Quello di Matteo Arpione era un vero quartiere da usuraio. Ad un alto
quarto piano di una casaccia squallida e nera, in una delle strade
più strette e meno pulite della vecchia Torino, posto al fondo d’un
ballatoio interno, consisteva in due sole camerette che non avevano
vista se non nel cortile angusto, profondo, buio, eternamente umido,
che pareva un pozzo. Il sole non le visitava mai; ogni oggetto che vi
si conteneva, rivelava o la più assoluta miseria, o la più sprezzante
incuria. Nella prima stanza un fornello in cui l’inquilino faceva
cuocere egli stesso i suoi parchissimi cibi, una tavola sporca, due
seggiole col piano di legno e nient’altro; nella seconda un lettuccio
di ferro dalla vernice staccata, semplice e vecchio, con sopra un
saccone di foglie trapuntato, una materassa alta quattro dita che
non era più stata rifatta da secoli, lenzuola di color bigio e una
coperta tutta strappi e rappezzi, un canterano, quattro sedie, un
baule e in quell’angolo riposto lo stipo che abbiamo detto. Non tende
nè tendine alle finestre nè agli usci, non quadri nè altro appesi alle
pareti, neppure un segno qualunque di fede religiosa a capo del letto;
l’ammattonato sporco che rivelava la lunga assenza d’ogni contatto
colla granata; in tutto, uno squallore, una nudità, un freddo che
avrebbe gelata l’anima di chiunque fosse colà penetrato.
Matteo andò adunque a quello stipo di cui teneva gelosamente nascosta
appo sè la chiave e l’aprì con mano così delicata, grazie anche
all’inoliamento della serratura, che le stanghette furono rimosse
e l’imposta spalancata, senza che se ne sentisse il menomo rumore.
L’interno presentava tanti cassettini chiusi pur essi, ma di cui la
medesima chiave apriva la serratura; l’usuraio aprì il primo in alto
e traendolo fuori a metà, facendosi lume colla lucernetta, frugò in
mezzo a varie carte che vi si contenevano, finchè non n’ebbe trovata
una che dalla tinta un po’ ingiallita e dal colore dell’inchiostro con
cui era scritta, appariva essere conservata da un certo numero d’anni.
Matteo, lasciando lo stipo aperto a quel modo, si recò quella carta
sul canterano, dove posatala, colla lucerna accanto che l’illuminasse,
appoggiati i due gomiti al piano del mobile, sostenendo colle mani la
sua testaccia scarmigliata rilesse attentamente e rilesse lo scritto
di quel foglio e stette assorto in profondissima meditazione a pensarci
su.
Era un foglio di carta da lettera di forma ordinaria, lo scritto
occupava tre facciate e terminava a metà della terza con una data e una
firma; non aveva che una ripiegatura per lungo, quindi si vedeva che
non era mai stato messo in una busta.
Dopo più di mezz’ora di quella sua meditazione, Matteo si riscosse
e col capo chino, le mani intrecciate dietro la schiena si pose a
passeggiare adagio adagio per la camera.
— Su chi agire? — pensava. — Il Respetti non avrebbe ora tanta
influenza da fare annullare la decisione presa; i fratelli Sangré non
vorrebbero forse cedere a niun patto, non si lascierebbero intimorire;
le donne sono più impressionabili, e delle due è più facile riuscire
presso la giovane che presso la madre. Questa ha pur tanta fierezza!
D’altronde si tratta della sorte della contessina, ed essa può e deve
far trionfare la sua volontà. La conosco abbastanza per essere certo
ch’ella si sacrificherebbe ad ogni modo pur di risparmiare un dolore
alla madre e la menoma ombra di macchia al nome della famiglia; e
qui il sacrifizio è molto facile e leggero. Alfredo è pur così degno
d’essere amato e saprà farsi amare! Parlerò alla signorina.
La sua decisione era presa; il disegno che gli era balenato in confuso
alla mente dapprima, ora si era venuto esplicando, determinando,
facendosi concreto in ogni suo particolare; non si trattava più che
di metterlo in pratica ed egli era abbastanza certo di sè per contare
sopra una irremovibile fermezza e un’audace abilità nell’esecuzione.
Tornò presso il canterano; rilesse ancora una volta quel documento,
che, se gli era stato prezioso per l’addietro, ora gli era diventato
preziosissimo, poi divise in due il foglio, così che la pagina scritta
soltanto a mezzo e in cui era la firma, stesse separata dall’altro
mezzo foglio, dove al fondo della seconda pagina lo scritto terminava
con un pianto fermo e col senso completo che pareva del tutto
conchiuso.
Il mezzo foglio scritto da tuttedue le parti, egli lo ripose
accuratamente in un suo portafogli che teneva sempre nella tasca del
petto disotto al soprabito abbottonato; e l’altro mezzo foglio andò
a rimetterlo nel cassettino dello stipo, onde l’aveva levato e ve lo
richiuse mormorando:
— Chi sa che non m’abbia a servire poi anche questo!
Fece per chiudere l’imposta dello stipo, ma se ne trattenne; un lieve
sorriso dì compiacenza venne sulle sue labbra sottili, tirate, quasi
livide, e fece muovere le minutissime rughe che gli correvano alle
tempia e sulle guancie peggio che vizze; un lampo di gioia brillò
ne’ suoi occhietti affondati, d’ordinario senza espressione. Aprì ad
uno ad uno tutti gli altri cassetti e più o meno lungamente stette a
contemplare avidamente, a brancicare con mano fremebonda il contenuto
di essi. Nei più questo contenuto era denaro, pilette bene ordinate
di marenghi; in altri di scudi; tre avevano delle carte, cedole del
Debito pubblico, titoli di credito di vario genere, perchè egli non si
piaceva di tenere presso di sè giacenti inoperose le sue ricchezze, ma
le occupava, le faceva lavorare, com’egli si esprimeva, impiegandole
in imprese fruttuose e traendone sempre più lauti beneficii; in uno di
quei cassetti v’erano le polizze e le obbligazioni dei miseri a cui con
tasso indiscretamente esagerato egli prestava denaro. Matteo esaminò
tutto con quel sorriso, con quel luciore nelle pupille di gioia e di
compiacenza.
— Oh, coll’arsenale d’armi che ho qui, — si disse superbamente, — si
devono vincere tutte le battaglie. Vincerò anche questa volta.
Richiuse con attenzione, appese di nuovo la chiave al collo e, spenta
la lucernetta, si buttò sul suo giaciglio, dove dormì poco, agitato da’
suoi pensieri, ripassando seco stesso tutti i particolari del disegno
che aveva formato per giungere al conseguimento di quello scopo che gli
stava a cuore più d’ogni altra cosa al mondo.
Il domattina, appena un po’ di luce si cacciò in quelle squallide
stanze, l’usuraio fu in piedi, sedette al tavolo della prima camera,
e, scelto fra parecchi foglietti di carta il più presentabile, vi
scrisse sopra una pagina che aveva seco stesso meditata tutta la notte,
e poi ripiegatolo in quattro lo serrò in una busta su cui scrisse
l’indirizzo: «Alla signora contessina Albina Sangré di Valneve;» quindi
uscì sollecito e andò alla chiesa di San.... che era la parrocchia
nel cui ambito si trovava il palazzo della nobile famiglia. Colà
egli sapeva che tutte le mattine di buon’ora andava a sentir messa la
signora Giustina, la governante della contessina. Ve la trovò difatti e
accostatala quando ella usciva, le disse che gli permettesse di dirle
quattro parole anche così camminando per istrada, trattandosi di cosa
gravissima, importantissima e urgentissima. La Giustina, che conosceva
quell’uomo e le passate di lui attinenze colla famiglia Sangré,
acconsentì, e Matteo allora la pregò colle più calde istanze di voler
consegnare nelle proprie mani della signorina il biglietto che egli le
porgeva, e ciò senza che nessun altro della casa, anzi nessuno al mondo
ne sapesse nulla. Dapprima la donna rifiutò, poi esitò, poi finì per
cedere alle tanto insistenti preghiere del vecchio, alle così solenni
di lui affermazioni che trattavasi di cosa riguardante la famiglia
medesima dei padroni, e cui la contessina a cui egli si rivolgeva, se
informata, avrebbe potuto risparmiare chi sa quanti guai.
Così avvenne che mezz’ora dopo Albina ricevesse il biglietto di Matteo
Arpione. La governante nel consegnarglielo ripetè alla fanciulla tutto
quanto il vecchio le aveva detto per decidervela, e finì conchiudendo
che se aveva sbagliato volesse perdonarla e non esporla al risentimento
della contessa.
La fanciulla assai stupita prese il biglietto e lo lesse; vi era
scritto:
«Ill.ma signora contessina,
«Per la venerata memoria dell’illustrissimo signor
conte-presidente, padre della S. V. e fu mio colendissimo padrone;
pel bene e la tranquillità dell’illustrissima signora contessa
Adelaide, a cui si tratta di risparmiare un gravissimo dolore;
per la gloria del nome illustre che portano così degnamente gli
illustrissimi conte Ernesto e cavaliere Enrico, fratelli della S.
V., io la prego quanto so e posso, di concedermi un quarto d’ora
d’udienza da soli senza che nessuno lo sappia. Ella vedrà che se
mi sono deciso di rivolgermi a Lei piuttosto che a qualunque altro
della sua illustre famiglia, ci ho avuto buona, potente ragione, e
sono sicuro che mi approverà e anzi me ne avrà qualche gratitudine.
Fra Lei e me, suo devoto fedele servitore, potremo risparmiare un
gran dispiacere e peggio alle persone che le sono più care. Voglia
comunicarmi col mezzo della signora Giustina quando e come Ella
vorrà farmi l’onore di ricevermi; e non dimentichi che la cosa è
di premura assai, tanto che più presto potrò parlare sarà meglio. E
creda intanto alla devozione di chi si professa
«_Suo umil. servo_
«MATTEO ARPIONE»
Primo pensiero d’Albina fu di recar subito questo biglietto a sua
madre, ma poi pensò che, se c’era qualche cosa di vero in esso, se
trattavasi proprio di risparmiare alla diletta mamma un dolore, era
meglio tacere con lei e udire anzi tutto dal vecchio servitore di suo
padre la comunicazione di quelle cose che annunziava tanto importanti
e tanto urgenti; avrebbe sempre avuto tempo di poi, quando vedesse
necessario il confidare quel fatto alla madre, di narrarle tutto. Diede
ordine a Giustina, che quel giorno stesso, verso le due, quando appunto
ella soleva passare un’ora e più ritirata nel suo quartierino, facesse
d’introdurre presso di lei, a insaputa della madre e dei fratelli,
l’uomo che le aveva scritto.