CAPITOLO XXVII.

Dittatura di Cesare.

L'Egitto, che noi dalla storia sacra conosciamo sin da fanciulli come

antichissima sede d'una insigne civiltà, con re potentissimi, con

macchinosi edifizj, era anche da' Greci e Romani venerato quasi culla

dell'incivilimento, e primeggiò nel mondo politico finchè Alessandro

Magno non abbattè i Faraoni, ai quali sottentrò la stirpe de' Tolomei,

recandovi un'altra floridezza che presto appassì. Alessandria, città

della quale in sogno gli Dei indicarono l'opportunità ad Alessandro, si

riempì dell'arti e dell'operosità greca, in contrasto coll'immobilità

egiziana; necessario scalo fra il Mediterraneo e il mar Rosso, fra

l'Europa, l'Arabia e l'India, vera capitale dell'Oriente pel commercio

e per le delizie, fossero le _regate_ e i _freschi_ di migliaja di

gondole illuminate sul popoloso braccio del Nilo, fossero le voluttuose

solennità di Canòpo, fossero i ginnasj e le biblioteche ove si

raccoglieva e si comunicava la scienza di tutta l'antichità, fossero i

meravigliosi monumenti, le vie larghe trenta metri, orlate di colonne

fin pel tratto di trenta stadj.

Ma ormai Roma pensava ridurre l'Egitto a provincia, ajutata in diritto

da un testamento di Tolomeo Alessandro II che la chiamava erede, e

in fatto dalla debolezza indottavi dall'avvicendarsi di pretendenti.

(73) Tolomeo Aulete comprò il titolo di re e d'alleato dei

Romani col pagare seimila talenti a Cesare e Pompeo; ma per raccorli

dovendo smungere i sudditi, ne fu espulso. Ramingò allora a Cipro

(58), ove Catone lo accolse colla sua severità, biasimandolo

d'essersi avversati i sudditi, ma più ancora del confidare che Roma

lo ajutasse a recuperare il regno: — Non sai che tutte le ricchezze

dell'Egitto non basterebbero all'ingordigia dei grandi? a Roma

non avrai che vilipendio e strapazzi». L'Aulete col denaro trovò

accoglienza, speranze e null'altro; pure promettendo diecimila talenti

a Gabinio governatore della Siria[159], (55) ottenne che

costui, senza decreto del senato, menasse armi romane a riporlo in

trono. Vilmente e crudelmente vi si resse fino al 52; e per assicurare

la successione a' suoi figli Tolomeo Dionisio di tredici anni e

Cleopatra di diciassette, promessi sposi benchè fratelli secondo l'uso

egizio, li mise in tutela del popolo romano.

Cleopatra, venuta in dissensione col fidanzato, rifuggì nella Siria,

levando truppe, nel tempo appunto che Cesare, vincitore a Farsaglia

(48), sbarcava ad Alessandria. Questo, non che saper grado a

Tolomeo Dionisio del vile assassinio del suo tutore Pompeo, pretese il

residuo della somma promessa dall'Aulete per avere il titolo di re, e

che fosse rimessa al suo arbitrio la querela dei fratelli. Cleopatra,

nottetempo penetrata nella camera di Cesare, lo dispose tutto in suo

favore.

A Tolomeo parve leso il diritto sovrano, e gridandosi tradito, ammutinò

il popolo. Cesare, con pochissima truppa in mezzo d'una città abituata

alle sommosse, sostenne un assedio, piuttosto che cedere Cleopatra:

perchè la flotta non cadesse in mano degli Alessandrini, v'appiccò

il fuoco, il quale s'apprese all'arsenale, di là alla biblioteca,

riducendo in cenere cinquecentomila volumi raccoltivi dai Tolomei.

Giuntigli poi soccorsi, domò i tumultuanti, ed essendosi Tolomeo

annegato nel Nilo, Cleopatra fu salutata regina d'Egitto.

Il vincitore logorò alcun tempo (47) in trionfali sollazzi e

nell'amore di Cleopatra, postasi in tutela, cioè in dipendenza di lui;

con essa s'imbarcò sul misterioso fiume, col seguito di quattrocento

vele visitando il curioso paese; poi balzando dalla voluttà all'impeto

guerriero, avventasi incontro a Farnace, figlio del re Mitradate, che

della guerra civile aveva profittato per ricuperare ed estendere i

dominj, lo sconfigge presso Zela, e scrive al senato: — Venni, vidi,

vinsi».

A Roma intanto, udita la morte di Pompeo, il senato gridò Cesare

console per cinque anni, dittatore per un anno, primo tribuno in vita,

con autorità di far pace o guerra; potenza maggiore di quella usurpata

da Silla, eppure acquistata e mantenuta senza micidj. Nè, come Silla

e Mario, Cesare condiscese alle trascendenze dell'esercito, sebbene

elevato per opera di questo; anzi vedendo che i soldati rizzavano le

pretensioni, credendosi ancora necessarj contro i Pompejani, li raduna,

e — Abbastanza fatiche e ferite aveste, _o cittadini_: vi sciolgo

dal giuramento, e vi sarà data la paga dovutavi»; e per quanto essi

lo supplicassero di tenerli ancora, e di non chiamarli cittadini, ma

soldati, distribuì a loro terre, disgiunte le une dalle altre, pagò

gli stipendj e li congedò; eppure tutti si ostinarono a volerlo seguire

quando egli mosse ver l'Africa.

Gran merito de' vincitori di guerra civile il resistere ai proprj

fautori! ma Cesare, non che un rivoluzionario qual ce lo dipinsero

gli aristocratici, si mostrò ordinatore per eccellenza. Già nel suo

primo consolato aveva atteso a rialzar quella classe media, che è

la più repugnante dai sovvertimenti; metter regola alla feccia che

correva a Roma per vendervi il suffragio e per offrirsi ad ogni

accattabrighe; ripristinare la popolazione campagnuola e i primitivi

plebei distribuendo terreni da coltivare ai poveri; gli altri sollevare

dalle eccedenti gravezze col rivedere i contratti degli appaltatori,

sicchè una esazione regolare e moderata impinguasse l'erario: rimedj

opportuni, comunque non applicati saviamente.

Il gonfio poeta Lucano, che sotto la pessima tirannide degli imperatori

osò far soggetto d'un poema la guerra civile, ci dirà ch'egli prendea

per pace l'aver fatto un deserto; che si compiaceva del versare sangue

per mero gusto del sangue; ma in fatto non un supplizio prese; castigò

severamente le depredazioni dei soldati suoi, i quali guastavano

i paesi meno che non i pretori e proconsoli. Alla plebe largheggiò

distribuzioni e spettacoli; gli amici fece chi auguri, chi pontefici,

chi custodi dei Libri Sibillini, chi senatori; gli avversi chiedeva

stessero neutrali finchè le sorti pendevano. L'amministrazione

affidò a tre valenti, Oppio, Irzio, Balbo; e tantosto la ciurma venne

tranquillata, l'industria risorse, i capitali ricomparvero, abbondarono

le provvigioni; e fu prodigio questo rinascere della prosperità sotto

un capo rivoluzionario, e appena sopita la guerra civile.

Bensì di rivoluzionarj dovette servirsi. Publio Vatinio, oscenissimo

uomo, tra le parti di Mario e di Silla aveva aspirato a farsi strada

coll'audacia e sprezzando uomini e Dei; colla dissoluta giovinezza

si procacciò nome fra i coetanei; fu sin volta che rubò alla

strada; valoroso in battaglia, più destro in maneggi, perciò caro ai

turbolenti. Per costoro appoggio eletto questore l'anno del consolato

di Cicerone, fu mandato a Pozzuoli affinchè impedisse l'uscita dell'oro

e dell'argento; ed egli ne carpì quanto potè, vendette a gran prezzo il

diritto di asportarne, e sopruso tanto, che recatane querela a Roma,

sarebbe stato punito se la congiura di Catilina non avesse rivolto le

menti ad altro che a reclami dei popoli. Anzi mandato in Ispagna, potè

rubare a man più salva: poi fatto tribuno della plebe, servì a Cesare;

fu lui che arrestò il console Bibulo, in onta dell'opposizione dei nove

colleghi. Accusato di malversazione, chiede l'appoggio di Clodio, e coi

loro bravi scacciano il pretore e i giudici. Domanda la pretura, e il

popolo e Pompeo lo preferiscono a Catone: un Vatinio a Catone! Accusato

di nuovo, è protetto da Pompeo e difeso da Cicerone. Poi si butta tutto

a servizio di Cesare, dal quale fu fatto console, ma per pochi giorni

(47); indi mandato a tener in freno l'Illirio, nel che meritò

gli onori del trionfo.

Con costui ribaldeggiavano Cornelio Dolabella e Marc'Antonio maestro

della cavalleria, cioè luogotenente del dittatore; e non potendo

ottenere tavole di proscrizione, Dolabella, oppresso dai creditori,

proponeva almeno si abolissero i debiti, e i locatarj fossero esentati

dal pagare gli affitti; e a capo d'uno stuolo di debitori levò tumulto:

ma Antonio, che da prima l'avea favorito, spedì contro costoro i

legionarj che li vinsero, uccidendone ottocento. Cesare sopragiunto

indusse il popolo a ripudiare la proposizione di Dolabella, solo con

ciò garantendo il capitale, levando via il guadagno usuriero[160]; nè

confiscò se non i beni della famiglia di Pompeo, considerandola come

unica colpevole di tanti guaj, e che ancor se ne valeva per fomentare

la guerra civile. Quando furono offerti all'asta, nessuno vi disse per

rispetto all'illustre estinto; ma Antonio se li buscò a vil prezzo, e

si sbrigliò a tante insolenze da stomacarne la longanimità di Cesare.

Fra ciò i Pompejani, furiosamente selvaggi, coglievano ogni occasione

di vendette e dilapidazioni, cospiravano per saccheggiare i porti del

Mediterraneo, impedire gli arrivi del grano onde l'Italia affamasse;

allora la devasterebbero con bande dell'Armenia e della Colchide, e

mutata la sede dell'impero, tornerebbero gl'Italiani in servitù, e i

territorj spartirebbero fra gli oligarchi. Vedete dunque se l'ordine e

la libertà sieno soccombuti a Farsaglia, o v'abbiano trionfato.

E Cicerone? dal campo di Pompeo era rifuggito a Corfù, dove Catone,

come ad uom consolare, voleva rimettergli il comando delle coorti

salvate da Farsaglia; e perchè questi se ne scusava, il figlio di

Pompeo gli diè del vile e avventossegli alla vita: ma Catone lo

sottrasse, e il rimandò salvo. Catone rispettava in Tullio la dignità;

non so quanto potesse stimarne il carattere: egli inflessibile nella

virtù o in quella che tale giudicava; Tullio anelante dietro alla

rinomanza; egli fiso alla patria, dimenticava se stesso a segno che

neppur mai ascese al consolato; Tullio vedeva sè nel primo luogo,

e desiderava meno di salvar la repubblica che di potersene vantare:

quegli prevedeva i frangenti, e venuti non se ne sgomentava; questi

ne sbigottiva per eccesso d'immaginazione: quegli calcolatore delle

circostanze, questi illuso da cento minute preoccupazioni: quegli

insomma uom di principj, questi di equilibrio; e l'uno e l'altro inetti

a ristabilir le cose, il primo per cieco amore del passato, il secondo

perchè corto di veduta, irresoluto di volontà, bisognoso di tener

dietro ad altri anzi che di guidare.

Conforme dunque all'indole loro, Catone raccolse le reliquie di

Farsaglia e persistette nella resistenza: Cicerone, benchè consigliasse

a «deporre le armi, non gettarle», le gettò, e ritirossi in Italia,

paventando ogni male dal _nuovo Falaride_[161]; ma appena udì che

Cesare tornava, gli uscì incontro fin a Taranto. Il dittatore al

primo vederlo scavalcò ed abbracciollo, accompagnandosegli per lungo

tratto, senza far motto dell'accaduto. Cicerone da quel momento si

tenne nelle vicinanze di Roma, alieno dagli affari, scrivendo di

filosofia, venendo alla città soltanto per corteggiare il dittatore;

e mostrando a' suoi amici la mansuetudine di Cesare, gli esortava a

non fare se non quello che a lui gradisse[162], e sperava in lui un

nuovo Pisistrato, volente il bene della patria per autorità assoluta,

non per graduali progressi del popolo. Poi il suo facile cangiar di

parte egli pretendeva rattoppare con belle parole: — S'io vedo una

nave col vento in poppa andare non al porto ch'io un tempo approvai,

ma ad altro non men sicuro e tranquillo, vorrò arrischiarmi contro

la tempesta, anzichè secondandola procacciarmi salute? Nè io credo

incostanza il dar volta ad un'opinione, come ad una nave o ad un

cammino, secondo le circostanze pubbliche. Ho udito e visto e letto in

sapientissimi e chiarissimi personaggi di questa e d'altre città, che

non si deve sempre durare nelle medesime sentenze, ma difendere quello

che richiedono lo stato della repubblica, l'inclinazione dei tempi,

la ragione della concordia. Così io faccio, e farò sempre; e crederò

che la libertà, cui io nè ho lasciata nè lascerò mai, consista non

nell'ostinatezza, ma in una certa moderazione».

Catone, colle coorti radunate a Corfù e con molti illustri, si tragittò

in Africa per raggiungere Pompeo; e uditane la fine, giurarono morire

per la libertà; Catone ne accettò il comando, promettendo di non

salir più cavallo o carro, di mangiare seduto anzichè a sdrajo come

usavasi, e di non coricarsi che per dormire. Avuta volontariamente la

città di Cirene, traverso al deserto andò nella Mauritania per unirsi

all'esercito rifuggitovi con Metello Scipione suocero di Pompeo, e fece

a questo attribuire la suprema capitananza, perchè un oracolo asseriva

perpetua vittoria agli Scipioni in Africa. Giuba figlio di Jemsale,

re della Numidia e della Mauritania, s'era messo con quella bandiera;

e se, mentre Cesare perdevasi in quel suo amorazzo alessandrino, i

Pompejani avessero operato con concordia e abnegazione, virtù troppo

rare nei partiti, potevano rimettere in forse ciò che a Farsaglia parea

deciso.

Cesare si riscosse a tempo (46), e ripigliata l'abituale

rapidità, sovragiunse con pochi, ma risoluti guerrieri, fra cui alcuni

Galli, trenta dei quali rincacciarono ducento Mauritani fin alle

porte di Adrumeto. Ivi però il dittatore si trovò ridotto a pessime

strettezze per la possa dei nemici e la scarsità dei viveri: se non

che il generale avverso, mal ascoltando a Catone che consigliava di

evitare gli scontri, accettò la battaglia presso Tapso, ove lasciò

cinquantamila uccisi e la vittoria. Le città a gara schiusero le porte;

i capi dell'opposta fazione o s'uccisero o furono uccisi; Petrejo

e re Giuba vennero a duello, in cui il primo cadde, l'altro si fece

ammazzare da uno schiavo; solo Labieno trovò modo di fuggire nella

Spagna, ove Catone aveva spedito Gneo e Sesto figli di Pompeo.

Catone, che colla robusta sua calma aveva raccolto a Utica un senato

di trecento Romani, gli esortò a stare concordi, unico mezzo di

farsi temere resistendo, o d'ottenere buoni accordi cedendo; e non

dover disperarsi delle cose mentre la Spagna reggeasi in piedi, Roma

inavvezza al giogo, Utica munita e provvista. Deliberato di difendersi,

i mercadanti italiani ivi accasati proponevano di dare la libertà e

le armi agli schiavi, ma Catone si oppose a questa violazione della

proprietà; quasi la legge stessa non ponesse per supremo oggetto la

pubblica salute! Però i timidi prevalsero, e giudicando insania il

resistere a colui, cui l'universo avea ceduto, mandarono a Cesare la

loro sommessione. Catone non disapprovò quel consiglio, ma nulla volle

chiedere per sè, dicendo: — Il conceder la vita suppone il diritto di

toglierla, il quale è un atto di tirannia; e da un tiranno io nulla

voglio».

Irremovibile nelle sue dottrine, vagheggiava una repubblica non solo

diversa da quella d'allora, ma quale non la riscontrava nemmanco nel

passato; pure, in difetto di meglio, venerava le istituzioni della

patria, sperandole capaci di ringiovanirsi. Perciò stette col partito

senatorio contro quelli che la repubblica sovvertivano; al di là del

quale sovvertimento egli non potea preveder nulla, egli strettamente

romano, e quindi incapace di presentire l'azione di genti nuove e d'una

nuova fede. Perduta la lite a Farsaglia, che più rimanevagli? Trascinar

in lungo una guerra che sempre avea deplorata, e di cui sentiva

ineluttabile la perdita? transigere sull'indomito patriotismo, e

accettando la clemenza di Cesare, mettersi con quelli che nel sacrario

della patria accomunavano Orientali e Galli; che promettevano al popolo

giustizia, quiete e pane invece di libertà? Altra uscita gli additavano

i filosofi stoici, alle cui dottrine s'era temprato, e che ripeteano,

— Quando la vita è di peso, muori». Vero è che alcuni insegnavano non

doversi disertare il posto ove Dio ci collocò, senza ordine di lui: ma

ordine pareva una disgrazia, specialmente pubblica, o l'impossibilità

di trovare una sfuggita decorosa.

Di queste massime disputava Catone con filosofi, dei quali un branco

avea sempre seco; e dopo il bagno e una lieta cena, passò con loro

la sera dibattendo teoremi stoici, e principalmente questo, — Non

esser liberi che i virtuosi; i malvagi essere tutti schiavi»; poi

ritiratosi lesse il dialogo di Platone sull'immortalità dell'anima,

chiese la spada, e poichè un servo, accortosi del suo disegno, tardava

a recargliela, lo schiaffeggiò di modo che si ferì la mano. Rimandò i

figliuoli e gli amici che s'ingegnavano a dissuaderlo, e ai filosofi

disse: — Muterò risoluzione, quando voi mi dimostriate che non sarebbe

indegno di me il chieder la vita al mio avversario». Que' gran filosofi

nol seppero, onde gli fu mandata la spada: esaminandola esclamò, —

Ora mi sento padrone di me»; dormì tranquillo, e al cantar dei galli

si trafisse. Era dispetto d'orgoglio mortificato; era disperazione

dell'avvenire; e la virtù del gran savio riusciva ad un intempestivo

abbandono del posto, nel quale sarebbe stato coraggio d'uomo e dovere

di cittadino il sostenersi.

Gli Uticesi e quanti il conobbero lo piansero come il solo Romano

ancora libero; Cesare esclamò, — M'ha invidiato la gloria di

conservargli la vita»; pure allorchè Cicerone ne scrisse un panegirico,

gli oppose l'_Anti-Catone_, mettendone in chiaro i difetti e le

intempestive virtù. In realtà Cesare aveva le doti moderne, Catone le

antiquate; quegli aspirava al voto de' contemporanei e de' posteri,

l'altro proponeasi una virtù ideale, e può dirsi perisse con lui la

stirpe degli antichi repubblicani: onde la causa soccombente pretese

tutto per sè l'onore di questo martire, oppose il voto di lui a quello

del destino[163], e lo divinizzò qual simbolo dell'odio contro Cesare.

Il quale, ridotte a provincia la Numidia e la Mauritania (46 — giugno), vi lasciò proconsole Crispo Sallustio storico, cui così

apriva la strada di rientrar nel senato, donde era stato escluso.

Non erano però ancora spenti i nemici di Cesare. Cecilio Basso,

cavaliere romano, ritirato a Tiro sotto velo di traffici, rannodò i

Pompejani, e ben presto si trovò in grado di venir a battaglia con

Sesto Cesare governatore della Siria, indusse l'esercito di questo

ad assassinarlo e seguir lui, e chiamando in ajuto Arabi e Parti,

si sostenne fino alla morte del dittatore. In Ispagna i due figli di

Pompeo, battendo la campagna, aveano confinato i Cesariani entro le

fortezze; finchè il dittatore, venutovi in persona, gli affrontò nel

piano di Munda presso Còrdova (45 — marzo). I così detti

repubblicani con disperata risoluzione avventandosi, sulle prime

ebbero tale vantaggio, che Cesare fu sul punto d'uccidersi; ma ripreso

coraggio, gridando a' soldati suoi, — Non vi vergognate d'abbandonare

il vostro capitano a codesti ragazzi?» precipitossi fra i combattenti,

e rintegrata la pugna, e combattuto dal levare al tramonto del sole,

riuscì vincitore, uccidendo trentamila nemici e tremila cavalieri. Gneo

Pompeo fu morto, e la sua flotta distrutta; Sesto, suo fratello minore,

andò a nascondersi fra i Celtiberi: e Cesare ebbe finita in sette mesi

una guerra difficilissima.

Venne accolto a Roma con onori che rendeva abjetti il mancare d'ogni

misura; quaranta giorni di ringraziamento agli Dei; egli acclamato

dittatore perpetuo, unico censore, tribuno; cresciuti a settantadue i

ventiquattro littori di sua guardia, dichiarata sacra la sua persona;

nelle assemblee dica pel primo il suo parere; agli spettacoli gli si

prepari una sedia curule, che deva rimanere anche dopo la sua morte;

non si comincino le corse del circo finchè egli non dia il segnale;

quattro cavalli bianchi conducano il suo cocchio, come quello di

Camillo vincitore dei Galli; si chiami giulio il mese in cui nacque;

accanto a Giove sorga la statua di lui, poggiante sul globo della

terra, coll'epigrafe _A Cesare semidio_.

I grandi onori spesso rivelano grandi paure; a mitigar le quali,

Cesare proclamò non rinnoverebbe le stragi di Mario e Silla: — Così

avessi potuto non una stilla versare di sangue cittadino! Ora, domi

i nemici, deporrò la spada, intento a guadagnare colle buone coloro

che persistono a odiarmi. Serberò gli eserciti non tanto per difesa

mia, quanto per la repubblica; a mantenerli basteranno le ricchezze

che d'Africa portai; anzi con queste potrò dare ogn'anno al popolo

ducentomila misure di frumento e tre milioni di misure d'olio».

I padri e il popolo rassicurati gli decretarono quattro trionfi

nel mese stesso, de' Galli, dell'Egitto, di Farnace, di Giuba. Nel

primo si ostentarono i nomi di trecento popoli e ottocento città,

ed essendosi spezzato l'asse del suo carro trionfale, fece venire

quaranta elefanti, carichi di lanterne di cristallo che illuminarono

la ritardata processione. Al tempio del Campidoglio salì a ginocchi, e

vedendo la statua erettagli accanto a Giove, volle abraso il titolo di

semidio. Non meno pomposi furono i tre seguenti trionfi; ma nell'ultimo

spiacque il veder figurare le statue di Scipione, Catone e Petrejo.

Sessantacinquemila talenti (360 milioni) si valutarono i vasi d'oro e

d'argento allora portati, oltre duemila ottocentoventidue corone donate

dalle varie città, pesanti ventimila libbre, cioè del valore di due

milioni e mezzo; col cui ritratto pagò e donò lautamente. Come ogni

vincitore di rivoluzione, dovea riconoscere due sovrani, il popolo e i

soldati. Questi tenne nei limiti, e li distribuì fra le popolazioni,

ma soltanto su terre abbandonate, affine di mescolarli coi borghesi,

dando inoltre ventimila sesterzj a ciascun soldato, il doppio a ciascun

centurione e cavaliere. Ogni cittadino ebbe dieci misure di grano,

dieci libbre d'olio e quattrocento sesterzj: e ventiduemila tavole da

tre letti accolsero centonovantottomila convitati a bere il vino di

Scio e di Falerno, e gustare ogni squisitezza.

Pompeo, conoscendo le inclinazioni del popolo cui voleva dominare,

gli aveva preparato il circo più ampio che mai, largo trecento e

lungo settecento metri, sicchè potessero sedervi ducencinquantamila

spettatori; un corso d'acque ricreava la vista e proteggeva dalle

belve gli astanti, difesi anche da ferreo cancello. Quivi Cesare esibì

duemila gladiatori, finte zuffe terrestri e navali, danze pirriche

menate dai principi d'Asia, il giuoco trojano dai nobili giovani

romani, corse di cocchi, atleti, combattimenti d'elefanti e d'altre

fiere, tra cui una giraffa, la prima che si vedesse; neppure sacrifizj

umani mancarono, se Dione è veritiero; e tanta accorse la folla, che

molti dovettero pernottare alla serena, alcuni rimasero schiacciati.

La gente nuova, interessata alle fortune di lui, freneticava nel

festeggiarlo; sta bene: ma a gara con essa senatori e cavalieri,

degeneri avanzi del sangue latino, compiacevansi di dare se medesimi

spettacolo nell'arena sanguinosa, in cui si celebravano le esequie del

mondo antico.

Vi comparvero anche i famosi mimi Publio Siro e Giunio Laberio. Il

primo, condotto schiavo e acquistata la libertà coll'ingegno, compose

commedie, di cui ci sopravanzano solo alcune nobili sentenze; e in

quell'occasione, sfidati i poeti drammatici e gli attori, tutti li

vinse. A Laberio, ch'era stato espunto dai cavalieri quando salì sulla

scena, in premio delle commedie presentate Cesare restituì l'anello

d'oro con centomila lire. Venendo pertanto onde pigliar posto sulle

banchette distinte, e passando accanto di Cicerone seduto fra i

senatori, questi gli disse: — Ti farei posto se non mi trovassi anch'io

così stivato», alludendo ai tanti senatori creati da Cesare. Ma Laberio

più argutamente gli rispose: — Non mi maraviglio che ti senta allo

stretto tu, avvezzo a tenerti su due sedili».

Modernamente un popolo aspirante alla libertà affidava il potere

dittatorio a un eroe, che accettandolo diceva: — Non che credermi

per tal confidenza sciolto d'ogni obbligo civile, ricorderò sempre

che la spada, a cui dobbiamo ricorrere solo nell'ultimo estremo per

difesa delle nostre libertà, dev'essere deposta dacchè queste saranno

assodate». E dovette adoprarla, e vinse i nemici, e trovò turbolenti i

compatrioti per modo che i soldati gli offrivano di lasciarsi portare

al poter supremo; ma egli rispose: — Meraviglia e dolore mi fa tale

proposta. Nel corso della guerra nulla m'afflisse tanto come il sapere

che simili idee circolavano per l'esercito. Cerco invano qual cosa

nella mia condotta abbia potuto incoraggiare un tal concetto, che io

devo guardar con orrore e condannare severamente». Questo personaggio

si chiamava Washington all'età de' nostri padri, Bolivar alla nostra:

ma Cesare era altr'uomo, altri i tempi, e dopo mezzo secolo di continue

commozioni, dove tutti erano tormentatori o tormentati, dove il mare

dai corsari, la terra veniva conturbata da poveraglia disposta a

seguire Clodio o Catilina, Spartaco o Sertorio, tutti credevano che il

dominio d'un solo fosse una necessità, fosse l'unico mezzo di rendere

al mondo la pace interna e la sicurezza della vita civile, primo ed

essenziale scopo della sociale convivenza.

Cesare, arbitro della repubblica, ne rispettò le forme. Privo di

figliuoli, e sapendo aborrito ai Romani il nome di re, non pensò

istituire una dinastia; ma neppur mai ebbe l'idea di ripristinare

la repubblica, come Silla; e vuolsi tenerlo come il vero fondatore

dell'impero, già in lui il nome d'imperatore non avendo più il consueto

significato di generale trionfante, ma essendo titolo di suprema

autorità.

Conoscendo come il prorogato comando avesse a lui agevolato il

giungere all'autorità suprema, vietò che nessun pretore potesse durare

in governo più di un anno, più di due un uom consolare. Tenendosi

abbastanza sicuro perchè vedevasi necessario alla pace universale,

perdonò satire, maldicenze, trame, inveterate nimicizie, fece rialzare

le statue di Pompeo e di Silla abbattute nel primo furore, girava senza

guardie e senza corazza per la soggiogata città.

E si applicò tutto alla politica, alla morale riparatrice. Come

censore, fa la numerazione del popolo; rende a Roma i tanti spatriati,

ma diminuisce l'affluenza dei foresi col ridurre da trecentoventimila a

cencinquantamila quei ch'erano pasciuti dal pubblico; modera il lusso,

ma le leggi suntuarie lo costringono ad empiere i mercati di spie, e

tenere magistrati di polizia che talvolta entrano nelle case de' ricchi

all'ora del pranzo, levandone gli esorbitanti apparecchi. Aumenta

i magistrati inferiori; limita il potere giudiziario dei senatori e

cavalieri, sicchè minore sia la venalità; sparge ottantamila poveri

in colonie oltre mare; pel primo dà pubblicità agli atti giornali del

senato e del popolo. Come pontefice massimo, scoperto il disordine

del calendario, chiama d'Egitto l'astronomo Sosigene, col cui ajuto lo

riforma, e così toglie all'aristocrazia il pretesto di sospendere gli

affari coll'allegazione incerta de' giorni festivi e nefasti.

Fra le leggi riordinatrici che pubblicò, ricordiamo quelle _majestatis_

contro l'alto tradimento, _de repetundis_ contro le malversazioni e

rapine de' proconsoli, _de residuis_ contro i contabili inesatti, _de

vi publica et privata_ contro le violenze, _de peculatu_ che colpiva

pure i sacrileghi. Anzi meditava riformare il diritto, e ridurre in

poche e precise le moltiplici leggi romane, compilazione che sarebbe

stata ben più preziosa che non quella di Giustiniano; ergere una

biblioteca nazionale come v'era stata a Pergamo e ad Alessandria,

diretta dall'eruditissimo Varrone; un tempio in mezzo al campo Marzio,

un anfiteatro a' piedi della rôcca Tarpea, una curia sufficiente ai

rappresentanti di tutto il mondo; al Tevere scaverebbe un nuovo letto

dal Ponte Milvio sin a Circeo e ad Ostia, dove un porto capacissimo

ed arsenali; disseccherebbe le paludi Pontine, aprirebbe una via dal

mar superiore fin al Tevere, formerebbe la mappa dell'impero; Capua,

Corinto, Cartagine, le maggiori città di commercio, risorgerebbero per

mano romana dalle romane ruine; per l'istmo di Corinto tagliato si

congiungerebbero i mari; poi con grossa guerra vendicato Crasso sui

formidabili Parti, tornerebbe pel Caucaso, per gli Sciti, pei Daci,

pei Germani; sicchè l'impero, dilatatosi su tutti i popoli inciviliti,

nulla avesse più a temere da Barbari.

Era stato ajutato da tutto il mondo, a tutto dovea Cesare mostrarsi

riconoscente col riceverlo in città. Grand'uomo, cattivo romano,

distruttore del passato, iniziator dell'avvenire, egli personifica

l'espansione umanitaria in contrapposto all'esclusività patrizia;

e se la politica romana fin allora aveva atteso ad assorbire le

genti, egli le volle assimilare. I generali conquistatori curvavano

i paesi vinti all'obbedienza di Roma sottraendone il denaro e la

forza, pur lasciandone le istituzioni, non per moderatezza, ma per

più sicuramente smungerle, fiaccarle, annichilirle: Cesare, mutato

sistema, dice a tutte le nazioni, — Eccovi aperta Roma; venite a sedere

nell'anfiteatro, nel fôro, nella curia», e sulle svigorite stirpi

dell'Asia e dell'Italia innesta le nuove de' Galli e degli Ispani. Al

rompersi della guerra civile, conferì la cittadinanza a quanti Galli

stanziavano fra l'Alpi e il Po, effettuando così quel ch'era costato

la vita ai Gracchi: dappoi la estese ai medici e professori d'arti e

scienze che venissero esercitarle a Roma. Mentre così Roma perdeva

la nazionalità col dilatarla, i popoli s'avvezzavano a considerare

l'Italia come capo del mondo, sospendendo con ciò le guerre alimentate

quinci dall'ambizione e dall'avarizia, quindi dal patriotismo.

Per risanguare quest'Italia sguarnita di popolazione e di piccoli

possessori, Cesare incoraggiò i matrimonj; e conoscendo il danno

del rimaner lontani i proprietarj, proibì di restarne fuori più d'un

triennio a chi avesse più di vent'anni e meno di quaranta, eccetto

i soldati; i ricchi prendessero almeno il terzo dei pastori fra gli

uomini liberi; i veterani non potessero vendere il loro fondo se non

dopo posseduto vent'anni. Crebbe a mille i senatori, aggregandovi le

persone più notevoli delle provincie, e principalmente delle Gallie,

molti centurioni e fin semplici soldati e liberti, massime tra i

vincitori della pugna farsalica. Tra gli atti di Cesare fu questo

che più offese gli aristocratici; giacchè il senato cessava d'essere

un corpo patrizio, unico rappresentante e conservatore del diritto

quiritario, e convertivasi in un'assemblea di notabili, che potrebbe

divenire rappresentanza di tutto lo Stato, su piede d'uguaglianza[164].

Coloro che vedevano nel patriziato la salvaguardia delle tradizioni

romane, e idolatravano la patria, cioè la tirannide di essa su tutte le

provincie, la signoria dei nobili sovra i plebei, dovevano esecrarlo

del pareggiar questi a quelli, ed aprir Roma a tutte le nazioni,

cioè distruggerla[165]. Noi che osserviamo la causa dell'umanità,

che deploriamo una plebe conculcata a talento da una classe, e l'uman

genere usufruttato a favore di una città sola, altro giudizio porteremo

di Cesare e di coloro che, per intempestive reminiscenze, troncarono

tanti divisamenti, e precipitarono il mondo in nuovi disastri.

Perocchè coloro di cui avea ferito gl'interessi o i sentimenti, non

sapeano le sue provvidenze attribuire se non alla smania di farsi de'

partigiani. Malgrado le assicurazioni, cianciavasi d'imminenti liste di

proscrizione; poi, profittando dell'odio contro il nome di re, diceasi

ch'egli lo agognasse, e — Non vedete (ripeteano) come la sedia e la

corona d'alloro accettò dopo vinta la Spagna? come la statua sua lasciò

collocare fra Tarquinio e Bruto?»

Nelle feste Lupercali, tramandate dall'antico Lazio, i giovani

patrizi e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo

con coregge chiunque scontrassero; e le dame ambivano que' colpi,

credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva,

Marc'Antonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli

un diadema intrecciato coll'alloro. Alcuni, forse ad arte disposti,

applaudirono: ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia

insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più

quando disse: — Re de' Romani non può esser che Giove; a quello si

rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare

si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello tribuni del

popolo ne li tolsero, e punirono quelli che aveano applaudito all'atto

di Antonio. Cesare indispettito li cassò della carica.

Abbia egli dunque il potere più assoluto, ma non il nome di re.

Sprezzando que' senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma

nuova da lui introdotta, faceva egli stesso i decreti e li firmava

co' nomi de' primarj, senza tampoco consultarli[166]. Un giorno che

i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so che nuovo onore e

privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il qual

segno di sprezzo ferì più che non l'oppressione. I Romani all'antica

si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l'importanza

politica, tutti i fregi della vita[167]: Cicerone gemeva che, mentre

dianzi stava al timone, allora si trovasse confinato nella sentina, e

di non ottenere una mezza libertà se non eclissandosi e tacendo[168].

Non meno poi de' nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea

deluse le ingorde aspettative, o frenata l'irrequietudine facinorosa

coll'impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà,

che allora soltanto poterono dirsi assicurate ai possessori. E nella

storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo

eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone

stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto

faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due

tirannie, la passata degli oligarchi e la futura dell'impero: e l'uomo

della resistenza strappa l'ammirazione riflessiva, non l'entusiasmo di

chi presta fede alle panacee politiche.

Cajo Cassio Longino dalla fanciullezza aborriva la tirannide a segno,

che udendo Fausto figlio di Silla vantarsi dell'illimitata potenza di

suo padre, lo prese a schiaffi; e chiamato dai parenti di quello, non

che fare scusa, protestò gliene darebbe di nuovi se osasse ripetere

simili discorsi. Contro Cesare pigliò particolare nimicizia perchè gli

avesse preferito Bruto nella pretura, e tolti alcuni leoni con cui

volea farsi ben volere dal popolo. Dal privato rancore infervorata

la naturale ambizione, se l'intese con altri scontenti, ed ebbero

l'abilità di coprire le loro macchinazioni coll'autorevole nome di

Marco Giunio Bruto.

Questo giovane era contato fra' più bei dicitori; scriveva latino e

greco con una concisa purezza, che poco aggeniava a Cicerone, il quale

di rimpatto pareva prolisso e snervato a Bruto; di belle lettere, di

storia, massime di filosofia sapeva quel che n'era; allevato nelle

massime platoniche, per secondare suo zio Catone piegò alle stoiche,

donde apprese a indurirsi a sacrifizj e a violente abnegazioni.

Pompeo gli uccise il padre; ed egli, per non parerne sviato da ira

personale, abbracciò la causa di esso; vero è che fu l'ultimo a

raggiungere e il primo ad abbandonare il vessillo repubblicano, e dopo

Farsaglia cercò ricovero nel campo nemico. Cesare che, per la lunga

dimestichezza avuta con Servilia madre di lui, lo riguardava quasi

proprio figliuolo[169], esultò di vederlo salvo; e non che perdonargli,

gli affidò l'importantissimo governo della Gallia Cisalpina, ove meritò

dai Milanesi una statua. Passionato degli studj, non seppe per essi

distogliersi dalle agitazioni politiche; ma nè queste nè quelli il

faceano trascurato degli interessi, giacchè ne' governi lavorò forte

d'usura. Pure tutti i partiti lo desideravano, e più dacchè erano

periti i capi raccomandabili; e se il vincitore lo blandiva, i vinti

rammentavano che, al dire del genealogista Pomponio Attico, discendeva

da quell'antico Bruto, la cui statua sorgeva fra quelle dei re in

Campidoglio; e fatto genero di Catone, voleva imitarlo per austerità

di costumi e inflessibilità di principj, talchè Cesare soleva dire: —

Molto importa che cosa voglia costui; tempra d'acciajo, checchè vuole,

e' lo vuol fortemente»[170].

In realtà egli era più orgoglioso che robusto, e i nemici del dittatore

indovinando da qual lato bisognasse pigliarlo, gli fecero intravvedere

che, tenendo con Cesare oppressore della patria e usurpatore, parrebbe

anteporre l'affetto privato alla libertà comune, un uomo alla pubblica

cosa; e scrivevano talvolta sulla porta di lui, — Vivesse oggi un

Bruto! Tu Bruto non sei. — Bruto, dormi?» Cassio, suo cognato, pallido

d'invidia e di stravizzi, conosciuto per abile e valoroso, forse

autore di questi motti, gli ripeteva qual fosse obbrobrio il tollerare

la servitù della patria, e che, mentre il popolo agli altri pretori

chiedeva spettacoli, da lui aspettava d'esser redento dal tiranno.

Così passo passo lo condusse al punto dove potè svelargli che erasi

ordita una congiura; sicchè avviluppato e sospinto, vi accettò il primo

posto, col suo illustre nome vi trasse altri di case primarie, e furono

sessantatre, o nemici antichi di Cesare per sentimento repubblicano,

o nemici nuovi perchè da lui beneficati e non satollati. Porcia,

figlia di Catone e moglie di Bruto, accortasi che qualche cosa bolliva

nell'animo del marito, si fece alla coscia una profonda ferita, e col

mostrare così di saper reggere al tormento, non indegna di tal padre e

di tal consorte, meritò d'esser fatta partecipe della congiura.

I Romani superstiziosi notarono una serie di prodigi che precedettero

la morte di Cesare, al quale scoppiavano da ogni parte indizj della

trama; ma o non vi credeva, o non si spaventava, solendo dire, — Meglio

è subir la morte una volta, che temerla sempre». Nel fatal giorno,

alla moglie Calpurnia che, sbigottita da sogni sanguinosi, volea

trattenerlo, non badò; incontrato l'astrologo che gli avea intimato di

guardarsi dagli idi di marzo, gli disse — Ebbene, gli idi son giunti»,

e quegli — Giunti, ma non passati». Entrò nel senato [Sidenote: 44 — 15

marzo], raccolto quel giorno nel portico di Pompeo; i congiurati se gli

accostarono in apparenza di chiedergli un nuovo atto di clemenza, e lo

assalirono coi pugnali. Si difese egli, ma come vide tra essi Bruto,

esclamò: — Anche tu, figliuol mio?» s'avvolse alla testa la toga, e

trafitto da venti colpi, spirò a' piedi della statua di Pompeo.

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) · 第 10 / 25 题