I due gentiluomini si guardarono.

— Ah! — fece quel primo, — è strano che di queste tue attinenze

piuttosto intime con colui non se ne sia mai saputo nulla.

Alfredo arrossì.

— O che l’avevo da pubblicare su per i muricciuoli? — proruppe con

vivacità irritata.

— Tu conoscevi qual uomo si fosse colui?

— Fu servo e obbligato di mio padre; quando questi morì, lasciò a

lui l’incarico di vegliare su me e sui miei interessi. Che cosa avevo

da sapere io? Quando conobbi chi egli si fosse lo allontanai da me e

cessai affatto di valermi de’ suoi servigi.

L’interrogatore tacque un momento: il suo volto prese una ancor

maggiore serietà; si vedeva che stava per toccare di cose che gli

parevano anche più gravi.

— Però, — riprese poi, — quando tu fosti a Parma nel 1854, tu non ti

eri tuttavia liberato di lui....

A queste parole che gli destavano il ricordo ingratissimo delle vicende

avvenutegli in quella città e a quel tempo, Alfredo si turbò.

— No... cioè sì: — rispose. — Fu appunto allora che avendo appreso da

Ernesto Sangré chi egli si fosse, lo scacciai.

Vi fu un’altra breve pausa.

— A Parma, — ricominciò quell’altro, il quale, a seconda che progrediva

nel suo interrogatorio, diventava sempre più freddo e severo, — tu

diventasti uno degli intimi del duchino.

Il turbamento d’Alfredo cresceva.

— Intimo no, — disse con evidente confusione, — andavo a Corte qualche

volta, di rado....

— E una sera il duca sdegnatosi teco, non so perchè, t’impose di

chiedergli perdono in ginocchio, e tu obbedisti.

Alfredo arrossì sino alla radice dei capelli e poi subito divenne

bianco più d’un cencio.

— Ero giovanetto... vent’anni appena, — balbettò, — sì, fu un momento

di debolezza; ma chi non l’avrebbe avuto? L’autorità del grado, la

presenza di tutti i cortigiani... un’emozione inevitabile.... Una

mano villana mi spinse... Cercai dopo in ogni modo di vendicarmene,

di averne soddisfazione... Chiedetene a Ernesto Sangré, mi sono

consigliato con lui, egli può dirvi...

— Per vendicarti tu sei entrato in una congiura contro la vita del duca?

Alfredo abbassò il capo e rispose con un soffio di voce:

— Sì.

— E quando questa congiura doveva avere il suo effetto fu rivelata alla

polizia... da Matteo Arpione.

Camporolle diede addietro d’un passo.

— Possibile! — esclamò. — Chi lo disse?

— Lo raccontò, in presenza del marchese Respetti, quel poliziotto

medesimo che ne aveva ricevuta la denuncia, la quale era stata fatta ad

una condizione: quella di salvare uno fra i congiurati... te!...

Alfredo mandò un’esclamazione soffocata e si coprì colle mani la faccia.

Per un momento si tacquero tutti: fu un silenzio grave, impacciato,

pieno di malessere.

— Ah, quell’Arpione! — gemette poi Alfredo, — col suo malaugurato

interessamento per me, egli mi ha fatto più male che non avrebbe saputo

e potuto il più accanito e il più perfido dei nemici.

I due gentiluomini s’alzarono in piedi, freddi, severi, con una dignità

quasi ostile.

— L’Arpione — disse lentamente, spiccatamente il principale de’ due —

non pare possa essere altro che uno stromento.

Alfredo sentì insieme una fiamma e un brivido corrergli per tutta

la persona; capì a un tratto, ma non volle capire, ma si rifiutò ad

ammetter possibile l’iniquo, incomportabile, scellerato oltraggio che

si conteneva in quelle parole.

— Come! — esclamò. — Stromento!... Di chi?

E l’altro sempre colla medesima voluta e misurata gravità:

— Quell’uomo, straniero al paese, non facendo parte egli stesso della

congiura la quale naturalmente tutti coloro che ne facevan parte si

erano impegnati con sacra promessa a tener segreta; quell’uomo, dico,

non poteva altrimenti sapere l’esistenza, e gl’intendimenti e i modi

della congiura medesima, e il nome dei cospiratori, se non apprendendo

tutto ciò da uno di essi; e consta che fra questi egli non conosceva

altri che voi.

Rifiutarsi a capire ora era impossibile. Quel voi finale nella parlata

del gentiluomo, quel voi, in cui aveva cambiato a un tratto il tu di

prima, era suonato ad Alfredo come il fischio d’uno staffile che lo

colpisse sul viso. Egli sentì di nuovo, come aveva già sentito altra

volta, qualche cosa di violento, di rozzo, di terribile agitarsi nel

fondo della sua natura e slanciarsi a galla. L’irritazione venuta

crescendo e pur sempre frenata per tante ore, il rodimento fin allora

provato e represso, proruppero in una scoppio di furore.

— Io! Io! — gridò egli colla voce, collo sguardo, colla mossa d’un

pazzo. — E voi osate venire a dirmi simili infamie!... Ve le ricaccierò

in gola, sciagurati!... Vi schiaccierò, giuro al cielo, come si

schiaccia col tallone una biscia.

E fuor di sè afferrò una seggiola e la sollevò come una clava.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 29 / 44 题