CAPITOLO XXVIII.

Italia alla morte di Cesare.

Patria per gli antichi equivaleva a quel che per noi ragion di Stato.

Sparta la irrigidì fin a togliere la libertà individuale; Atene

precipitò la democrazia nell'anarchia; Roma seppe contemperare un

sistema coll'altro. Fondamento del primitivo diritto romano era la

superiorità d'una stirpe sull'altra, e di Roma su tutti i popoli:

ma la tirannica inflessibilità della parola patrizia erasi piegata

innanzi all'editto pretorio, la curia innanzi alla tribù. Da che i

plebei si furono alzati fino a tor via l'originaria distinzione tra

gli individui, mancava il titolo di conservarla fra le nazioni. Di

fatto nella guerra Sociale i diritti della metropoli furono estesi

a provincie italiane remote; e ciò non parve sacrilegio nè tampoco

ai patrizj, sicchè svanendo i pregiudizi di località, guardavasi

con occhio eguale non tutto l'impero, bensì coloro che in tutto

l'impero fossero privilegiati come cittadini. Questo accomunarsi della

cittadinanza scalzava la prisca costituzione, affatto municipale,

che ragioni d'esistere più non trovava nei costumi e nelle opinioni

presenti; e mentre il senato persisteva a considerare il governo del

mondo come privilegio de' conquistatori, o di chi essi v'avessero

aggregato, nell'universale si diffondeva la persuasione che di

un sentimento unico, di un'unica volontà fosse mestieri affine di

governare dal centro questo corpo, sempre più smisurato.

Il graduale procedere verso il pareggiamento delle stirpi era

stato sovvertito dalla rivoluzione di Silla, che scompigliò le

proprietà, sostituì la forza alla legge, l'inebbriamento d'un partito

all'universale subordinatone; e ne furono solleticati tutti i desiderj,

tutte le ambizioni, perocchè al crollare d'una potenza morale, vilipesi

i concetti antichi, le fantasie concitate tutto attendono da un

avvenire indeterminato. Mal agiato del presente, desideroso d'un meglio

di cui non avea che un sentimento vago, il popolo cercava uno di quei

capi, i quali nell'oscillazione pubblica riescono perchè possedono

idee decise ed azione risoluta; voleva un eroe che gli strappasse

l'ammirazione, che lo traesse nel suo vortice; e lo accettava con

quella morale apatia che, dopo le rivoluzioni, fa incarnare tutte

le aspirazioni in un uomo, qualunque esso sia. Mario e Silla gli si

imposero colla forza, ma durarono appena una generazione. Pompeo,

incapace d'aprirsi orizzonti nuovi, abbagliò un istante, come tutti

cotesti feticci da piazza e da giornali che il vulgo oggi incensa,

domani sfrantuma, e, per non confessare d'essersi ingannato, gli accusa

d'averlo deluso. Catilina, Sertorio, Spartaco grandeggiarono alla lor

volta, ma non li coronò quella riuscita che fa il ribelle intitolar

eroe. Perfin Cicerone destò un momentaneo entusiasmo, ma gli mancava

quella posata intelligenza che si richiede a menar innanzi il popolo.

Molti altri venivano a galla valorosi capitani, abili amministratori;

ma incapaci d'intendere, di arrestare, o di guidare la rivoluzione

sillana, non sapeano che lodare lo stato antico, che ritorcere gli

occhi verso i Romoli e i Camilli; mentre gli spiriti, disingannati

d'uno sterile passato, agognavano a un promettente avvenire.

L'avventuriero più abile d'oggidì, colla felicità che caratterizza gli

scritti suoi come i suoi fatti, ha detto: — Camminate contro le idee

del vostro secolo, esse vi abbattono; camminate dietro a loro, esse vi

trascinano; camminate alla loro testa, vi secondano e sorreggono». Così

era accaduto; e prostrato Catone, trucidato Pompeo, riconoscevasi come

l'uomo del tempo Giulio Cesare: e, chi accuserà di stoltezza il popolo

romano, se oggi stesso l'occhio spassionato riscontra in lui virtù che

lo sceverano a pezza dagli anteriori e dai contemporanei, e lo additano

il solo valevole a riconciliare in politica unità la plebe e i patrizj,

i vincitori e i vinti, i nuovi ricchi e gli antichi, e dare una nuova

costituzione alla repubblica? L'esito chiarì come il cadere di questa

nel governo di un solo fosse inevitabile; ma i congiurati, secondo è

stile degli utopisti, s'affissarono all'idea non alla possibilità, al

momento non all'avvenire, e pretesero ristabilire quella costituzione

aristocratica ed esclusiva, per la quale troppo eransi cambiate le

condizioni. Statilio, interrogato qual gli paresse men male, sopportar

un tiranno o liberarsene colla sommossa e la guerra civile, avea

risposto: — Preferisco la pazienza». Ma anche senza di ciò, avrebbero

essi potuto leggere la condanna della repubblica nello smisurato

depravamento delle classi privilegiate.

L'amministrazione della pubblica cosa, della giustizia, delle finanze,

acquistava regola ed uniformità; magnifiche vie attraversavano l'Italia

e l'impero; s'aprivano canali e porti; dalla Bretagna e dal centro

dell'Asia si accorreva a Roma come a centro del sapere, della potenza,

della civiltà; ad essa il mondo tributava merci, denaro, forza; ad essa

inneggiavasi per tanto progresso, tante ricchezze, tanto incivilimento.

Ma sotto quel lustro quante piaghe!

Asserisca pure Catone che non colle armi erasi ingrandita la

repubblica, sibbene coll'industria in casa, col giusto comando

fuori[171]; fatto è che il principale esercizio dell'attività di Roma

consistette nella guerra, in prima per la necessità di conservarsi e

di reprimere gli aggressori, poi non più pel trionfo d'idee, ma per

appropriarsi l'altrui, o piuttosto per quella specie di fatalità che

una conquista trae inevitabilmente ad un'altra, e da cui oggi vediamo

ossessa l'Inghilterra nell'India. Vinti i popoli vicini, aprì campo

contro i civili della Grecia e dell'Oriente, poi contro i barbari

della Spagna, della Gallia, della Germania; e se qui colle stragi si

portavano tanti semi d'incivilimento, colà distruggevasi senz'altro

rincrescimento che del ritrarne poco bottino[172].

Però quanta sapienza politica in quell'elevare poco a poco e in

vario grado i vinti sin alla condizione dei vincitori! Ma dopo presa

Cartagine, le conquiste s'incalzarono così, che a Roma non rimase tempo

di sistemarle con regolarità. Ne deteriorava la giustizia pubblica, e

in conseguenza la privata; esternamente nemici di tutto l'uman genere

come romani, dentro uomini d'una classe e d'un partito, drizzavano

ogni arte al trionfo di quello, senza far mente ad interessi o a

diritti altrui. A tanto impero poteva ella bastare una base angusta

come il municipio di Roma? e il concetto d'assimilare i sudditi in una

vasta amministrazione centrale, non come privilegio di pochi ma come

diritto di tutti, non entrava in quegli assoluti patrioti. Pertanto le

provincie non erano rappresentate da deputati come oggi si farebbe, ma

si abbandonavano agli arbitrj proconsolari ed all'altalena dei partiti;

intanto che i maggiori savj di Stato si preoccupavano soltanto di Roma,

o tutt'al più dell'Italia.

È natura d'ogni società limitata l'andarsi diminuendo; e così fu della

primitiva stirpe italiana. Inoltre le baruffe intestine contribuirono a

consumarla; trecento cittadini perirono nel tumulto di Tiberio Gracco,

tremila in quel del fratello; trecentomila nella guerra Sociale, più

disastrosa che non quelle d'Annibale e di Pirro; venne poi Mario,

venne Spartaco; sessantamila Teutoni ed Ambroni, fatti prigionieri

alla giornata di Aix, furono condotti come schiavi per riempire i vuoti

lasciati dalla guerra Servile; peggio andò nelle Civili, dove i vinti

non potendo ridarsi schiavi, non si pensava a salvarli dal ferro.

Silla, fatti scannare dodicimila Prenestini, distrutta Norba, colle

confische e colle proscrizioni cacciati gli uni dalla vita, gli altri

dalla patria, dovette risanguar Roma col nominare cittadini diecimila

schiavi de' proscritti. Col distribuire poi i beni confiscati fra

le ventitre legioni fedeli, ai mali della guerra aggiunse quei della

vittoria, empiendo il bel paese di veterani, Asiatici, Iberi, Galli,

che agli abitatori della Cisalpina, dell'Etruria, del Sannio diceano,

«Andatevene dalle case, dai tempj, dai sepolcri: il camperello che

nutrì la vostra famiglia è nostro»[173].

Non si trattava dunque più di rimpastare l'agro pubblico, affinchè,

invece di concentrarsi in pochi possessori, fosse compartito fra que'

molti che lo metterebbero a coltura: bensì attentavasi ai patrimonj

con una spropriazione violenta; il cancellare i debiti equivaleva ad

un fallimento legale; colla proscrizione si assassinava il possidente,

operando coi cittadini non altrimenti da quel che già soleasi coi

conquistati. Per tal modo si cangiavano i possessori, non la natura

dei possessi; non si rinnovava il lavoro; non restava migliorata la

condizione della poveraglia col farla industre; anzi questa ambiva

nuove sommosse e proscrizioni, nelle quali ripromettevasi guadagno.

Fra l'ingiustizia commessa e la sperata mancava ogni sicurezza

alle proprietà; sicchè negligevasi la coltivazione, e come essa

pervertivansi i costumi.

Gli spossessati correvano a Roma a domandar del pane. Il veterano,

trovandosi arricchito senz'industria, sprecava senza economia; avvezzo

a vent'anni di prescritto celibato, all'imprevidenza soldatesca e a

scialacquare i donativi e il saccheggio, tuffavasi nei godimenti; a

breve andare ipotecava il fondo, la casa, gli attrezzi, e amando meglio

menar le mani al teatro che all'aratro, nudo come prima e più di prima

vizioso, tornava a Roma a saziar la brama di pane, di tumulti, di

giuochi, di donativi. E i tanti ch'erano periti in guerra? e i tanti

menati fuori in colonia? e i tanti che andavano a cercar fortuna pel

mondo, tutto aperto ai dilapidamenti o alle speculazioni?

Roma dunque, che succhiava il sangue di tutta la penisola, non potè

conservare l'immensa sua popolazione, e sotto Cesare si numerarono

quattrocento cinquantamila Romani dai diciassette ai sessant'anni, e

un milione ottocentomila liberi in quell'Italia, dove Polibio fra la

prima e la seconda guerra punica n'avea contato tre milioni e mezzo

oltre gli schiavi, e settecento cinquanta capaci dell'armi. Tito Livio,

panegirista irremissibile di Roma, asserisce che «dieci legioni non

sarebbe possibile levare allo stormo d'una subita invasione, neppur

raccogliendo tutti i nostri mezzi: tant'è vero che le ricchezze e il

lusso ingrandirono, non la nostra potenza».

Polibio avea veduto feracissima l'Italia, e quindici a venti semenze

rispondeva il territorio di Roma, che pur non è dei più ubertosi:

laonde ogni cosa aveasi a buon mercato, e molto grano si mandava

fuori, moltissimo bestiame si educava, e i censori appuntavano quello

il cui campo fosse coltivato peggio del vicino[174]. Ma al tempo di

Cicerone e di Varrone appena i campi rendevano otto o dieci sementi: «i

sette jugeri distribuiti secondo la legge di Licinio (dice Columella)

fruttavano più anticamente, che non ora gli estesissimi tenimenti cui

i padroni non possono girare che a cavallo, e che lasciansi calpestare

dagli armenti, devastar dalle fiere, esercitati soltanto da bande

di schiavi in catene o da cittadini ridotti servi per debiti. Qual

meraviglia se trattano la terra da manigoldi? V'ha scuole per retori,

geometri, musicanti, per arti più vili come il cuoco e il parrucchiere,

non per l'agricoltura: eppure nel Lazio stesso non si eviterebbe la

fame se non si cercasse il grano d'oltremare, il vino dalle Cicladi,

dalla Betica, dalla Gallia».

In fatto, sotto Cesare ed Augusto, dall'Egitto e dall'Africa si

portavano in Italia sessanta milioni di moggia di frumento, cioè

ottocentodieci milioni di libbre di marco; e Cesare si vantò poter

trarre dall'Africa trecentomila medimni d'olio in peso, e altrettanti

di frumento in misura. Se dunque i pirati o le guerre interrompessero

le comunicazioni, ecco la penisola affamare, come chi è costretto

pascersi coll'altrui mano.

Della classe media sono proprie l'economia e l'antiveggenza; e

il desiderio di conservare e migliorare la propria condizione vi

seconda quel progressivo ascendere, che anima la vita e produce i

miglioramenti della nostra società, nutre le virtù domestiche, lo

spirito d'associazione, il sentimento dell'eguaglianza, che è base

della giustizia. Or questa classe presso i Romani non potea formarsi,

perchè le leggi affiggeano l'infamia all'esercizio di qualunque

mestiero; ai senatori era espressamente interdetto ogni traffico, e

delitto il far fabbricare un vascello: precauzione creduta necessaria

affinchè non soperchiassero i piccoli negozianti, come aveano

soperchiato i piccoli proprietarj. Scambiandosi dunque per ricchezza il

segno della ricchezza, si consumava senza riprodurre; colavano a Roma

l'oro e l'argento dalle vinte nazioni; gli abitanti erano esenti da

capitazione, da tassa prediale, da dogane, da dazj di entrata, eppure

scemavan di numero, crescevano di miseria. Le provincie, al contrario,

cariche di tributi, di requisizioni, di gabelle, tiranneggiate dai

proconsoli, si sostenevano perchè i pregiudizi non allontanavano dal

commercio e dall'industria, e la professione mercantile attribuiva

l'egualità, e talvolta la preminenza politica.

E a prendere per esempio una gente, tanto benemerita della civiltà,

la stirpe jonica conservava il sentimento democratico e l'abilità

finanziera; escludeva quell'aristocrazia che le città doriche avea

dirette unicamente alla guerra; onorava il commercio, riceveva tutti,

a tutti comunicava i diritti: laonde Cicerone s'indignava di veder

a Tralle o a Pergamo il calzolajo, l'artigiano prender parte alle

pubbliche deliberazioni; ma le ammirava di saper fare senza tesori

nè ingenti possessi, ajutandosi colle imposte e coi prestiti[175].

Ricchissime erano, malgrado le guerre e le spogliazioni, e l'industria

in grande vi si esercitava; e pannilani di Mileto, ferri cesellati di

Cibìra, tappeti di Laodicea, vin di Lesbo e di Scio, offrivano lucrose

asportazioni a Delo, a Rodi, a Cizico: le industrie, le arti belle, le

fabbriche, le feste, il culto solenne degli Dei non meno che degli eroi

e di Omero, consolavano della perdita dell'indipendenza.

Mettetevi a riscontro i lamenti degl'Italiani al tempo di Catilina.

«Gli Dei e gli uomini (diceano) ci sono testimoni che non vogliam

mettere a pericolo la patria e i concittadini, ma solo proteggere le

nostre persone. Miserabili, il rigore e la violenza de' creditori ci

tolse a quasi tutti la patria, a tutti il credito e la sostanza. Ci si

ricusa perfino il benefizio delle antiche leggi, non permettendoci di

salvar la libertà col rassegnare i beni. L'antico senato ebbe spesso

compassione della plebe, e coi decreti rimediò alla pubblica miseria:

anche ai dì nostri si liberarono i patrimonj eccessivamente gravati,

e per avviso di tutti gli uomini dabbene fu permesso pagar in rame

ciò che si doveva in argento[176]. Spesso anche la plebe, spinta da

ambiziose voglie, o provocata dall'arroganza de' magistrati, si separò

dal senato. Ma noi non domandiamo nè potenza, nè ricchezze, cagioni

solite di conflitto tra i mortali; domandiam solo la libertà, che un

uomo onesto non consente di perdere se non colla vita. Vi supplichiamo

di por mente alla miseria de' concittadini; rendeteci la protezione

della legge; non ci riducete alla necessità di cercare una morte

qualunque, che però non sarà senza vendetta».

Potrebbe per avventura additarsi qualche popolo moderno, diviso

tra pochi gran ricchi e un'infinità di miserabili. Ma quella che si

compassiona o si esalta col titolo di poveraglia, oggi è l'infima

classe lavorante ed oscura: nell'antichità invece, il luogo di questa

era occupato da schiavi, roba del padrone e dal padrone mantenuti;

i patrizj erano gente che aveva una volta principato, i ricchi

un'aristocrazia nuova che voleva deprimerli, mentre plebe chiamavansi

uomini liberi e privilegiati nell'ordine civile, che formavano un

partito formidabile per numero, per le abitudini guerresche, per

la potenza dell'accordo e della legalità. Erano dunque bastevoli a

sostenere una lotta; e i poveri, soccombenti coi Gracchi, trionfarono

nelle proscrizioni, quando i beni tolti ai prischi possessori

vennero distribuiti, non già per ottenere, come davasi voce, un'equa

partizione, ma per ricompensare chi aveva ajutato le vittorie dei

triumviri.

Per verità Silla avea voluto favorire i piccoli possidenti, e

ripristinare la classe agricola; ma riuscì invece a strarricchire

i ricchi, mediante le sue tavole, quando uno occupava i fondi del

vicino col farlo proscrivere, o comprava quei del vizioso veterano.

Dopo d'allora le leggi agrarie, come quella di Rullo, più non ebbero

serietà, e la plebe urbana le disamava, non volendo nè andar in

colonia, nè che si distribuissero i terreni, da cui traevasi di che

farle i donativi.

Invece dunque de' possessori laboriosi, che le leggi agrarie avrebbero

voluto moltiplicare, dovettero crescere a dismisura i poveri,

proprietarj spogliati, liberi lavoratori oppressi dalla concorrenza di

vaste manifatture servili, debitori rifiniti dalle usure, insomma tutti

que' plebei che coll'ingegno o col valore non giungessero a collocarsi

in quell'aristocrazia di denaro ch'erasi surrogata all'aristocrazia di

stirpe, e che chiamavasi ordine equestre. Marco Filippo, nel presentare

una legge agraria, asserì che in Roma non duemila cittadini possedevano

patrimonio[177].

Ma colà erasi rifuggita tutta la libertà; colà frequenti largizioni ora

de' vincitori, ora dei demagoghi; colà spettacoli; colà da guadagnare

patrocinando qualche provinciale, vendendo i voti ne' comizj, la

falsa testimonianza ne' giudizj, le grida e il braccio sulle piazze;

colà lo spossessato potea reclamare, il fallito tenersi sicuro dai

creditori, il reo dall'accusatore; il retore aprire scuola, il filosofo

dissertare e far ridere, il mago gittar sorti e astrologare: talchè la

feccia d'Italia affluiva a Roma, vi speculava su quella gran ciurmeria

che chiamasi il voto universale, e trecentomila persone robuste vi

ricevevano quella che oggi chiamiamo carità legale, consumando cioè

senza produrre, e terribili qualvolta alcuno sapesse ispirarvi paura di

fame.

Stivati nella fangosa Suburra, nel quartiere delle Carene, ne' tugurj

che il Tevere porta via ad ogni dilagamento, entro camere sovrapposte

a sette, otto piani, senza sole nè aria, il malarnese, il tagliaborse,

la meretrice, il grammatico senza denaro, il greculo ciarliero, il

fanciullo projetto vi covavano ogni peggior corruzione, e ne sbucavano

per mendicare o malamente buscarsi due assi, mediante i quali intanarsi

nelle _popine_ a rosicchiare un pan plebeo, la polenta[178], teste di

montone. I meno fecciosi logorano il giorno a salutare e corteggiare

il patrono, accattarsi la sportula ne' vestiboli de' palazzi, poi

ascoltare le dispute nel fôro, applaudendo agli arrotondati periodi

o agli adulatorj motti d'un oratore; o a fischiarlo se avventura

qualche verità sgradita dai padroni di quel giorno, o qualche parola

meno pretta, qualche periodo disarmonico; o trastullarsi alle celie

d'un buffone o d'un filosofo; poi assistere alle rassegne nel campo

Marzio, o farvi alla palla e alle piastrelle; rinfrescarsi ne' bagni,

intepidirsi ne' sudarj, ustolare alla macelleria de' sacrifizj e alla

leccornia delle cene sacerdotali.

Poveri, scioperi, infingardi; eppure si soleggiano sotto porticali

corintj, sedono in basiliche marmoree, lavansi in terme di marmo,

oziano decorosamente, mentre milioni di vinti esercitano per loro le

glebe della Sicilia e dell'Egitto. Agrippa schiuderà censessanta bagni,

e barberie che per un anno radano gratuitamente il dabben popolo;

il nuovo edile o un trionfatore o un demagogo gli preparano fiere

dell'Africa, giraffe del deserto, ballerine di Cadice, gladiatori della

Germania, reziarj della Gallia, filosofi della Grecia, e gli mandano

doppia porzione di grano.

In conseguenza il lusso non era ricambio di lavori e di ricchezze

fra la classe operaja e l'opulenta, come oggi. Davanti alle lautezze

forestiere l'antica parsimonia era scomparsa, e le ricchezze si

cercavano per altre vie che le odierne, voleansi godere con altra

avidità. Dell'insaziabile avarizia abbastanza esempj ci ricorsero; le

provincie si sollevavano contro i latrocinj de' proconsoli; il Parto

facea colar dell'oro in bocca del Romano, dicendo: — Bevi di quel che

sempre sitisti». Allo spirito speculativo non bastava neppure quel sì

rapido incremento di territorj, di schiavi, di clienti, di giojelli,

d'ogni sorta lusso; ma ad enorme interesse accattavasi denaro per

comprar un comando o un governo, dove si sapea d'aver aperte miniere

d'oro; sicchè, la speculazione riuscisse o no, l'usurajo accumulava

fortune principesche in tranquilla sicurezza. Bruto, di severa virtù,

prestava ai re d'Oriente e ai paesi sudditi di Roma al quarantatre per

cento, valendosi del nome di un tale Scapzio, il quale colle crudeltà

sorreggeva l'usura; ottenne un grosso di cavalleria per costringere

i magistrati di Salamina a pagargli un enorme debito; e protestando

essi di non vederne via, li tenne chiusi tanto che molti perirono di

fame. Cicerone succedutogli nel governo, frenò queste atrocità: eppure

Bruto interpose Attico per avere da quello una banda di cavalieri

onde rinnovare la scena; anzi gliene scrisse egli medesimo abbastanza

arrogantemente, senza dissimulare che interessi e capitale erano

suoi, non di Scapzio[179]. Cicerone si gloria di non avere, nella sua

provincia, autorizzato di là dall'un per cento al mese, e in fin d'anno

cumulare l'interesse al capitale.

Siffatte non pareano nequizie perchè si esercitavano sopra stranieri,

sopra vinti. Or che farebbero magistrati come Verre, Dolabella,

Gabinio? A Marc'Antonio dall'Asia furono pagati ducentomila talenti,

vale a dire 1342 milioni di lire! A Sesto Pompeo pei beni guastatigli i

triumviri concessero l'indennità di quindici milioni e mezzo di denari,

che sarebbero oggi dodici milioni e mezzo di lire.

Questi impinguati prendeano il farnetico d'imitare gli Orientali, non

nel sentimento del bello, ma nel lusso e nelle sensualità. Schiavi,

agi, splendidezze mai non credeano bastanti; e si procedè di passo

così precipitato, che la casa di Lepido, tenuta per la più bella di

Roma al suo tempo, trent'anni appresso meritava appena il centesimo

posto. Giulio Cesare murò splendidissimamente: Namurro suo ingegnere,

dilapidate le Gallie, fu il primo che fabbricò palagi, tutti rivestiti

di marmo: quindici milioni di sesterzj valse quello di Clodio.

Torme di schiavi v'attendevano a diversi uffizj, non dovendo bisognare

cosa che colà entro non si avesse (pag. 4 e seg.); colà partite di mimi

e di gladiatori; libraj che ricopiavano, e grammatici che correggevano

libri; colà cantine fornite al par di magazzini, colà granaj

sufficienti ad un villaggio[180]. Aggiungi gli ospiti che talvolta

fin a mille albergavano in una sola casa; aggiungi i parasiti, fedeli

come le mosche a chi dava desinare: aggiungi la folla de' clienti,

che a giorno non ben chiaro[181] viene a chieder nuove del patrono, e

affrontando la verga del portinajo e le repulse del cameriere, arriva

alla stanza del dormiglioso signore, e se gli proferisce, e va superba

d'ottenerne uno sbadigliante sorriso, poi un rocchio di salsiccia nella

sportula, o la generosità di venticinque soldi.

Gli amici sono un'altra specie di schiavi. Il ricco appena li degna

d'uno sguardo allorchè ne attraversa la folla nell'atrio: esce? li

fa camminare presso la lettiga, nella quale o trionfalmente scorre

la città, o passa alla campagna: va in magistratura? l'accompagnano

molte miglia: fa visite o prende un bagno? aspettano sul lastrico: se

per fasto o divertimento li convita, sederanno su sgabelli più bassi

del suo letto, serviti di pane e vino inferiore, e uno schiavo spierà

se hanno ben applaudito, ben riso, ben mangiato, e meritato così di

popolare un'altra volta colla lor bocca i desinari. A tanto umiliavasi

un uomo in libera città.

Quai servili ossequj i magistrati ricevessero nelle provincia, lo

dica la storia di Catone. Visitò l'Asia modestamente, accolto senza

feste, nè alcuno vi facea mente: se non che una volta ad Antiochia

vede uscirgli incontro magistrati, sacerdoti, popolo in gran gala,

ond'egli scavalcato procede alla loro volta; ma che? il guidatore della

processione gli domanda ove sia Demetrio. Era un liberto di Pompeo,

arricchito colle depredazioni, e che aspettavano venisse a farne pompa

nella provincia, la quale festeggiava lui e il suo padrone. Se ad un

servo se ne faceano di siffatte, si pensi quali a Pompeo, vero signore

dell'Asia! Bastò che questi mostrasse favore a Catone, perchè anche le

città ammirassero quello cui prima non aveano badato, e processioni

d'incontro e feste e banchetti. Dejotaro re di Galazia gli mandò bei

regali, ma Catone li ricusò: non comprendendo l'insolito disinteresse,

quegli immaginò l'avesse fatto perchè scarsi, e gliene spedì di

maggiori; ma Catone non li volle nè per sè nè per gli amici. Eccezione

piuttosto unica che singolare.

Chi dagli atrj colonnati delle case, pieni di servi e d'amici,

penetrava ne' recessi, dopo che lo schiavo ostiario aveva avvertito

di non mettere sulla soglia il piede sinistro prima dell'altro, e il

pappagallo o la gazza avevano salutato con parole di fausta ominazione,

rimaneva attonito del lusso, non solo più ricercato, ma più costoso;

profusi i marmi finissimi del Fasi, di Lesbo, dell'Africa, dorate

architravi d'Imetto, oro e avorio intarsiati ne' lacunari; d'ogni

parte quadri, affreschi, statue, vasi nolani e corintj, laide nudità;

calpestavi musaici, un de' quali oggi basta a vanto d'una galleria.

Non dico nulla dei bagni, dei letti, dei conclavi reconditi, disposti

artifiziosamente a solleticare l'ottusa voluttà ed appagarla. Sopra una

tavola di cedro[182] costatagli ducentomila lire, Cicerone scrive la

requisitoria contro Verre che avea rubato ventotto milioni. Il severo

Catone possedeva tappeti babilonici per letti da mensa, alcun de' quali

fu venduto ottocentomila sesterzj. Qualche proconsole mandò le legioni

a raccogliere la lanugine dei cigni, che si vendeva carissimo per gli

origlieri. Poi non bastando ornare un palagio, se ne terranno molti

(_mutatoria_); e se alcuno dica a Lucullo che la sua casa trovasi mal

esposta per l'inverno, — E che? (risponde) mi credi meno assennato

delle rondini, che mutano cielo secondo le stagioni?»

In pubblico poi erano portici ove si passeggiava, giocava, recitava

versi, ed ove presto entrò gara di magnificenza; talchè in quello

d'Augusto, retto da colonne di porfido, si ammiravano le statue delle

cinquanta Danaidi; in quelli di Agrippa, di Catulo, d'Ottavio erano

deposti i trofei e dipinte le imprese di quei della famiglia.

Che dirò delle ville onde sono affollati i contorni di Roma e le prode

del mare partenopeo? Colà convengono i dotti a maturare arringhe,

dispute e versi; colà Clodio e Milone ad addestrare le masnade

all'assassinio; colà i godenti a raffinare di voluttà e coronarsi di

rose mentre la patria perisce. Chiunque per poco sorga dal vulgo, vuol

averne più d'una, adornarla di passeggi, di solaj, d'ogni ricreazione:

la parte più bella d'Italia n'era seminata così, che «poco terreno

restava all'aratro», e per ben situarle non pareva troppo il fondar

sul mare, e spianar montagne, e dedurre lontanissime linfe perchè

ricreassero i boschetti dell'infecondo platano, del gracile mirto

e dell'alloro, zampillassero davanti a gruppi di scalpello greco,

o stagnassero ne' bagni voluttuosi e ne' vivaj delle domestiche

murene[183].

Dov'è il camperello di Cincinnato e di Regolo? dove l'operoso podere di

Catone? Per quelli era gioja il veder lo sciame dei famigli disporsi

intorno all'avvivato focolare: ora sotto que' palazzi vaneggiano

immense cave, basse, tuffate, ove sulla sera l'aguzzino spinge a

frustate gli schiavi e le ancelle, e con ferrei cancelli ve li chiude

alla miseria, alla bestemmia, agl'indistinti abbracciamenti, perchè

il padrone s'inebbrii sicuro, sicuro s'addormenti sugli origlieri di

porpora sidonia.

La mattina si consacrava agli affari, e n'era centro il fôro, colla

borsa, la basilica, il tribunale, e notaj, banchi, portici, ove

negoziar prestiti, fare e ricever pagamenti, ricambiare novità. A

mezzodì si fa dappertutto silenzio, ognuno si ritira nelle case,

chiudonsi le botteghe, si dorme di meriggiana, nè più ronza che qualche

amante. Alla decima ora ripiglia il rumor dei viventi, e l'attività

si concentra al campo Marzio, dove giuochi e corse, poi le terme e i

bagni, ne' quali si suona, si canta, si legge, si discorre, mentre i

bagnajuoli lavano, fregano, spazzolano, battono i natanti[184].

Senza cene non si compiva atto veruno; i trionfi terminavano col

banchetto, col banchetto i sacrifizj; piuttosto cuochi che sacerdoti

erano i settemviri epuloni e i Tizj. Chi si mettesse in viaggio

dava la cena _viatica_; al giungere d'un amico imbandivasi la cena

_adventoria_; la _capitolina_ per rendere onore al padre degli Dei;

la _cereale_ per ringraziare del prospero ricolto, la _libera_ per

celebrare l'affrancazione d'uno schiavo; la _funebre_ in morte di

patroni o di parenti. Si lasciava dire al filosofo Selio che buoni

sono soltanto i conviti gradevoli ed istruttivi; piaceva l'udir da

Varrone che in un banchetto si richiedono persone belle d'aspetto, di

grato conversare, non mutole nè ciarliere, nettezza e delicatura di

cibi, serenità di tempo: intanto, coricati tre a tre in morbidi letti

di prezioso legno, i figli di Curio Dentato beavansi nell'elegante

triclinio, ove stoffe filate da ancelle spartane e tinte di doppia

porpora, tappeti orientali e portiere e panneggiamenti tratti dai

Seri e dai Persiani, impedivano l'aria, la polvere, il contatto del

pavimento; e soavità di mille essenze esalanti da vasi d'oro copriva il

semplice olezzo delle ghirlande convivali.

Da prima i fichi eran forse l'unico frutto, nè altri fiori che rose,

gigli, viole: poi quanta varietà se n'importò! Fin a Catone il Vecchio

non si facea divario tra i vini; poi se ne distinsero centonovantadue

specie, oltre le varietà, e novantuna erano di famosi, tra cui

cinquantaquattro italiani[185], ventisette greci; e Catone dà il

consumo di dieci anfore l'anno per testa, cioè ducensettantaquattro

litri.

Si volle qualche volta por modo alle spese, e la legge Licinia esigeva

ne' pasti ordinarj non oltrepassassero i trenta assi, cioè lire due,

centesimi settanta; poteasi usare legumi a volontà, ma non più di

trentasei oncie di carne fresca e dodici di salata. La legge Orcia del

185 limitava a cento assi, cioè lire nove, i pasti ordinarj, fuorchè

ne' giorni di mercato. Fra la seconda e la terza guerra punica un'altra

legge aveva ingiunto non si servisse più d'un pollo, e non ingrassato.

Venti anni dopo conquistata la Macedonia, ne' giorni di solennità

non doveva un capocasa spendere più di venticinque lire[186]. Inutili

ritegni! Traboccò l'oro, e seco la lussuria: sulla mensa triangolare

apparivano le più squisite ghiottornie che la natura potesse porgere

e il cuoco sibarita artefare: ostriche del lago Lucrino; pavoni che

Anfibio Lurcone insegnò ad ingrassare, con tal arte facendosi un

provento di sessantamila sesterzj[187], e che compajono cotti e pur

vestiti di loro splendide penne; storioni del Po, in gara coi bianchi

lupi del Tevere, coi capretti dalmatici e coi cignali dell'Umbria: le

sponde del Fasi, le selve di Jonia e di Numidia tributano selvaggine;

i seni dell'Adriatico triglie trilibri e rombi d'un secolo; la Siria i

datteri, susine l'Egitto, Pompej le pere, Tarante e Venafro le ulive,

Tivoli le poma; e talvolta a suon di flauto i servi portano o rarità di

lepri marine e di cicogne, o un intero majale pregno d'uccelletti.

Rapide girano allora le capaci tazze, spumanti di vino massico o

campano o falerno o delle isole dell'Arcipelago che costava cento

denari l'anfora; e lode a chi più bee. Gli epuloni, _ombre_ dei

convitati, tengonsi dietro ai loro letti, aspettandone i rilievi, o

rassettando le corone che cascano dalle teste ubriache, o reggendoli

del braccio allorchè si ritirano al vomitorio per preparare nuovo

posto a nuove leccornie. Cantanti e sonatori ricreano i commensali, cui

poscia si sostituirono pantomimi e comici e gladiatori, i quali spesso

del loro sangue chiazzavano le pruriginose vivande. Tanto la barbarie è

frequente compagna della voluttà.

Ben presto si fabbricarono cucine vaste come palagi, celle con

trecentomila anfore[188]; impinguansi le murene con carne umana

perchè riescano più delicate; s'inaffiano le lattuche col latte;

uccelli, preziosi per rarità e per canto, compajono a solleticare,

non l'appetito, ma la nauseata fantasia dei Luculli, degli Apicj, dei

Crassi; la moglie di quest'ultimo stemprerà ai drudi le perle che il

marito rapì alle odalische d'Oriente; si farà gloria all'ammiraglio

Ottavio d'aver recati dalla Troade alcuni vascelli di scari, e sparsi

lungo le coste della Campania[189]. I nomi meglio sonanti della Roma

patrizia si trovano associati alle invenzioni le più stravaganti

cui possa spingersi l'immaginazione oziosa: un Gabio, un Celio, un

Crasso eransi immortalati per la grazia del danzare; Lucullo, Filippo,

Ortensio, non tanto per eloquenza, coraggio, probità, quanto per

ricchi vivaj; Scipione Metello consolare e un cavaliere contendevansi

il vanto d'aver trovato l'arte d'ingrassar le oche in modo che

crescesse moltissimo il fegato; Fulvio Irpino impinguava chiocciole

in un suo parco a Tarquinia, tenendo distinte le piccole di Rieti,

le grandi d'Illiria, le mezzane d'Africa; Apicio insegnò a cucinare

i ghiri, tanto ambiti, che una legge suntuaria del 115 li proibì nei

conviti[190]; Irzio spendeva dodici milioni di sesterzj a nutrire i

pesci, per la cui abbondanza la sua villa fu venduta dieci milioni dei

nostri; Lucullo forò un monte a Baja perchè l'acqua marina entrando

nelle sue piscine colla marea ne rinnovasse l'acqua[191]. Marc'Antonio

scriverà il panegirico dell'ubriachezza: «I buongustaj gridano meschina

la mensa se, quando sei sul più bello d'assaporare un piatto, nol

ti vien tolto dinanzi e sostituitone uno meglio copioso e ghiotto;

bella creanza reputano la spesa e la sazietà; e insegnano non doversi

mangiare intero se non il beccafico; e misero il banchetto quando i

volatili non sieno tanti, che i convitati possano satollarsi gustando

solo l'estremità delle coscie; e non aver palato chi mangia petto

d'uccelli»[192]. La legge fece un ultimo tentativo onde reprimere gli

eccessi, e decretò che i pranzi si tenessero ne' vestiboli, esposti

alla censura uffiziale: che ne seguì? divenne pompa il violare

pubblicamente la prammatica, e meritare la multa.

Il figlio maggiore di esso Antonio dava cena a diversi savj,

spassandosi nell'udirli imbarazzar l'uno l'altro con circonvolute

argomentazioni. Filota, medico d'Amfrisso, propose questo concetto:

— V'è una certa febbre che si vince coll'acqua fredda; chiunque ha la

febbre, ha una certa febbre, dunque l'acqua fredda è buona per chiunque

ha la febbre». Da così insulso paralogismo non seppero distrigarsi gli

oppositori, e Antonio meravigliatone, additò a Filota una credenza di

vasellame d'argento, dicendogli — Tutto è tuo». Il medico lo ringraziò

come si fa alle celie d'un brillo; ma appena a casa, ecco un uffiziale

con servi, portanti l'argento; e schermendosene il medico come di

dono eccessivo, l'uffiziale gli soggiunse: — Non sai che il donatore è

figlio di quell'Antonio, che potrebbe regalarti altrettanto vasellame

d'oro? Bensì io ti consiglierei d'accettarne più presto il valore in

contanti, potendovi essere qualche pezzo che, per antichità o finezza

di lavoro, fosse prediletto ad Antonio»[193].

I Romani, educati da schiavi che aveano interesse a corromperli,

dall'infanzia abbandonati a grossolane voluttà, amarono sempre senza

delicatezza, si sposarono senza amore; la famiglia era mentosto un

santo e affettuoso consorzio, che un rigore politico; il censore

Metello Numidico davanti al popolo diceva: — Se la natura ci fosse

stata così benigna da darci la vita senza bisogno di donne, di che

grave imbarazzo saremmo sciolti!» e soggiungeva dovere il matrimonio

considerarsi come il sacrifizio delle comodità particolari ad un

pubblico dovere[194]. Le donne assai meno degli schiavi erano informate

degli interessi domestici, nè associate alle fatiche del marito: sì

poco educavansi, che la loro rozzezza era considerata virtù, e macchia

l'istruirsi: i mariti si mostravano indifferenti sulla loro condotta,

nè tampoco vi ebbe un nome la gelosia.

Così neglette, le donne ci porgono tutt'altro che argomento di

costumatezza: e per una Cornelia, venerabile madre dei Gracchi, e per

l'eccellente Ottavia, sorella d'Augusto e moglie d'Antonio, abbiamo

dalla storia una Servilia sposa di Lucullo, espulsa per dissolutezza;

Fausta figlia di Silla e moglie di Milone, sorpresa collo storico

Sallustio; Catone ripudia una moglie disonesta, cede l'altra per far

denaro; Tulliola di Cicerone è sospettata di tresche fin col padre;

Muzia moglie di Pompeo, sorella dei due Metelli, scapestrava; Sassia,

invaghitasi del genero, lo induce a ripudiar sua figlia, e trascorre

fino al parricidio per vivere con esso; Clodio spulzella la propria

suora, che poi venuta sposa d'un Metello, vive in lubrica dimestichezza

con Celio; poi temendosi da esso avvelenata, lo cita in giudizio, ove

si rivelano le sue sozzure, e l'esercizio di nuoto che preparò ne'

suoi orti, per eleggere fra l'accorrente gioventù. Antonio menò per

Roma trionfalmente sul proprio cocchio Citeride, schiuma di postribolo.

Fulvia, nata da quel Flacco che deturpò la causa dei Gracchi, non vuole

amori volgari, ma comandare a chi comanda: sposa Clodio, deforme, ma

prepotente e facinoroso, e che la piglia per le sue ricchezze: lui

assassinato, maritasi in Curione, fastoso dissolutissimo e perpetuo

sommovitore della pubblica quiete: morto anche questo, diviene di

Antonio, e si fa consigliera e ministra delle costui crudeltà; assiste

al supplizio di trecento uffiziali ch'egli fa scannare nella sua

tenda; sevisce contro il teschio di Cicerone; lei presente, in casa

di Gemello, uomo tribunizio, si dà una cena a Metello console ed ai

tribuni, ove si gavazza tra nefandità da lupanare, e si prostituisce il

nobile giovinetto Saturnino[195].

Di buon'ora i satirici tolsero a bersaglio la femminile scostumatezza,

ed Ennio già proverbia le donne, maestre negli artifizj del piacere

e del tener a bada molti amanti[196]; le quali arti poi ci sono

atteggiate dai poeti erotici. La notte impastavansi la faccia con

mollica di pane, imbevuta in latte di giumenta. Su, voi schiave

cosmete, durate lunghe ore a sbiancare, imbellettare, lisciare

la padrona, rimetterle i denti, arricciare, profumare, tingere

le sopracciglia e le chiome in nero o in biondo giusta la moda, o

adattarle la capellatura, venuta d'oltre il Reno, e cresciuta sul

capo d'una sposa sicambra[197]. Ma guaj a voi se la dama, mirandosi

nello specchio di terso argento, trova mal riparati i difetti o mal

rilevate le sue bellezze! non che graffiature e morsi, ha in pronto

uno spillo con cui vi trafigge il nudo seno; od ordina allo schiavo

aguzzino che, sospesa la maldestra ornatrice pe' capelli, la sferzi

finchè la incollerita padrona non dica _basta_. Ovidio, maestro a loro

e storico a noi di sì ribalde galanterie, consiglia le dame a non farsi

vedere in queste collere dagli amanti, per non perdervi del bello e in

conseguenza dell'amore.

Ma già la dama è lisciata e impomiciata; già son collocati spilloni e

fiori, già tondeggiate le unghie, già lavate le mani nel latte, e terse

nelle chiome di elegante paggetto; indossa l'abito matronale uniforme,

di bianca lana, frangiato d'oro o porpora, serbando le tuniche di

colore per quando le entri il ruzzo di gironzare notturna, e farsi

scambiare per liberta o per meretrice. Sfoggi pure in gemme e perle

rapite alle straniere regine, portandosi addosso un intero patrimonio;

carichi d'anelli ciascun dito eccetto il medio, variati dall'estate

all'inverno, intagliati da artefici insigni, e comprati forse a prezzo

dell'onestà; indi, avvolta nel manto, esca portata in lettiga da otto

robusti schiavi ch'ella medesima trascelse al mercato, due altri la

precedano correndo, due ancelle la ombreggino ai lati co' ventagli

di code di pavone, e due paggi portino dietro i cuscini[198]. Così

la dama s'inoltra ad amorosi convegni o a visite maligne, assiste ai

giuochi gladiatorj, e colla mano di cui Catullo e Properzio cantarono

le molli carezze, accenna al vincitore che deva scannare il vinto; o

nelle lubriche cene rapisce gaudj furtivi, mentre il connivente marito

calcola l'oro promesso al suo silenzio dal mercadante spagnuolo,

generoso compratore dell'infamia[199].

Non con tali donne possono durare cari i legami di famiglia.

Comunissimo dunque il divorzio, e non solo per sterilità, per litigi

colla nuora, per impudicizia, ma pe' più frivoli motivi; Paolo Emilio

allega unicamente che dalla moglie era stato offeso; Sulpizio Gallo,

perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò

in segreto con una liberta vulgare; Publio Sempronio, perchè ita

a'giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent'anni

di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i

debiti; e Publia, perchè parve rallegrarsi della morte di Tulliola.

Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio

Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l'ultimo, Dolabella, la ripudiò

incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia;

e Cicerone consultato il consigliò a far presto, per mettere termine

alle dicerie, e mostrare che nol faceva per seguir l'andazzo, ma per

unirsi alla figlia del savio Catone. Un famoso ghiotto fu sul punto di

cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella de' vini,

ch'e' temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a

bella posta la scapestrata Faunia, per espellerla poi come impudica,

e tenersene la dote; nel che non pochi lo imitarono. Più spesso

ancora separavansi d'accordo e senza verun titolo, o perchè già s'era

contratto impegno con altri. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro,

quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso: e

v'erano donne che contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[200].

Conseguenza della servitù domestica era la prostituzione. La schiava

era forse signora del suo corpo? oltrechè bramava o il favore

dei padroni, o di farsi un peculio onde acquistare la libertà.

Acquistatala, si trovava in miseria, avvezza alle blandizie signorili,

e già malavviata dall'obbedienza o dalla speculazione; sicchè

usufruttava i suoi vezzi, e l'abilità nel canto e nel suono. Così

aprivasi un altro gorgo alle fortune dei figli di famiglia[201], ed

alle spoglie che i soldati recavano dalle vinte nazioni. Nè si dica

che solo il cristianesimo affisse merito alla castità, e che noi

serviamo ai pregiudizj d'oggi nel farne colpa agl'idolatri. Conoscevano

anch'essi il merito della virtù femminile, ma la esigevano soltanto

dalle matrone; nè que' ritegni chiedeano alle liberte[202], le quali

anzi diedero nome al libertinaggio.

Coteste non erano squisitamente colte come le eterie greche, ma

assai più delle matrone; destinandosi queste a generare eroi, esse a

dilettarli. La maggior parte erano nate schiave, e per la bellezza

prescelte, salvandole dai lavori faticosi e degradanti. Educavansi

all'arte di piacere col ballo, col canto, colla letteratura; tante

cure adoprandovi, quante oggi a fare una grande cantatrice. Compagnie

d'imprenditori profondevano somme per allevare una di codeste, la quale

riuscendo poteva rifare al decuplo della spesa, ed esser fatta liberta

da un amante, che alle voluttà voleva aggiungere quella di saper

ch'ella poteva negarglisi.

Sotto i portici, le matrone rinvolte nella stola, coperte della palla,

velate il capo, passavano cinte da custodi e servi che allontanassero

la folla; i littori che facean largo dinanzi al console, non poteano

rimoverle; il marito che seco le avesse nel carro, era come in un

asilo. Sulla via Appia, il corso d'allora, procedeano lentamente in

lettighe scoperte, accanto alle quali giovani schiavi con flambelle

di pavone agitavano l'aria e cacciavano gl'insetti. La cortigiana

invece, distinta per abito più corto, pompeggiava di manti sfarzosi,

variati in mille guise e mille nomi; e procedendo con quello andar

rotto che ne rivela le arti, lasciava dall'ondeggiante tunica indovinar

le bellezze recondite; la vecchia sua seguace traevasi da banda

all'accostarsi di giovani effeminati, in toga elegante e carichi di

anelli e stillanti profumi, e colla faccia ornata di mosche. Talora

guidava essa medesima i cavalli a gran corsa, e dietrole i vaghi, che

pareva menasse in trionfo. Aveano un prediletto (_vir_), cui doveano

ingannare per darsi ad altri amanti; rilasciavano obblighi di fedeltà

per un tempo determinato, ai quali se mancassero poteano esser citate

ai tribunali disciplinari[203]. Neppure ad uomini assennati recava

scredito il frequentare la loro conversazione[204], impiacevolita da

quel raffinamento che le oneste non poteano acquistare dai circoli

domestici: anzi i misteri religiosi attribuivano ad esse una specie di

consacrazione.

Nojati di lor famiglia, dei tumulti civili e dell'incertezza del

domani, gli uomini cercavano distrazione in voluttà febbrili, meglio

che nella calma del focolare, presso una moglie ch'era stata d'altri, e

d'altri potea diventare domani: che anzi, le romane matrone proteggeano

le meretrici, e teneansi in casa quelle che corrompevano i loro mariti

e la prole[205]. Eppure l'esistenza d'una classe intera destinata alla

voluttà non toglieva depravazioni più sordide cogli schiavi, indi anche

tra liberi[206].

Il celibe poi esercitava una specie di principato[207] sopra un'altra

genia, scomparsa dalle età moderne, gli uccellatori di testamenti.

Qual era viltà cui non scendessero costoro per amicarsi il vecchiardo?

dir sempre sì, secondarne le fantasticherie, lodarlo fin di bellezza,

applaudire alle sue bambolaggini, strigliarne i nemici, sacrificargli

la moglie, supplicar gli Dei in palese per la salute sua, in segreto

per la sua morte. Che meraviglia se nojava il matrimonio, benchè così

agevole a gettarsi dal collo? e il celibato vizioso era piaga cui i

legislatori tentarono invano rimedj.

Eppure fra i pesi del matrimonio non contavasi l'allevamento de'

figliuoli, giacchè con facilità e con impudenza si esponevano,

e a tal uopo venivano tessuti apposta certi panieri di vimini

(_corbem supponendo puero_); e comune intreccio delle commedie è il

riconoscimento d'un trovatello. Terenzio, l'amico dei colti Scipioni,

faceva da un padre dire alla moglie, nello scoprir una loro figlia

gettata vent'anni prima: — Se tu avessi fatto a modo mio, bisognava

ucciderla, non finger una morte che le lasciava la speranza di

vivere». Tanto lassi erano i vincoli domestici, il che appare anche

dalla facilità delle adozioni; e restiamo stupiti quando all'amico

suo Cicerone scrive: — M'è morto il padre ai 24 di novembre. Guarda

se puoi trovarmi arredi da ginnasio pel luogo che ben conosci. Del

mio Tusculano mi piacio per modo, che non posso aver bene prima

d'arrivarvi»[208].

Nelle arringhe di esso Cicerone, più che la corruttela ci colpiscono

la sfacciataggine onde è recata quasi in trionfo, e la lunga impunità.

Sono suocere che amoreggiano il genero e avvelenano le figlie;

sono parenti che si sbrigano dei coeredi col farli od uccidere

o condannare[209]; comuni gli amori incestuosi e contro natura;

comunissima la prevaricazione de' giudici, l'infedeltà de' magistrati.

Rivelata che abbia, ed eloquentemente svolta questa lunghissima tela di

turpitudini, Cicerone deve ancora insistere perchè i giudici prendano

ardimento a punirle. Difende egli un giovane accusato di ree pratiche

con Clodio? Anzichè negare il fatto, lo mostra scusabile; la severità

de' costumi essere stata forse dicevole ai Camilli, ai Fabrizj, ai

Curj; oggi appena leggersi nei libri, essendo invecchiate fin le

carte dov'era descritta. — Omai (soggiunge) coloro che predicano di

camminar dritto alla lode con fatica, sono lasciati soli nelle scuole.

Abbandonando la via deserta e spinosa, si conceda alcuna cosa all'età,

sia più libera l'adolescenza, non tutto si neghi alla voluttà; la

vera e diritta ragione non prevalga sempre, ma si lasci alcuna volta

superare dalla passione e dal diletto, purchè serbi moderazione; e la

gioventù quando siasi piegata alla voluttà, ed abbia dato alcun tempo

ai sollazzi dell'età e a queste vane cupidini dell'adolescenza, torni

alla domestica azienda, al fôro, alla repubblica, onde appaja che,

quel che prima non avea ponderato colla ragione, l'abbia respinto per

sazietà, disprezzato per esperienza»[210].

Se così largo era il precetto, quanto non si dovea trascendere

nell'applicarlo? Di grossolano costume e di sprezzo dell'opinione ci

rimangono testimonj alcune indecorose invettive, come di Sallustio

contro Tullio, e di questo contro Calpurnio Pisone. Eppure Tullio

vantavasi conosciuto per modestia e temperanza di discorso[211].

Con una costituzione caduta d'opportunità, colle proprietà

scompigliate, colla famiglia sconnessa, colla opinione storta o non

curata, poteva più conservarsi quel vivere in repubblica che suppone

dominante la virtù? era a sperare che gente sì fatta accettasse

temperamenti agrarj, o potesse rigenerarsi alle austerità repubblicane?

o forse ve li avviavano l'educazione letteraria, la religione, la

filosofia?

La coltura greca valse da principio a dirozzare i Romani, e

vuolsi saperne grado agli Emilj ed agli Scipioni: ma l'indole

romana ripigliava il sopravvento, e l'abitudine dei campi viziava

gl'insegnamenti della scuola; sicchè dalla bella letteratura non si

domandavano che nuovi stimoli all'appetito; alla politica di Polibio o

alla morale di Panezio ponevasi mente sol per la felice esposizione;

e più che le semplici e tranquille soddisfazioni del vero studioso,

si andava in Grecia a raffinarsi nella corruttela, a suggere il peggio

della filosofia epicurea, cioè impararvi a sprezzare gli Dei, negare la

Provvidenza, godere il più che si potesse, conforme l'esempio di quelle

genti che dell'umiliazione nazionale si stordivano colle voluttà, si

vendicavano coll'astuzia.

Lucullo, raffinato nell'arti greche, precorreva l'età sua coll'aprire

la biblioteca e la galleria a chiunque; e con una lautezza ben più

raffinata che non le grossolane maniere onde i prodighi compravano i

favori del vulgo. Traversato nella sua ambizione, girò le spalle alla

vita pubblica, e concentrò tutta l'attività dello spirito nella mensa;

imbandiva ogni giorno in modo, da poter accogliere anche inaspettati

gli ospiti più schifiltosi; le cene ordinarie gli costavano duemila

quattrocento lire; ma bastava accennasse che si cenerebbe nella

sala d'Apolline, perchè il cuoco allestisse un banchetto di lire

quarantacinquemila.

Di quelli che in ogni età scompigliata pretendono il titolo di buoni

e di onest'uomini col far poco e disapprovar tutto, e rimpiccinirsi

dietro una moderazione che si riduce ad egoismo, il tipo più

lusinghiero fu Pomponio Attico. Di buona casa patrizia, educato

diligentemente, si prefisse per iscopo la tranquillità, e per mezzo

di raggiungerla il tenersi in disparte dalle pubbliche faccende.

Conservava amici in ogni fazione, e dell'aver suo faceva generosa

comodità agli esuli ed ai proscritti di qualunque bandiera (non accusò

nessuno, ma nessun mai patrocinò); potea dire amico Silla non meno che

i Mariani, amici Cassio o Bruto non men che Cesare, Ottaviano non men

che Antonio; stendeva la destra ad Ortensio, la sinistra a Cicerone;

provvedeva a quei che correvano dietro a Pompeo, ma egli non vi

correva; a Bruto, cui non avea favorito mentre era in fiore, largheggiò

denari quando somigliavano sussidio non contribuzione; senz'adulare

Marc'Antonio potente, sovveniva ai bisogni de' fautori e della moglie

di lui. L'aristocrazia romana vedevasi sull'orlo dell'abisso; ed egli

per consolarla scrisse la _Storia delle famiglie illustri_. Risparmiato

nelle proscrizioni, calmo ne' bollimenti civili, onorato nell'Impero,

quando sentì aggravarsi una malattia lasciossi morir di fame. Cornelio

Nepote, che ne tessè un panegirico anzichè la vita, lo propone a

modello, come un piloto che sa guidar la nave tra le bufere.

A lui somigliante, l'oratore Ortensio avea quattro ville, insigni di

capi d'arte, con boschi popolati di selvaggina, piante rare, fra cui

platani che inaffiava di vino, vivaj de' pesci più squisiti, al cui

alimento dava maggior cura che non agli schiavi, e spendeva tesori per

mantenervi fresca l'acqua in estate. Fra tali delizie componeva ora

patriotiche declamazioni, ora giudiziali arringhe, ora versi libertini,

or inventava di mettere arrosto i pavoni: lo perchè era detto re delle

cause e delle mense, e morendo lasciò milleducento anfore di vino

prelibato[212].

Così questi illustri, anzichè rialzare, abjettavano i gusti liberali da

loro ostentati, e davano esempio del tuffarsi in quella sensualità, che

degrada insieme e il cuore e l'intelligenza. A ciò cospirava la poesia,

predicando la divinità della materia e la religione del godimento. Già

Turno satirico rinfacciava ai poeti di porre in postribolo le vergini

muse[213]; ed era appena morto Lucrezio Caro, il quale verseggiò il

materialismo d'Epicuro, solo staccandosene nell'ammettere il fato,

ossia una segreta forza delle cose. — Se credessimo che gli Dei avesser

cura di noi, continue sarebbero la temenza e la superstizione: il

saggio dunque, aspirando alla calma, bisogna che se ne liberi. Nulla

nasce dal nulla, nè torna al nulla; necessità genera e conserva le

cose. Corpuscoli elementari, solo concepibili col pensiero, solidi,

indivisibili, senza figura nè altra qualità percettibile ai sensi,

movendosi a caso nello spazio interminato, produssero il mondo, il

quale è infinito, infiniti essendo gli atomi. L'anima stessa è un

corpo sottilissimo, diffuso per le membra e più particolarmente nel

petto, simile al ragno che dimora nel mezzo, ma tende in ogni senso

le fila, colle quali prende gli insetti, come l'anima prende le idee

o le immagini. Anche nel sonno l'anima percepisce fantasmi vagolanti

per l'aria. Non esiste dunque altro che il vuoto e gli atomi: dopo che

il fortuito concorso di questi formò il mondo, vi nascono gli animanti

e gli uomini, che poc'a poco costituiscono la società, e dallo stato

ferino sorgono alle arti: anche le meteore, anche i morbi derivano da

questi atomi. Il timore produsse le religioni. Non Provvidenza dunque,

non postuma remunerazione, giacchè gli Dei se ne stanno per natura

tranquilli in una pace affatto scevra dalle nostre vicende, nulla

avendo bisogno di noi, nè irati ai tristi nè grati ai buoni; e più di

Bacco, di Cerere, d'Ercole ben meritò della società Epicuro che sbrattò

gli animi dai timori superni»[214].

Dopo ciò, qual senso hanno le sue lodi alla virtù e alla moderazione?

Tristo a lui se, ostentando questo sciagurato ateismo, e proponendosi

di snodare gli animi dai ceppi della religione, lentò i freni alla

romana gioventù, e volse coll'esempio la poesia a rendersi complice

della depravazione, anzichè sorgere consigliera di magnanimità, e

sorreggere nelle lotte la virtù o piangerne la decadenza!

Il lirico Catullo a Lesbia sua dice: — Non teniam conto delle baje de'

vecchi: il sole muore e rinasce; noi, quando la breve luce tramontò,

in perpetuo dormiamo. Iteriam dunque baci e baci». E fa stomaco il

trovare, nelle poche opere di lui avanzateci, all'elegante espressione

mescolati non solo sentimenti inverecondi, ma parole trivialmente

oscene: se ne scusa col dire che, quando il poeta sia intemerato, poco

monta che i versi puzzino di laido[215].

Nè in veruno di que' poeti erotici si riscontrano mai i piaceri

del cuore, vivi, penetranti, ineffabili; sibbene spergiuri, ciance,

dispetti, gelosie, scherzi, lacrimette, lascivie[216]. Ogni vezzo

palese o arcano delle loro donne vi è decantato, non mai la coltura,

il brio, il cuore, tanto meno la ritrosia pudica. Di brigata con esse

bevano, straviziano; sugli esempj di Fulvia, di Giulia, di Cleopatra,

si fanno legge di evitar le oneste, e vivacchiare d'avventure: dalle

amiche ubriache soffrono percosse e morsi, e ne rendono ad esse buona

misura[217]. Ovidio a Corinna gelosa dell'ancella toglie i sospetti

coi giuramenti in un'elegia; nella seguente rimbrotta l'ancella

stessa perchè si lasci scorgere e si tradisca col rossore, e le dà

la posta per la ventura notte. Egli a Corinna, Catullo a Lesbia, a

Delia Tibullo, a Cintia Properzio slanciano vituperj, che nè alla più

divulgata oggi si direbbero[218]. Comune a tutti poi è il lamento

per l'ingordigia delle loro belle[219]; e se Ovidio consiglia alla

sua di non mostrarsi avara, la ragione è ancor più insultante che

l'accusa[220].

Tibullo, col piacevole suo disordine, cogl'irragionevoli passaggi dal

riso al pianto, dalla supplica alle minaccie, meglio d'ogni altro

ritrae la natura degli amanti; ma egli pure è sempre impigliato

nella materia. Properzio empie i versi di querimonie[221], sebbene

confessi che attediano le belle, e che vuolsi non vedere e non udire

all'opportunità[222]; ogni tratto salta in collera con Cintia sua,

il domani stesso d'un convegno di cui vuol consacrata la memoria nel

tempio di Venere[223]; finalmente dopo cinque anni la abbandona, ma

essa va a cercarlo nella voluttuosa villa, lo batte perfino, nè gli

concede pace se non a patto che più non passeggi sotto il portico

di Pompeo, ritrovo delle belle, agli spettacoli freni gli sguardi

procaci, nè si faccia portare in lettiga scoperta. Cintia era poetessa;

e insieme gelosa ed incostante, volle sagrificare alla Fortuna

dopo sacrificato a Cupido; e ad un pretore venuto d'Illiria diè la

preferenza sul poeta, e l'accompagnò in provincia.

L'_Arte di amare_ d'Ovidio meglio s'intitolerebbe arte di sedurre.

Frondoso e lussureggiante, mille versi occupa per descrivere la donna

a cui dire — Tu sola mi piaci»; quasi la scelta fosse effetto di

calcolo. Passeggiar per le vie, darsi aria sulle piazze, confrontare

le brune colle bionde, villeggiare a Baja, principalmente cattivarsi

le cameriere con oro e carezze, insinuarsi nelle grazie del marito,

insistere, ma senza noja, nè per rifiuti smettere la speranza,

fingersi soffrente, simulare una rivale, soprattutto saper tacere,

e credersi non aver peccato ove il peccato può negarsi[224], son le

arti che insegna questo ingegnoso spositore della corruttela del suo

secolo, d'un secolo ove egli poteva chiamare poco urbano il marito che

pretendesse casta la donna sua nella città i cui fondatori non nacquero

senza colpa[225], e dove osava proporre quasi specchio l'amor di

Pasifae.

Chi aspira a conquiste, frequenti i boschetti di Pompeo o il portico

di Livia, e le feste del compianto Adone, e i sabbati del Giudeo, ma

principalmente i teatri e i circhi, dove in folla mirabile accorrono

le donne per vedere e farsi vedere, sdrucciolo della castità; ivi

applauda ai cavalli, agli attori che l'amica preferisce; scuota dal

grembo di lei ogni granello di polvere che vi sia, la scuota se anche

non vi sia, e colga ogni occasione di prestarle servigio: sostenerle il

pallio se strascica, accomodarle il cuscino, non permettere che alcun

ginocchio la pigi, farle vento, e scommettere sulle vittorie; inezie

che cattivano gli animi piccoli. Ma arte suprema di piacere crede i

donativi, nè abbisognare d'altr'arte chi può donare[226]. Alle donne

medesime insegna a impaniare amanti: le vesti adatte ai tempi e ai

luoghi; il confine del riso; mostrarsi serene sempre, lasciando via

gli alterchi, roba da mogli[227]: sappiano smungere a maggior profitto

l'amante, chiedendo doni se ricco, raccomandando clienti se magistrato,

affidandogli cause se giurisperito, accontentandosi di versi se poeta.

Mentre però uccellavano a regali, spesso vedevansi spogliate: e il

precettore di amabili riti le ammonisce a non lasciarsi illudere dalla

ben pettinata chioma, dalla toga sopraffina, dai molti anelli; perchè

sovente colui ch'è più ornato è rapace, e vagheggia le vesti e le

gemme[228]; onde più d'una s'ode sovente gridare al ladro.

Strani amori! strani precetti! strane cautele! Eppure forse solo

Ovidio tra que' poeti ebbe moglie e l'amò, o almeno la rimpianse

affettuosamente dall'esiglio, ove per altro essa non l'accompagnò.

Properzio lascerebbesi decollare, piuttosto che obbedire alla legge

Papia Poppea contro i celibi[229]. Orazio stesso, di affinatissimo

gusto, di sagacia discretissima, e legato col fiore de' cittadini,

pure si deturpa di plateali sconcezze, e meglio palesa la corruttela

che dovea venire dagli amori colle cortigiane, dai bagni promiscui,

dai trini letti delle mense; sicchè indarno la legge e la costumanza

circondavano di tanti riguardi le matrone, riverite e abbandonate.

Che più? Virgilio, soprannomato il casto, porta il suo tributo

all'immoralità, esclamando beato chi pone sotto a' piedi il timore del

fato e dell'averno; e consiglia a goder la vita finchè n'è tempo, nulla

curandosi del domani[230].

Quelle dottrine d'Epicuro che Fabrizio avea desiderato si praticassero

sempre dai nemici di Roma, vi si erano dunque introdotte, abbracciate

ed esagerate coll'energia propria della nazione. Ne rifuggivano taluni:

ma la costoro virtù riducevasi a disprezzare le lusinghe dell'oro e dei

piaceri qualora n'andasse di mezzo il bene della patria; e corazzati

d'insensibile alterigia, idolatrare una libertà che più non era nè

possibile nè desiderabile. Catone, Bruto, pochi altri, eretti fra tanta

prostrazione, nulla giovarono, nocquero spesso, come avviene degli

esagerati, e il supremo studio della vita riponendo nell'avvezzarsi a

gettarla senza sgomento. Allora in fatti cominciarono a frequentarsi

i meditati suicidj, che poi crebbero a dismisura: sopravivere a una

sconfitta che esponeva alla pompa d'un trionfo, al ferro del manigoldo,

agl'insulti o al perdono d'un vincitore, parea da vile, e il Romano

pretendeva alla gloria di saper fuggire quell'ignominia, e di sottrarre

la parte più nobile di sè a chi opprimesse il corpo. La legge medesima

concedeva agli accusati d'uccidersi innanzi che fosse proferito il

giudizio che n'avrebbe confiscati i beni ed infamata la memoria. La

setta stoica poi insegnò come vanto il potere, nell'istante che a

ciascun meglio piaceva, terminar la vita anzichè subirne i mali con cui

la Provvidenza ci prova ed affina.

Perocchè alla Provvidenza chi più credeva? La religione, fredda,

prosastica, legale, combinata per interesse dello Stato, non sopravivea

più che come una pratica uffiziale; gli Dei immortali, che nelle

esclamazioni. Seicento e più religioni tolleravansi in Roma, il che

vuol dire che nessuna era creduta. Il dio confondeasi colla patria;

Giove Capitolino e gli altri numi non solo prediligevano il popolo

romano, ma odiavano i nemici di questo; e ai vinti, come la libertà,

così si rapivano gli Dei prima colle imprecazioni, poi colla violenza.

La dignità delle Vestali, un tempo ambita dalle primarie case, non

potè trovar novizie; onde la legge Papia prescrisse che il pontefice

fra donzelle tratte a sorte scegliesse quelle che dovevano consacrare

a Vesta la involontaria loro illibatezza. Poichè ogni culto si propone

d'imitare il dio cui è diretto, nelle orgie si emulava il furore di

Bacco; i sacerdoti Galli si faceano eunuchi come il loro Ati; e a che

non doveva condurre l'esempio di divinità, la cui storia divulgata

talmente scostavasi dalla morale!

Che se per religione intendiamo un complesso di dottrine e di

tradizioni sacre, attuate da regolari cerimonie e da precisi doveri,

e un insegnamento morale sanzionato da ricompense soprannaturali,

Rema ne mancava. L'accrescimento della ragione avea messa in chiaro

l'incongruenza delle credenze avite; le tante importazioni di divinità

aveano indebolito il sentimento pio; i grandi uomini vantavansi

filosofi, che volea dire increduli; e le azioni si giudicavano secondo

i dettami delle scuole. Quelli pure che parlano della vita futura, la

confondono con una durata più lunga e colla ricordanza lasciata di sè.

Cicerone sostiene che immortale è l'anima, se il cuor suo ha bisogno

di consolarsi della defunta figliuola, o se gli giova per difendere

Rabirio; per difendere Cluenzio invece professa che colla tomba finisce

l'uomo; e dice che agli Dei si domandano i beni esterni, non la virtù,

nè alcuno mai pensò ringraziare gli Dei d'essere galantuomo[231].

Cesare, pontefice massimo, proferì in pien senato che la morte è il

fine dei mali, nè dopo di essa v'ha gaudio o tormento[232]: eppure egli

stesso, dopochè una volta rischiò di esser rovesciato, non saliva mai

in carro senza recitare tre volte una giaculatoria preservativa, «come

facciamo la più parte», dice l'ateo Plinio[233].

Perocchè, siccome avviene, in difetto di fede, prevalsero le

superstizioni, e lungo sarebbe il dir quelle onde i Romani empivano la

loro vita. Divinità presedevano a ciascuno dei più piccoli e fin de'

più schifi atti; divinità a ogni parte della casa, della città, del

campo; divinità a ciascun giorno, a ciascun'ora. L'incespicare sulla

soglia, il rovesciarsi del sale, la vista e lo strido di certi uccelli,

l'incontro di un serpe, che più? l'udire un nome sinistro, atterrivano

come pessimi pronostici; faceano unzioni all'uscio di via perchè i

maliardi non affascinassero le nuove spose; sepellivano draghi nei

fondamenti; scrivevano fausti nomi al limitare delle case, o tenevano

gazze che li proferissero; inchiodavano pipistrelli sulle imposte, o

nell'architrave ficcavano chiodi tolti ai sepolcri o piantavano osceni

priapi per rimovere dagli orti i ladri e i malefizj. Il grande erudito

Vairone insegna che, per guarire un uomo da doglia ai piedi, bisogna

tre volte nove volte cantare: _Terra pestem tenete, salus hic manete_;

e racconta che i gallinaj nella covata mettevano sempre un numero

dispari d'ova; e le gravide ne tenean uno in seno, e del parto futuro

preludevano secondo che n'usciva un pulcino maschio o femmina.

Lo stesso Governo, ottemperando alle vulgari ubbie, cambiava il nome

ad alcuni paesi, come Egesta in Segesta, Malevento in Benevento;

cominciava sempre le pubbliche aste dal lago Lucrino, pel prospero

nome di lucro. Il grave Catone disputava sul serio se uno starnuto

involontario dovesse render irrite le assemblee; sospendevasi il

comizio del popolo se tonasse; disdicevasi il senato ogniqualvolta si

riferisse che un bue aveva parlato[234]. Chi non comprende qual partito

ne potessero trarre i politici e gli scaltri? l'adunanza stava per

rendere un'importante decisione? ecco a scioglierla col fatale _alio

die_ l'augure[235], che avea veduto segni sinistri; un'impresa era

spinta o dissuasa dal fegato o dal cuore di una vittima, dal tonare

a sinistra o a destra, da un volo d'uccelli fausti o malaugurati.

In gravissimi disastri rendeasi il coraggio col consultare i Libri

Sibillini, o si mandava ad interrogare gli oracoli di Sicilia, di

Grecia, d'Asia. All'Esculapio di Epidauro un serpente stava sempre

vicino; e quando in un contagio fu spedita una nave per portarlo a

Roma, il serpente la segui fin nel Tevere: allora saltò dalla nave e

si annidò nell'isola, segno di fermarsi colà; e tosto la peste cessò.

Al tempio di Giunone Lacinia presso Crotone succedevano stupendi

miracoli; cingeanlo boschi di altissimi abeti, fra i quali e il tempio

spaziavano laute pascione, ove mandre e greggi stavano senza custodi,

uscendo la mattina, rientrando la sera spontaneamente nelle stalle; nè

gli uomini mai li rapivano, nè i lupi: e al limitare del tempio vedeasi

un'ara, dove le ceneri rimaste non erano smosse mai, per quanto i venti

imperversassero in ogni direzione[236]. Altrettanto ai Locresi era caro

il tempio di Proserpina, le cui dovizie avendo Pirro saccheggiate,

fu côlto da sformata procella che rigettò le sue navi sul lido, ove

s'affrettò a restituire il mal tolto: e quando, temendo la guerra mossa

dai Crotoniati, i Locresi voleano portare quel sacro tesoro dentro la

città, fu dal tempio intesa una voce che ammoniva d'astenersene; la

dea avrebbe difeso il proprio tempio: e avendo pure voluto cingerlo

d'un muro, questo ruinò a terra. Nè v'era santuario che non volesse

segnalarsi per qualche portento[237].

Quanto qualsiasi di Grecia era venerato quel di Érice in Sicilia, così

antico, che Dédalo, venutovi un secolo avanti la guerra di Troja, lo

trovava già, e con un muro ne agevolava l'erta salita: era popolato

di fanciulle devote a Venere. A Cerere era sacro quello di Enna,

e nel tumulto de' Gracchi i Libri Sibillini indicarono si placasse

quell'antichissima dea, e pare che dalla Sicilia si traesse a Roma la

sacerdotessa di Cerere[238].

Per quanto compatiamo ai pregiudizj di Plutarco, ci si stringe il

cuore nel vedere in esso i consigli degli uomini illustri, la decisione

di capitali eventi, la fortuna d'eserciti e di popoli affidarsi alla

leggerezza d'un sogno, all'impostura d'un augure, all'osservazione d'un

fenomeno naturale. Che se Cicerone dedicò il trattato _De divinatione_

a confutarli, convien dire che molti tra la gente colta mettessero

fede nell'astrologia e nei sogni. Publio Figulo, sommo personaggio e

portento di sapere, grand'amico di Cicerone, che lo chiamava dottissimo

e santissimo, era profondo in tutta questa vanità, e la esercitava

a servizio del pubblico e de' privati. E molti a Roma salivano in

considerazione coll'astrologare, e promettevano a Pompeo, a Crasso, a

Cesare che morrebbero di vecchiaja, illustri e quieti in casa[239].

Oltrechè la religione non s'era applicata a mettere in sodo le capitali

verità morali nè a diffonderle nel vulgo, cui rimasero inaccessibili

finchè la religione insegnatrice non nacque col Vangelo, prima di

questo la filosofia fu sempre superiore alla religione. Di quella che i

Romani ebbero indigena, ogni memoria restò cancellata dal sopravvenire

della greca, esposta poi così splendidamente da Marco Tullio. Costui,

come avviene in tempi che le credenze sono scosse, rimane eclettico,

e secondo i Neoaccademici si tranquilla nelle probabilità. Però

combatte costantemente gli Epicurei e le altre scuole che qualifica

di plebee[240]; non foss'altro, perchè sconsigliavano dalle pubbliche

faccende, mentre il carattere della sua filosofia, e in generale della

romana, è l'applicazione al viver cittadino. Pertanto predilige l'etica

stoica, anche perchè meglio opportuna all'eloquenza; salvo, del resto,

a voltarla in beffa nella persona di Catone. Scopo della morale e

suprema regola della vita è per Tullio il sommo bene, il quale consiste

nella virtù e nell'onestà, cioè in quel che è lodevole per se stesso,

non per idea di utilità: e quantunque l'onesto sembri talvolta pugnare

coll'utile, utile è però sempre.

Bellissimo è l'udire esposta la virtù in parole si eloquenti com'egli

fa; ma se gli cerchiamo una norma fissa, troviamo o il vuoto o

l'eccesso. Ne' suoi paradossi stoici ci dirà che «il savio non perdona

veruna colpa, guardando la compassione come debolezza e follia; in

quanto è savio, egli è bello benchè scontraffatto, ricco benchè muoja

di fame, re benchè schiavo; chi non è savio, è pazzo, bandito, nemico;

è colpa eguale uccidere o un pollo pel desinare o il padre; il savio di

nulla dubita, mai non si ripente, non s'inganna, non cangia d'avviso,

non si ritratta». Certo non con questi teoremi si educherà al vero la

mente, alla bontà il cuore. Lo stoico impugnerà gli Epicurei, che non

discernono il piacevole dall'onesto: ma questo onesto ove lo troverà?

dove questa virtù a cui la volontà deve aderire?[241] Cicerone,

anzichè sodare verità generali, cerca l'applicazione utile, e utile

ai Romani: evita pertanto ogni regola angustiante; raccomanda di non

istaccarsi troppo dalle vie comuni, quand'anche non approvate dalla

stretta morale; l'avvocato può sostenere una causa non giusta; per gli

amici uno può permettersi cose che non farebbe per sè[242]: ciascuno

nell'operare deve riguardo alla propria indole, cui inerisce sempre

qualche difetto; nessuno è obbligato all'impossibile; e l'uno è più

atto a questa, l'altro a quella virtù[243]. Così attempera l'onestà

alla convenienza.

Ma egli, che riprodusse la morale più pura di cui fosse capace il mondo

pagano, morale che tanta efficacia esercitò sulle leggi e sui costumi

romani, non riesce a cancellare l'impronta originale della filosofia

gentilesca, per la quale l'uomo non aveva un valore assoluto, ma solo

uno relativo e subordinato alla società. Conforme amorale siffatta,

con cui Roma giustificò pessime iniquità, Cicerone esibisce il modello

d'un cittadino perfetto: — Imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Decj,

Curj, Fabrizj, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilj ed altri senza numero

che questa repubblica assodarono, e ch'io ripongo nel numero degli

Dei immortali; amiamo la patria, obbediamo al senato, sosteniamo i

buoni, trascuriamo i vantaggi presenti per servire alla posterità ed

alla gloria; giudichiamo ottimo ciò che è più retto; speriamo quel che

ci aggrada, ma sopportiamo quel che accade; pensiamo in fine che il

corpo de' forti e de' grandi uomini è mortale, ma sempiterna la gloria

dell'animo e della virtù»[244]. Anche il suo libro degli _Uffizj_ non

riflette all'uomo, ma al cittadino; non mette la debita distinzione

fra la scelta d'uno stato e quella de' principj; e trascurando la

moltitudine operosa ed utile, da precetti soltanto pel magistrato o

pel generale, al più pel letterato; insegna come acquistare onoranza

nella repubblica e nei governi, come operare con decoro; ma nulla

della famiglia, nulla delle giornaliere relazioni dell'uomo coll'uomo:

ommette poi i doveri di questo verso la divinità, senza dei quali come

si può imporre efficacemente il dovere, determinarlo, sanzionarlo?

Abbastanza ci fu veduto come siffatte massime togliessero e pietà

e giustizia a Cicerone qualora si trattasse d'uno straniero o

d'uno schiavo, e di giudicar rettamente delle malvagità che aveva

sott'occhio: barcollando poi fra le opinioni altrui, conosce l'errore

delle vulgari credenze, ma con esse confonde spesso i dogmi più

essenziali, fin l'esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima[245].

Non venite a citarmi qualche popolo moderno, altrettanto molle,

altrettanto incredulo, e che pur vive e cresce. Oggi la pluralità

lascia fare, i buoni ordinamenti frenano i sudditi corrotti, una

livellazione universale riduce a quell'_aurea mediocrità_, dove non

eccedono nè le virtù nè la depravazione. Allora molto maggiore era lo

sviluppo pratico della vita, e specialmente della politica, e in tal

senso dirigevasi l'educazione, non alla letteratura come oggidì. La

nascita, gli avi gloriosi, la ricchezza spianavano la via agli onori,

ma viepiù i talenti per la guerra e pel governo, col cui mezzo doveasi

acquistare e conservare la dominazione. Di qui l'atteggiamento di

grandezza degli uomini illustri di quel tempo, sicchè c'impongono una

specie di venerazione; grandezza viepiù appariscente perchè chiamati

ad ogni sorta di attività. I letterati insigni trovammo assorti

nella pubblica cosa; l'uomo stesso era sacerdote, oratore, legista,

magistrato, guerriero; il pretore in città rendeva giustizia, fuori

comandava le armi; il questore amministrava in pace le rendite civili,

e provvigionava gli eserciti in campo; il console offriva sacrifizj,

deliberava in senato, convocava le adunanze, soggiogava i nemici,

sistemava le provincie. Cesare, il maggior capitano del suo secolo,

sarebbe stato il maggior oratore se l'avesse voluto; dal conquistare le

Gallie veniva a fare i sacrifizj, dal discutere una causa a compilare

il calendario e riformarlo. Cicerone, eloquente, poeta, filosofo,

statista, giureconsulto, finanziere, uom d'affari e di studj, e primo

o dei primi nel trattar cause, dirige lungo tempo il senato, combatte i

Parti, e dai soldati che guidò alla vittoria è acclamato imperatore.

In tempi di rivoluzione, gl'individui grandeggiano a proporzione della

decadenza e dello scompaginamento delle forze nazionali; e chi si sente

facoltà straordinarie, sarà audace a tutto tentare quando i costumi e

l'opinione pubblica non bastano a rattenerli nelle barriere legali.

E tanto più che, fuori dei vincoli politici, nessun altro congiungeva i

cittadini; la famiglia era una tirannide; la città aperta all'abitante

di Tivoli come a quello di Marsiglia o di Cadice; la letteratura

desunta da forestieri; l'umanità ignota fin di nome, e gli Stoici

la dichiarano indegna del sapiente, il quale, secondo il mansueto

Virgilio, non dee nutrire nè invidia pel ricco nè commiserazione pel

povero. Le nimicizie si esercitano come un fatto palese, autentico,

doveroso: uno al principiare della sua carriera trovasi già nemici

ereditarj, o se ne elegge: dichiarasi ad uno che si cessa d'essergli

amico, e soltanto per contrariarlo si segue l'opposta fazione: mettesi

una specie di punto d'onore nel perseverantemente odiare; talchè

Cicerone chiede scusa se, pel pubblico interesse, fa causa comune coi

proprj nemici, e procura giustificarsi con qualche esempio[246].

Mancando ogni valore assoluto, bisognava conservar la cosa romana

coll'abitudine, col mantenere le costumanze antiche; ed ecco

perchè tanti non sapeano che rimpiangere l'età degli avi. Ma anche

considerando le cose romanamente, come figurarsi la rintegrazione del

passato? La grande eguaglianza erasi effettuata; coll'estendersi dello

Stato si erano o volti in vizio o peggiorati i regolamenti onde Roma

vigori in gioventù; i giudizj de' padri-famiglia nella propria casa

e de' magistrati in ciascuna città divennero tirannia importabile

dopo alterati i costumi; i patroni si conversero in oppressori,

e trascinavano i clienti a secondarli nell'ambizione, o saziarne

l'ingordigia; la potenza tribunizia, mera tutela del popolo vilipeso,

era sormontata a segno da opprimere il senato, talchè Catone esclamava:

— Campateci dalle miserie che ci aggravano; campateci da questi

mostri, che non sono mai sazj di nostro sangue; non soffrite che noi

siamo servi se non a voi tutti, giacchè della sola volontà del popolo

dobbiamo noi esser servi»[247]. La separazione di plebei e patrizj,

lievito profittevole alla libertà, era degenerata in guerra civile,

combattuta con armi che non erano più armi della patria.

In quei secolari conflitti, secondo che il senato, le curie o le

tribù erano prevalsi, consoli, dittatori, tribuni aveano fatto

leggi, ispirate da sentimento di parte o da abuso della vittoria; e

quest'accozzaglia mancava d'ogni unità d'intento. La fatica di stricare

quel viluppo apparteneva ai giureconsulti; eppure non salsero in

onore, restando confinati nella minutezza delle liti private, mentre le

pubbliche si dibattevano nelle passionate arringhe degli oratori, e si

decidevano per broglio e per forza.

Il lasciare ai vinti gli statuti e le consuetudini natìe era

accortissima politica; ma col moltiplicarsi di quelli crebbe troppo

la disparità della legislazione. Vi rimediavano in parte gli editti

del pretore: ma questi variavano di continuo secondo il senno del

magistrato; a non menzionare le ordinanze dettate dall'arbitrio ingordo

de' proconsoli, dai capricci d'una fazione, dall'entusiasmo per un

capitano vincitore, dalla spada di esso. Le leggi che vietano i brogli,

la venalità degli oratori, il carpire i testamenti, il violentare

libera persona[248], rivelano il vizio, più che non facciano confidare

del rimedio. Una obbliga a menar moglie, una limita le spese de'

banchetti e il numero de' convitati, intanto che nessuna, fin ai tempi

di Cicerone, puniva la frode in generale, nè concedevasi accusa fuorchè

contro i fatti determinati da titoli speciali[249].

A rappresentare l'antica sapienza romana, sapienza di forza e di

conquiste, rimaneva quel senato, cui gli oratori non rifinano di

tributare encomj. Per ovviare le aspirazioni liberali e invigorire la

propria potenza, esso spingea continuamente a guerre esterne sotto

frivoli pretesti; il suo diritto delle genti era tutto a carico de'

nemici; il riposo, l'indipendenza de' popoli non misuravansi che

alla potenza romana, alla quale sola nessun confine avevano posto gli

uomini nè gli Dei. Erettosi arbitro del mondo, giudicò la servitù di

questo necessaria alla sicurezza di Roma; idolo inesorabile, a cui

mostravasi devoto fin a quell'eroismo che si fa ammirare da quanti non

badano al fine: poi nelle cose interne sfasciavasi in brogli e paure e

spirito di fazione e passioni personali ed aristocratiche; impotente a

prevenire il male, operando il bene sol quando v'era trascinato dalla

perseveranza plebea. Intrepido a fronte degli stranieri, a fronte dei

tiranni interni mancava di coraggio; anzi col dimandare l'autorità

dittatoria e col prorogare i comandi educò quegli usurpatori, cui primo

studio era il decimare o deprimere il senato stesso.

Fra un'aristocrazia ristretta, violenta, corrotta; e una popolaglia

viziosamente povera, che aveva sgradite le riforme de' Gracchi perchè

colla possidenza imponeano l'obbligo del lavoro, come poteva prosperare

la repubblica? Tentarono i Gracchi ricostituirla nell'interesse del

popolo; ma credettero alla moralità di questo, e ne furono uccisi.

Lo tentò Silla col rassodare l'aristocrazia; ma questa pure si

trovò talmente sfasciata, che non potè conservare quant'egli le

avea restituito. Cicerone divisò di costituire un terzo stato coi

cavalieri; ma non che opporlo al senato, avrebbe voluto che, chiunque

si segnalava per nobiltà, ricchezza, magistrature, si unisse, e col

nome di ottimati facessero contrasto al popolo basso. Catone, mai non

piegandosi all'attualità, pretendeva che uomini e cose tornassero quali

erano quattro secoli innanzi; e la sua rigidezza noceva non meno che

la flessibilità di Cicerone, perchè in corpo guasto anche il rimedio

torna di danno. Pompeo non riforma se non col rattoppare il passato,

col risuscitare _le due teste della repubblica_, sicchè infuriarono

le risse del fôro, sin a portare alla guerra civile. Immeritevoli del

governo repubblicano, tutti sentivano la necessità de' corrotti, il

riposo nella servitù.

Perchè i due poteri dello Stato si bilanciassero, sarebbe bisognato che

ciascuno si reggesse entro i limiti proprj, cioè osservasse la legge,

sagrificando l'interesse privato al generale. Ma per conseguire ciò

voglionsi o virtù grande o evidenza di vantaggi; mentre qui il rapido

arricchire degli uni colle conquiste, l'impoverire degli altri in

grazia del lavoro servile facea concorrere e aristocrazia e democrazia

alla distruzione comune. Gli autori antichi riversano ogni colpa sul

popolo, i moderni sui grandi, e va ascritta a tutti. Quello, cernito

da cento nazioni soggiogate, che passione doveva prendere per questa

Roma che era stata jeri sua tiranna? I grandi s'erano appassionati dei

Greci, adottandone i costumi, le credenze, la letteratura; e l'orgoglio

che facea respingere un uomo nuovo d'Arpino o di Venosa, accoglieva

all'amicizia il liberto, purchè greco. I cavalieri, appaltatori del

fisco, tenendo relazioni lontanissime, poteano divenire ospiti di

retori e sofisti e storici, accorrenti a Roma per ottenervi una specie

di culto; e costoro non potevano insinuare il patriotismo romano, la

stima delle virtù avite, bensì quell'indifferenza per la cosa pubblica,

che Cicerone rimprovera sì spesso agli ottimati.

I grandi ambivano impieghi, toccava ai poveri il darli: che cosa

aspettarsene se non corruzione e venalità? Il tempo della candidatura

era una specie di fiera popolare, dove le toghe si inchinavano al

sajo popolare. Allora si facea l'amico con tutti, si davano pranzi,

si pagava l'entrata agli spettacoli per intere tribù, si carezzavano i

Ciciruacchio del quartiere, si faceano moine allo schiavo prediletto o

al liberto d'un personaggio influente; non si trascurava il capo d'un

municipio, il priore d'una confraternita di arti; si sapeva a memoria

la carta d'Italia, se ne faceva il giro, si parlava a ciascuno di

quei che oggi chiamiamo interessi di campanile; si metteano in moto le

donne; la mattina, gran cura di vedere il vestibolo pieno di clienti,

e numerarli, e informarsi di quelli che mancassero, e trarseli dietro

al Campo Marzio, e quivi far inchini, stringer mani, salutare tutti a

nome, secondo suggerisse uno schiavo mnemonico.

Ormai sfacciatamente nel mezzo del fôro si piantavano banchi ove

contrattare i suffragi; e i candidati se gli accaparravano non col

far conoscere le virtù o i sentimenti proprj, ma col promettere più

denari, o maggiori distribuzioni di grano, o splendidi giuochi. Durante

i comizj, rincariva l'interesse del denaro fin al doppio. Pompeo comprò

il consolato per Afranio: i senatori si tassarono per comprarlo a

Bibulo[250]. Che non fece Catone per reprimere la corruttibilità de'

ragionieri del tesoro, i quali si valeano della loro pratica e della

noncuranza de' giovani questori per istornare il denaro pubblico? ne

cacciò e processò alcuni; ma in uno di tali processi gli si oppose

Lutazio Catulo, conservatore severo e allora censore, e andò mendicando

l'assoluzione dell'incolpato, fin a indurre il questore Lollio, allora

malato, a farsi portare in lettiga al tribunale per votarvi in pro.

Arrivò che la votazione era già compita, ma i giudici vollero contarlo

egualmente, e il prevenuto fu assolto.

Memmio deferì al senato una convenzione fatta da lui e dal competitore

Domizio coi consoli, ove questi obbligavansi a favorirli nel domandare

il consolato, ed essi a fare attribuir loro le provincie che ambivano;

depositavano quattrocentomila sesterzj, che andrebbero perduti se non

trovassero tre auguri i quali dichiarassero d'essere stati presenti

quando il popolo fece la legge curiata, sebbene mai non fosse stata

proposta; e due consolari i quali attestassero d'avere assistito alla

soscrizione del decreto che assegnava le provincie ad essi consoli,

sebbene l'affare non si fosse tampoco riferito in senato[251]. Tanti

ribaldi in un contratto solo! Spesso con minori complicazioni la

spada del centurione ordinava di eleggere, o il coltello di Milone,

di Clodio, di Dolabella determinava le scelte o toglieva di mezzo i

competitori. E quest'irruzione de' soldati o de' bravacci ne' comizj fu

la conseguenza delle guerre lunghe, e il colpo di grazia alla libertà.

Ma la libertà chi la godeva in Italia? Forse gli schiavi che, in numero

di cento per ogni uom libero, affamavano sulla gleba, irrigata del

loro sudore? forse i clienti servili al patrono? forse i debitori,

che poteano per legge esser fatti a pezzi, e per pietà sepolti nelle

prigioni? Fra' cittadini stessi di pieno diritto, il padre è despoto

sulla vita della moglie e de' figli, che espone o che manda all'incanto

se la cupidigia o le passioni sue lo vogliono. Il padrone trovavasi un

nemico, una spia in ogni schiavo, che poteva o trucidarlo, o andare a

denunziarlo ai giudici. I tribuni eccedono in prepotenze da tiranni,

scomunicano chiunque gli offende, dirupano dalla Tarpea un senatore che

attraversa qualche lor atto. I censori frugano ne' penetrali domestici,

e appongon note, di cui solo i senatori possono chiedere il motivo.

Tale era la libertà de' cittadini perfetti: che dir poi delle

tante gradazioni inferiori? e quale affetto portare a leggi, la cui

protezione non assicurava nè la vita nè l'avere a chi non fosse capace

di tutelarli da sè o per mezzo d'amici? Secondo Cicerone, Sassia,

a cui era stato ucciso il marito, per iscoprire i rei fa porre al

martôro i servi (_tormentis omnibus vehementissimis quæritur_); e

poichè asseriscono di non saper nulla, per quel giorno gli amici, al

cui cospetto si teneva questa domestica investigazione, opinano di

desistere. Dopo qualche intervallo si rimettono alla corda, _nulla vis

tormentorum acerrimorum prætermittur_, tanto che l'aguzzino ne riesce

spossato, e gli astanti dichiarano che sono a sufficienza[252]. È vero

che non si trattava d'uomini, ma di schiavi.

E in generale i giudici non si limitavano ad accertare il senso delle

leggi ed applicarle ai casi particolari, ma si consideravano padroni

della vita e dell'onore dell'imputato. Pertanto il reo ed i suoi amici

compajono in abito di duolo, stringendo la mano dell'uno e dell'altro;

è dovere d'amicizia e pietà di parentela il venire corporazioni

intere, interi municipj a sostenere del loro voto un accusato: se pur

questo non avrà denari quanti bastino a comprare i giudici, giacchè in

proverbio correva, non potersi condannare una buona borsa. L'oratore

non s'industrierà tanto a mostrare l'innocenza del suo cliente, quanto

a chiarirne i meriti antecedenti, e commovere i giudici a favor di

lui, della sua famiglia, de' figlioletti che in bruna veste girano

supplicando[253].

Eppure quello stesso che maggior gloria trasse dal fôro, e che in

qualche accesso di vanità esclamava, — Cedano le armi alla toga», era

costretto confessare che l'eloquenza e le magistrature doveano chinarsi

alla forza; la forza, idolo e ragione di Roma. — Questa (diceva egli),

al popolo nostro eterna gloria produsse; questa gli sottomise il mondo;

questa è il più sicuro modo d'ottenere il consolato»[254].

Lo sentivano gli ambiziosi, e aspiravano a farsi ragione col tumulto

e colla sommossa. Quante rivolte in quest'ultimo periodo! Triumviri

e dittatori danno il diritto, anzi l'obbligo a ciascun cittadino

d'uccidere i proscritti, cioè legalizzano l'assassinio: per contenere

la folla irritata o i compri bravacci, conviene postare soldati attorno

al fôro od alla curia: l'opposizione stessa dei tribuni non tutela più

il popolo colla sola parola sacra, ma Apulejo Saturnino rimove Memmio

dal consolato coll'ucciderlo, indi con un branco di ribaldi rifugge

al Campidoglio; chiamato a scolparsi civilmente nella curia, è ucciso

a sassi egli ed i suoi compagni, e a ludibrio strascinati per la

città[255]. Publio Cornelio Silla, parente del dittatore, è accusato di

due congiure. Antonio imputato di ambito, con una masnada di disertori

e gladiatori sperde i giudici, e si salva[256]. Come avvenisse il

richiamo di Cicerone lo vedemmo; e durante tutto quel tempo i privati

furono protetti non dalla legge ma dalle pareti, le case de' magistrati

cerche con ferro e fuoco, infranti i fasci de' consoli, incendiati

i tempj, feriti i tribuni della plebe. Clodio stesso, nel bel mezzo

del fôro, è inseguito a spada nuda da Marc'Antonio, il quale fin nel

tempio dove si raccoglieva il senato, menava una turba di satelliti,

gli uni colle armi in pugno, gli altri portando lettighe piene di

scudi e di stocchi, lesti alla prima occorrenza. E queste scene ogni

tratto si rinnovavano; e restando esse impunite per la forza de' rei,

gli avvocati pretendevano che tanto meno fossero castigate le colpe

minori[257]. E bene esclamava Cicerone che, non per alcun caso, ma pei

vizj proprj la repubblica era perita: il solo nome ne sopravivea[258].

Era però stata sempre meravigliosa la disciplina dei Romani, appena

si mettessero in campo. Bando allora a dissensioni e partiti; i

Coriolani e gli Emilj, esecrati nel fôro, venivano ciecamente obbediti

da che avevano ottenuto il giuramento militare. Nelle guerre civili

i capitani, ancor più avidi di potenza che di gloria, posero l'animo

a conciliarsi le legioni, a farle amare il campo più che la patria,

più la grandezza del generale che la libertà de' cittadini. Silla

fu il primo, per vaghezza di comando, a carezzare la soldatesca, e

per forza di questa ottenere ciò che un tempo dai voti dei cittadini

s'impetrava. Allora l'esercito, disgiunto dal senato e dal popolo,

costituì una terza potenza, che dava la vittoria a quella a cui

s'accostasse, alla democrazia con Mario, ai nobili con Silla: Crasso,

Pompeo, Cesare aveano abituato l'esercito a credersi il tutto della

repubblica, operare a malgrado e contro di questa; Crasso guerreggiò i

Parti, Cesare i Galli senza decreto del senato o del popolo; Gabinio,

ad onta di questo, andò a ripristinare Tolomeo colle armi, eppure

domandò il trionfo; i triumviri si valsero delle forze della repubblica

a combattere per la propria ambizione. Cesare assale Roma colle armi

vincitrici della Gallia, Pompeo la difende coi vincitori dell'Asia; e

dopo che il primo restò superiore, ogni preminenza dovette omai essere

appoggiata alle armi, e nella costituzione romana non rimasero più che

due poteri, vulgo e soldati.

Compite coll'armi e colla prepotenza, le rivoluzioni succedevansi

rapide, e una sola battaglia le decideva. I demagoghi non avevano ad

accarezzare la plebe, bastando si tenessero amici i soldati; e questi

non curavano il trionfo di un'opinione o d'una causa, ma quello d'un

uomo, non il pubblico bene, ma le sperate ricompense: capitano che

largheggiasse, era il loro dio; mancava alle promesse? volgevansi a

un altro; vinto l'abbandonavano, perchè non poteva satollare la loro

avidità. E il nuovo signore, a cui servizio passavano, non temeva

ponessero ostacolo alle ambizioni sue, perchè li sapeva venuti non per

amore ma per ingordigia, e che da lui riconoscevano od aspettavano ogni

fortuna.

Perite le credenze, le istituzioni, i costumi su cui fondavasi il

patriotismo, suprema virtù romana, sopraviveva la stanchezza di quel

battagliare continuo e improfittevole, a tal punto che la gioventù

rifuggiva dalla milizia[259] sin a mutilarsi per evitarla; una

vigliaccheria irrequieta, una servilità o mascherata od aperta, ma

universale; e la gran folla di coloro che, nelle età di crisi, sentono

la necessità di un cambiamento senza saper come e donde verrà, cercava

negli oracoli, ne' Libri Sibillini, ne' profetici, e dappertutto

trovava indicata una rinnovazione del mondo, una nuova luce effusa

dall'Oriente, un _re_, ma re della pace: sicchè tutti desideravano il

riposo, foss'anche nella servitù.

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) · 第 11 / 25 题