Guerre civili fino all'Impero.
Questo quadro infelice dovette presentarsi agli occhi di Bruto,
non appena, confitto il coltello nel cuore del suo benefattore, la
riflessione sottentrava all'ebbrezza di un'azione atroce, reputata
sublime. Geloso di non dar passo se non secondo la giustizia ossia
la legalità, si fece egli ad esporre al popolo i motivi che l'avevano
indotto all'uccisione: ma lo sgomento si propagò rapidamente dal senato
alle piazze, alle botteghe. I congiurati, traversando in arme la città
col berretto s'una picca, simbolo di libertà[260], schiamazzavano
averla redenta dal tiranno, dal re: ma i cittadini non davano segno di
gradir troppo il regalo dell'aristocratica libertà, onde o fuggivano
spaventati, o profittavano del tumulto per gettarsi al saccheggio,
meta vulgare d'ogni sovvertimento; poi urlavano contro gli assassini.
I congiurati tentarono guadagnarseli a denaro; ma fallendo anche in
questo, dovettero pensare a schermirsi in Campidoglio, circondati da
bravi.
Uccidere un tiranno qual più facile cosa? ma rialzare la repubblica
coi costumi, colle leggi, col governo regolare, qui consisteva la
difficoltà; nè i congiurati n'ebbero il senno o la possa, nè bastava
che Marco Bruto rammemorasse il suo antenato, nè che Decimo Bruto
mettesse in armi i suoi gladiatori. Cicerone, che al par di Bruto
favoriva i privilegiati e i pubblicani, sanguisughe del popolo, e
li difendeva mentre sprezzava la «miserabile e digiuna plebaglia,
sanguisuga dell'erario»[261], non prometteasi nulla dal favor della
piazza, e suggerì lo spediente più opportuno in quel frangente, cioè
di convocare il senato in Campidoglio perchè subito si chiarisse
e prendesse partito sulla circostanza[262]: ma Bruto, che non avea
provato scrupolo ad uccider Cesare, l'ebbe a radunare la curia senza
le formalità: rimandò anzi dal Campidoglio molti personaggi venuti a
raggiungerlo, dicendo non doveano rimanere a parte del pericolo quelli
che non erano stati del fatto; impediva di perseguitare o derubare
chicchessia, volendo condurre una di quelle rivoluzioni che onorano chi
le fa, ma ne diroccano la causa.
Intanto nei patrizj e nei senatori svampava il primo fervore: quei
tanti che nell'esitanza hanno bisogno di una spinta, si lasciavano
allettare dagli amici di Cesare, di cui la morte parve espiare i
torti e ingrandire i benefizj; tanti veterani, venuti per accompagnar
Cesare alla guerra de' Parti, a pena si rattenevano dal vendicarlo:
il popolo ne ricantava le lodi, le nazioni nelle diverse lor lingue
lo deploravano, e per molte notti gli Ebrei continuarono a farne
lamento[263]: Virgilio lo pianse nell'egloga di Dafni, Varo in un poema
epico: narraronsi portenti che aveano preconizzato e seguìto la sua
morte, si consultarono oracoli, e un gemito universale si sollevò in
teatro a quel verso d'una tragedia di Pacuvio, _Io li salvai perchè a
me desser morte_. Ah! il mondo non prendeasi briga de' privilegi del
senato e de' lucri dei cavalieri; avea bisogno di pace; Cesare gliela
dava, il coltello de' congiurati gliela rapiva.
Soffiava in quelle faville Marc'Antonio console, ben lontano dall'esser
tocco, come Bruto sperava, dalla generosità con cui gli fu salva la
vita. Accordatosi con Emilio Lepido, altro amico di Cesare, e tratta
nel Campo Marzio una legione, convocò il senato perchè proferisse se
Cesare fosse stato tiranno o legittimo magistrato, e quindi la sua
morte liberazione o parricidio. Decisione di gravissime conseguenze,
che nel presente scombuglio si trovò prudenza l'eludere col bandire
generale amnistia e nel tempo stesso ratificare quanto Cesare aveva
operato. In conseguenza i congiurati avendo ricevuto ostaggi, scesero
dal Campidoglio; Bruto cenò da Lepido, da Antonio cenò Cassio, che
domandato per celia dall'ospite se non portasse qualche pugnale
nascosto, — Ne porto uno (rispose) per chi mirasse alla tirannide».
Dovette il motto punger nel vivo Antonio che vi aspirava, come
v'aspiravano e Lepido e Decimo Bruto, frenati solo da reciproco timore.
Antonio fè leggere in pubblico il testamento di Cesare, il quale
chiamava eredi Ottaviano, Pinario e Quinto Pedio suoi pronipoti; al
popolo romano lasciava i sei giardini in Trastevere, e tremila sesterzj
per ciascun cittadino; giusta l'usanza, varj legati e benevoli ricordi
agli amici, fra i quali contava i proprj uccisori. E questo era il
tiranno! e che di più si voleva per eccitare la furia del popolo?
Quando poi Antonio espose la lacera toga e l'effigie in cera del
dittatore, con tutte le ferite ricevute (44), d'ogni parte
e in varie favelle si urlò vendetta, sul rogo i veterani gettarono le
ricompense ottenutene in campo, le dame i giojelli; il vulgo ne tolse i
tizzoni da avventare alle case degli assassini, e fece sangue; e avendo
il senato ascritto Giulio fra gli Dei, se ne ammirò il nume in una
stella apparsa in quel tempo (_Julium sidus_).
Con tali dimostrazioni e col protestare vendicherebbe Cesare se non
si sentisse rattenuto dal decreto del senato, Antonio recò ombra agli
amatori della quiete; onde accortosi d'aver levato la maschera troppo
tosto, indietreggiò, punì di sommaria morte i promotori del tumulto, al
senato promise ristabilire la calma, e propose che al figlio di Pompeo,
rifuggito ne' Celtiberi, si rendessero la patria e un compenso pei beni
confiscati, e s'affidassero tutte le forze navali della repubblica.
Il nome di Pompeo rimanea sempre caro al senato, non foss'altro per
opposizione: onde Antonio n'è levato a cielo; e fingendosi insidiato da
coloro che avea repressi, si cinge di numeroso satellizio; fa decretare
abolita la dittatura per togliere il timore ch'egli v'aspiri; ma a nome
di Cesare estinto, procede più a fidanza che questi non avesse fatto
vivo, cava fuori patenti già firmate da esso, che nominavano senatori,
colle quali, e col far a Lepido attribuire il sommo pontificato,
assicurasi potenti amici, e s'appoggia alla pretesa volontà di Cesare,
il quale così continuava a regnare postumo.
Il popolo intanto chiedeva a incessanti voci, — Bruto, Bruto». Era
entusiasmo d'ammirazione? era furor di vendetta? no: come pretore
egli doveva dare pubblici giuochi, e il buon popolo non voleva esserne
fraudato; ma Bruto, non affidandosi di tornare in città, mandò fiere ed
artisti per sollazzo del buon popolo, il quale lo ammirò e applaudì. A
lui Cesare prima di morire aveva assegnato il governo della Macedonia,
della Siria a Cassio, a Cajo Tribonio dell'Asia, a Cimbro della
Bitinia, della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto: ma tutti si fermarono
in vicinanza di Roma per tener d'occhio Antonio, le cui intenzioni
divenivano più sempre sospette.
Costui, allevato nei campi e a sbevazzare e motteggiare alla
soldatesca, nelle guerre d'Oriente contrasse gusti asiatici,
un'eloquenza pomposa, pomposo vivere; ingordo de' piaceri e del
denaro che li procura, avaro e prodigo a sbalzi, infedele pagatore.
Cesare se l'era tenuto caro come buona spada, ed onorando in esso
i veterani, quando tornò di Spagna sel tolse nel proprio carro di
trionfo. Ma troppo egli distava dal genio, e più ancora dall'umanità
del suo generale, del quale null'altro che la spada era capace di
raccorre. Accedendo ora ai Pompejani, ora al popolo, or al senato, nè
degli uni nè degli altri otteneva la fiducia; e col castigare alcuni
veterani tumultuanti, col negar denaro agli altri, si avversò anche
que' legionarj, che volentieri avrebbero posto sul trono e sull'altare
questo loro commilitone.
Meglio del preteso discendente di Ercole sapeva le vie il giovinetto
Ottaviano, nato da Cajo Ottavio persona nuova, e da Accia figlia della
sorella di Cesare, il quale lo adottò, e testando il costituì erede
per due terzi, sotto la tutela di Decimo Bruto. Zoppicante, sempre a
decozione di lattuche e poma per mal di nervi e di fegato, timido a
segno che scrivea sin quello che avesse a dire a sua moglie, sì fievole
di voce che al popolo non potea parlare che per via d'un araldo; per
quanto Cesare avesse tentato avvezzarlo agli accampamenti, ora la
madre, ora la malsanìa l'aveano rattenuto da tutte le spedizioni; poi
i soldati si ricordavano d'averlo fischiato allorchè in Sicilia voltò
le spalle; i nobili gli rinfacciavano l'avo materno africano, la madre
che girava una macina ad Aricia, il padre che rimestava la farina con
mano imbrunita dal denaro che maneggiava come usurajo[264]. D'altra
parte i suoi benevoli gli suggerivano: — L'eredità dello zio che cosa
ti porta? l'obbligo di vendicarlo; e se fallisci, la morte. I denari di
casa se gli ha presi Antonio: quand'anche tu li ricuperassi, basteranno
a pagare i generosi lasciti, a comprarti partigiani, a gratificarti
le legioni? E però fa a modo; non t'avventurare, e lascia deserta
l'eredità».
Ma Ottaviano a diciott'anni possedea l'audacia politica, tanto diversa
da quella dei campi; sapeva persistere, variar partiti, esser crudele
o magnanimo, leale od ipocrito: onde risolse tentare sua ventura.
Aderendo all'eredità del dittatore, assunse il nome di Cajo Giulio
Cesare Ottaviano; osò un delitto capitale, intercettando il tributo
delle provincie d'oltremare, e così ebbe il denaro che fa tutto.
Come s'avviò a Roma, i veterani di Cesare lo portavano in trionfo,
accorreano amici, magistrati, uffiziali: solo Antonio non si mosse; e
Ottaviano, non che mostrarsene offeso, — Tocca a me (disse), giovane
e privato, l'andare a salutar lui, in tal carica e più maturo». Fatto
aspettare, non s'inquieta; introdotto, profonde grazie al console delle
onoranze rendute allo ucciso zio: ma al tempo stesso, per pagare i
legati, gliene ridomanda il denaro; e perchè Antonio lo mena a belle
parole, e' vende case, terre, tutto il proprio patrimonio, dichiarando
accettava l'eredità soltanto per non defraudare tante famiglie dei
pingui lasciti dello zio: e così versa tant'odio sopra Antonio, quanto
amore a sè procaccia.
E già i rancori trapelano: Ottaviano scredita Antonio quasi perfidiasse
alle intenzioni ed alla causa di Cesare; Antonio taccia l'altro
di garzone temerario, imprudente, sedizioso: Ottaviano, per quanto
desiderasse vendicare il prozio, non soffriva di vedere Antonio a capo
d'un partito che il potesse rendere arbitro della repubblica; Antonio,
fingendosi vindice di Cesare per ingrazianire il popolo e i soldati,
agognava al poter sovrano. I senatori che favorivano i congiurati
come restauratori della prisca libertà, ridevano di que' dissensi che
fiaccherebbero i Cesariani.
Bruto, alzando il pugnale con cui avea trafitto Cesare, aveva
esclamato: — Eccoti, o Cicerone, vendicata la repubblica», quasi
volesse acquistar credito col mostrarsi appoggiato dal voto
dell'uccisore di Catilina; ma in fatto temendo che o pavido guastasse
o presuntuoso volesse dirigere, nulla si era comunicato della congiura
a Cicerone. Questi, che sì pomposamente avea magnificato la clemenza
di Cesare, e assicuratolo che nessun mai oserebbe attentare alla vita
di lui, o tutti i petti de' senatori gli sarebbero di scudo[265], or
ripetutamente querelasi di non essere stato convitato al _bellissimo
banchetto_ degli idi di marzo, massime perchè avrebbe persuaso a
tôr di mezzo anche Antonio[266], contro del quale allora scrisse
le Filippiche; professava aver esultato nel vedere quell'uccisione
in senato[267]; ma una rivoluzione non preparata, non condotta da
lui andavagli poco a garbo, e colla solita oscillazione non tardò
a mostrarsene nojato, e dire: — L'albero è abbattuto, sussistono le
radici». Come poi Ottaviano andò in villa a fargli visita e lo chiamò
padre, egli ne sposò a fronte aperta la causa, disse che i congiurati
avevano finito con coraggio d'eroi un'impresa da fanciulli, e per
avversione ad Antonio si diede a sorreggere il giovane, e in senato
diceva: — Prometto, assicuro, garantisco che Ottaviano sarà sempre
tal cittadino, quale oggi è, e quale la patria il desidera»[268].
Bruto ne mosse querela, e — Non è un padrone che Tullio tema, ma un
padrone che non lo careggi; mentre gli avi non soffrivano la servitù,
comunque dolce»; e gli scriveva: — Tu, scalzando Antonio, non tendi che
a consolidare Ottaviano: aborrisci la guerra civile, e non una pace
infame»; e ad Attico: — L'eminente ingegno di Tullio come posso io
stimarlo, se così poco seppe mettere in pratica ciò che aveva scritto
a proposito della libertà della patria, del vero onore, della morte
e dell'esiglio? morte, esiglio, povertà, pajono gran mali a Tullio; e
purchè egli abbia il suo desiderio, e si veda riverito e lodato, non
teme una servitù onorata, quasi l'onore potesse conciliarsi con cosa
tanto infame com'è la servitù . . . Quanto a me, non ho risolto se
farò guerra o manterrò la pace: ma o l'una o l'altra, servo non sarò
giammai»[269].
Evitare la guerra civile più non stava in lui. (43)
Ottaviano, raccolti nella Campania diecimila veterani, e accostatosi
a Roma sotto ombra di proteggerla dal console ambizioso, vi entrò
colla permissione del popolo; e persuadente Cicerone, il senato
gli decretò una statua, e di poter salire console dieci anni prima
dell'età. Antonio, a capo d'altri fazionieri, si spinse nella Gallia
Cisalpina per toglierla a Decimo Bruto, adducendo che sconveniva il
lasciarla a un uccisore di Cesare, ma in fatto perchè sentiva quanto
fosse importante quel paese, donde congiuntosi a Lepido governatore
della Narbonese, e a Planco della Gallia Transalpina, si volterebbe
a minacciar Roma; e assediò il proconsole in Modena «fortissima e
splendidissima colonia del popolo romano»[270].
Il senato, che, come tutti gli atti di Cesare, aveva confermato quel
comando a Decimo Bruto, guardò quest'impresa per un atto ostile,
e dall'animosità di Cicerone, che esagerava e i vizj privati e
l'ambizione di Antonio, e mostrava codardo e pericoloso qualunque
tentativo di conciliazione, si lasciò spingere a troncare ogni accordo,
chiarir nemici il console Antonio e il collega Dolabella creatura di
lui, che in Asia aveva ucciso Cajo Tribonio, uno de' congiurati, ed
affidare la punizione del primo ad Ottaviano, dell'altro a Marco Bruto
e Cassio.
Adunque si bandiva guerra a cittadini romani, e si promoveva il futuro
tiranno della patria in nome della libertà: di questa mostravasi
infervorato Cicerone (43), che con eloquenza fatta
inesauribile dal nuovo pericolo, quattordici Filippiche animò d'ira e
di patriotismo[271]; di questa il senato; di questa tutti in parole,
nessuno in effetti.
Fortuna fu per Ottaviano che, garzone, anzi fanciullo come Cicerone
lo intitolava, nessun'ombra desse ai senatori, ai quali porgevasi
sommesso, nè al popolo, di cui professava tutelare i diritti; i diritti
cioè alle largizioni e ai testamenti, mentre ne invadeva i più sodi
e reali. Il senato adunque se ne volea servire come d'una bandiera,
che poi getterebbe a terra appena cessato di giovarsene: i soldati
stessi presero a volergli bene quantunque timido, quasi compiacendosi
di vedersi a lui necessarj. Egli si mostrava docile ad ogni cenno dei
nuovi consoli Irzio e Pansa (27 aprile) nella spedizione
della Gallia Cisalpina, ove tra Bologna e Modena sconfisse il prode
Antonio, e la morte de' due consoli (talmente opportuna, che gli fu
imputata) diedegli in mano le legioni, quindi il merito della vittoria
e il titolo d'imperatore; e il vulgo ad applaudire a lui e a Cicerone,
quali restitutori della libertà. Antonio ebbe però tempo di prendere la
via delle Alpi, presentissimo com'era ne' disastri; persuase, sedusse,
incoraggi; trasse a sè Lepido, che pur seguitava a protestarsi devoto
alla libertà e alla pace; e ventitre legioni e diecimila cavalli
incamminò verso l'Italia.
È sempre grande il numero di quelli che ne' capi desiderano la
debolezza per poterli dominare. Come Ottaviano cessò di parere
insufficiente, molti intravvidero le sue ambizioni, e come fosse
necessario che chiunque odiava Cesare e i suoi divisamenti si
stringesse ad una sola bandiera per impedire che altri gli attuasse.
Pertanto, dimenticatine l'orgoglio e i trasporti, Antonio fu
considerato come tutore della buona causa, e gli aristocratici negarono
ad Ottaviano l'ovazione ed il consolato. Ma egli diffidando delle
coloro interessate blandizie, erasi posto in grado di farne senza e
riuscire per forza. Lamentandosi dunque che il senato favorisse agli
assassini di suo padre, e tentasse distruggere un dopo l'altro i capi
degli eserciti, scrive amicamente a Lepido, Planco e Asinio Pollione;
rinvia ad Antonio varj uffiziali, fattigli prigionieri nell'ultima
battaglia; e — Venga, venga al più presto, e messa una pietra sul
passato, umilieremo insieme i nemici comuni; io col grosso esercito
parteggerò seco, affinchè gli amici di mio padre non siano distrutti
da' suoi assassini». Pensava insomma abbattere i repubblicani col mezzo
di que' soldati, salvo poi a disfarsi di questi.
Andato fin a Bologna incontro ad Antonio e Lepido, combinò con essi
per cinque anni un nuovo _triumvirato per ristabilire la repubblica_
(ottobre), in memoria di ciò fondando la colonia di Concordia
ne' Veneti; e senza consultare senato o popolo, fra sè spartirono
le provincie, conservando indivisa l'Italia. Ottaviano, a capo
dell'esercito, passa il Rubicone, entra in Roma, occupa il tesoro, e si
fa dichiarar console a voti unanimi: e subito processa i congiurati, e
inascoltati li condanna a perpetuo bando e alla confisca.
I repubblicanti eransi invigoriti in Oriente, ed era convenuto
che Antonio e Ottaviano andrebbero a osteggiarli, mentre Lepido
custodirebbe l'Italia; ma prima di movere ad opprimerli, bisognava
non lasciare nemici in casa, nè aperti nè nascosti. Già Decimo
Bruto, abbandonato dai soldati, era stato tradito da Antonio, che
il mandò a morte. I triumviri promisero che ciascun legionario, al
fine della guerra, toccherebbe cinquemila dramme, ciascun centurione
venticinquemila, ciascun tribuno il doppio; verrebbero distribuiti
in diciotto delle migliori città d'Italia, snidandone i prischi
possessori, fra le quali Reggio, Capua, Venosa, Nocera, Benevento,
Rimini, Mantova, Cremona.
Queste erano promesse: ma i soldati, ricordando Silla, e riprovando
la mansuetudine di Cesare, invocavano oro e sangue; sangue e oro
spasimavano i triumviri: onde, col pretesto di vendicare il dittatore
sopra la faziosa nobiltà, proscrissero trecento senatori e duemila
cavalieri, e spedirono a Roma alcune masnade col seguente decreto:
— Lepido, Antonio, Ottaviano, eletti triumviri a ripristinar la
repubblica, fanno sapere: se ai benefizj non si fosse risposto
coll'odio poi colle insidie, se quei che Cesare avea salvi e premiati
non lo avessero ucciso, noi pure vorremmo dimenticar le ingiurie di
coloro che ci dissero nemici della patria: ma chiariti che la costoro
malignità non può esser vinta, volemmo prevenirli, e non lasciar nemici
qua, mentre oltremare combattiamo i parricidi. Ma più clementi di
Silla, non colpiremo le moltitudini, nè tutti i ricchi e dignitarj,
ma solo i più iniqui; e perchè la licenza militare non confonda
gl'innocenti coi rei, qui divisiamo le persone da colpire. Sia dunque
colla buona ventura. Dei proscritti nessuno sia ricoverato nelle
case. Le loro teste ci sieno portate; e per ciascuna i liberi avranno
centomila sesterzj, i servi quarantamila e la libertà e i diritti
di cittadinanza. Egual premio ai rivelatori; e i nomi resteranno
segreti»[272].
Prima apparvero centrenta nomi, e subito la città fu riempita di sangue
e di costernazione: poi altri cencinquanta furono designati, poi altri.
L'esser ricco o sospetto di parteggiare coi congiurati bastava per
meritare la morte; fellonia il salvarne uno, merito il tradirlo; e
abbominandi esempj si videro di conculcata pietà domestica, di violate
amicizie, di clienti e schiavi che godevano vedersi ai piedi uomini
consolari, patroni e signori, chiedenti pietà, e poterla ad essi
negare. Una donna fa proscrivere il marito per isposarne un altro. Uno
assumeva il vestimento virile colla consueta festività, allorchè sulle
tavole si legge il nome di lui; e detto fatto il corteggio l'abbandona,
sua madre gli chiude la porta in faccia: riparatosi ai campi, è preso
da alcuni padroni di schiavi, e messo a tali fatiche, ch'e' preferisce
recare il suo capo ai manigoldi. Un pretore, mentre sollecita suffragi
per suo figlio, vede il proprio nome sulle tavole, onde ricovera
presso un amico: ma il figlio stesso vi conduce i satelliti, e n'è
ricompensato coll'eredità. Un altro assalito, implora un sol momento
per mandare suo figlio a chiedere pietà da Antonio, di cui era grande
amico; — Ma se è lui appunto che ti ha denunziato», gli si risponde.
Di rimpatto Cajo Geta salvò il padre dando voce fosse stato ucciso, e
spendendo ogni ben suo nell'esequiarlo.
Ad Anzio, Apulejo, Antistio, Tito Vinio, Quinto Vipsallione e ad altri
recò salvezza la coraggiosa fedeltà delle mogli. Acilio fu tradito
dai servi, ma la donna sua il ricomprò dando tutte le gioje: dando
l'onestà ricomprò il suo la moglie del senatore Caponio, vagheggiata
già da un pezzo da Antonio. Quella di Quinto Ligario, visto il marito
consegnato dagli schiavi e decollato, dichiarò ai triumviri d'averlo
tenuto nascosto, e perciò meritato il supplizio; e negatole per quanto
buttasse loro in volto la crudeltà, si lasciò morir di fame.
Gli schiavi di Menejo e di Appio si posero nel letto dei padroni,
lasciandosi trucidare invece di questi (43): altri vestiti
da littori accompagnarono Pomponio, che, fingendosi un pretore mandato
in provincia, salvossi in Sicilia: altri con Irzio, Apulejo ed Arunzio
opposero forza a forza: Papio, sannita ottagenario, si bruciò colla
propria casa: alcuni colle spade s'aprirono il passo fin al mare. Un
fanciullo, mentre andava a scuola col precettore, è arrestato da'
sicarj, e il precettore si fa uccidere difendendolo. Uno, fatto da
Restio bollare in fronte per fuggiasco, venne al nascosto padrone,
e poichè lo vide pauroso d'esserne tradito, — Pensate voi (disse)
che il marchio mi stia fisso sulla fronte più che nel cuore i favori
ricevuti?» e ridottolo in salvo, più giorni il mantenne delle sue
fatiche; poi vedendo i sicarj ronzare in quel dintorno, piomba sopra
un passeggiero, gli mozza il capo, e recandolo a quei cagnotti,
ed accennando le cicatrici della propria fronte, dice: — Eccomi
vendicato», lasciando credere avesse ucciso il padrone, il quale
dall'inumana gratitudine campato, potè giungere al mare.
Non era furor di partiti quella proscrizione, non ispirata da
alto scopo, ma puramente per denaro e basse passioni. I triumviri
sacrificarono l'un all'altro un particolare amico, onde farsi
abbandonare i particolari nemici. Lepido tradì agli sgozzatori il
proprio fratello Emilio Paolo. Ottaviano, per veder morto Lucio Cesare
zio di Antonio, permise a questo di sfogare il lungo astio contro
Cicerone; ma Giulia, madre di Antonio, salvò Lucio Cesare ponendosi
avanti alla camera ove l'avea nascosto, e gridando ai soldati: — Non
giungerete a lui che uccidendo me, me madre del vostro generale»; poi
corsa al tribunale, ove suo figlio sedeva colle teste sanguinose da un
lato, e in mano l'oro da pagarle, gli intimò che o salvasse lo zio, od
uccidesse lei pure, rea d'averlo campato.
Cicerone, (43) udito nella villa di Tusculo la condanna
propria e del fratello Quinto, pensò camparsi con questo in Macedonia
presso i repubblicanti. Ma Quinto non era uscito ancora di casa quando
i satelliti sopravvennero, che cercatolo invano, presero suo figlio, e
lo torturavano perchè rivelasse il nascondiglio paterno. Il giovinetto
non parlava: ma le grida strappategli dal tormento straziavano il
padre, che si consegnò per risparmiare il magnanimo figliuolo. I
manigoldi li uccisero entrambi, uno perchè proscritto, l'altro perchè
disobbediente.
Cicerone era riuscito ad imbarcarsi: ma poi, o dubbioso o timido o
confidando più in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui
abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e riprese la via di
Roma: poi esitando fra diverse paure, ripiegò verso il mare, (7 xbre) ondeggiando fra l'idea d'uccidersi, di affidarsi ad Ottaviano,
o di rifuggire in un tempio. Intanto sopraggiunto presso Formia da
una banda, guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Popilio
Lena, che altre volte egli aveva difeso di parricidio, fu indicato
dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll'armi, ma
egli: — No, obbediamo al destino; non si versi sangue più di quello
che i numi dimandano»; e senza frasi, e col coraggio che fu l'ultima e
la men rara virtù de' Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a
Popilio: — Qua, veterano; mostra come sai ferire».
Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo, che,
vivo lui, non credea potersi dire sicuro della tirannide, esclamò:
— Ecco finite le proscrizioni; deponete ormai la tema, o Romani»;
contemplò con selvaggia compiacenza quel teschio, poi l'inviò a Fulvia
moglie sua, già moglie di Clodio. Costei avea chiesto ad Antonio il
capo d'uno che ricusò venderle la propria casa; e ottenutolo, il fece
configgere sulla casa stessa, acciocchè niuno ne ignorasse il vero
reato. Veduto lo spento viso di Cicerone, atrocemente schernì il nemico
de' suoi mariti, e ne traforò la lingua con uno spillone; indi quel
teschio e la mano furono collocati sulla ringhiera, donde egli avea le
tante volte strascinato la volontà della moltitudine.
Accanto, qual altra destra è confitta? quella di Verre: l'accusato
presso l'accusatore in quella terribile eguaglianza che i padri nostri
hanno spesso veduta nella Rivoluzione francese. Esulato ventiquattro
anni, Verre profittò dell'amnistia di Cesare per tornare: Antonio il
richiese di certi vasi corintj, strascico degli antichi latrocinj;
avutone rifiuto, lo scriveva sulle tavole, e uno scellerato puniva
scelleraggini contro cui si era spuntata la legge.
Benchè in quella proscrizione, atroce più dell'altre, fosse perfino
ordinato di gioire delle commesse crudeltà, Cicerone fu pianto dai
senatori e dal popolo: Antonio stesso, per una spietata riparazione,
consegnò il liberto delatore a Sempronia vedova di esso, la quale,
dopo squisiti tormenti, lo obbligò a recidersi da se stesso brani della
propria carne, cuocerli e mangiarseli. Ottaviano dovette sentirne, se
non rimorso, indelebile vergogna: nessuno osava con lui nominarlo;
Orazio, lodatore universale, non fa pur motto di Cicerone; Virgilio
rammentando le glorie romane, cede alla Grecia il vanto di perorar le
cause meglio. Un nipote di Ottaviano, sorpreso un giorno da questo
colle opere di Tullio alla mano, tentò nasconderle; ma egli, preso
il libro e scorse alquante pagine, glielo restituì dicendo: — Fu
grand'uomo ed amante la patria».
Queste dimostrazioni dell'insolente Antonio e dell'atroce Ottaviano
erano tributi resi all'opinione pubblica, le cui grida obbligarono
gl'inumani triumviri a punire due schiavi traditori dei loro padroni, e
premiare uno che avea salvato il suo. Molti proscritti furono protetti
dalla plebe: Oppio, che avea portato suo padre in ispalla fin allo
stretto ove imbarcarlo per la Sicilia, fu revocato, ed essendo concorso
all'edilità, il popolo si esibì a sostenere le spese degli spettacoli
che quella carica portava, e gli offerse quanto dodici volte il valore
dei beni confiscatigli.
Se dunque a tale abisso di mali potea sperarsi riparo, se una dottrina
doveva redimere l'immensa corruzione romana, non era ad aspettarsi dai
palagi o dalle scuole, non dal coltello d'aristocratici, ma dal vulgo,
dagl'ignoranti, dai poveri di spirito; e di là sonò.
Que' territoristi s'inebbriavano nel delitto; ed i loro guerrieri,
dalla strage e dal saccheggio irritati al saccheggio e alla strage,
ardirono fin chiedere ad Ottaviano i beni di sua madre, morta allora.
Ma la proscrizione, il rapire quant'oro od argento si trovasse monetato
o in vasi, e le somme deposte nelle sacre mani delle Vestali, non
aveano prodotto gli ottocento milioni di sesterzj, occorrenti alle
spese della guerra: onde i triumviri imposero una contribuzione a mille
quattrocento delle più ricche dame, parenti de' proscritti. Esse non
tralasciarono via alcuna per esimersene: da ultimo si presentarono
al tribunale de' triumviri, dove Ortensia, figliuola dell'oratore, a
nome di tutte espose quanto fosse iniquo l'avvilupparle nella colpa
dei parenti e nelle civili dissensioni, fra le quali nè Mario nè
Pompeo nè Cesare avevanle obbligate a patteggiare; e — Ben seppero
le donne offrir altre volte i loro giojelli per salvare la patria da
Annibale; ma ora sovrastano forse i Parti? forse i Galli? E son queste
le guise con cui voi aspirate al titolo glorioso di riformatori della
repubblica?»
A quella sicurezza di ragioni i triumviri opposero la forza de'
littori: ma il popolo fremette all'indegnità, sostenne le donne; la
multa fu applicata a sole quattrocento, alle altre surrogando centomila
uomini, tassati smisuratamente. Gli esattori armati trascorsero a tali
violenze, che i triumviri dovettero imporre al console di reprimerle:
ma questo, nulla osando contro i terribili legionarj, s'accontentò di
far crocifiggere qualche schiavo.
Satolli di sangue e d'oro, i triumviri raccolsero i senatori
sopravissuti, e dichiararono finita la proscrizione: solo Ottaviano,
cui il titolo di vindice di Cesare esimeva dalla compassione,
dall'umanità la vigliaccheria, dichiarò riserbavasi di punire
qualc'altro. Poi, senza domandarne il popolo, designarono i consoli per
l'anno vegnente, pretori e edili per molto tempo, acciocchè, assenti
loro, queste cariche non sortissero a persone mal affette. Ripartitosi
l'oro e i soldati, e lasciando a Roma Lepido come console, Ottaviano
mosse per Brindisi, Antonio per Reggio, affine di recare in Oriente
l'ordine e la pace che avevano in Italia stabilita.
In Oriente dunque tornavasi a competere la dominazione del mondo,
come già tra Cesare e Pompeo. Cassio e Bruto, non secondati dal
popolo romano, s'erano ricoverati ad Anzio, e il senato, volendo pure
appoggiarli, (44) affidò loro la commissione di mandar biade
alla città, Bruto dall'Asia, Cassio dalla Sicilia; il che porgeva
loro un mezzo di amicarsi i governatori delle provincie, e di poter
raccogliere navi. Ma attraversati dai fautori d'Ottaviano, passarono
in Grecia; e Bruto staccatosi da Porzia, la quale virilmente sopportò
anche quel dolore[273], approdò ad Atene.
Classica era colà l'ammirazione dei tirannicidi, onde fu accolto con
gran festa; ebbe una statua fra quelle d'Armodio ed Aristogitone; si
deliziava alle scuole dei filosofi, e cattivavasi la gioventù romana
che vi stava a studio. Trasse dalla sua l'esercito di Macedonia
(44); fece leve per tutte le città di Grecia, che a molti
Romani scontenti aveano aperto ricovero; s'appropriò i tributi spediti
dall'Asia, e le armi adunate da Cesare in Tessaglia contro i Parti; e
colle diserzioni e colle reliquie de' Pompejani ingrossato l'esercito,
lo confortò con qualche vittoria. In una di queste, avuto prigioniero
Cajo Antonio fratello del suo nemico, non che ucciderlo come il
consigliavano Cicerone e la prudenza, l'onorò, e quando s'accorse
ch'e' macchinava nel campo, non fece che metterlo in custodia sopra
un vascello; e sol dopo udita la morte di Cicerone, permise che
l'irrequieto venisse ucciso. Ai legionarj sediziosi perdonò, sebbene
stesse ancora nel forte del pericolo. Chiesto di venire a patti con
Ottaviano, rispondeva: — Gli Dei mi tolgano ogni cosa, prima della
ferma risoluzione di non concedere all'erede di quel che uccisi ciò che
non comportai in questo, e che non comporterei tampoco in mio padre se
rivivesse; d'avere, per la sofferenza mia, maggior potenza che le leggi
ed il senato».
Affidato dai primi successi, il senato (43) decretò a Bruto
la Macedonia, l'Illiria e la Grecia come a proconsole, facendo autorità
a lui ed a Cassio di valersi del denaro pubblico, e farsi assistere
dalle provincie e dagli alleati. Cassio, passato nell'Asia, mosse
contro Dolabella, che a malgrado del senato aveva dal popolo ottenuta
la Siria, e che assediato in Laodicea, si fece uccidere con alcuni
primarj uffiziali; gli altri ebbero da Cassio perdono, compassione gli
estinti; la città fu posta a sacco e a taglia, la Siria in soggezione.
Questi due repubblicanti adunque fuggiti ignudi da Roma, trovavansi in
obbedienza estese provincie, venti legioni, e poteano tener testa ai
triumviri: tanto più che Sesto Pompeo, uscito dal suo nascondiglio,
erasi fatto capo di pirati, e coll'autorità del senato s'impadroniva
delle isole.
Ma come condurre una rivoluzione senza crudeltà? Cassio, per mantenere
l'esercito o punire avversarj, mandò ad uccidere Ariobarzane re di
Cappadocia, e tassò enormemente quel regno; a Tarso impose mille
cinquecento talenti, raccogliendoli dal vendere i terreni pubblici,
gli ornamenti del tempio, poi i fanciulli, le donne, i vecchi, persino
garzoni atti alle armi. Da Rodi, vinta più volte, in fine presa, gli fu
esibito il titolo di re, ch'egli sdegnosamente rifiutò, dicendo esser
anzi suo assunto di distruggere i re ed i tiranni: e cinquanta primarj
cittadini mandò a morte, altri all'esiglio, tutto il paese a ruba:
infine obbligò tutte le provincie d'Asia ad anticipare il tributo di
dieci anni.
Intanto Bruto invase la Licia che gli aveva negato soccorsi, e assediò
Xanto, ove il fior del paese ricusava ogni accomodamento proposto da
lui, benchè egli avesse persin rilasciati senza riscatto i prigionieri.
La città fortissima con eroica ostinazione si difese; e quando i Romani
penetrarono di forza, gli abitanti appiccarono il fuoco, trucidarono
donne, fanciulli, schiavi, poi si avventarono nelle fiamme. Bruto,
promettendo un regalo a chiunque salvasse uno Xantio, non campò che
alquanti schiavi e donne le quali non avessero un marito da ucciderle.
Poi coll'esempio di Xanto e colle cortesie tentò indurre la città di
Pàtara alla sua amicizia, esibendo anche cederle i cittadini presi
di quella: ricusato, cominciò a mettere gli Xantj all'incanto, ma
non gli reggendo il cuore di condannare a perpetua servitù così prodi
guerrieri, li restituì in libertà. Avendo poi i suoi corridori côlte
alcune donne pataresi, le rimandò senz'altro; ond'esse persuasero i
cittadini a sottomettersi.
Dalla Licia Bruto entrò nella Jonia e fece scannare il retore Teodoto,
che si vantava consigliatore della morte di Pompeo. A Sardi si
ricongiunse con Cassio; nè gli dissimulò il suo scontento, perocchè,
mentre egli volea mantenere stretta giustizia, l'altro vi sorpassava
ogniqualvolta convenisse, chiudeva gli occhi sulle iniquità dei suoi
amici. — Neppur Cesare opprimeva nessuno (dicea Bruto), ma era reo
di proteggere gli oppressori. Che se mai fosse permesso mancare alla
giustizia, tornerebbe meglio soffrire le iniquità de' fautori di
Cesare, che permetterle agli amici nostri».
Quell'anima generosamente illusa, quanto dovea soffrire a queste
vessazioni, o allorchè i soldati suoi lo costringevano ad uccidere
qualche turbolento, o nel contemplare gli orrori d'una guerra civile
nascere da un fatto ch'egli reputava non solo glorioso, ma giusto,
e che si protestava pronto a rinnovare! Dalla stomachevole realtà
rifuggiva nell'ideale dello stoicismo; ma l'immaginazione perturbata
gli presentava fantasmi e il maligno suo genio che minacciava disastri:
onde, comunque il confortasse o lo deridesse l'epicureo Cassio, egli
pieno di apprensioni per la patria, per gli amici, per la causa,
sentendo avere sacrificato l'umanità, la gratitudine, fin la coscienza,
invocava la fine d'una lotta, a cui non reggeva il suo vigore di
filosofo e di cittadino.
I due capi repubblicani sentivano che solo in Italia potea difendersi
la causa italiana: laonde, padroni delle provincie d'Oriente
dall'Olimpo all'Eufrate, risolsero farsi incontro ad Antonio ed
Ottaviano (42); e incoraggiato l'esercito con discorsi,
sagrifizj e largizioni, tragittato l'Ellesponto, menarono ottantamila
fanti e duemila cavalli nella Macedonia, e nelle vicinanze di Filippi
si trovarono a fronte l'inimico. Forze quasi eguali, ma più vistoso
l'esercito repubblicano; e l'abilità dei generali, la padronanza dei
mari, per cui ai triumviri intercettava i viveri e i rinforzi, potevano
dargli vittoria, se, giusta il parere di Cassio, si fosse evitata la
battaglia, costringendo i triumviri a sloggiare per fame. Ma Bruto
anelava di metter un fine a sì diuturne miserie del popolo; bisognoso
dell'altrui approvazione, non reggeva alle accuse di timidità, e temeva
la diserzione de' soldati, cui gli antichi commilitoni rinfacciavano di
servire agli assassini del loro generale. Il sajo rosso sventolò dunque
sul padiglione dei generali, accintisi alla giornata non tanto colla
fiducia di vincere, quanto coll'espressa risoluzione di non sopravivere
alla sconfitta.
Bruto, ragionando quanto sia dolce l'acquistar la libertà, e decoroso
il morire per la patria, tanto infervorò i suoi, che con impeto
avventatisi sui nemici, penetrarono fin nel campo d'Ottaviano, e ne
bersagliarono la lettiga a dardi e giavellotti, sicchè fu creduto
ucciso; ma la lettiga era vuota (42), avendo sinistri sogni
allontanato il triumviro dalla pugna. Antonio accorso al riparo,
disfece l'ala di Cassio, indarno valorosissimo; il quale da una
collina mirando lo sterminio de' suoi e credendo ogni cosa perduta, si
uccise. Bruto sopragiunto trionfante, pianse il collega, qualificandolo
_l'ultimo dei Romani_; e si pose in luogo da poter aspettare che il
nemico andasse a fasci. Perocchè già la flotta era stata battuta
affatto, talchè nessun sussidio poteano aspettarne i triumviri,
accampati fra i pantani dello Strimone, dove pullulavano le malattie,
e scarseggiavano i viveri. Non avendo dunque speranza che nella
battaglia, provocavano con incessanti avvisaglie i soldati di Bruto, i
quali dal prospero successo imbaldanziti, costrinsero il lor generale a
menarli alla mischia. Tant'era questo o mal servito o tradito, che solo
sul punto dell'attacco udì la vittoria dalla sua flotta riportata già
da venti giorni, e che mutava ragione a' suoi consigli quand'egli non
poteva più dar indietro[274].
Combatteva dunque mal suo grado; mal suo grado dovette far uccidere
parecchi prigionieri schiavi o liberi, perchè il custodirli occupava
troppi guerrieri; dei cittadini e liberti romani rinviò gran numero,
alcuni anche nascondendo e trafugando per sottrarli a' suoi uffiziali;
a questi dovè consegnare due buffoni che contraffacevano Cassio; e
per non vedersi abbandonato dall'esercito, prometteva il saccheggio
di Tessalonica e Sparta se uscisse vincitore (40); unico
delitto, dice il morale Plutarco, di cui siasi egli contaminato!
Anche la virtù aveva egli dunque sagrificato alla sua causa; onde
conturbata dal rimorso l'immaginazione, credette rivedere uno spettro
che aveagli promesso ricomparire a Filippi, e che gli prediceva
imminente la sua fine. Avversi augurj scoraggiavano il suo campo, che
egli tentò riconfortare, e — Giacchè avete per forza voluto mettere a
repentaglio una vittoria che aspettando era infallibile, acquistatevela
almeno col coraggio».
Più incalzanti argomenti proponevano i triumviri; l'alternativa di
morire di ferro o di fame. Si diè dentro colla rabbia d'una guerra
civile e i repubblicani soccombettero; l'esercito andò a macello; i
primarj uffiziali caddero al posto assegnato, tra cui il figlio di
Catone con generoso fine riparò una vita obbrobriosa.
Bruto fu salvato da Lucilio Lucino cavalier romano, che fintosi lui, si
lasciò menare prigioniero. Fuggendo, arrivò in una valle, e ringraziato
alquanti amici che non l'avessero abbandonato, gli esortò a tornare al
campo, ove credeva non disperate le cose. Allora pregò uno schiavo ad
ucciderlo; ma l'epirota Stratone, suo intimo, esclamò, — Non sia mai
detto che Bruto, in mancanza d'amici, è perito per mano d'uno schiavo»,
e gli presentò la punta della spada: Bruto vi si confisse, esclamando,
— O virtù, io t'aveva creduto qualcosa di reale, ma vedo non sei altro
che un sogno».
E un sogno era stata la vita sua, dietro a un fantasma senza realtà:
adesso giudicava la virtù dall'esito, com'è ridotto a fare chi a
quest'ordine di cose limita la vista. Compiva i trentasette anni, e
da quanti il conoscevano erasi fatto ammirare ed amare, e dal popolo
venerare per umanità, per carattere leale, pel costante proposito di
giustizia e di virtù, favorendo sempre non la parte cui lo inclinava
l'affetto o l'interesse, ma quella che credeva più giusta e più utile
alla patria. Dal turbolento ed ambizioso Cassio lasciossi indurre
all'uccisione di Cesare, che partorì la guerra civile, tanti anni di
desolazione, e il dominio di crudeli e di vili, in luogo del temperato
e generoso dittatore. Di quest'assassinio lo può scagionare il vederlo
conforme alle idee del suo tempo e del suo paese. Per legge di Roma
l'uccisione d'un usurpatore era esente da colpa[275]; le dottrine
greche faceano eroici simili atti, e inneggiavano Armodio e Timoteo;
lo stoicismo esaltava ciò che mostrasse forza: solo sarebbe a stupire
di veder oggi lodato Bruto da quei che si chiamano liberali, qualora
fossero meno conosciuti la storia delle opinioni e il pregiudizio
dell'imitazione[276].
Dallo stoicismo era pure suggerito il suicidio a lui ed a Cassio: ma
la loro fazione può incolparli d'aver deserto il posto mentre ancora
integre le forze, e quando avrebber dovuto adoperarsi a ristabilire
la repubblica che credevano a sè confidata. Gli avversarj stessi
compiansero Bruto, come si fa de' nemici sinceri; Antonio gettò un
ricco mantello sul cadavere di lui, ne ordinò magnifici funerali,
e volle amico quel Lucilio che l'avea salvato; Messala presentò ad
Ottaviano il retore Stratone, dicendo: — È lui che rese l'estremo
uffizio al mio generale». Esso Ottaviano, che nella sua viltà insultò
dapprima al cadavere di quello dinanzi al quale era poc'anzi fuggito,
avendo poi veduta la statua erettagli in Milano dai Cisalpini, li lodò
per questa memore riconoscenza.
Il campo di Bruto fornì di viveri i soldati de' triumviri, e di
tesori per regalare i veterani e congedarli, da che s'erano resi
insubordinati. Antonio mandò a morte altri suoi nemici: Livio Druso,
suocero di Ottaviano, gli si sottrasse uccidendosi. Ottaviano, più
fiero perchè più vile, aggiungeva l'oltraggio al supplizio; a chi gli
chiese almeno la sepoltura: — La provvederanno gli avoltoj»; costrinse
un figlio ad immergere la spada nel seno del padre, indi ritorcerla
contro se stesso. Perciò i prigionieri il caricavano d'imprecazioni, e
boccheggiando nella morte rinfacciavangli la codardia sua atroce.
Non era terminata la guerra: e Sesto Pompeo (41)
raggomitolava in Sicilia i fuggiaschi proscritti; Domizio Enobarbo
e Stazio Macro comandavano le flotte vincitrici sulle coste della
Macedonia e dell'Jonia; Cassio Parmense ne conduceva un'altra in Asia,
ingrossata dai Rodiani. Pertanto Ottaviano mosse contro Pompeo, Antonio
contro l'Oriente; e ambendo gli applausi della Grecia, la attraversò,
assistendo a giuochi e dispute, e largheggiando; in Asia ebbe
accoglienze adulatorie da re e regine; ad Efeso la pompa usata nelle
solennità di Bacco. Egli, che erasi mostrato eroe nel pericolo e vero
autore delle vittorie, ora straripava ai vizj della prosperità; quelle
orgie e le laute piacenterie ripagava con generosità, e talora con
pazza prodigalità, come allorchè, trovando squisito il pranzo, regalò
al cuoco la casa d'un primario cittadino di Magnesia.
Nè per ciò rimetteva del sanguinario rigore. Trovando indocili le
legioni di Macedonia, chiama nel padiglione trecento principali, e
li fa scannare; persegue a morte chi cospirò contro Cesare; confisca
ricchezze per darle a mimi e adulatori. Gli faceano gola i tesori che
il commercio procacciava a Palmira, la quale, sorgente in un'oasi del
deserto di Siria, serviva di stazione alle carovane; ma gli abitanti
le trasferirono di là dell'Eufrate, e coi Siri e coi Palestini esausti
dalle imposizioni, e cogli Aradiani che avevano trucidato gli esattori,
invocarono i Parti, rinnovando così a Roma le costoro terribili
nimicizie.
Bisognava che i triumviri compensassero i soldati; e Ottaviano
s'incaricò di distribuir loro terreni, Antonio denari, per aver i
quali si era vôlto all'Oriente. La bella Cleopatra, regina d'Egitto,
avea sposato la parte de' triumviri; ma perchè qualche generale di lei
era stato costretto a favorire Crasso, Antonio, giunto in Cilicia,
la chiamò a giustificarsi. Ella comparve a Tarso, montata sopra una
galea guarnita con quanto lusso l'Oriente sapesse; dorata la poppa,
di porpora le vele, argentati i remi, che batteano a suon di flauti
e di lire; amorini e nereidi faceano corteggio ad essa, che in abito
di dea sedeva tra i profumi, onde il popolo cantava: — Venere trae a
visitar Bacco». Portando somme ingenti e una bellezza rara, cresciuta
dai raffinamenti della galanteria e dalla coltura dell'ingegno, potea
dubitare di soggettarsi Antonio? Da quel punto egli le fu schiavo; non
era ingiustizia che per lei negasse commettere; uccideva signori onde
confiscar beni per essa; mandò soldati a trucidare Arsinoe sorella di
lei, che privatamente viveva in Asia; poi seguitatala in Egitto, vi
svernò fra delizie.
La bella, congiungendo l'accortezza di Mitradate e l'ardimento di
Cesare, favellava diverse lingue; spargea di leggiadre vivezze la
conversazione; compariva or da guerriera, or da cacciatrice, or da
pescatrice; se accorgevasi che Antonio si faceva attaccar pesci all'amo
per vanità di mostrarsi fortunato pescatore, mandava palombari che glie
ne attaccassero di cotti, e celiando gli diceva: — Va, e piglia città e
regni, fatiche da te; a noi lascia l'insidiare ai pesci». Poi con esso
giocava, beveva, usciva notturna per le vie a far burle ai passeggeri e
mescolarsi sconosciuta ai beoni nelle taverne, esponendosi a ingiurie
e busse, per isfoggiare grazia nel narrarle poi alla Corte. A gara
s'imbandivano desinari, e Cleopatra vinceva lui in ricchezza e gusto.
Ammirando una volta Antonio la quantità di vasi preziosi, disposti
sul buffetto, ella disse — Sono a tua disposizione», e glieli mandò,
pregandolo che il domani tornasse a lei con maggior compagnia. Tornato,
ritrovò più riccamente guernite le credenze, e al fine del pasto il
vasellame fu scompartito fra i convivi. Ornava essa le orecchie con
due perle, stimate ciascuna un tesoro: ne staccò una, stemprolla e
la bevve; e accingeasi a far lo stesso dell'altra, ma rattenuta, la
regalò. Filota medico d'Amfrissa, invitato da un cuoco a vedere i
preparativi della cucina d'Antonio, meravigliossi della varietà dei
cibi, ma soprattutto il colpì la vista di otto cinghiali, allestiti
sugli spiedi, e domandò che folla di commensali s'aspettasse. Ma il
cuoco: — Dodici soli; però potendo Antonio voler cenare all'istante,
fra un'ora, fra due o più tardi, conviene per ogni momento tener lesto
un compiuto desinare».
Uom di passioni, Antonio doveva soccombere a Ottaviano uom di calcolo.
Il quale, profittando di que' lubrici riposi, dell'Italia fece sua
preda; giusta l'accordo tolse a donare ai veterani i beni di tutti
quelli che non avessero preso le armi per loro; onde Antonio disse:
— Ottaviano va in Italia per distribuire le città e le ville, o, a
dir più giusto, per tramutare tutte le proprietà dell'Italia in altre
mani». Così fece di fatto: e i miseri, respinti dal fondo avito,
accorrevano a Roma a fiotti, esclamando all'ingiustizia di far pagare
al popolo una guerra, vantaggiosa unicamente ai triumviri; e di
ripartire anche ingiustamente l'aggravio, colpendo le città migliori
e i terreni più pingui. Ottaviano vi dava ipocrito ascolto, nè però
cessava dalla spropriazione; eppure l'ingordo esercito, che colla
fantasia esagerava i tesori tocchi ai fedeli di Silla, imperversava
contro il triumviro, incapace di saziarlo; e giudicava rubato a sè
tutto ciò ch'era lasciato ai legittimi possessori.
Gli scontenti (41) fecero capo a Lucio Antonio fratello
e a Fulvia moglie di Marc'Antonio, quell'atroce dissoluta di cui
già dicemmo, e che fattasi potente sopra i consoli e sopra Lepido,
governava Roma a talento. Irata al marito che i nuovi amori ostentava,
aborriva anche Ottaviano perchè le negava corrispondenza[277],
e tanto più quand'egli ripudiò Clodia figlia di lei; lo tacciava
che coi distribuiti terreni volesse agevolarsi il tiranneggiare: i
veterani d'Antonio che doveano aver denari non terreni, e gl'Italiani
spossessati patteggiavano con essa, donde ogni giorno capiglie e
uccisioni, incolte le campagne, chiuso il mare dai Pompejani, Italia
affamata. Anelante di vendetta, e persuasa che solo la guerra potesse
svellere Antonio dalle braccia di Cleopatra, Fulvia si ritirò a
Preneste, e quivi con elmo e spada passava in rassegna le legioni, dava
la parola d'ordine e tutto come capitano. L'esercito, dichiarandosi
arbitro fra i competitori, citò Ottaviano e Fulvia a Gubio. Il primo
venne sommessamente: l'altra se ne rise, e questo fu la sua rovina.
Malgrado che alcuni senatori cedessero ad essa i loro gladiatori,
Lucio Antonio si trovò chiuso in Perugia, e ridotto a fame rabbiosa:
onde lasciati morire gli schiavi e i servi, per salvar tanti prodi,
uscì in persona a trattare con Ottaviano, che promise perdono a
chiunque cedesse. Ma avuta la città, fece uccidere alcuni primarj; e
trecento cavalieri e senatori perugini condannò ad essere scannati dai
sagrificatori, gli idi di marzo, sull'altare di Cesare[278]: (40) la città andò in cenere; Lucio fu mandato proconsole in Ispagna;
Fulvia ed altri ricoverarono in Sicilia o in Grecia. Ottaviano, rimasto
unico padrone d'Italia, entrò in Roma, trionfante de' proprj cittadini
in guerra deplorabilissima, ove non si trattava che del ripartire le
spoglie tra i forti.
Antonio dai molli ozj d'Egitto fu scosso allo schianto della guerra di
Perugia e alle minacce dei Parti; e udito che Ottaviano aveva occupato
la Gallia Transalpina, per patto predestinata a sè, l'ebbe come una
dichiarazione ostile, e volse all'Italia, congiungendosi i Pompejani, e
sconfiggendo chi s'opponeva. I soldati, stanchi di battaglie e vogliosi
omai di godersi nella pace i campi ottenuti, costrinsero Ottaviano a
cercare accomodamento: e a Brindisi abbracciatisi i due gran nemici, si
stipulò che i triumviri dimenticherebbero il passato; Antonio, essendo
morta Fulvia, sposerebbe Ottavia, sorella del collega, bellissima e
virtuosissima: poi si spartirono il dominio in modo, che restavano
a Ottaviano la Dalmazia, le due Gallie, la Spagna, la Sardegna; ad
Antonio quant'era dall'Adriatico all'Eufrate; a Lepido l'Africa;
l'Italia in comune per levarvi truppe colle quali farebbero guerra,
Antonio ai Parti, Ottaviano al giovane Sesto Pompeo.
Questo, scampato dalla strage di Munda (pag. 231), a guisa degli
Olandesi dopo vinti per terra, erasi buttato al mare, facendosi capo
di que' pirati che suo padre avea creduto distruggere; prese per patria
le galee, mentre i triumviri davano centomila sesterzj a chi uccidesse
un proscritto, egli ne prometteva duecento a chi ne salvasse uno;
e padrone del mare e delle isole, avea preso molte città, bloccava
l'Italia, affamava Roma, e poteva preparare duro cozzo ai triumviri se
quanto mostrò valentia personale e abilità in sì difficili emergenze,
tanta avesse avuta risolutezza di volontà per reggersi da sè, mentre
s'uniformava sempre ai consigli d'amici, onde fu detto ch'era liberto
de' suoi liberti. I triumviri lo invitano a patti, e alfine (38) a Miseno si conviene ch'egli conservi per cinque anni la Sicilia,
la Sardegna, il Peloponneso; restituitigli settanta milioni di sesterzj
per equivalente de' beni paterni confiscati; conferito il pontificato
massimo, e permesso di brigare il consolato benchè a stento;
alleggerita la condizione de' proscritti; ai legionarj suoi, terminata
la capitolazione, si concedano terreni come a quelli dei triumviri;
egli in ricambio lascerebbe libero il navigare, nè molesterebbe le
coste, anzi sbratterà dai pirati, non accoglierà schiavi fuggiaschi,
fornirà Roma di viveri. Mentre il trattato si festeggiava sulla
capitana fra lui e i triumviri, Mena liberto, consigliere di partiti
estremi a Pompeo, gli disse: — Lascia ch'io sferri; porta via costoro,
e tu sei padrone dell'impero romano». Pompeo, ambizioso a metà, vacillò
e rispose: — Dovevi farlo senza dirmelo».
Roma giubilò, redenta dalla lunga fame, e vedendo tanti illustri
proscritti ripatriare per merito di Sesto, nel quale sognava rinate le
virtù di Pompeo Magno, idolo suo e sua compassione: ma non andò guari
a conoscere che non aveva altro se non acquistato un quarto tiranno.
L'antico odio di Cesare con Pompeo si rinfocò ne' loro figli: Ottaviano
occhieggiava il destro d'invadere la Sicilia, Sesto faceva armi per
difenderla: il primo pretendeva che le tasse dovute dal Peloponneso
alla repubblica avanti il trattato spettassero ai triumviri; l'altro
le chiedeva per sè, come di paese ceduto senza restrizione: ogni giorno
nuovi dissidj; inevitabile la guerra.
Dai colleghi era lassamente ajutato Ottaviano; ma di gran vantaggio
gli tornò la diserzione di Mena, il quale, indispettito con Pompeo che
sapeva confidarsegli solo a metà, o volendo disgregare la sua causa
da chi non era abbastanza ribaldo per trionfare, recò al nemico molta
abilità, risoluti consigli, tre legioni, grossa flotta, e le isole di
Corsica e di Sardegna.
Fortuna maggiore di Ottaviano furono due cavalieri da lui sollevati,
Vipsanio Agrippa e Cajo Mecenate. Quest'ultimo, della chiarissima
famiglia Cilnia discendente da un lare etrusco, copiosissimo ricco,
ingegnoso uomo, ma dalla felicità svigorito[279], s'appagava di restare
cavalier romano, onde avere maggior agio ai godimenti, e diceva: —
Fatemi zoppo, monco, gobbo, sdentato, purch'io viva; anche in croce,
purch'io viva». Ma gran senno mostrava ne' consigli; e perchè non
ambiva onori, potea dire verità disgustose a Ottaviano, che, uomo
nuovo, godeva di vedersi a fianco uno i cui avi erano stati re. E
Mecenate lo piegava a mansuetudine; e udendolo un giorno dal tribunale
proferir sentenze contro i suoi nemici, nè potendosegli avvicinare, gli
gettò una cartolina iscritta — Alzati, o boja». Così giovava a quel
che deve esser primo intento della politica dopo gravi tempeste, il
rappacificamento; mentre a torre di mezzo i nemici s'adoperava Agrippa.
Questi, nato bassissimamente, amico di Ottaviano da fanciullo,
l'incoraggiò ad accettare la precoce importanza, cui lo chiamava
la morte di Cesare, e gli amicò i veterani di questo; represse
l'insurrezione dei Galli Transalpini, e crebbe col crescere
d'Ottaviano. Questi due, inetti ad occupare il primo grado, provvidero
a collocarvi Ottaviano col risarcire l'ordine, surrogare agli indocili
veterani di Farsaglia un esercito che volesse e potesse tener fronte
agli artifizj di Antonio e al valore di Pompeo.
Radunate nuove flotte, Agrippa rimediava alle turpi fughe di Ottaviano
osteggiando Pompeo nel mar di Sicilia; e in fine lo vinse fra Mile
e Nauloco (35), mandandone l'armata in fiamme. Dei capi,
alcuni furono uccisi, altri s'uccisero: Ottaviano che, non reggendo a
veder la mischia, erasi coricato supino in una galea, si trovò colmo di
gloria non meritata: Pompeo, ridotto a diciassette vascelli, invece di
ritentar la fortuna, prese a bordo sua figlia, alcuni amici e i tesori,
e passò in Asia per invocare ed assistere i Parti, o trattar con
Antonio, il quale (35) o lo fece o lo lasciò assassinare.
Per assecondare questa guerra, Lepido era venuto d'Africa con
grand'esercito; e vedendo che solo Ottaviano mieteva gloria e potere,
mise in campo le sue pretensioni come triumviro. Ma avendone l'altro
sedotti gli uffiziali, si trovò deserto da tutti i soldati; onde,
vestito a bruno, venne a rendere omaggio ad Ottaviano, che, nol
temendo, gli concesse la vita e i beni. Scaduto così da un posto, cui
nè valore, nè destrezza, ma pura fortuna l'avevano sollevato, tristo
cittadino, sommovitore di partiti che poi era incapace di dirigere, fu
ridotto alla carica la più inconcludente, quella di sommo pontefice;
e finì a Circeo nel Lazio in quella oscurità, da cui non sarebbe mai
dovuto uscire.
Restavano a disputarsi l'impero Ottaviano e Marco Antonio. Il
primo accennava ad un esercita quale nessun altro generale romano;
quarantacinque legioni, venticinquemila cavalli, trentasettemila
fanti alla leggera, seicento vascelli grossi. Chiedendo costoro
tumultuosamente le ricompense medesime concedute ai vincitori di
Filippi, Ottaviano tentò chetarli distribuendo collane, braccialetti,
corone; ma un tribuno gli disse: — Serba cotesti balocchi pe' tuoi
bambini». L'esercito applaudì all'ardito; Ottaviano si ritirò: ma il
tribuno più non comparve, e tutti credendolo assassinato per ordine del
generale, divennero più mansi: ventimila che ostinavansi a chiedere
denaro o congedo, furono rinviati, gli altri imboniti con donativi
estorti alla Sicilia e con terreni comprati nella Campania, o che i
prischi coloni lasciavano deserti.
Roma al reduce Ottaviano prestò onori splendidissimi e congratulazioni
come a trionfante, e gli eresse una statua col titolo di _pacificatore
della terra e del mare_. Egli ricusò alcune eccessive dimostrazioni,
assolse coloro che dovevano al tesoro per pubbliche cause, mandò a
sperdere le masnade che devastavano la campagna e le borgate, procacciò
abbondanza di grani; le lettere di senatori trovate a Pompeo recò in
piazza, ed arse inviolate; e protestò deporrebbe l'autorità non appena
Antonio tornasse d'Oriente. Preso da tanta liberalità, il popolo gli
conferì il titolo di tribuno della plebe in perpetuo, che lo rendeva
inviolabile, e che gli spianava la via al dominio assoluto.
Che faceva intanto Antonio? passato in Grecia colla nuova moglie
Ottavia, in Atene ricevè gli omaggi servili cui lo aveva abituato
Cleopatra; nelle processioni vestivasi da Bacco; sposò la dea
Minerva, poi ne pretese la dote di mille talenti. Ventidio Basso suo
ajutante aveva in questo mezzo felicemente guidata la guerra contro
i Parti, che sostenuti anche da Romani fuorusciti, (36)
aveano devastato l'Asia Minore e fin al Mediterraneo. Ventidio colle
vittorie vendicato Crasso, avrebbe potuto dilatare l'imperio fino al
Tigri, se non l'avesse rattenuto la gelosia del suo generale. Il quale
rimandatolo a Roma sotto il pretesto d'ottenervi il trionfo, unico che
i Romani celebrassero sovra i Parti, prese egli stesso il comando:
ma l'esercito, disgustato, mal lo secondò, sicchè dovette con poco
onore conchiuder la guerra. Cajo Sosio, altro suo ajutante, sottopose
Gerusalemme e la Giudea, lasciandovi regnare Erode il grande; Canidio
penetrò nell'Armenia (35), occupando le gole del Caucaso per
cui avevano passaggio le popolazioni scitiche: per modo che le armi di
Antonio occupavano le tre grandi vie del commercio, quelle del Caucaso,
di Palmira, d'Alessandria.
Egli si tragittò in Italia; e Ottavia, sostenuta da Mecenate e da
Agrippa, indusse il fratello ad abboccarsi con lui; ove convennero
del come distruggere i nemici, e prolungare cinque altri anni il
triumvirato.
Se bontà, amorevolezza, prudenza fossero bastate ad allacciare Antonio,
Ottavia il poteva; ma pel soldato ambizioso e grossolano, che valevano
mai le virtù della bella suora d'Ottaviano a petto di Cleopatra,
regina e amante, adorata per dea nella città più degna d'esser capo
del mondo? Abbandonata pertanto in Italia la moglie, tornò a Cleopatra,
la quale, più ambiziosa che amante, lo consigliava a fare Alessandria
capitale d'un nuovo impero, che coll'Egitto abbracciasse i paesi
marittimi e trafficanti del Mediterraneo orientale. Intanto assalì i
Parti (34), e assediò Praaspa capitale della Media; ma il
valore congiunto de' Medi e de' Parti lo obbligò a calare a patti.
Re Fraate IV, che gli aveva promesso sicura ritirata, ben dieci volte
l'assalì ne' ventisette giorni che quella continuò, e durante la quale,
in fatiche e privazioni orribili perdette ventiquattromila compagni
prima di toccare la provincia. Altri ottomila ne perdette in una marcia
forzata per paesi nevicosi, consigliatagli dalla smania di rivedere
Cleopatra. Questa a Leucopoli lo raggiunse con abiti pei soldati e
con denari; gl'impedì di vedere la buona Ottavia, giunta in Atene
con munizioni e cavalli assai, e duemila guerrieri in tutto punto e
larghi doni; e che rejetta, tornò a Roma senza voler però uscire dalla
casa del marito, nè permettere che il fratello la vendicasse; educava
diligentemente i figli d'Antonio, e sosteneva del suo credito quelli
ch'esso raccomandava per impieghi.
Tali virtù davano risalto alla turpe condotta del marito; il quale
in Alessandria festeggiando e sollazzando, raccolti i cittadini a
splendidissimo banchetto, vestito da Osiride sedette sopra un trono
d'oro, mentre s'un altro eguale sorgeva Cleopatra, con a' piedi i suoi
figliolini; dichiarò (33) lei regina d'Egitto, di Cipro,
dell'Africa, della Celesiria, associandole Cesarione natole da Cesare;
ai tre figli da essa partoritigli assegnò altre provincie, col titolo a
tutti di re dei re. Ottaviano avea cura di divulgare siffatte azioni, e
aggiungeva che Antonio mulinasse trasferir Roma sul Nilo, o dare Roma a
Cleopatra, la quale giurava con questa formola: — Come spero dar leggi
in Campidoglio»[280].
Fremeva il patriotismo romano a questa prodigalità di regni, e alle
pompe ch'erano privilegio del Campidoglio: e Ottaviano, che facea suo
pro d'ogni errore d'Antonio, lo accusa al senato e al popolo d'avere
smembrato l'impero, e disonestatane la dignità col suscitare cotesto
intruso Cesarione. Antonio di rimpatto rinfaccia ad Ottaviano di non
aver partita seco la Sicilia tolta a Pompeo, nè l'autorità e l'esercito
tolti a Lepido, e distribuita l'Italia tutta fra' proprj soldati,
nulla serbando pe' suoi; al che l'altro celiando rispose: — Come può
desiderare questi ritagli esso che ha conquistato l'Armenia, la Media
e l'impero de' Parti?» L'ironia punse sul vivo Antonio, che chiarita
nimicizia, preparò grande sforzo sul mare Jonio: sostenuto coi tesori e
co' vascelli di Cleopatra, a Samo, dov'era dato il convegno alle forze
di tutti i principi e popoli dall'Egitto all'Eusino e dall'Armenia
all'Illiria, i due amanti dividevano il tempo tra apparecchi di guerra
e piaceri sontuosi, che sarebbero stati soverchi anche dopo un trionfo.
Ottaviano, cacciando i due consoli che vi si opponevano (32),
indusse Roma a bandir guerra, non ad Antonio, ma a Cleopatra. Antonio
allora ripudiò Ottavia, la quale si ritirò dalla casa maritale, non
d'altro dolendosi che d'essere pretesto di una guerra civile.
Se Antonio si fosse affrettato sopra l'Italia mentre era mal
provveduta, e disgustati i migliori Romani per la mal dissimulata
ambizione d'Ottaviano, e l'Italia per un'imposizione straordinaria,
forse altrimenti piegavano le sorti del mondo: ma parte i piaceri,
parte i preparativi, l'indussero a differir la guerra all'anno
successivo. Se ne giovò Ottaviano per sedare gli animi: tolto per
violenza alle Vestali ove stava depositato, pubblicò un testamento di
Antonio, tutto favorevole agli Egizj, e quindi ingratissimo ai Romani;
poi ogni giorno facea spargere incolpazioni nuove, e aneddoti nulla
più autorevoli che le dicerie de' giornali, ma che allora gli valsero
mirabilmente, e che poi la condiscendente storia adottò.
Dalle provincie d'Asia e d'Africa (31) Antonio avea raccolto
ducentomila pedoni, dodicimila cavalieri, ottocento vascelli: lo
seguivano in persona i re della Mauritania, della Cilicia, della
Cappadocia, della Paflagonia, della Comagene, della Tracia; truppe del
Ponto, degli Arabi, degli Ebrej, della Licaonia, della Galazia; una
turba poi di Geti si movea per secondarlo. Ottaviano, che governava
dall'Illiria all'Oceano, e la Gallia, la Spagna, la costa d'Africa che
fronteggia l'Italia, non aveva seco pur un principe straniero; soli
ottantamila pedoni, dodicimila cavalli e ducencinquanta vascelli, ma
assai meglio forniti e disciplinati.
Con questi raggiunse Antonio, che teneva l'esercito presso il
promontorio d'Azio e la flotta nel vicino golfo d'Ambracia. Agrippa
devastava le coste di Grecia, intercettava i soccorsi d'Egitto, di
Siria e d'Asia, e prendea città sotto gli occhi stessi dell'inimico:
onde molti disertarono da questo, che divenuto sospettoso, molti
ne fece morire fra' tormenti. Carridio suo generale lo dissuadeva
di mettersi alla ventura colla flotta d'Ottaviano, addestrata nelle
battaglie contro Pompeo; cercasse piuttosto le pianure di Tracia e di
Macedonia, ove il valore e il numero de' suoi comparissero interi:
ma Cleopatra lo determinò ad azzuffarsi in mare. Ottaviano, benchè
incoraggiato da prosperi augurj[281], si tenne discosto dal pericolo:
Antonio vi si espose col coraggio d'un veterano. Il primo aveva agili
navi e aggirate maestrevolmente, l'altro elevate e pesanti: d'ambo i
lati si facevano prove supreme di valore, quando si vedono veleggiare
(7 7bre) verso il Peloponneso i sessanta vascelli egizj,
che unici si erano riserbati per fare scorta a Cleopatra, la quale,
disperando della fortuna d'Antonio, volea serbarsi a conquistare un
altro vincitore. Antonio, dimenticando e prodezza e onore, le corre
dietro, e così restano decise la battaglia e la prevalenza d'Ottaviano.
Perocchè, mancato il capo, la flotta andò in rotta: l'esercito di
terra, forte di oltre centomila uomini, rimase sette giorni inerte
alla presenza del nemico, finchè trovando follìa il serbar fede ad un
generale che lo abbandonava per una donna, passò ad Ottaviano; colpo
decisivo più che la battaglia di mare. Il vincitore si trovò arbitro
dell'Asia; alcuni principi depose, tutti multò ad esorbitanza; a molti
Romani perdonò, d'altri prese l'estremo supplizio. Solo i gladiatori
che Antonio faceva nodrire a Cizico, traversarono l'Asia Minore, la
Siria, la Fenicia, il deserto, per raggiungerlo.
Fra vergogna e dispetto tre giorni egli continuò la fuga; regalati
lautamente gli amici, consigliolli a cercarsi miglior destino, e andò
ad Alessandria con Cleopatra, alla quale erasi riconciliato. Colla
fortuna era svanito anche l'amore di lei; pure mesceva al vinto voluttà
e speranze; formò una brigata degli _inseparabili nella morte_, coi
quali prolungar le notti banchettando; sperimentava sopra gli schiavi
diversi veleni, per trovare quale rendesse meno spasmodiche le agonie;
e lusingava l'amante coll'assicurarlo di voler morire con esso, o
con esso ricoverarsi in solitudini remote. Al tempo stesso mandava
a Ottaviano la corona, lo scettro, il trono d'oro, gli consegnava
Pelusio chiave del regno, e ne riceveva galanti messaggi. Antonio, che
di nulla sospettava, quando il nemico entrò in Alessandria (30) combattè disperatamente: poi rotta la fanteria, tradito dalla
cavalleria, veduto la flotta egizia congiungersi colla nemica, e
Ottaviano ridersi del duello che gli proponeva, si diè della spada nel
corpo. Fattosi per una corda tirare nel mausoleo dove Cleopatra erasi
rinchiusa, stette con essa finchè spirò.
Finiva egli i cinquantacinque anni: mistura di lodevoli e di
cattive qualità, avrebbe potuto esser buono se la sciagura lo avesse
educato[282]; secondò utilmente Cesare; ottenuto il potere, ne fece
quell'abuso che peggiore gli permetteva la costituzione romana: ma
la retorica di Cicerone al principio, da poi gli adulatori d'Augusto
l'hanno denigrato oltre il vero. Il senato dichiarò infame la memoria
di esso: eppure la sua posterità doveva salire al trono, negato a
quella d'Ottaviano[283].
Ottaviano mostrò commoversi alla morte di colui ch'era stato complice
delle sue proscrizioni, e il cui valore gli aveva sgombrato la
via all'impero. Bandì che perdonava ad Alessandria per riguardo al
fondatore e alla magnificenza di essa, e al suo amico Areo filosofo
platonico, col quale famigliarmente ragionando vi entrò. Cleopatra
mise in opera lusinghe e lacrime, minacciò uccidersi; ma sentì
spuntarsi l'armi sue contro costui, il quale non le usava riguardi se
non per desiderio di serbarla viva al suo trionfo. All'idea di andare
spettacolo di commiserazione dov'era stata d'invidia, non resse ella, e
si fece mordere da un aspide velenoso.
Ottaviano da Alessandria portò via tanti tesori, che il denaro contante
dal dieci scadde al quattro per cento, e in proporzione aumentò
il prezzo delle derrate. Ridotto l'Egitto a provincia, dato regola
all'Asia ed alle isole, torna a Roma che lo saluta _imperatore_, e
chiude il tempio di Giano.
Così, eguagliato il diritto fra plebei e patrizj, vedemmo sorgere una
nobiltà nuova, costituita sulla ricchezza: i poveri, ch'erano i più,
si vendettero a qualche ricco o a qualche forte, finchè s'istituì
il despotismo democratico coll'Impero, unicamente eretto sulla forza
armata e sull'amministrazione delle finanze. Gli antichi nobili erano
omai scomparsi tra le guerre e le proscrizioni; alcuni celavansi nella
Grecia e nell'Asia Minore, altri si erano fatti capi di pirati, altri
accasati nella Partia. Il popolo ricevea denari e spettacoli, e non
conosceva misura nella riconoscenza verso colui che dava la pace, dopo
tanti orrori o sofferti o veduti.