Secondo l’intesa avuta co’ suoi padrini, Alfredo s’era ritirato a casa
e di là non uscito più, per aspettare che venissero a comunicargli il
risultato delle trattative coi rappresentanti dell’avversario. Fossero
anche stati solleciti a venire da lui colla risposta, il giovane
avrebbe pur trovato lungo il tempo dell’attesa: figuratevi ora che cosa
dovesse provare, quando vide passare il pomeriggio, sopraggiungere
la sera, inoltrarsi la notte e non comparire nessuno. La sua divenne
impazienza dolorosa, irritazione nervosa, un malessere, una rabbia,
un’angoscia. Finalmente, verso mezzanotte i padrini da lui scelti si
presentarono freddi, rigidi, rinchiusi nei più stretti limiti della
cortesia.
Dissero essere stati fino allora al _club_ a discutere sul caso coi
mandatarii del cavaliere Sangré e con parecchi gentiluomini de’ più
esperti e autorevoli in fatto di quistioni d’onore, de’ quali essi
avevano per favore domandato l’intervento e il consiglio, perchè
davvero il quesito che loro veniva a proporsi aveva assunto carattere
di tal gravità, che si erano peritati a scioglierlo da soli.
La freddezza delle parole e del contegno, la serietà formalistica con
cui ora gli parlavano que’ due, i quali prima erano usi a trattarlo
con amichevole domestichezza, fecero penosa impressione in Alfredo;
gli parve di vedere in coloro non più due sostenitori, ma quasi
nemici, o almeno giudici severi, mal disposti verso di lui. Si sentì
agghiacciare; guardò come trasognato l’uno e l’altro e balbettò:
— Dunque?.... Che decisione?.... Lo scontro?....
— Per ora lo scontro non può aver luogo, — rispose il più vecchio dei
due padrini. — così fu deciso, dopo lunga discussione, all’unanimità.
— Come!.... Perchè?.... — susurrò Alfredo impallidendo vieppiù e
guardando sempre più smarrito.
E l’altro con fredda e crudele franchezza:
— La ragione è facile a capirsi. O le accuse fatte dal cavaliere Sangré
sono vere; e allora ogni gentiluomo non può a meno di riconoscere
ch’egli non deve battersi con tale che le ha meritate...
Alfredo ebbe una scossa come preso da un subitaneo brivido, ma non aprì
bocca; il padrino continuava:
— O sono false; e allora prima di acconsentire a battersi con lui, hai
il diritto di esigere ch’egli esprima il suo rincrescimento per averle
accolte.
Camporolle fece uno sforzo per superare uno scoramento, un’amarezza,
una disperazione di cui sentiva invadersi tutto.
— Questo è un andar troppo per le lunghe, — disse, — e io ho premura di
vendicare il mio onore, di avere riparazione all’oltraggio.
— Qui ora non si tratta di far le cose presto, ma di farle bene, che se
n’esca dalle due parti senza equivoci, colle cose nette e chiare come
la luce del sole. La riparazione che ne otterrai sarà tanto più bella
e solenne. Appuriamo dunque ben bene ogni vicenda, e noi che abbiamo
accettato di assisterti, siamo disposti a metterci tutta la nostra
buona volontà e saremo lietissimi di giungere a quella conclusione che
tu più desideri. Ma per questo bisogna che tu ci aiuti e ci dia tutti
quegli schiarimenti e informazioni che ci possono occorrere.
La confusione, lo smarrimento e la scoraggiata amarezza crescevano
nell’anima d’Alfredo; quel vedere posto in discussione e circondato di
dubbi il suo essere medesimo, il suo nome, il suo onore, lui che nella
vita breve, ma avvicendata fino allora trascorsa, credeva pure aver
dato prove innegabili di valore, di generosità, di nobiltà d’animo,
lo affliggeva e umiliava; si sentiva come preso da una rete sottile
che lo venisse via via avvolgendo e le assaliva la voglia di dare un
grande strappo, rompere quelle maglie che si affittivano sempre più di
convenienze, di formalità, di quistioni quasi leguleie, e vendicarsi e
farsi ragione da sè colla violenza.
— Che schiarimenti? Che informazioni? — diss’egli, quasi non sapendo
che cosa veramente si dicesse.
— Ecco, — risposero gli altri: — scorriamo una ad una tutte le accuse
lanciate da Sangré che i padrini di lui posatamente confermarono. Noi
t’interrogheremo, e tu farai a distruggerle colle tue risposte, cui
certo sosterrai con valide prove.
Sedettero, assunsero l’aria di inquisitori e cominciarono senz’altro.
Alfredo credeva di stupidire.
— Per prima cosa ci si presentava il fatto della falsificazione che ci
sarebbe nel tuo atto di battesimo. La donna che in esso è scritta come
tua madre, sarebbe morta fin da un anno prima. Sai tu dirci qualche
cosa in proposito?
— Io non so nulla... e credo quella una delle più sciocche e più inique
menzogne del mondo.
— Speriamo che sia; ma siccome questa allegazione è appoggiata
dall’affermazione di un fatto positivo, cioè dall’esistenza dell’atto
mortuario di quella donna in Macerata, così scriveremo colà per averne
esatte notizie.
Alfredo curvò il capo e non parlò.
— Poi viene l’origine della tua fortuna...
Il giovane ebbe un fiero lampo di sdegno nello sguardo.
— Perdonaci, — s’affrettò ad aggiungere quell’altro. — È nostro
dovere, ed è anche tuo massimo interesse, dal momento che sono venuti
a galla simili sospetti, il farli dileguare completamente. Senza questa
condizione noi non potremmo continuare a rappresentare le tue parti. Si
afferma adunque che i signori Corina di Lugo, tua nonno e tuo padre,
non avrebbero lasciate ricchezze di sorta, ma invece dei debiti. Col
tuo nome furono ricomprati tutti gli antichi possessi della famiglia
e ancora aumentato di molto il patrimonio. Come avvenne ciò? D’onde ti
giunsero quei capitali?
— Che so io? — rispose Alfredo quasi sbalordito e potendo oramai
frenare a stento l’impazienza. — Codeste sono domande da farsi al mio
intendente...
— Che sarebbe?...
— Chi ha sempre amministrate le mie sostanze, mentr’io ero bambino e in
età minore, fu Matteo Arpione.