che la sua emozione... la sua giusta emozione sia un po’

data giù, per dirle queste ultime mie parole. Mi rincresce di quanto

ora è avvenuto; ma se la mia sciabola si è macchiata di quel sangue,

non è mia la colpa e ne respingo ogni risponsabilità. Assalito in quel

modo indegno, tale che un militare deve a ogni costo istantaneamente,

non solo ripulsare, ma vendicare e punire, l’ira mi ha fatto usare

quell’arma che, se ci fu data per difendere il re e la patria, portiamo

a fianco eziandio per far rispettare la nostra divisa e il nostro

onore. Il mio abbandono alla collera, però, parmi abbia modificato

alquanto i nostri reciproci rapporti e quindi muta eziandio le mie

risoluzioni. La mia sciabola macchiata di tal sangue, credo non debba

più rifiutarsi a incrociare la sua...

— Ah sì?... — interruppe Alfredo, con un’esclamazione di gioia

selvaggia — Finalmente!... Quando, come, dove?

— Tutto come piacerà a Lei... Io da questo momento sono pronto ad

assecondare in ciò qualunque suo desiderio; e per facilitargliene

l’effettuazione, la quale altrimenti incontrerebbe forse gravi

ostacoli, come può esserne persuaso da quanto è avvenuto dopo la sfida

scambiata con mio fratello, io, invocandolo come prova d’amicizia,

otterrò da due ufficiali della guarnigione che, senza investigar nulla,

senza cercar altro, consentano ad assisterla come testimoni. Fra un’ora

al più tardi Ella avrà qui la visita di quei signori.

— Va bene: — rispose Alfredo, il quale avea riacquistato anche lui

tutta la garbata freddezza del gentiluomo.

Il Maggiore s’inchinò leggermente ed uscì come sarebbe uscito dal

salotto di una signora dopo un ben composto complimento di congedo.

— Ah finalmente!. — esclamò di nuovo il giovine quand’ebbe visto il

battente dell’uscio rinchiuso dietro le spalle dell’avversario.

Era da tante ore che egli soffriva maledettamente; a lui pareva

oramai da un tempo infinito. Da ogni parte erano venute al suo cuore,

come un bersaglio ai colpi di tutti, offese tremende, orribili,

insopportabili, delle quali una sola bastava a mandare in furore e in

disperazione un uomo: e contro nessuno gli era concesso fino allora

sfogare la sua rabbia, il suo crudele tormento. Ora ecco che tutti

quelli oltraggi, tutte quelle ferite pigliavano corpo, in una persona,

venivano a stargli innanzi in un individuo, su cui tutto poteva

riversare quel tumulto di fiera passione, di odio, che ribolliva nel

suo seno. Dimenticò ogni benigno affetto, ogni generoso sentimento,

ogni precedente mitezza dell’animo. Potesse uccidere! potesse sbranare!

potesse far piangere! tutti, chiunque! Che importava se colui sul quale

sarebbe disceso il suo furore fosse un uomo ch’egli aveva amato e che

lo aveva amato, che avesse stimato di più, del sangue del quale fosse

il suo più santo, il suo unico amore? Afferrava ora la sua vendetta,

l’avrebbe fatta compiuta; la voleva, si sentiva la forza e la fortuna

di ottenerla.

— Ah finalmente! — gridava con enfasi di voluttà feroce.

Ma sentì due braccia tremanti che gli cingevano pianamente il collo,

una guancia umida che veniva a toccare lieve lieve la sua, e una

voce soffocata, lagrimosa, piena di terrore e di dolore, sussurrargli

all’orecchio:

— No, no, Alfredo, per pietà! Tu non ti batterai, tu non mi vorrai far

morire di spavento, di angoscia e di dolore... Io sono pur tuo padre...

indegno, indegnissimo, ma ti ho data la vita... me la devi... è roba

mia... ma non puoi, sacrificando la tua, distruggere anche la mia vita.

Il giovane di subito provò una viva ripugnanza a quel contatto, a

quell’amplesso, e fece un brusco movimento per liberarsene, ma poi si

contenne tosto; staccò lentamente da sè le braccia del vecchio e se lo

allontanò con tranquilla fermezza.

— Lasciatemi... — disse con accento di risoluzione irremovibile: — non

domandatemi l’impossibile. Ch’io rinunzi a vendicarmi su qualcuno di

tutto quello che ho sofferto e che soffro, ch’io perdoni, dimentichi

e m’umilii per evitare uno scontro che desidero ardentemente, (poichè

voi mi domandate tutto codesto)... è cosa impossibile, assurda,

richiederebbe una virtù di cristiano, di santo, che io non mi sento

d’avere, che non posso, che non voglio avere... Questa tremenda

condizione in cui mi trovo, da cui non posso uscire, che solamente

posso temperare uccidendo o facendomi uccidere...

Il vecchio vacillò e colla mano fasciata di pannilini sanguinosi si

appoggiò ad un mobile per non cadere.

— In questa sciagurata condizione, chi mi ci ha posto?... È ben giusto

che colui al quale spetta la prima, la maggiore, l’unica colpa, ne

soffra le conseguenze.

Per Matteo le dolorose emozioni avevano raggiunto il colmo di quella

misura ch’egli poteva sopportare. Lo spavento fors’anco della ferita,

da cui si sentiva scorrere ancora caldo il sangue sulla faccia, la

debolezza da ciò cagionatagli, concorsero eziandio ad abbatterne ogni

vigore anche dell’animo; si mise a tremare a tremare, le gambe gli si

piegarono sotto, gli occhi gli girarono nell’orbita, le terree guancie

gli diventarono gialle, e benchè si tenesse al mobile abbrancato,

diede giù, fu per cadere in terra. Ma non cadde; Alfredo, che aveva lo

sguardo rivolto in lui, lo vide: fu sollecito a corrergli presso, ad

afferrarlo, a sostenerlo; lo tenne su stretto al suo seno.

— Che cos’avete? — gli disse: — padre!... Padre mio!...

Benchè mezzo fuor de’ sensi, quella dolce e soave parola di padre

che per la seconda volta usciva dalle labbra del giovane, il

vecchio maledetto e disprezzato tuttavia l’udì, la bevve direi quasi

avidamente, ringraziò con uno sguardo di tenerezza ineffabile, di

riconoscenza che colla voce più non poteva, e svenne sul seno del

figlio adoratissimo e gli parve così dolcissimamente morire. Ah! ma

sarebbe stata troppo felice sorte per lui; avrebbe sofferto troppo

poco, e ben maggiore espiazione lo attendeva in quello scorcio di vita

che ancor gli restava.

Alfredo in due passi trasportò sul proprio letto il vecchio svenuto,

poi saltò al cordone del campanello e diede una grande strappata.

— Presto! — comandò al domestico accorso, — un medico, il primo che si

possa avere... ma sollecito... ma subito!... correte.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 35 / 44 题