X.

Quello di Matteo Arpione era un vero quartiere da usuraio. Ad un alto

quarto piano di una casaccia squallida e nera, in una delle strade

più strette e meno pulite della vecchia Torino, posto al fondo d’un

ballatoio interno, consisteva in due sole camerette che non avevano

vista se non nel cortile angusto, profondo, buio, eternamente umido,

che pareva un pozzo. Il sole non le visitava mai; ogni oggetto che vi

si conteneva, rivelava o la più assoluta miseria, o la più sprezzante

incuria. Nella prima stanza un fornello in cui l’inquilino faceva

cuocere egli stesso i suoi parchissimi cibi, una tavola sporca, due

seggiole col piano di legno e nient’altro; nella seconda un lettuccio

di ferro dalla vernice staccata, semplice e vecchio, con sopra un

saccone di foglie trapuntato, una materassa alta quattro dita che

non era più stata rifatta da secoli, lenzuola di color bigio e una

coperta tutta strappi e rappezzi, un canterano, quattro sedie, un

baule e in quell’angolo riposto lo stipo che abbiamo detto. Non tende

nè tendine alle finestre nè agli usci, non quadri nè altro appesi alle

pareti, neppure un segno qualunque di fede religiosa a capo del letto;

l’ammattonato sporco che rivelava la lunga assenza d’ogni contatto

colla granata; in tutto, uno squallore, una nudità, un freddo che

avrebbe gelata l’anima di chiunque fosse colà penetrato.

Matteo andò adunque a quello stipo di cui teneva gelosamente nascosta

appo sè la chiave e l’aprì con mano così delicata, grazie anche

all’inoliamento della serratura, che le stanghette furono rimosse

e l’imposta spalancata, senza che se ne sentisse il menomo rumore.

L’interno presentava tanti cassettini chiusi pur essi, ma di cui la

medesima chiave apriva la serratura; l’usuraio aprì il primo in alto

e traendolo fuori a metà, facendosi lume colla lucernetta, frugò in

mezzo a varie carte che vi si contenevano, finchè non n’ebbe trovata

una che dalla tinta un po’ ingiallita e dal colore dell’inchiostro con

cui era scritta, appariva essere conservata da un certo numero d’anni.

Matteo, lasciando lo stipo aperto a quel modo, si recò quella carta

sul canterano, dove posatala, colla lucerna accanto che l’illuminasse,

appoggiati i due gomiti al piano del mobile, sostenendo colle mani la

sua testaccia scarmigliata rilesse attentamente e rilesse lo scritto

di quel foglio e stette assorto in profondissima meditazione a pensarci

su.

Era un foglio di carta da lettera di forma ordinaria, lo scritto

occupava tre facciate e terminava a metà della terza con una data e una

firma; non aveva che una ripiegatura per lungo, quindi si vedeva che

non era mai stato messo in una busta.

Dopo più di mezz’ora di quella sua meditazione, Matteo si riscosse

e col capo chino, le mani intrecciate dietro la schiena si pose a

passeggiare adagio adagio per la camera.

— Su chi agire? — pensava. — Il Respetti non avrebbe ora tanta

influenza da fare annullare la decisione presa; i fratelli Sangré non

vorrebbero forse cedere a niun patto, non si lascierebbero intimorire;

le donne sono più impressionabili, e delle due è più facile riuscire

presso la giovane che presso la madre. Questa ha pur tanta fierezza!

D’altronde si tratta della sorte della contessina, ed essa può e deve

far trionfare la sua volontà. La conosco abbastanza per essere certo

ch’ella si sacrificherebbe ad ogni modo pur di risparmiare un dolore

alla madre e la menoma ombra di macchia al nome della famiglia; e

qui il sacrifizio è molto facile e leggero. Alfredo è pur così degno

d’essere amato e saprà farsi amare! Parlerò alla signorina.

La sua decisione era presa; il disegno che gli era balenato in confuso

alla mente dapprima, ora si era venuto esplicando, determinando,

facendosi concreto in ogni suo particolare; non si trattava più che

di metterlo in pratica ed egli era abbastanza certo di sè per contare

sopra una irremovibile fermezza e un’audace abilità nell’esecuzione.

Tornò presso il canterano; rilesse ancora una volta quel documento,

che, se gli era stato prezioso per l’addietro, ora gli era diventato

preziosissimo, poi divise in due il foglio, così che la pagina scritta

soltanto a mezzo e in cui era la firma, stesse separata dall’altro

mezzo foglio, dove al fondo della seconda pagina lo scritto terminava

con un pianto fermo e col senso completo che pareva del tutto

conchiuso.

Il mezzo foglio scritto da tuttedue le parti, egli lo ripose

accuratamente in un suo portafogli che teneva sempre nella tasca del

petto disotto al soprabito abbottonato; e l’altro mezzo foglio andò

a rimetterlo nel cassettino dello stipo, onde l’aveva levato e ve lo

richiuse mormorando:

— Chi sa che non m’abbia a servire poi anche questo!

Fece per chiudere l’imposta dello stipo, ma se ne trattenne; un lieve

sorriso dì compiacenza venne sulle sue labbra sottili, tirate, quasi

livide, e fece muovere le minutissime rughe che gli correvano alle

tempia e sulle guancie peggio che vizze; un lampo di gioia brillò

ne’ suoi occhietti affondati, d’ordinario senza espressione. Aprì ad

uno ad uno tutti gli altri cassetti e più o meno lungamente stette a

contemplare avidamente, a brancicare con mano fremebonda il contenuto

di essi. Nei più questo contenuto era denaro, pilette bene ordinate

di marenghi; in altri di scudi; tre avevano delle carte, cedole del

Debito pubblico, titoli di credito di vario genere, perchè egli non si

piaceva di tenere presso di sè giacenti inoperose le sue ricchezze, ma

le occupava, le faceva lavorare, com’egli si esprimeva, impiegandole

in imprese fruttuose e traendone sempre più lauti beneficii; in uno di

quei cassetti v’erano le polizze e le obbligazioni dei miseri a cui con

tasso indiscretamente esagerato egli prestava denaro. Matteo esaminò

tutto con quel sorriso, con quel luciore nelle pupille di gioia e di

compiacenza.

— Oh, coll’arsenale d’armi che ho qui, — si disse superbamente, — si

devono vincere tutte le battaglie. Vincerò anche questa volta.

Richiuse con attenzione, appese di nuovo la chiave al collo e, spenta

la lucernetta, si buttò sul suo giaciglio, dove dormì poco, agitato da’

suoi pensieri, ripassando seco stesso tutti i particolari del disegno

che aveva formato per giungere al conseguimento di quello scopo che gli

stava a cuore più d’ogni altra cosa al mondo.

Il domattina, appena un po’ di luce si cacciò in quelle squallide

stanze, l’usuraio fu in piedi, sedette al tavolo della prima camera,

e, scelto fra parecchi foglietti di carta il più presentabile, vi

scrisse sopra una pagina che aveva seco stesso meditata tutta la notte,

e poi ripiegatolo in quattro lo serrò in una busta su cui scrisse

l’indirizzo: «Alla signora contessina Albina Sangré di Valneve;» quindi

uscì sollecito e andò alla chiesa di San.... che era la parrocchia

nel cui ambito si trovava il palazzo della nobile famiglia. Colà

egli sapeva che tutte le mattine di buon’ora andava a sentir messa la

signora Giustina, la governante della contessina. Ve la trovò difatti e

accostatala quando ella usciva, le disse che gli permettesse di dirle

quattro parole anche così camminando per istrada, trattandosi di cosa

gravissima, importantissima e urgentissima. La Giustina, che conosceva

quell’uomo e le passate di lui attinenze colla famiglia Sangré,

acconsentì, e Matteo allora la pregò colle più calde istanze di voler

consegnare nelle proprie mani della signorina il biglietto che egli le

porgeva, e ciò senza che nessun altro della casa, anzi nessuno al mondo

ne sapesse nulla. Dapprima la donna rifiutò, poi esitò, poi finì per

cedere alle tanto insistenti preghiere del vecchio, alle così solenni

di lui affermazioni che trattavasi di cosa riguardante la famiglia

medesima dei padroni, e cui la contessina a cui egli si rivolgeva, se

informata, avrebbe potuto risparmiare chi sa quanti guai.

Così avvenne che mezz’ora dopo Albina ricevesse il biglietto di Matteo

Arpione. La governante nel consegnarglielo ripetè alla fanciulla tutto

quanto il vecchio le aveva detto per decidervela, e finì conchiudendo

che se aveva sbagliato volesse perdonarla e non esporla al risentimento

della contessa.

La fanciulla assai stupita prese il biglietto e lo lesse; vi era

scritto:

«Ill.ma signora contessina,

«Per la venerata memoria dell’illustrissimo signor

conte-presidente, padre della S. V. e fu mio colendissimo padrone;

pel bene e la tranquillità dell’illustrissima signora contessa

Adelaide, a cui si tratta di risparmiare un gravissimo dolore;

per la gloria del nome illustre che portano così degnamente gli

illustrissimi conte Ernesto e cavaliere Enrico, fratelli della S.

V., io la prego quanto so e posso, di concedermi un quarto d’ora

d’udienza da soli senza che nessuno lo sappia. Ella vedrà che se

mi sono deciso di rivolgermi a Lei piuttosto che a qualunque altro

della sua illustre famiglia, ci ho avuto buona, potente ragione, e

sono sicuro che mi approverà e anzi me ne avrà qualche gratitudine.

Fra Lei e me, suo devoto fedele servitore, potremo risparmiare un

gran dispiacere e peggio alle persone che le sono più care. Voglia

comunicarmi col mezzo della signora Giustina quando e come Ella

vorrà farmi l’onore di ricevermi; e non dimentichi che la cosa è

di premura assai, tanto che più presto potrò parlare sarà meglio. E

creda intanto alla devozione di chi si professa

«_Suo umil. servo_

«MATTEO ARPIONE»

Primo pensiero d’Albina fu di recar subito questo biglietto a sua

madre, ma poi pensò che, se c’era qualche cosa di vero in esso, se

trattavasi proprio di risparmiare alla diletta mamma un dolore, era

meglio tacere con lei e udire anzi tutto dal vecchio servitore di suo

padre la comunicazione di quelle cose che annunziava tanto importanti

e tanto urgenti; avrebbe sempre avuto tempo di poi, quando vedesse

necessario il confidare quel fatto alla madre, di narrarle tutto. Diede

ordine a Giustina, che quel giorno stesso, verso le due, quando appunto

ella soleva passare un’ora e più ritirata nel suo quartierino, facesse

d’introdurre presso di lei, a insaputa della madre e dei fratelli,

l’uomo che le aveva scritto.

Il segreto di Matteo Arpione · 第 10 / 44 题