Quanto più si veniva accostando al palazzo Sangré, Alfredo sentiva
venire scemando il tumulto dell’animo, temperandosi quel primo impeto
che lo aveva mosso. Che cosa avrebbe egli fatto quando si fosse trovato
di fronte al rivale? Si mostrerebbe ancora più indegno di Albina,
abbandonandosi a violenze? Che diritto aveva egli di frammettersi
fra i due cugini? La buona educazione, il dovere di gentiluomo, la
sua dignità non gli comandavano invece di tacere, di rassegnarsi, di
allontanarsi dal cammino di quell’adorata fanciulla, di non comparirle
più innanzi agli occhi, tanto più di non farsene odiare e maledire;
e ciò sarebbe avvenuto se egli alcun male avesse arrecato al giovane
ch’essa amava. Ma pure, no; tacere, rassegnarsi non poteva; qualche
cosa gli sembrava che gli restasse pur da fare per cessare da sè tanto
dolore, per temperarlo almeno. Fantasticava d’essere nel medio evo,
quando un cavaliero poteva con lancia e spada conquistarsi la dama del
suo cuore; sentiva che il suo amore gli avrebbe dato tanto ardimento,
tanta forza da vincere qualunque competitore. Sognava di andarsi a
gettare ai piedi della fanciulla e supplicarla disperatamente, non gli
togliesse così ogni bene, non lo facesse a un tratto il più infelice
degli uomini, non gli togliesse così spietatamente ogni sorriso alla
sua gioventù ricca, baldanzosa, fiorente. Sarebbe riuscito a giungere
fino a lei, qualunque ostacolo gli si volesse frapporre; avrebbe saputo
intenerirla; e s’esaltava, sperava, ma poi di colpo vedeva l’assurdità
de’ suoi sogni, ricadeva nella sua disperazione, si sentiva perduto.
Matteo Arpione lo seguiva sempre cautamente; quando lo vide arrivare
con un passo quasi uguale a quello di chi cammina alla morte sino
al palazzo Sangré, là fermarsi incerto, a capo chino, poco meno che
tremante, esitare, scostarsene, riavvicinarsi, gettare uno sguardo
lungo, doloroso, profondo sulle finestre di esso, là dove l’antico
_factotum_ del conte-presidente sapeva che erano le stanze della
contessina, scuotere il capo, riallontanarsi, ristare, come animato
da nuova risoluzione prendere l’aire per penetrare sotto il portone,
e arrestarsi di colpo quasi trattenuto da un’invisibile barriera,
stare ancora un momento esitante, come in lotta fra i due impulsi
opposti, e poi correre via all’impazzata; l’usuraio che, vegliando
continuamente sul giovane, conosceva la premurosa di lui frequentazione
della famiglia di Valneve, non ebbe difficoltà a capire che il gran
turbamento di Alfredo aveva la sua origine e la sua cagione lì in quel
palazzo, e probabilmente in quelle stanze dove s’affissava con tanta
passione lo sguardo di lui.
Che il giovane amasse la figliuola dell’antico padrone di Matteo,
questi lo aveva già pensato più volte; ora vedeva chiaro che qualche
guaio era nato, che qualche seria difficoltà era sorta a contrastare,
se non a distrurre del tutto le speranze e i voti del giovane, ed a
lui premeva di sapere sollecitamente ogni particolare della cosa,
per giudicare se fosse in poter suo recare qualche aiuto, qualche
rimedio. Interrogate le persone di servizio d’Alfredo, colle quali
egli s’era sempre tenuto in relazione, non apprese altro fuorchè le
maggiori dimostrazioni di dolore e di abbattimento che il giovane
dava nel segreto della sua casa, rifiutando ogni cibo, respingendo
ogni compagnia, ogni conforto, ogni parola, per rimaner solo nella
sua camera, dove lo avean sorpreso a un punto ad esaminare la coppia
migliore delle sue pistole. Un terribile sospetto spaventò Matteo,
il quale era deciso di non indietreggiare innanzi a nessun mezzo per
salvare quel giovane, per farlo felice. Cominciò per iscrivergli,
falsando la calligrafia, queste poche parole: «Non disperate; quello
che è massimo vostro desiderio potrete ancora ottenerlo; calma,
pazienza e forza d’animo...» e gli fece trovare tal biglietto sul
tavolino; poi si pose in traccia di Tommaso, il vecchio servo dei
Valneve, ed ebbe la fortuna d’incontrarlo quella medesima sera.
Tommaso, come abbiamo già visto, aveva avuto grande amicizia fin
da ragazzo con Matteo. Dopo che la casa dei Valneve s’era chiusa
all’usuraio, i rapporti fra i due antichi amici erano diventati più
freddi e infrequenti, ma non erano cessati del tutto; e di belle
volte, già per l’addietro, Matteo, che conosceva il debole di Tommaso,
era riuscito a trarselo seco in qualche bettola, dove, col rincalzo
di parecchie bottiglie aiutando la naturale smania di chiaccherare
del vecchio, aveva appreso tutto quanto avveniva nella famiglia
Sangré. Quella sera, l’Arpione mise in opera tutta la sua abilità,
tutta l’accortezza e dissimulazione di cui era capace, e seppe non
solo indurre il vecchio domestico, riluttante dapprima, a seguirlo
all’osteria, ma colà, pian piano, a poco a poco, una bottiglia dopo
l’altra, cominciando dalle cose le più indifferenti e lontane, fu così
bravo da scavar fuori da Tommaso tutto quanto egli sapesse di ciò che
poteva interessare la sua curiosità; e Tommaso sapeva di molto, perchè,
tenuto oramai dappiù che un servitore, quasi come uno della famiglia,
a lui si dicevano assai cose, e assai più gli si permetteva che
indovinasse.
Dopo quel lungo colloquio, Tommaso uscì brillo dall’osteria, e Matteo
dai varii frammenti d’informazioni strappate al suo compagno, potè
ricomporsi in capo la trama degli avvenimenti, che non dubitava di
conoscere oramai in quasi tutta la verità. Alfredo aveva avuto un
colloquio coi due fratelli di Albina, dal qual colloquio era uscito
commosso profondamente; e subito dopo i due fratelli avevano parlato
colla mamma, presente il marchese Respetti-Landeri, che era una specie
di tutore e di protettore di Giulio; erano state udite alcune parole
del Respetti al cugino, da cui si poteva argomentare ch’egli aveva
fatto qualche cosa per soddisfare un rilevante di lui desiderio.
Tommaso finalmente aveva visto egli stesso il maggiore delle guardie
Ernesto di Valneve condurre Giulio ed Albina dalla contessa Adelaide,
che li aveva stretti al seno e chiamati figli suoi, e la notizia erasi
diffusa subito, anche fra la servitù, del prossimo matrimonio fra i due
cugini. Era dunque da ritenersi che Alfredo avesse manifestato il suo
amore ai fratelli della ragazza, che questi ne avessero discorso colla
madre, e che allora, per intervenzione sopratutto del marchese, il
quale doveva aver patrocinato la causa del suo protetto, s’era deciso
di respingere la domanda del Camporolle e celebrare invece gli sponsali
di Albina con Giulio.
L’Arpione provò una collera intensa, contro tutti e specialmente contro
il marchese, senza il cui inframmettersi forse, egli pensava, la causa
d’Alfredo non sarebbe stata perduta.
— Ma io posso fargliela pagare! — esclamò a un punto, quando si fu
liberato della compagnia di Tommaso ubbriaco e camminava lentamente,
pensoso, verso l’abitazione del conte di Camporolle. — Io posso
vendicare Alfredo... Vendicarlo?... Oh sarebbe pur meglio farlo
felice.... E chi sa?.... Con quell’arma ch’io posseggo....
Parve che un’ispirazione glie ne venisse all’improvviso: affrettò il
passo con piglio risoluto, fu in un momento all’abitazione d’Alfredo,
s’informò di lui, raccomandò vivamente ai servi che vegliassero sul
giovane, e poi corse a casa sua. Dove rinchiusosi ben bene, accesa con
mano che quasi gli tremava per l’emozione una meschina lucernetta che
mandava una scarsa luce rossigna da una piccola fiammella, si guardò
intorno con aria sospettosa, come se avesse paura che alcuno potesse
pur tuttavia scorgerlo, benchè serrato l’uscio a doppia mandata e col
catenaccio e chiuse le imposte di legno delle finestre, e poi tratta
dal seno una chiavetta appesa al collo per un cordone, andò ad aprire
uno stipo fasciato di ferro con grossi chiovi nelle lastre, che stava
nascosto in un angolo fra il letto e la parete.