Matteo Arpione, fatto entrare di celato dalla Giustina nel salottino
della contessina, trovò la nobile giovinetta dritta presso al suo
pianoforte, un gomito appoggiato allo stromento, l’altro braccio
abbandonato lungo la persona, in mossa un po’ superba, la fronte
leggermente corrugata, i limpidi occhi azzurri fissi sull’uomo
che entrava, con un’espressione di stupore curioso e d’un’altiera
aspettazione. Quantunque cinque anni prima ella non fosse ancora che
una bambina, pure erale stata profondamente impressa quella sera fatale
in cui suo fratello Ernesto, di ritorno dal duello coll’ufficiale
austriaco, aveva creduto suo obbligo confessare intieri i suoi
traviamenti e la parte che in essi aveva avuta Matteo Arpione. Troppo
giovane per apprezzar bene di qual sorta fossero i torti del fratello
e le colpe di quel servo infedele, non essendo più tornata di poi su
tal penoso argomento col pensiero, ma sapendo che la famiglia aveva, e
certo giustamente, pronunciato un bando assoluto di quell’uomo dalle
soglie del palazzo; avendo così in confuso l’idea che nel malore il
quale aveva colpito e precipitato nella tomba il padre, colui ci aveva
avuto un influsso funesto, Albina erasi venuta formando dell’Arpione il
concetto pauroso d’un essere malefico che si meritava odio e disprezzo,
ma che bisognava temere; e questa considerazione non aveva influito
di poco a farla acconsentire a quel colloquio. Innanzi ad un male che
minacciava i suoi cari, ella aveva superato ogni sua ripugnanza, e da
coraggiosa figliuola dei Sangré, aveva voluto vedere faccia a faccia il
pericolo.
L’usuraio s’avanzò di pochi passi nella stanza, più umile, più curvo,
più strisciante che mai, gli occhi bassi, quasi non osasse levarli
su fino a quella bellezza di volto, a quello splendore di sguardo, a
quella nobile fierezza di fronte. Ella stette un momento a guardarlo
muta ed immobile a quel modo, mentr’egli, con molti inchini, affoltava
umili parole di saluti riverenti.
— Or bene, — disse poi la contessina dando alla dolcezza della sua
voce tutta l’asprezza e la severità di cui era capace: — eccovi al mio
cospetto; non perdete tempo e ditemi subito quanto scriveste d’avermi
da comunicare.
Matteo fece ancora un passo innanzi, tornò ad inchinarsi profondamente
e disse con voce sommessa, umile, peritosa, ma che pure giunse chiara e
fece spiccare ogni parola alle orecchie della giovane:
— Quello che io ho da dirle, contessina, riguarda l’avvenire di lei e
l’onore del nome che porta.
Albina si scosse vivamente, il suo capo s’aderse più fiero ancora, i
suoi occhi lampeggiarono con espressione di sdegnoso orgoglio, che non
si sarebbe creduta possibile alla solita mitezza de’ suoi sguardi.
— L’onore del mio nome! — proruppe essa con voce vibrante. — Non so
davvero quale attinenza possa esservi mai fra esso e quanto possa esser
detto... da voi!
Le ultime parole furono pronunziate con un accento di sì profondo
disprezzo da schiacciare il coraggio del più temerario; Matteo, lui,
non si commosse, continuò in quel suo atteggiamento umile e dimesso, e
riprese sottovoce sempre, ma chiaro, lento e a parole misurate:
— Mi faccia la grazia d’ascoltarmi, e vedrà... C’è pure una favola che
dice come un leone caduto nella rete potè essere salvato da un umile
topolino: immagini che in quest’occasione io possa aver la parte di
quel debole animaluccio, anzi con tanto maggiore efficacia che ora è il
topo medesimo che può far cadere nella fossa il leone.
La contessina corrugò le dorate sopracciglia e stette un momento le
labbra serrate come a meditare, poi crollò il capo e disse col medesimo
accento:
— Non ho tempo e voglia di spiegare i vostri enimmi; parlate
apertamente se pur desiderate ch’io v’intenda.
— Ho detto che avevo da parlarle intorno all’avvenire di lei...
Albina fece un atto pieno di alterezza, che significava il suo
avvenire non potere in nessun modo avere attinenza con fatti o cose che
riguardassero chi le parlava.
— E quindi, poichè Ella lo desidera, le dirò subito, senz’altra
preparazione, che il suo matrimonio col cavaliere Giulio, non deve, non
può aver luogo.
La nobile fanciulla questa volta interruppe con un grido di sdegno.
— Non una parola di più, signor... Arpione. Voi abusate stranamente
della mia bontà, della mia debolezza ad ammettervi al mio cospetto. Ho
già sentito troppo e vi prego... vi comando di partire.
— Perdoni... — disse Matteo più umile e supplichevole di prima: —
abbia la bontà di ascoltarmi con animo pacato: è pel suo bene, pel suo
interesse...
Albina gli accennò l’uscio con atto di fiero comando.
— Le assicuro che non si pentirà di avermi ascoltato.
Essa abbassò il suo braccio e s’avviò risolutamente verso il camino
dove pendeva il cordone del campanello per chiamare la servitù. Già
vi era presso, già allungava la mano ad afferrare il fiocco di seta:
il vecchio usuraio si drizzò della persona, saettò dal fondo delle
occhiaie incavate uno sguardo che aveva il scintillio d’un’arma nel
ferire, e con voce sempre bassa, ma risoluta e piena di forza, disse:
— Si fermi... non mi faccia scacciare da’ suoi servi, signorina... in
nome dell’onore della sua famiglia che ho già invocato... in nome di
suo padre!
Albina si volse di scatto come ferita da una vipera, altera, arrossata
fino alla fronte dalla commozione dello sdegno.
— Ancora! — sclamò. — Voi osate invocare la memoria di mio padre?
Il vecchio tornò umile, dimesso, dolorosamente supplichevole.
— Ah, contessina! — disse. — Lei non può nemmeno immaginare quanto
io realmente soffra nel venirle a dare un colpo simile.... Sono tanti
anni che taccio e avrei continuato a tacere; ma ora una ineluttabile
necessità mi vi spinge. Ella mi approverà, Ella mi sarà grata, ch’io
mi sia rivolto a lei direttamente, piuttosto che ad ogni altro, e così
possano la signora contessa sua madre, i signori conte e cavaliere suoi
fratelli ignorare tutto come prima e sempre, come ignorerà tutto sempre
la gente; e sia risparmiato così ai suoi cari, specialmente a sua
madre, che poverina, forse ne morrebbe, il più grande affanno che possa
mai colpirli al mondo.
La giovinetta ascoltava sbalordita; era di troppo ingenua, di troppo
schietta e nobile natura per poter pure immaginarsi soltanto che
tutto fosse menzogna ciò che quell’uomo le veniva dicendo; quel certo
concetto pauroso che si era fatto vagamente di colui che le parlava si
veniva ora affermando con più precisa determinazione e con proporzioni
davvero spaventose: lo guardava con occhi sbarrati; impallidì un
pochino e con labbra quasi tremanti, domandò:
— Che volete dire?... Che volete dire, in nome di Dio!
L’Arpione si avvicinò vieppiù alla giovane e prese un tono di
domestichezza che non aveva avuto fino allora e che a lei fece correre
pei nervi quasi un ribrezzo.
— Bene a ragione la nostra santa religione ci comanda di essere pietosi
verso i trascorsi perfino de’ più grandi peccatori, perchè anche il
più saggio, anche il più onesto, sotto l’impulso della necessità, la
tentazione del demonio, può fallire.... infelicemente fallire....
Albina lo guardava sempre con quei suoi begli occhi spaventati:
cominciava a capire che quell’uomo intendeva accusare di qualche
fallo alcuno della famiglia di lei. Chi? Ernesto probabilmente, il
primogenito, che aveva da giovane dato motivi di sdegno e dispiacere
ai genitori. Non aveva detto appunto colui di aver taciuto per tanti
anni? Era dunque una colpa antica del fratello che ora e’ voleva
risuscitare? E veniva da lei per risparmiarne il dolore alla madre.
Sì, in ciò egli aveva ragione: ella avrebbe fatto di tutto perchè la
madre ignorasse. Ma in qual modo avrebbe potuto adoperarsi a tal uopo?
e qual’era quella colpa? E davvero tale, come accennava quell’uomo, che
l’onore della famiglia ne fosse offeso? No, ciò le pareva impossibile.
Ernesto non aveva mai potuto mancare ai doveri nè del gentiluomo,
nè del galantuomo. Tutto questo, le turbinava nella mente; avrebbe
voluto subito penetrare il vero e ci aveva ribrezzo, avrebbe voluto
interrogare e non trovava parola: congiunse le sue manine bianche e
sottili e se le torse nervosamente, soggiungendo secco e vibrato:
— Ma parlate, parlate...
Matteo abbassò ancora la voce:
— Il conte-presidente fu pure il re de’ galantuomini, ma tuttavia...
Si fermò, come se non osasse continuare.
— Il conte-presidente? Mio padre? — ripetè la giovane che sentiva la
mente confondersi vieppiù. — Ebbene?
— Ebbe il suo momento di debolezza...
Un grido, un fiero grido uscì dalle labbra frementi di Albina.
— Lui!... Mio padre!... Disgraziato! Osereste accusare mio padre?
L’aspetto della fanciulla raggiava un così fiero sdegno, l’occhio
fulminava così acceso che Matteo non vi potè reggere; curvò il capo,
abbassò lo sguardo e si fece indietro, come pauroso, di alcuni passi.
Essa camminò superba verso di lui.
— Ah ti confondi! — esclamò. — Tu lo confessi... Hai mentito,
infamemente mentito.
L’esitazione dell’usuraio fu breve: egli troppo si era afforzato nella
sua risoluzione, troppo gli stava a cuore il concepito disegno per
arrestarsi ora e cedere: si drizzò alquanto della curva persona, non
osò fissare in volto la giovane, ma disse con ferma voce:
— No, non ho mentito.... È pur troppo così. E ho le prove di quel che
affermo.
Albina da rossa come s’era fatta nel volto pel primo impeto dello
sdegno, divenne pallida; si vedeva lo sforzo che faceva a sè stessa per
dominare la propria emozione.
— Come avete potuto pensare, miserabile, — disse con voce soffocata, —
che simili parole fossero tollerate qui... qui dove mio padre visse...
e in presenza di una sua figlia?... Oh certo avete fatto bene a non
dirle che i miei fratelli le sentissero... Io, una fanciulla, non
posso, non debbo che scacciarvi di qua, pentendomi amaramente di aver
avuta la debolezza di ricevervi.
— Senta, contessina...
— Uscite!
— Lei forse non ha badato bene alle mie ultime parole...
— Uscite! — e tese di nuovo con atto d’imponente comando la mano verso
la porta.
— Io le ho detto che ho le prove...
— Uscite! — tuonò la fanciulla con voce di tanta forza che non si
sarebbe creduta possibile in sì delicata persona, e nello stesso tempo
ella diede una strappata al cordone del campanello.
— Ella se ne pentirà, — disse affrettatamente Matteo pur camminando
verso l’uscio. — Ho in mio potere una lettera di suo padre... l’ho
qui meco... Lei può vedere se io dico bugia... — (E trasse sollecito
dal portafogli il mezzo foglio che ci aveva riposto la sera prima);
— Eccola... Ella conoscerà bene la mano di scritto?... — (Tendeva la
carta verso della fanciulla). — E se Lei non mi ascolta, se Lei mi
scaccia, questa sera medesima io farò stampare e pubblicare su qualche
giornale questo scritto, coi commenti...
Albina non potè frenare un primo impulso di curiosità, di ansiosa
emozione; fece vivamente un passo verso quell’uomo, tese una mano come
per prendere quel pezzo di carta ch’egli le porgeva; ma se ne pentì
subito, lasciò cader la mano; però un freddo le corse per le vene: le
pareva di riconoscere la scrittura di suo padre.
— Prenda, prenda: — diceva sollecito Matteo avvicinandosi di nuovo di
due passi alla giovane: — oh glie la lascierò esaminare quanto vuole.
L’uscio si apriva in quella e compariva la Giustina, alquanto inquieta
per la violenza con cui era stato suonato il campanello. Vedeva in
quel punto il vecchio che porgeva una carta alla signorina e questa che
pareva esitare a prenderla.
— La contessina comanda qualche cosa?
— Sì... — rispondeva un po’ confusa la giovane arrossendo per la
piccola bugia che stava per dire, per la vergogna di cedere alla
potente, dolorosa curiosità che l’aveva invasa: — posso aver bisogno
di qualche domestico; faccia il piacere, Giustina, di ordinare che uno
stia pronto costì nella mia anticamera.
La Giustina gettò un lungo sguardo osservatore sulla padroncina e
sull’usuraio, fece una profonda riverenza e se ne partì dicendo alla
giovane che sarebbe tosto ubbidita.
Appena soli di nuovo Matteo riprese:
— Le ho fatto, contessina, una brutta minaccia, la minaccia di un
colpo terribile, che io non vorrei avere da darle a nessun costo. Oh
creda che io proprio non verrò all’estremo di pubblicare questo fatale
documento che quando avrò perduta affatto ogni speranza di ottenere il
mio intento.... E, appena Lei avrà esaminato.... Guardi, contessina,
se io non sono di buona fede, e se non voglio procedere con una lealtà
eccezionale.... Questo scritto è per me preziosissimo; è il solo mezzo
ch’io mi abbia per ottenere cosa che mi sta più a cuore d’ogni altra
a questo mondo... ma che questo mondo?... anche della eterna felicità
nell’altro.... Ebbene, ecco, vede, questa carta, un tesoro per me, io
la depongo qui su questo tavolino, e mi allontano fin là al fondo del
salotto.... e Lei può venire a prenderla e leggerla... e io aspetterò
laggiù in silenzio a vedere quale effetto le avrà prodotto questa
lettera e a dirle il modo onde salvare il riposo, il decoro della
madre, dei fratelli, di tutta la famiglia.
Albina fece un movimento brusco, ferita al vivo di bel nuovo da
queste parole; ma non parlò, non volse neppure uno sguardo verso
l’usuraio. Questi venne col suo passo strisciante fino al tavolino
che non era lontano dal posto in cui stava la fanciulla, vi depose
spiegato il foglio, e poi, come aveva detto, si allontanò con ostentata
discrezione.
Lo sguardo della giovane guizzò verso la carta posta così all’arrivo
della sua mano. Ah non c’era proprio dubbio: quella era la scrittura
paterna; Albina mandò un sospiro, arrossì leggermente, tese con atto
vivace la destra, prese il foglio e lesse.