XXVI.

— Quello scritto, — così cominciò Ernesto Respetti, — io l’ho qui tutto

innanzi alla mente che non mi potrebbe essere di più se lo avessi in

effetto sotto gli occhi. Esso comincia così: «Ernesto, figliuol mio,

tu riparerai la colpa di tuo padre». Questa frase fa supporre che non

cominciasse qui lo scritto, e siccome quello che avete voi non è che

una metà del foglio, c’è da credere come cosa sicura, che nell’altra

metà, in quella che manca, ci fosse più diffusamente e con maggiori

spiegazioni narrata la cosa. Voi stesso poc’anzi vi siete lasciato

sfuggire di aver letto in capo al foglio le parole: «A mio figlio

Ernesto...»

Matteo interruppe:

— Scusi, è stato un modo di dire... la lingua che mi si è voltata...

Ho voluto dire che le prime parole erano quelle che ha ripetuto Lei

adesso: «Ernesto, figliuol mio...»

Il marchese non si diede per inteso di questa interruzione e continuò

col medesimo tono:

— Or dunque codesta altra metà del foglio dov’è andata? Dove l’avete?

Che cosa ne faceste?

— Ma le assicuro, signor marchese, che non c’era altro, che questo

foglio era tal quale....

Respetti continuava sempre nello stesso modo:

— Dietro la vostra medesima narrazione, niuno al mondo può averlo preso

fuori di voi; dacchè ve ne impadroniste, questo documento non è mai più

uscito dalle vostre mani. Dunque?...

— Che vuole ch’io le dica? Più che assicurarla...

Una specie d’ispirazione balenò alla mente del marchese. Il fatto delle

cinquantamila lire mandate da Albina a Giulio, fatto che la comparsa

della moglie era venuta a richiamargli, doveva fare supporre che la

contessina conoscesse il segreto, e come lo avrebbe conosciuto se non

per mezzo di Matteo? Il Respetti interruppe bruscamente le proteste

dell’usuraio e disse:

— Dunque voi l’avete sempre, e voi dell’altra metà di questo foglio vi

siete servito per minacciarne altri...

Matteo non fu tanto padrone di sè che un leggero turbamento non

comparisse sulla sua faccia; il marchese lo travide.

— E quest’altri è la stessa contessina Albina.

Il vecchio s’era già ricomposto.

— Ella può credere tutto quel che vuole, — rispose freddamente, —

ma io le affermo e le posso giurare che questo segreto riguardante

l’illustrissimo fu signor marchese, suo signor padre, non è conosciuto

che da me e ora da Lei.

— E se io interrogassi mia cugina?

Un nuovo balenìo di paura passò negli occhi dell’usuraio; ma fu ratto,

proprio come un lampo.

— Faccia pure, — rispose tranquillamente; — ma non ne avrà altro

effetto che di far conoscere a persona che ignora ciò che è meglio

continui ad ignorare.

Il marchese fu sul punto di parlare del denaro inviato misteriosamente

a Giulio; ma pensò tosto essere miglior prudenza il tacerne. Era un

bandolo per cui poteva riuscire a dipanar la matassa, e Matteo, se

messo in sull’avviso, poteva riuscire colle sue arti a farlo smarrire

e a ingarbugliar peggio le fila. Appoggiò di nuovo il gomito al

bracciuolo del seggiolone, la fronte alla mano, e stette raccolto in sè

e pensieroso.

Matteo credette aver riguadagnato il terreno che aveva sentito perduto;

gli disse sommesso, con voce lenta, quasi insinuante:

— Creda a me, signor marchese, è proprio meglio che ce la intendiamo

fra noi, così alla buona. Lei che gode, e meritamente, di tanta

autorità presso tutti i Sangré, può senza molto contrasto ottenere

quello che le domando... di cui la prego, la supplico. La contessina

è già dalla parte del conte di Camporolle; se ci si mette anche

Vossignoria, la vittoria è certa, e il giorno in cui i due sposi

partiranno pel viaggio di nozze io darò nelle stesse di lei mani questa

carta, di cui nessuno fuori di noi due tra i vivi conoscerà mai, nè

avrà mai conosciuta l’esistenza.

Respetti non si era mosso affatto mentre l’altro parlava; quando

il discorsetto fu finito, egli alzò il capo e volse la faccia verso

l’usuraio, con un’espressione, con uno sguardo di sì beffardo disprezzo

che il vecchio sentì un freddo venirgli nelle ossa e si conobbe vinto.

— E così, — disse il marchese con accento eguale all’espressione dello

sguardo e del volto, — voi per ammenda d’uno sventurato fallo di mio

padre, venite a propormi di commettere io una vigliacca, colpevole,

indegna azione: di tradire la fiducia de’ miei nobili parenti, di

aiutare un miserabile ad ingannarli, di vendere la sorte, la felicità

d’una adorabile fanciulla! Ma che cosa vi credete? Ma per chi mi

pigliate? Non sapete che motto della nostra famiglia e mio si è:

«Fa quel che devi, avvenga che può?» Io soffrirò, avrò qualche onta

nel confessare la debolezza di mio padre; ma avrei onta maggiore,

ma soffrirei di più nel macchiarmi dell’ignominia che mi proponete.

Or dunque, fate pur voi tutto quel che vi pare di quella carta onde

vi siete impadronito con una azione compagna delle tante vostre

scellerate, io compirò ad ogni modo il mio dovere.

Matteo fu invaso da un gran tremore interno; una vera disperazione gli

occupò l’animo; ma pure finse un contegno fermo e anzi fiero.

— È questa l’ultima sua parola, signor marchese?

— La è.

— Ci pensi bene... Deve sapere che io sono poi inesorabile.

Il marchese non rispose: Matteo camminò lentamente verso l’uscio.

— Se mi lascia uscire da questa stanza, — soggiunse, — avrà forse da

pentirsene amaramente.

Metteva già la mano, malvoglioso, sulla maniglia della serratura: il

marchese sorse in piedi, scattando, superbo, imponente, minaccioso e

con voce terribile gli disse:

— Ebbene, no, non vi lascierò uscire senza prima dirvi, che mentre

voi credete poter dominare la mia volontà perchè possedete un mio

segreto, sono io che ho in pugno voi conoscendo tal cosa che dareste le

vostre ricchezze perchè rimanesse celata, che può perdere il conte di

Camporolle.

Matteo impallidì.

— Come? — balbettò. — Che vuol dire?

E il marchese sempre più terribile:

— Diceste di voler essere inesorabile?... Sarò tale anch’io: e

pubblicherò che Alfredo non è solamente usurpatore d’un nome che non è

il suo, non è solamente figliuolo di nessuno.... è peggio: è figliuolo

d’un sordido usuraio, d’un vile ricattatore, d’una spia e d’un

falsario... è vostro figliuolo!

Il colpo fu sì forte pel vecchio che, mandato un grido soffocato, egli

barcollò e cadde mezzo svenuto sopra la sedia più vicina.

— Non è vero! Non è vero! — balbettò poi Matteo, facendosi forza per

riaversi: — sono menzogne, sono invenzioni, sono calunnie.... Ci sono

carte in regola.... ci sono documenti....

Il marchese lo interruppe a ripetergli quanto aveva udito dal Pancrazi.

Arpione si coprì colle mani la faccia. L’uomo insensibile, apatico,

inaccessibile ad ogni commozione, era questa volta colpito nella sua

parte più viva. L’opera della sua vita intiera, quella a cui aveva

consacrato ogni sua forza, ogni sua intelligenza, ogni sacrifizio

di sè, a un tratto era minacciata di distruzione; quando egli aveva

creduto di giungere al più eccelso trionfo, a tale che non aveva

neppure osato sognare, era appunto allora che ogni cosa stava per

rovinare, senza possibile rimedio. Ogni sua audacia in quel momento fu

persa; si sentì impotente a lottare, un inesprimibile accasciamento lo

prese; oh come avrebbe voluto potere colla sua morte distrurre quelle

prove inesorabili che gli si drizzavan contro! Si umiliò fino alla

vigliaccheria, pregò, supplicò in ginocchio; giurò che Alfredo, lui,

non sapeva nulla, era innocente di tutto; era un’anima nobile lui, era

degno di ogni stima, d’ogni rispetto, d’ogni distinzione lui; perchè

punirlo così crudelmente? Egli avrebbe trovato modo di farlo partire,

di allontanarlo anche per sempre; ma per carità ignorasse il giovane,

ignorasse sempre!... Il giovane, che pur era innocente, avrebbe

sofferto troppo, si sarebbe ucciso.... A lui, vecchio, tristo, reo,

imponesse qualunque espiazione, qualunque maggior pena, ma salvasse il

giovane.... Confessò quel che aveva fatto per imporre la sua volontà

ad Albina; diede al marchese la metà del foglio che ancora riteneva,

sottoscritta dal padre di lui; partì avendone promessa che per fatto

del Respetti nulla avrebbe trapelato di quanto egli aveva tanto

desiderio e bisogno di tener nascosto.

Quando fu solo, il marchese Ernesto Respetti-Landeri si lasciò andare

abbandonatamente sul seggiolone, vinto da un grandissimo dolore. Fino

allora, in presenza dell’avversario, nella lotta, egli non aveva avuto

neppur tempo a misurare, per così dire, la propria ferita: ma ora,

da solo, in faccia alla brutta realtà che aveva appresa, fissando

quella carta che teneva spiegata innanzi agli occhi con mano tremante,

sentiva tutta la gravità e la profondità del colpo ricevuto. Suo padre

aveva potuto commettere tal colpa! Non bastava adunque la nobiltà

dell’ambiente in cui si è nati, si è stati educati, si è vissuti, per

salvare da simili cadute? Suo padre, ch’egli aveva creduto leggero,

imprevidente, di poco senno, ma aveva stimato generoso, leale, di

rettitudine inappuntabile, di delicatezza veramente aristocratica,

suo padre aveva potuto scendere a tale bassezza! Sentiva un amaro

sconforto, una specie di esautorazione di tutto quello che aveva più

rispettato fino allora, un doloroso scetticismo venirlo a far dubitare

delle cose più sante e perfino di sè stesso. Un’ira intensa lo assalse;

dubitò della giustizia e della provvidenza; pensò le più sacrileghe

imprecazioni e bestemmie; poi a un tratto una nobile figura gli sorse

dinanzi, e il severo e sereno di lei sorriso lo tranquillò, lo assennò,

lo intenerì. Era la figura del conte-presidente, quale egli l’aveva

vista in tutti gli avvenimenti più gravi della vita, quale eragli stata

impressa in quell’ultimo colloquio avuto con lui, quale aveva baciato

religiosamente in fronte, pacata e sorridente sul letto di morte.

Questa figura pareva essergli stata evocata dalla scrittura franca,

un po’ grossa, chiara, a lettere staccate, che aveva dinanzi in quella

carta fatale; e gli sembrava udire amorevoli parole venirgli da quelle

labbra sempre atteggiate a serietà, eppure con espressione benigna.

— No, la nobiltà del sangue non basta a difenderci dal male, a vincere

le tentazioni; non dobbiamo mettere l’orgoglio a ritenerci superiori

alle fragilità dell’umana natura, sibbene a conservarci, colla

forza del volere, colla onestà della coscienza, sempre al di sopra

delle cedevolezze, che cominciano dall’errore e menano alla colpa.

L’educazione deve afforzare la tradizione per uniformare la nostra vita

alla vera nobiltà dell’anima, dei costumi e dell’intelletto. Siamo

orgogliosi del bene, superbi di rettitudine, rispettiamo in tutti il

valore dell’animo e dell’ingegno, riconosciamo in tutti quella che è la

vera nobiltà del merito, e perdoniamo a chi cade.

Perdoniamo! Questa santa, mite parola del perdono suonò proprio al

suo orecchio, come pronunziata al di fuori di lui, da una voce che gli

penetrava nel cuore, — quella di suo padre che implorava, quella del

conte-presidente che consigliava.

Ah prima di cedere alla tentazione, suo padre aveva pur sofferto

molto di certo! E quanto non doveva avere sofferto di poi, malato,

vedendo avvicinarglisi la morte, il pensiero del suo fallo davanti

a sè incessantemente e nell’impossibilità di ripararlo! Qual doveva

essere stato il suo spasimo quella sera in cui aveva fatto la terribile

confessione all’onestà e rettitudine incarnata del severo magistrato e

aveva voluto che questi scrivesse la dichiarazione che trasmetteva al

figliuolo il sacro legato di riparare al fallo paterno! Spasimo tale

che sotto la stretta di esso l’infelice era morto! Le lagrime vennero

alle ciglia sino allora asciutte, anzi riarse del marchese, si serrò

con ambe le mani la testa, ed esclamò fra sè con accento pieno di

pianto:

— Povero padre mio!

Sentì in quel punto due mani soavemente calde posarsi sulle sue,

cingergli con amorosa pressione il capo, due labbra posarglisi sulla

fronte, e una voce più soave, più amorevole di quell’ideale che aveva

sognato di udire, susurrargli dolcemente:

— Ernesto, tu hai un dispiacere: ti è piombato addosso un dolore? Oh

dammene la mia parte.

Il marchese sollevò il capo: gli stava dinanzi la sua degna compagna,

la marchesa Sofia.

A tutta prima, Ernesto Respetti pensò dissimulare ogni suo turbamento,

nascondere tutto alla moglie; ma ella gli vedeva pure ancora le lagrime

negli occhi, aveva pure udito l’esclamazione sfuggitagli dalle labbra;

impossibile persistere nel semplice diniego. Dire a quell’amorevole

creatura, che fino allora aveva partecipato ogni cosa di lui, e

avvenimenti e disegni e pensieri, a cui aveva sempre lasciato leggere

nel cuore, nella mente e nelle vicende della sua esistenza; dirle: è

un segreto che non ti voglio, che non ti posso comunicare, pareva anche

a lui poco meno di una colpa. Ma suo padre che avrebbe detto se avesse

saputo che il segreto confidato a suo figlio, questi avesse rivelato ad

altri? Altri! Ma no che non era altri costei sempre al fianco di lui,

vivente della medesima vita. Se il padre l’avesse conosciuta, buona,

savia, amorosa com’era, se avesse saputo quanta virtù, quanto affetto,

quanta delicatezza era in lei, l’avrebbe amata e ritenuta come una

figlia anch’essa; a lei pure, e forse ancora più volonteroso, avrebbe

aperto il suo animo.

Il marchese non esitò più, trasse a sè la moglie, se la fece sedere

presso presso, e poi tenendola abbracciata, la guancia appoggiata alla

spalla di lei, le labbra che quasi ne toccavano l’orecchio, le susurrò

tutta la storia dolorosa che aveva appreso poc’anzi.

La marchesa Sofia lo ascoltò attentamente, senza dir nulla, senza

interrompere mai, neppure con un gesto; quando egli ebbe finito, essa

lo abbracciò stretto stretto e lo baciò teneramente su quegli occhi,

che da tanti anni certo non avevano pianto e ora avevano versata una

lagrima sul fallo paterno.

— Hai ragione, — diss’ella; — povero padre!... Povero nostro padre!

Egli ha espiato col dolore.... a noi l’adempiere il suo mandato e

restituire....

Decisero di comune accordo che si confiderebbe tutto ai Sangré, anche

per levare d’ogni pena la povera Albina, e che insieme coi cugini si

sarebbe provveduto ad aggiustare nel miglior modo le faccende.

Respetti voleva recarsi subito quella stessa sera nel palazzo dei

Valneve, ad averci quella difficile e dolorosa spiegazione; ma la

marchesa, che lo vedeva già così abbattuto, così affranto per le troppo

forti emozioni sostenute, ne lo dissuase amorevolmente, lo pregò a

differire fino al domani, quand’egli avrebbe riavute le sue forze e

avrebbe potuto affrontare la pena d’un simile colloquio senza troppo

soffrirne. E nel difendere tal partito, l’amorosa donna seppe trovare

un argomento che più d’ogni altro valse a persuadere il marito. Per

fatti così importanti come quelli che stavano avvenendo, per una

spiegazione così grave qual’era quella che doveva aver luogo, poteva

dirsi una necessità che fosse presente il primogenito dei Sangré, il

vero capo attuale della famiglia. La presenza di lui veniva richiesta

eziandio dal minacciato duello fra Enrico e il Camporolle, ed egli,

Ernesto di Valneve, avrebbe avuto ogni ragione di dolersi che a lui non

si fossero tosto annunziate cose sì gravi e sì urgenti. Il Respetti

telegrafò al Maggiore delle Guardie a Genova, e il conte Ernesto

col primo treno del mattino successivo, inquieto e sollecito, volò a

Torino, arrivando a quell’ora in cui quindici giorni prima era giunto

per l’anniversario della morte del padre.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 26 / 44 题