CAPITOLO XXVI.

Seconda guerra civile.

Con Crasso periva l'unico che potesse mantenere l'equilibrio fra

Cesare e Pompeo, i quali l'odio reciproco dissimulavano per tema

che quello, accostandosi all'altro, di là piegasse la bilancia. La

rottura (55) fu accelerata dalla morte di Giulia, figlia di

Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente.

Pompeo, benchè fosse rimasto in Roma, levò un esercito col pretesto

di proteggere la tranquillità, in fatto per dominar le fazioni e

non valere da meno degli altri triumviri. Domizio Enobarbo riuscito

console (54), avrebbe voluto por freno all'esorbitante

potenza, sorretto anche da Catone: ma s'accôrse di non valer nulla

contro le armi, in tempo che ogni elezione diventava opportunità di

traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla

censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone

si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le

pubbliche cose, niun altro partito restava che o fiaccamente assentire

coi più, o dissentire invano[141].

Il governo di Roma, come tutto ciò ch'è patriarcale, supponeva una

certa bontà: l'equilibrio suo consistendo nell'esteso diritto di

opporsi, bisognava non lo spingessero all'estremo nè il senato nel

negare gli auspizj, nè il tribuno nel mettere il veto: e poichè

riduceasi in fatto a due governi posti paralleli, quel della plebe e

quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli

camminare d'accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi,

tutto si sovverte; le fazioni bollono ogni giorno peggio; se il

tribuno mette il veto è deriso, o si mandano bravacci a sgomentarlo e

far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le spesse uccisioni fanno

sentire la necessità d'un freno dittatorio. Pompeo, che credevasi

l'unico uomo da ciò, voleva che il popolo se ne capacitasse, e venisse

a porglielo in mano; ma afferrarlo non osava, e intanto lasciava

prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, perdeva

la popolarità. All'occasione dell'assassinio di Clodio fu proposto di

conferirgli la dittatura (52), poi si stimò meglio farlo

console da solo, e tale rimase sette mesi, per quanto protestassero

Catone e la parte conservatrice: ma egli, non che s'ardisse

all'estremo, indietreggiò, eleggendosi a collega Metello Scipione; col

che, e collo sposarne la figlia Cornelia si riconciliò gli oligarchi.

Allora solo mostrarono accorgersi che Cesare, per via de' suoi emissarj

e coll'appoggio dell'esercito, s'avviava alla dominazione, sicchè il

senato implorò Pompeo siccome tutore della libertà: ma che libertà,

dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d'un

cittadino?

Cesare, gran guerriero, grand'oratore, gran politico, uom di dottrina e

di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario,

il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d'attenzione sì robusta che ad un

tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro segretarj;

coll'aspetto dignitoso e coll'efficace parola domina le assemblee,

reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall'estrema Bretagna

all'Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne'

_Commentarj_, che sono insuperabile modello di Memorie. Mentre poi i

suoi emuli ritorcevano l'occhio verso il passato, egli lo spingea verso

l'avvenire; donde una franchezza d'operare, sconosciuta a quelli; e

ne' suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla

giustizia.

Pompeo, che aveva creduto far di Cesare uno strumento, non voleva nè

confessare al senato d'essersi concertato con quello per isfasciare

la repubblica, nè a se stesso d'essersene lasciato illudere; donde

un'esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console, ligio a Pompeo,

propose al senato di richiamare Cesare (51), prima che ne

spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo,

sino a far battere un senatore di Como, all'unico scopo, diceva, che,

tornando nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole.

Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da

che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo

dell'Africa e della Spagna: anzi, fidato in un robusto partito e

nell'esercito (50), chiese di esservi riconfermato; e perchè

le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione, che

alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo

confermerà questa».

Per verità, chi potea credere che Cesare si restituisse come privato

in Roma, dopo vissuto come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente

da re era la potenza d'un capo d'esercito[142]. Anche stando colà,

coltivavasi l'amor dei Romani col fabbricare in città un nuovo fôro,

per la cui area soltanto spese sessanta milioni di sesterzj, e nel

campo Marzio porticati di marmo e tettoje ove ricoverarsi al tempo de'

comizj. Nella Gallia, come eroe a conquistarla, così appariva prudente

a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle

città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando

colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniano quel lago

delizioso.

Così rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, col

pretesto di ringraziarle del voto dato ad Antonio augure, suo

raccomandato; e v'ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e

vittime. Nel verno tornava di qua dall'Alpi? al suo quartiere accorreva

quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che

accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori: udivansi

vittorie di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di

supplicazioni. Intanto, facendosi scrivere tutte le cose e piccole e

grandi[143], teneva d'occhio le ordite dell'emulo, e con prestezza e

accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l'oro, coll'altra

tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare

sel comprò con mille cinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione

Scribonio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il

guadagna col rilevarlo dagl'immensi debiti, sicchè invece suggerisce

di prolungare ad entrambi il comando, o entrambi destituirli. Ebbe un

bel tergiversare il senato, il popolo convertì in legge la proposta, la

cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani: ma nè Pompeo nè Cesare

aveano in animo di deporre un imperio con sì lunghe arti procacciato;

solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile

che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile

vedeano la caduta della repubblica.

Di che Cicerone scriveva: — L'uno non vuol padrone, l'altro non

soffre eguale: Cesare pensa a conquistar il trono, Pompeo vuol farselo

donare»; trovava pericoloso l'appoggiare tutta la pubblica cosa sopra

uno che ogni anno faceva una malattia mortale; ma d'altro lato non

osava chiarirsi contro Cesare, a cui era debitore di grossa somma[144],

e domandava: — Il partito de' buoni qual è? forse il senato, che lascia

le provincie senza governo? forse i cavalieri, che mai non furono per

la repubblica, ed ora caldeggiano Cesare? forse negozianti e agricoli,

che non desiderano se non il quieto vivere? Noi combattiamo, ma in modo

che, se vinti ne andrà la vita, se vincitori la libertà». Riconosceva

dunque ch'era più onesto seguir Pompeo, ma che in ogni modo la

repubblica era sagrificata. Catone, immobile come il dio Termine, non

poteva distinguer chiaro con quale dei due partiti cozzanti stesse la

ragione; ma scevro d'ambizione personale, fedele alle idee vecchie, più

non portò corone, vestì il lutto, e diceva: — Se vince Pompeo, io mi

esiglio da Roma; se Cesare, mi uccido».

Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti

sentivano imminente lo scoppio, niuno ne volea la responsabilità. Ma a

ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi

aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la

sua bandiera tutta la patria; onde, allorchè Cicerone, desideroso

d'entrar mediatore, gli chiese quali forze opporrebbe a Cesare,

rispose: — Ch'io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni».

Questa prosuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre

Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava e invigoriva

le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico e

custode del popolo contro le esuberanze de' suoi nemici, soprattutto

fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come

loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli,

Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che

il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia

importantissima perchè i cittadini romani v'esercitavano i traffici

loro principali[145]; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese

di là e di qua delle Alpi, conferiva a chi la governasse l'arbitrio di

condurre l'esercito fino al territorio sacro d'Italia. Destreggiavasi

però a declinare da sè ogni illegalità e fin il sospetto d'ambizione;

ai primi rumori aveva scritto al senato, — Eccomi prontissimo a lasciar

l'esercito e le Gallie, purchè mi si diano l'Illiria e due legioni»:

domanda che sapeva gli sarebbe disdetta. Il senato gli ordina di

licenziare una legione per ispedirla in ajuto di Lentulo contro i

Parti, ed egli obbedisce senza por tempo in mezzo: Pompeo gli chiede

di restituirgliene un'altra affidatagli già tempo, ed egli lo fa, ma

non prima d'essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i

soldati.

Al contrario, Marcello, Lentulo, Scipione, altri fautori del senato

e di Pompeo, il quale ormai faceva causa con quello, troncarono le

peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo entro cui deponesse

ogni impero, o sarebbe dichiarato nemico della patria; e scacciarono

ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marc'Antonio che si

opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l'inviolabilità del loro

uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al

campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e

l'equità e la forza. Il senato (49) vedendo ormai calarsi

quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori

provvedano alla salvezza della repubblica; Cesare rassegna l'esercito a

Lucio Domizio; e Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli

dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar le truppe»;

al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio

alle cose».

È dunque gettato il guanto: se Cesare lo raccoglie, la guerra civile

è rotta. Tutti i giorni pertanto radunavansi i senatori, e andavano a

trovar Pompeo, il quale, essendo divenuto generale, secondo le leggi

dovea tenersi fuor di città, e che ebbe l'incarico di levare trentamila

Romani e quanti ausiliarj credesse, con autorità illimitata come re.

In Capua Cesare manteneva molte centinaja di gladiatori, esercitati

maestrevolmente, e disposti ad ogni cenno del padrone; e Pompeo li

sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le

provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilio

Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna,

l'Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero il

littorale; altri suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la

Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da

nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.

Nè Cesare dormiva. Eccitati a indignazione i soldati col mostrare i

tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben finite

imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè

legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell'Italia

senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia avevano

remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non

gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del

popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato,

coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma,

qui t'arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo

fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico,

come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai

sacri penetrali»[146]. Cesare stette alcun tempo librando fra sè gli

orrori d'una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere

giusto sempre, fuor quando si tratti d'un regno? Esclamando adunque, —

Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.

Allora sì fu in Roma la costernazione; allora apparve la vanità dei

nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un

sol uomo, o in un solo mettere tutte le speranze. I senatori tentennano

ne' consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri,

ingombro d'ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire

qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si

faccia; gli speculatori di rivoluzione adocchiano da qual parte spiri

maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante

provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli

garrisca, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le

promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar

consiglio[147]. E consiglio migliore gli sembrò il più disperato;

abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua

dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse.

Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli

dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone Cesare, ed

asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.

Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s'avvicina; oggi il

corriere porta ch'egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi

Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è

difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando

della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad

aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a

Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere

ne' diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno

di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella

cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l'esempio d'un nuovo

modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e

l'umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si

ritira a Brindisi nell'estremità meridionale dell'Italia; ma Cesare,

ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l'assedia: se non che,

avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l'Oriente,

lasciando il campo all'emulo che, in sessanta giorni conquistata

l'Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.

Quivi simulando rispetto a quell'antiquata legalità che il suo brando

spezzava, accampa ne' sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare

e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo

ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir

ascoltare l'arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima

le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per

indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa

sopra il nemico.

Sul tesoro accumulato contro i Galli fin dai tempi di Brenno, non

tocco neppure nelle necessità di Pirro, d'Annibale o delle fazioni,

Cesare pose le mani dicendo, — Io ho dispensata Roma dal suo

giuramento, poichè più non v'è Galli». Dall'erario pubblico, lasciato

sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d'oro[149],

spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro

la vincitrice. Spedì governatori suoi in tutte le provincie, Marco

Antonio per l'Italia, Cajo Antonio nell'Illiria, Licinio Crasso nella

Cisalpina; ad Emilio Lepido affidò Roma da governare, a Dolabella ed

Ortensio la flotta; e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo

nell'Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: —

Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo

poi un generale senza esercito».

Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i

fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle

prime sconfitto, in quattro mesi l'ebbe tutta sottoposta; volato

a Marsiglia Pompejana, l'ha a discrezione, e perdona le vite e la

libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma. Cicerone,

come vide andare a fascio le cose di Pompeo, volentieri se ne sarebbe

spiccato se non l'avesse trattenuto vergogna o punto d'onore, e ad

Attico scriveva: — Tu dici lodato quel mio motto, _amerei piuttosto

esser vinto con Pompeo, che vincitore con Cesare_. Sì; l'amerei, ma

col Pompeo che era allora o che mi parea: ora con questo che fugge

prima di sapere cui fugga nè dove, che lasciò in mano di Cesare

l'aver nostro, abbandonò la patria, l'Italia, se amai d'esser vinto,

l'effetto ne seguì». Si ritirò alla campagna; ma come Cesare andò in

persona a sollecitarlo di ritornare, persuaso che l'esempio molti altri

senatori indurrebbe, egli rispose: — Tornerò, purchè mi sia lecito

dir francamente la mia opinione»[150]. Appena però si sparse voce che

Cesare era perduto nella Spagna, con molt'altri deliberò di raggiungere

Pompeo, per quanto Cesare gli scrivesse che un uom d'onore in guerra

civile non deve chiarirsi, e che parrebbe spinto non da sentimento di

giustizia, ma da personale disgusto.

La vanità di lui dovette appagarsi della festa che vi ricevette;

ma il suo senno conobbe quanto poco fondamento fosse a fare sopra

que' giovani pretensivi, arroganti, la cui prodezza consistette nel

protestar col fuggire, e ricoverati nel campo pompejano, chiamar

traditore chiunque era rimasto in patria, e perseguirlo di sarcasmi

e di calunnie: quivi intanto sognar riscosse e vittorie, spartirsi in

prevenzione le prede; l'uno avrà il pontificato massimo, vacante per la

morte di Cesare; l'altro le ville e i giardini di questo o di Attico:

chi appigiona una casa nel fôro per trovarsi più comodo a brigar i voti

ne' prossimi comizj; chi già s'accaparra i suffragi; e preparano le

tavole di proscrizione, ognuno iscrivendovi come nemico della patria

il proprio nemico. Chiunque sta indifferente, chiunque non abbastanza

infervorato, dee soffrirne gl'insulti: i consigli moderati, l'aspettare

l'opportunità, il calcolare i mezzi saranno considerati codardia e

tradimento. Intanto si servono di Pompeo; ma quando per suo mezzo

avran vinto Cesare, lui pure sbalzeranno, onde ripristinare la pura

aristocrazia e il sistema di Silla.

Cicerone prese stomaco di costoro che nol lasciavano parlare, non

consigliare, non arringare; da uom disingannato mostrava quella

diffidenza dell'esito che mal si perdona, e non facea risparmio

d'epigrammi. A Pompeo che gli disse, — Tardi arrivasti» rispose: —

Eppure non trovo ancora disposto nulla». Chiedendogli quegli ove fosse

Dolabella suo genero, replicò, — È con vostro suocero». A Nonnio

che l'esortava a far cuore, perchè aveano ancora sette aquile, —

Eccellenti, se avessimo a combattere cornacchie». Udendo che un tale

avea lasciato via il cavallo, — Provvide meglio alla salute della

bestia che alla propria». Dando Pompeo la cittadinanza a un disertore

gallo, — Che bizzarro! (esclamò) promette una patria ai Galli, e non

sa assicurarla a noi». Pompeo, adontato di sarcasmi che più ferivano

quanto più ingegnosi, gli intonò: — Vattene una volta a Cesare, ove

comincerai a temermi». Catone stesso gli mostrò avrebbe meglio servito

la causa loro tenendosi di mezzo; alcuni perfino il sospettavano

d'intelligenze con Cesare; talchè esso, fedele alla teorica delle

evoluzioni opportune che spiegò più volte con ingenuità, abbandonò

il campo, disgustate ambe le parti, e supponendo a Pompeo feroci

divisamenti e il proposito d'imitare Silla[151].

Il più de' senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo,

sicchè nessun ostacolo v'ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore,

mentre le bestemmie contro Pompeo mostravano che nulla è sì popolare

quanto l'odio contro coloro che furono idolo del popolo[152]. In

undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei,

ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l'Italia

a capo d'una banda; ai proscritti di Silla permise di sollecitare

magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl'interessi;

concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefice

massimo riempì i posti vacanti ne' collegi sacerdotali (48); indi si fece rieleggere console, ed entrò in via per guerreggiare

Pompeo nella Grecia.

Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo

all'Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le

legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de' giovani

nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati

in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti

leggieri pendevano da' suoi cenni; egli stesso era carico d'allori;

la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri

partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già

non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò

un senato, più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò

rappresentante della patria, e proibì d'uccidere verun Romano se non in

battaglia regolare.

Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla rapidità;

onde vedendo tardare le legioni, s'imbarcò a Brindisi con pochissimi,

poi rimandò le navi a pigliare i restanti, ed osò assediare tante

forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua

riusciva la prova, come tutti i grand'uomini, confidando nella propria

fortuna, e sentendo d'avere per sè il popolo, e la forza di chi intende

il suo tempo ed apre l'avvenire. Eragli nato in casa un cavallo

coll'unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare

nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo

domatore l'impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura,

e ne dedicò l'effigie davanti al tempio di Venere Genitrice[153].

Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa

di generale che crea i soldati, e gl'identifica con sè. Inesorabile

col tradimento e coll'indisciplina, sul resto chiude un occhio: dopo

la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d'oro e d'argento; ma finchè

dura l'azione, non risparmia fatiche: è giorno di riposo? scoppia un

temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia

coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice

abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà

soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all'udir in

Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo,

e — Sì; domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila

cavalli, centomila soldati leggieri, trecento elefanti; io lo so, io

ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me;

se no, cotesti novellieri li butterò s'una nave, e li spingerò in balìa

del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno, lasciasi

crescer la barba.

Così s'acquista la piena devozione de' suoi soldati, che contavano

come gran vanto l'esser veduti da Cesare soccombere valorosamente.

Nella Bretagna un d'essi salva i centurioni avviluppati dal nemico;

fatte prove incredibili, lanciasi a nuoto, e uscito a riva viene a

chieder perdono a Cesare d'aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto

navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s'una nave nemica, ha tronca

la destra, e pur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli

avversarj, s'impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un

occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte

nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne

ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia,

Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose

tendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed

io, morto o vivo, otterrò le tue lodi». Un altro soldato all'intimata

d'arrendersi rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita

agli altri, non dagli altri riceverla».

Un tal generale e con tali soldati poteva altro che vincere? Vedendo

tardare i soccorsi che Marc'Antonio dovea menargli da Brindisi, Cesare

si veste da schiavo, e s'un battello da pesca traversa il mare. La

procella parve volerne punire la temerità, e i barcajuoli disperavano

di tener il largo, quando egli scoprendosi disse al piloto: — Che temi?

tu porti Cesare e la sua fortuna»[154].

Non potè però tenere l'assedio di Durazzo; toccata anzi una sconfitta,

risolse terminare la guerra con un colpo, ed entrò nella Tessaglia.

Pompeo voleva evitare una giornata risolutiva; ma come fare la sua

voglia in mezzo a tanti cavalieri e senatori invaniti di nomi storici,

disdicevoli alla presente bassezza, millantatori, i quali, siccome

avviene de' fuorusciti, credendo onorarlo col seguirlo, pretendevano

essere ascoltati (48), ragionare il comando, misurare

l'obbedienza a un capo che da loro traeva forza: e l'uno lo derideva

perchè aspettava l'opportunità; l'altro lo paragonava ad Agamennone

che volesse trarre in lungo la guerra per mantenersi a capo di tanti

eroi; un terzo si doleva che il ritardo gli torrebbe di mangiar i fichi

della sua villa di Tusculo; e tutti non vedevano l'ora di spartirsi le

prede, i prigionieri, le preture, i consolati, e diguazzare in patria.

A simili soldati Cesare avrebbe o negato ascolto o dato il congedo:

Pompeo, come i fiacchi di volontà, bisognava d'esser approvato,

applaudito, e avria comportato più volentieri una sconfitta che un

rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi

errori: con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia

in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per

l'evenienza d'una rotta[155].

Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame

ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee dicendo, — Sta

notte (12 magg.) dormiremo nel campo di Pompeo». Erano

concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento.

Avendo Cesare ordinato a' suoi di dirigere i tiri al viso (48), gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati,

volgeano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo

nel vedere in rotta il fiore de' suoi, ritirossi nella sua tenda, e

qui pure sopragiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri

alloggiamenti?» e deposte le divise del comando fuggì verso Larissa.

Ducento soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o venti mila;

contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L'han voluto; mi

ridussero alla necessità di vincere per non perire»[156].

La posterità, non abbagliata dall'esito, poco valuta il giudizio

che di se stessi pronunziano gli eroi; ma ricordando Mario e Silla

e gli antichi eroi micidiali de' vinti, tien conto a Cesare della

sua moderazione. Certamente dei due caratteri de' Romani, la voluttà

e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: —

Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che risente

di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato

dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di

quel che ho fatto, benchè mi si dica che coloro, cui ho donato vita

e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non

voglio smentirmi, mi piace non si smentiscano neppur essi»[157].

Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»;

entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di

letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d'una

solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere,

amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei

ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse

con festa Marco Bruto, che, seguìti gli stendardi di Pompeo, veniva

implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.

Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare della

vittoria; e ben capì che la guerra non era compita. Le flotte di

Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galee a Messina;

Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la

Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè

Pompeo, avvilito alla prima volta che la fortuna gli fallì, più non

confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi

incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi

a questo con fiducia, s'imbarca sul Peneo con qualche liberto, e

raggiugne una nave sulla vela. Raccolto alquanto denaro dagli amici

sui confini della Macedonia e della Tracia, a Lesbo toglie seco la

giovane moglie Cornelia e il figlio Sesto, che vi avea mandati in

sicurezza, e risolve di chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane

re d'Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici

e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli

dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che,

invece d'inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, n'acquistasse la

grazia coll'uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de' suoi fu

assassinato.

Tal fine ebbe il Magno, viziato dalla troppo benigna fortuna, dalla

mediocrità reso inetto a raggiungere quello cui la sua ambizione lo

spingeva. Un liberto ne arse il busto, e sepellì oscuramente le ceneri

sovra la spiaggia[158]: la sua testa imbalsamata fu offerta a Cesare,

che vedendola pianse, e giunto ad Alessandria tre giorni appresso,

fece innalzare un tempio a Nemesi in espiazione dell'assassinio, e

rendere in libertà gli amici di esso incarcerati da Tolomeo. Poi senza

lasciar trar fiato ai nemici (47), gl'insegue all'Ellesponto,

e scontrata la flotta pompejana di settanta vascelli, le intima

d'arrendersi; ai Gnidj condona il tributo per riguardo al favolista

Teopompo loro compatrioto; agli Asiatici rimette un terzo de' tributi;

riceve in protezione Jonj, Etolj ed altri; perdona al gàlato re

Dejotaro, a Marco Marcello, a Quinto Cicerone già suo ajutante nella

Gallia, e a quanti gli chiesero la grazia; côlta una figlia di Pompeo,

la mandò ai fratelli in Ispagna; e scriveva a Roma che il frutto

più caro delle sue vittorie era il salvare ogni giorno qualche suo

avversario.

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) · 第 9 / 25 题