XXVII.

Per prima cosa Ernesto di Valneve apprese dal vecchio Tommaso la sfida

corsa fra il conte Alfredo e il cavaliere Enrico; interrogato subito

costui, n’ebbe tosto dalle risposte informazione compiuta del come

era avvenuta la contesa fra di loro e di tutto quanto riguardava quel

giovane, compresovi l’influsso esercitato da Matteo Arpione in modo

così misterioso sull’animo d’Albina, da indurla a consentire a quel

matrimonio ad ogni patto. Subito il Maggiore delle Guardie si occupò

del duello di Enrico: fu da coloro che avevano accettato di essergli

padrini, e seppe che di comune accordo fra loro e i rappresentanti

dell’avversario s’era stabilito che lo scontro non dovesse aver luogo

prima che si fosse appurata nettamente la condizione del sedicente

Camporolle: perchè era opinione di tutti e quattro quei gentiluomini,

che se vere fossero le accuse lanciate a quel giovane dal cavaliere

Enrico Sangré di Valneve, questi non doveva, non poteva accettare

come suo avversario in quella che si dice _quistione d’onore_ un uomo

simile; che se invece le si scoprissero false, allora il cavaliere,

mostrando la buona fede in cui era ammettendole per fondate, ne

esprimesse all’oltraggiato il suo rincrescimento e poi glie ne desse

riparazione e soddisfazione col duello. Allora Ernesto, rassicurato a

questo riguardo e promettendosi di entrarci anche lui nello svolgimento

di tale quistione e nel determinarne le conseguenze, cercò di venire

in chiaro del mistero che appariva aver legato la volontà della sorella

Albina a quelle del Camporolle e dell’Arpione. Andò dalla giovane e con

ogni arte, con ogni amorevolezza, con ogni lusinghevole supplicazione

la interrogò; resistendo ella sempre, minacciò di andar egli stesso

dall’Arpione e colla violenza, se occorreva, strappargli quel segreto

che la sorella non aveva tanta fiducia in lui da confidargli, come era

pure di lei dovere.

Albina si spaventò.

— No, no, per carità, — disse, — non tentarlo... Quell’uomo è

tristissimo, è inesorabile; può farci del male... ce lo farà certo...

Oh te ne prego in nome di nostra madre, a cui si darebbe un gran

dolore!

— Un male da quell’uomo a noi! — esclamò Ernesto. — Un gran dolore a

nostra madre!... Ma come? Ma quale?... Non capisci, Albina, ch’io ho

appunto il diritto di saper tutto per combattere... per impedire?...

T’ho pregata finora; ma adesso, coll’autorità del capo di famiglia,

ti ordino di parlare, te l’ordino in nome di nostro padre, e devi far

conto che sia egli stesso qui, ora, a comandartelo.

La povera fanciulla, agitatissima, turbata, smarrita, si coprì colle

mani la faccia.

— Nostro padre! — ripetè con accento di angoscia infinita: — ma è

appunto per lui... di lui...

S’interruppe sgomenta e pentita di aver detto troppo.

Ernesto insistè con ardore.

— Si tratta di nostro padre?...

— No, no: — gridò essa vieppiù conturbata.

— Sì, t’è sfuggita... È cosa che riguarda quella santa memoria: e tu

taci?.... Taci con me!...

— Ma se non posso parlare!... Se ho giurato!

— E io ti sciolgo da ogni giuramento, ne ho il diritto... Un giuramento

a quello scellerato d’Arpione, non può aver forza contro un sacro

dovere che t’incombe, contro una reale autorità che ti comanda.

— O mio Dio! O mio Dio! — gemette la fanciulla disperata.

Ma era al termine delle sue forze di resistenza: tanti giorni di

segreto affanno, di lotta con sè stessa, di violenza fatta ai suoi

sentimenti, l’avevano ormai sfinita; Ernesto insistendo sempre più

caldamente, ebbe alla fine ragione di quell’ultima resistenza e le

strappò il segreto.

Fu dapprima in lui un violento scoppio di sdegno — non contro la

sorella debole per ingenua e inesperta giovinezza, — ma contro Arpione

e anche contro Alfredo che in quel subito impeto sospettò complice

della scellerata trama; poi, sedato un poco il primo ribollire del

sangue, esaminate più freddamente le cose, riconosciuta incontestabile

in quella carta la mano di scritto del padre, Ernesto non dubitò già,

neppure un momento, dell’innocenza paterna, ma si disse che il mistero

cui proseguiva non era ancora penetrato e che conveniva assolutamente

chiarirlo.

— Nostro padre, Albina, mai non fu colpevole di simil cosa, — disse, —

non potè esserlo; non lo crederei nemmanco s’egli stesso mi comparisse

innanzi ad affermarmelo. Qui c’è qualche inganno, c’è qualche

artifiziata combinazione... e bisogna sventarla. Per ciò occorre

mettere insieme gli ingegni e l’azione di tutta la famiglia, e nostra

madre e nostro fratello devono esserne informati anche loro...

— Nostra madre! — proruppe Albina con un grido: — pensa il colpo

crudele che sarà per essa...

— Nostra madre, — rispose Ernesto con un superbamente fiducioso

sorriso, — non crederà, come non credo io...

— Oh nemmeno io non ho creduto — aggiunse vivamente la fanciulla; — ma

la minaccia della pubblicità...

— Bisogna bene armarsi contro questa minaccia, e potere opporre alle

accusatrici apparenze il vero che assolve.

Tutta la famiglia, dietro preghiera del conte Ernesto, venne raccolta

nel salone, innanzi al gran ritratto del padre defunto.

Ernesto brevemente, sobriamente, con voce ferma, espose la cosa.

Quella del padre pareva davvero una lettera diretta a lui; in essa egli

s’accusava esplicitamente e recava particolari precisi del fatto; ma

pure egli, il figliuolo primogenito, affermava ancora che non credeva

a tal colpa, che era certo si sarebbe scoperto in qualche modo essere

quella non altro che una brutta illusione. Non credettero neppure nè la

contessa Adelaide nè il cavaliere Enrico, dalle cui labbra scoppiarono

indignate proteste. La contessa rinforzò le sue negazioni con parecchie

affermazioni di fatti; prima di tutto, ella era sempre stata nella

piena confidenza d’ogni cosa famigliare, e sapeva che mai non era

avvenuto il caso di cui parlava quello scritto. Il conte-presidente

aveva sempre amministrato il suo patrimonio con prudenza, parsimonia

e previdenza, tanto che, pur non mancando mai a nulla che fosse voluto

dal decoro, aveva trovato maniera di accrescere le sostanze famigliari,

per lasciare ai suoi figli maggiore agiatezza. Era poco probabile che

il padre di Giulio, partendo per l’America, avesse lasciato al conte

quella somma, perchè fra i due fratelli, pur troppo, da un po’ di tempo

esisteva tale screzio che non si vedevano più, appunto per la condotta

che teneva e pel modo pazzo con cui dilapidava le sue sostanze il

cavaliere Armando, al quale il primogenito aveva fatto inutili, severe

rampogne. Anzi la contessa si ricordava che il fratello più giovane

era partito, non solamente senza consultare, ma senza neppur vedere il

primogenito, la qual cosa, a costui, era riuscita di grave dolore.

Gl’imbarazzi finanziarii non avevano dunque mai potuto conturbare

il conte-presidente, sibbene il fratello Armando, ed anche il cugino

e amicissimo marchese Leonzio Respetti-Landeri, intorno al quale la

contessa aveva udito più volte il marito esprimere a questo riguardo

rimpianti e paure.

— Leonzio Respetti! — Appena questo nome fu pronunziato trasalirono

tutti e si guardarono in volto un po’ commossi. Nessuno osò esprimere

chiaro a parole quello che divenne pure di subito il pensiero di tutti,

l’opinione comune. Quel nome era stata la luce che aveva illuminato

quel buio. Ricordarono ciò che la contessa aveva visto coi propri

occhi, che gli altri avevano udito le mille volte: il dissesto in cui

aveva lasciato i suoi affari, la grande intimità che c’era fra lui ed

Armando, la malattia che negli ultimi tempi lo aveva reso inabile anche

a scrivere, e per cui tante volte gli era stato necessario servirsi

della mano del presidente. Ricordarono che il figliuolo del marchese,

tenuto a battesimo dal Sangré, portava il medesimo nome d’Ernesto.

Sentivano che erano presso alla verità, che la toccavano; il marito e

padre loro pareva raggiare su di essi dalla gran tela dipinta il suo

sorriso mesto e severo, lo sguardo serio eppur benigno; ma nessuno

osava parlare... Quando l’uscio si aprì e comparve sulla soglia Ernesto

Respetti-Landeri medesimo.

Pallido, gli occhi affondati, quella notte trascorsa pareva averlo

invecchiato e smagrito. Non salutò, non fu salutato; si avanzò

lentamente, guardando in volto i congiunti, che chinarono gli sguardi

con un imbarazzo cagionato da generosità d’animo. Egli comprese tutto.

— Cari miei, — disse con voce affiochita ma tranquilla, — voi possedete

un grave documento che non è completo; vengo io a recarvi l’altra metà

del foglio, in fondo al quale c’è la firma.

Le spiegazioni furono brevi. Cinque minuti dopo, il marchese baciava la

mano della contessa e diceva con profonda commozione:

— Le sue parole sono per me come un’assoluzione di mio padre, ricevuta,

per le sue labbra, dal padre di Giulio medesimo e da quella rettitudine

incarnata che fu il conte-presidente. La ringrazio, la benedico...

— Ed ora, — interrompeva il primogenito dei Sangré, tornando alla

sua allegra vivacità di maniere e di parola: — ora, a terminare ogni

vertenza a questo riguardo, andrò io da quel signor Alfredo, conte o

non conte, Camporolle o no.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 27 / 44 题