Seconda guerra civile.
Con Crasso periva l'unico che potesse mantenere l'equilibrio fra
Cesare e Pompeo, i quali l'odio reciproco dissimulavano per tema
che quello, accostandosi all'altro, di là piegasse la bilancia. La
rottura (55) fu accelerata dalla morte di Giulia, figlia di
Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente.
Pompeo, benchè fosse rimasto in Roma, levò un esercito col pretesto
di proteggere la tranquillità, in fatto per dominar le fazioni e
non valere da meno degli altri triumviri. Domizio Enobarbo riuscito
console (54), avrebbe voluto por freno all'esorbitante
potenza, sorretto anche da Catone: ma s'accôrse di non valer nulla
contro le armi, in tempo che ogni elezione diventava opportunità di
traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla
censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone
si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le
pubbliche cose, niun altro partito restava che o fiaccamente assentire
coi più, o dissentire invano[141].
Il governo di Roma, come tutto ciò ch'è patriarcale, supponeva una
certa bontà: l'equilibrio suo consistendo nell'esteso diritto di
opporsi, bisognava non lo spingessero all'estremo nè il senato nel
negare gli auspizj, nè il tribuno nel mettere il veto: e poichè
riduceasi in fatto a due governi posti paralleli, quel della plebe e
quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli
camminare d'accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi,
tutto si sovverte; le fazioni bollono ogni giorno peggio; se il
tribuno mette il veto è deriso, o si mandano bravacci a sgomentarlo e
far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le spesse uccisioni fanno
sentire la necessità d'un freno dittatorio. Pompeo, che credevasi
l'unico uomo da ciò, voleva che il popolo se ne capacitasse, e venisse
a porglielo in mano; ma afferrarlo non osava, e intanto lasciava
prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, perdeva
la popolarità. All'occasione dell'assassinio di Clodio fu proposto di
conferirgli la dittatura (52), poi si stimò meglio farlo
console da solo, e tale rimase sette mesi, per quanto protestassero
Catone e la parte conservatrice: ma egli, non che s'ardisse
all'estremo, indietreggiò, eleggendosi a collega Metello Scipione; col
che, e collo sposarne la figlia Cornelia si riconciliò gli oligarchi.
Allora solo mostrarono accorgersi che Cesare, per via de' suoi emissarj
e coll'appoggio dell'esercito, s'avviava alla dominazione, sicchè il
senato implorò Pompeo siccome tutore della libertà: ma che libertà,
dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d'un
cittadino?
Cesare, gran guerriero, grand'oratore, gran politico, uom di dottrina e
di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario,
il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d'attenzione sì robusta che ad un
tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro segretarj;
coll'aspetto dignitoso e coll'efficace parola domina le assemblee,
reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall'estrema Bretagna
all'Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne'
_Commentarj_, che sono insuperabile modello di Memorie. Mentre poi i
suoi emuli ritorcevano l'occhio verso il passato, egli lo spingea verso
l'avvenire; donde una franchezza d'operare, sconosciuta a quelli; e
ne' suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla
giustizia.
Pompeo, che aveva creduto far di Cesare uno strumento, non voleva nè
confessare al senato d'essersi concertato con quello per isfasciare
la repubblica, nè a se stesso d'essersene lasciato illudere; donde
un'esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console, ligio a Pompeo,
propose al senato di richiamare Cesare (51), prima che ne
spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo,
sino a far battere un senatore di Como, all'unico scopo, diceva, che,
tornando nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole.
Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da
che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo
dell'Africa e della Spagna: anzi, fidato in un robusto partito e
nell'esercito (50), chiese di esservi riconfermato; e perchè
le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione, che
alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo
confermerà questa».
Per verità, chi potea credere che Cesare si restituisse come privato
in Roma, dopo vissuto come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente
da re era la potenza d'un capo d'esercito[142]. Anche stando colà,
coltivavasi l'amor dei Romani col fabbricare in città un nuovo fôro,
per la cui area soltanto spese sessanta milioni di sesterzj, e nel
campo Marzio porticati di marmo e tettoje ove ricoverarsi al tempo de'
comizj. Nella Gallia, come eroe a conquistarla, così appariva prudente
a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle
città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando
colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniano quel lago
delizioso.
Così rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, col
pretesto di ringraziarle del voto dato ad Antonio augure, suo
raccomandato; e v'ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e
vittime. Nel verno tornava di qua dall'Alpi? al suo quartiere accorreva
quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che
accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori: udivansi
vittorie di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di
supplicazioni. Intanto, facendosi scrivere tutte le cose e piccole e
grandi[143], teneva d'occhio le ordite dell'emulo, e con prestezza e
accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l'oro, coll'altra
tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare
sel comprò con mille cinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione
Scribonio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il
guadagna col rilevarlo dagl'immensi debiti, sicchè invece suggerisce
di prolungare ad entrambi il comando, o entrambi destituirli. Ebbe un
bel tergiversare il senato, il popolo convertì in legge la proposta, la
cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani: ma nè Pompeo nè Cesare
aveano in animo di deporre un imperio con sì lunghe arti procacciato;
solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile
che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile
vedeano la caduta della repubblica.
Di che Cicerone scriveva: — L'uno non vuol padrone, l'altro non
soffre eguale: Cesare pensa a conquistar il trono, Pompeo vuol farselo
donare»; trovava pericoloso l'appoggiare tutta la pubblica cosa sopra
uno che ogni anno faceva una malattia mortale; ma d'altro lato non
osava chiarirsi contro Cesare, a cui era debitore di grossa somma[144],
e domandava: — Il partito de' buoni qual è? forse il senato, che lascia
le provincie senza governo? forse i cavalieri, che mai non furono per
la repubblica, ed ora caldeggiano Cesare? forse negozianti e agricoli,
che non desiderano se non il quieto vivere? Noi combattiamo, ma in modo
che, se vinti ne andrà la vita, se vincitori la libertà». Riconosceva
dunque ch'era più onesto seguir Pompeo, ma che in ogni modo la
repubblica era sagrificata. Catone, immobile come il dio Termine, non
poteva distinguer chiaro con quale dei due partiti cozzanti stesse la
ragione; ma scevro d'ambizione personale, fedele alle idee vecchie, più
non portò corone, vestì il lutto, e diceva: — Se vince Pompeo, io mi
esiglio da Roma; se Cesare, mi uccido».
Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti
sentivano imminente lo scoppio, niuno ne volea la responsabilità. Ma a
ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi
aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la
sua bandiera tutta la patria; onde, allorchè Cicerone, desideroso
d'entrar mediatore, gli chiese quali forze opporrebbe a Cesare,
rispose: — Ch'io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni».
Questa prosuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre
Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava e invigoriva
le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico e
custode del popolo contro le esuberanze de' suoi nemici, soprattutto
fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come
loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli,
Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che
il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia
importantissima perchè i cittadini romani v'esercitavano i traffici
loro principali[145]; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese
di là e di qua delle Alpi, conferiva a chi la governasse l'arbitrio di
condurre l'esercito fino al territorio sacro d'Italia. Destreggiavasi
però a declinare da sè ogni illegalità e fin il sospetto d'ambizione;
ai primi rumori aveva scritto al senato, — Eccomi prontissimo a lasciar
l'esercito e le Gallie, purchè mi si diano l'Illiria e due legioni»:
domanda che sapeva gli sarebbe disdetta. Il senato gli ordina di
licenziare una legione per ispedirla in ajuto di Lentulo contro i
Parti, ed egli obbedisce senza por tempo in mezzo: Pompeo gli chiede
di restituirgliene un'altra affidatagli già tempo, ed egli lo fa, ma
non prima d'essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i
soldati.
Al contrario, Marcello, Lentulo, Scipione, altri fautori del senato
e di Pompeo, il quale ormai faceva causa con quello, troncarono le
peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo entro cui deponesse
ogni impero, o sarebbe dichiarato nemico della patria; e scacciarono
ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marc'Antonio che si
opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l'inviolabilità del loro
uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al
campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e
l'equità e la forza. Il senato (49) vedendo ormai calarsi
quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori
provvedano alla salvezza della repubblica; Cesare rassegna l'esercito a
Lucio Domizio; e Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli
dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar le truppe»;
al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio
alle cose».
È dunque gettato il guanto: se Cesare lo raccoglie, la guerra civile
è rotta. Tutti i giorni pertanto radunavansi i senatori, e andavano a
trovar Pompeo, il quale, essendo divenuto generale, secondo le leggi
dovea tenersi fuor di città, e che ebbe l'incarico di levare trentamila
Romani e quanti ausiliarj credesse, con autorità illimitata come re.
In Capua Cesare manteneva molte centinaja di gladiatori, esercitati
maestrevolmente, e disposti ad ogni cenno del padrone; e Pompeo li
sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le
provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilio
Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna,
l'Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero il
littorale; altri suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la
Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da
nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.
Nè Cesare dormiva. Eccitati a indignazione i soldati col mostrare i
tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben finite
imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè
legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell'Italia
senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia avevano
remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non
gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del
popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato,
coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma,
qui t'arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo
fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico,
come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai
sacri penetrali»[146]. Cesare stette alcun tempo librando fra sè gli
orrori d'una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere
giusto sempre, fuor quando si tratti d'un regno? Esclamando adunque, —
Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.
Allora sì fu in Roma la costernazione; allora apparve la vanità dei
nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un
sol uomo, o in un solo mettere tutte le speranze. I senatori tentennano
ne' consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri,
ingombro d'ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire
qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si
faccia; gli speculatori di rivoluzione adocchiano da qual parte spiri
maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante
provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli
garrisca, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le
promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar
consiglio[147]. E consiglio migliore gli sembrò il più disperato;
abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua
dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse.
Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli
dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone Cesare, ed
asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.
Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s'avvicina; oggi il
corriere porta ch'egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi
Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è
difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando
della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad
aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a
Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere
ne' diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno
di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella
cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l'esempio d'un nuovo
modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e
l'umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si
ritira a Brindisi nell'estremità meridionale dell'Italia; ma Cesare,
ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l'assedia: se non che,
avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l'Oriente,
lasciando il campo all'emulo che, in sessanta giorni conquistata
l'Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.
Quivi simulando rispetto a quell'antiquata legalità che il suo brando
spezzava, accampa ne' sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare
e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo
ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir
ascoltare l'arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima
le speranze, cheta le paure, e consiglia a mandar persone credute per
indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa
sopra il nemico.
Sul tesoro accumulato contro i Galli fin dai tempi di Brenno, non
tocco neppure nelle necessità di Pirro, d'Annibale o delle fazioni,
Cesare pose le mani dicendo, — Io ho dispensata Roma dal suo
giuramento, poichè più non v'è Galli». Dall'erario pubblico, lasciato
sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d'oro[149],
spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro
la vincitrice. Spedì governatori suoi in tutte le provincie, Marco
Antonio per l'Italia, Cajo Antonio nell'Illiria, Licinio Crasso nella
Cisalpina; ad Emilio Lepido affidò Roma da governare, a Dolabella ed
Ortensio la flotta; e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo
nell'Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: —
Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo
poi un generale senza esercito».
Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i
fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle
prime sconfitto, in quattro mesi l'ebbe tutta sottoposta; volato
a Marsiglia Pompejana, l'ha a discrezione, e perdona le vite e la
libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma. Cicerone,
come vide andare a fascio le cose di Pompeo, volentieri se ne sarebbe
spiccato se non l'avesse trattenuto vergogna o punto d'onore, e ad
Attico scriveva: — Tu dici lodato quel mio motto, _amerei piuttosto
esser vinto con Pompeo, che vincitore con Cesare_. Sì; l'amerei, ma
col Pompeo che era allora o che mi parea: ora con questo che fugge
prima di sapere cui fugga nè dove, che lasciò in mano di Cesare
l'aver nostro, abbandonò la patria, l'Italia, se amai d'esser vinto,
l'effetto ne seguì». Si ritirò alla campagna; ma come Cesare andò in
persona a sollecitarlo di ritornare, persuaso che l'esempio molti altri
senatori indurrebbe, egli rispose: — Tornerò, purchè mi sia lecito
dir francamente la mia opinione»[150]. Appena però si sparse voce che
Cesare era perduto nella Spagna, con molt'altri deliberò di raggiungere
Pompeo, per quanto Cesare gli scrivesse che un uom d'onore in guerra
civile non deve chiarirsi, e che parrebbe spinto non da sentimento di
giustizia, ma da personale disgusto.
La vanità di lui dovette appagarsi della festa che vi ricevette;
ma il suo senno conobbe quanto poco fondamento fosse a fare sopra
que' giovani pretensivi, arroganti, la cui prodezza consistette nel
protestar col fuggire, e ricoverati nel campo pompejano, chiamar
traditore chiunque era rimasto in patria, e perseguirlo di sarcasmi
e di calunnie: quivi intanto sognar riscosse e vittorie, spartirsi in
prevenzione le prede; l'uno avrà il pontificato massimo, vacante per la
morte di Cesare; l'altro le ville e i giardini di questo o di Attico:
chi appigiona una casa nel fôro per trovarsi più comodo a brigar i voti
ne' prossimi comizj; chi già s'accaparra i suffragi; e preparano le
tavole di proscrizione, ognuno iscrivendovi come nemico della patria
il proprio nemico. Chiunque sta indifferente, chiunque non abbastanza
infervorato, dee soffrirne gl'insulti: i consigli moderati, l'aspettare
l'opportunità, il calcolare i mezzi saranno considerati codardia e
tradimento. Intanto si servono di Pompeo; ma quando per suo mezzo
avran vinto Cesare, lui pure sbalzeranno, onde ripristinare la pura
aristocrazia e il sistema di Silla.
Cicerone prese stomaco di costoro che nol lasciavano parlare, non
consigliare, non arringare; da uom disingannato mostrava quella
diffidenza dell'esito che mal si perdona, e non facea risparmio
d'epigrammi. A Pompeo che gli disse, — Tardi arrivasti» rispose: —
Eppure non trovo ancora disposto nulla». Chiedendogli quegli ove fosse
Dolabella suo genero, replicò, — È con vostro suocero». A Nonnio
che l'esortava a far cuore, perchè aveano ancora sette aquile, —
Eccellenti, se avessimo a combattere cornacchie». Udendo che un tale
avea lasciato via il cavallo, — Provvide meglio alla salute della
bestia che alla propria». Dando Pompeo la cittadinanza a un disertore
gallo, — Che bizzarro! (esclamò) promette una patria ai Galli, e non
sa assicurarla a noi». Pompeo, adontato di sarcasmi che più ferivano
quanto più ingegnosi, gli intonò: — Vattene una volta a Cesare, ove
comincerai a temermi». Catone stesso gli mostrò avrebbe meglio servito
la causa loro tenendosi di mezzo; alcuni perfino il sospettavano
d'intelligenze con Cesare; talchè esso, fedele alla teorica delle
evoluzioni opportune che spiegò più volte con ingenuità, abbandonò
il campo, disgustate ambe le parti, e supponendo a Pompeo feroci
divisamenti e il proposito d'imitare Silla[151].
Il più de' senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo,
sicchè nessun ostacolo v'ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore,
mentre le bestemmie contro Pompeo mostravano che nulla è sì popolare
quanto l'odio contro coloro che furono idolo del popolo[152]. In
undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei,
ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l'Italia
a capo d'una banda; ai proscritti di Silla permise di sollecitare
magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl'interessi;
concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefice
massimo riempì i posti vacanti ne' collegi sacerdotali (48); indi si fece rieleggere console, ed entrò in via per guerreggiare
Pompeo nella Grecia.
Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo
all'Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le
legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de' giovani
nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati
in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti
leggieri pendevano da' suoi cenni; egli stesso era carico d'allori;
la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri
partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già
non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò
un senato, più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò
rappresentante della patria, e proibì d'uccidere verun Romano se non in
battaglia regolare.
Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla rapidità;
onde vedendo tardare le legioni, s'imbarcò a Brindisi con pochissimi,
poi rimandò le navi a pigliare i restanti, ed osò assediare tante
forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua
riusciva la prova, come tutti i grand'uomini, confidando nella propria
fortuna, e sentendo d'avere per sè il popolo, e la forza di chi intende
il suo tempo ed apre l'avvenire. Eragli nato in casa un cavallo
coll'unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare
nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo
domatore l'impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura,
e ne dedicò l'effigie davanti al tempio di Venere Genitrice[153].
Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa
di generale che crea i soldati, e gl'identifica con sè. Inesorabile
col tradimento e coll'indisciplina, sul resto chiude un occhio: dopo
la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d'oro e d'argento; ma finchè
dura l'azione, non risparmia fatiche: è giorno di riposo? scoppia un
temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia
coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice
abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà
soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all'udir in
Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo,
e — Sì; domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila
cavalli, centomila soldati leggieri, trecento elefanti; io lo so, io
ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me;
se no, cotesti novellieri li butterò s'una nave, e li spingerò in balìa
del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno, lasciasi
crescer la barba.
Così s'acquista la piena devozione de' suoi soldati, che contavano
come gran vanto l'esser veduti da Cesare soccombere valorosamente.
Nella Bretagna un d'essi salva i centurioni avviluppati dal nemico;
fatte prove incredibili, lanciasi a nuoto, e uscito a riva viene a
chieder perdono a Cesare d'aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto
navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s'una nave nemica, ha tronca
la destra, e pur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli
avversarj, s'impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un
occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte
nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne
ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia,
Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose
tendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed
io, morto o vivo, otterrò le tue lodi». Un altro soldato all'intimata
d'arrendersi rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita
agli altri, non dagli altri riceverla».
Un tal generale e con tali soldati poteva altro che vincere? Vedendo
tardare i soccorsi che Marc'Antonio dovea menargli da Brindisi, Cesare
si veste da schiavo, e s'un battello da pesca traversa il mare. La
procella parve volerne punire la temerità, e i barcajuoli disperavano
di tener il largo, quando egli scoprendosi disse al piloto: — Che temi?
tu porti Cesare e la sua fortuna»[154].
Non potè però tenere l'assedio di Durazzo; toccata anzi una sconfitta,
risolse terminare la guerra con un colpo, ed entrò nella Tessaglia.
Pompeo voleva evitare una giornata risolutiva; ma come fare la sua
voglia in mezzo a tanti cavalieri e senatori invaniti di nomi storici,
disdicevoli alla presente bassezza, millantatori, i quali, siccome
avviene de' fuorusciti, credendo onorarlo col seguirlo, pretendevano
essere ascoltati (48), ragionare il comando, misurare
l'obbedienza a un capo che da loro traeva forza: e l'uno lo derideva
perchè aspettava l'opportunità; l'altro lo paragonava ad Agamennone
che volesse trarre in lungo la guerra per mantenersi a capo di tanti
eroi; un terzo si doleva che il ritardo gli torrebbe di mangiar i fichi
della sua villa di Tusculo; e tutti non vedevano l'ora di spartirsi le
prede, i prigionieri, le preture, i consolati, e diguazzare in patria.
A simili soldati Cesare avrebbe o negato ascolto o dato il congedo:
Pompeo, come i fiacchi di volontà, bisognava d'esser approvato,
applaudito, e avria comportato più volentieri una sconfitta che un
rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi
errori: con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia
in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per
l'evenienza d'una rotta[155].
Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame
ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee dicendo, — Sta
notte (12 magg.) dormiremo nel campo di Pompeo». Erano
concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento.
Avendo Cesare ordinato a' suoi di dirigere i tiri al viso (48), gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati,
volgeano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo
nel vedere in rotta il fiore de' suoi, ritirossi nella sua tenda, e
qui pure sopragiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri
alloggiamenti?» e deposte le divise del comando fuggì verso Larissa.
Ducento soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o venti mila;
contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L'han voluto; mi
ridussero alla necessità di vincere per non perire»[156].
La posterità, non abbagliata dall'esito, poco valuta il giudizio
che di se stessi pronunziano gli eroi; ma ricordando Mario e Silla
e gli antichi eroi micidiali de' vinti, tien conto a Cesare della
sua moderazione. Certamente dei due caratteri de' Romani, la voluttà
e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: —
Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che risente
di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato
dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di
quel che ho fatto, benchè mi si dica che coloro, cui ho donato vita
e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non
voglio smentirmi, mi piace non si smentiscano neppur essi»[157].
Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»;
entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di
letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d'una
solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere,
amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei
ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse
con festa Marco Bruto, che, seguìti gli stendardi di Pompeo, veniva
implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.
Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare della
vittoria; e ben capì che la guerra non era compita. Le flotte di
Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galee a Messina;
Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la
Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè
Pompeo, avvilito alla prima volta che la fortuna gli fallì, più non
confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi
incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi
a questo con fiducia, s'imbarca sul Peneo con qualche liberto, e
raggiugne una nave sulla vela. Raccolto alquanto denaro dagli amici
sui confini della Macedonia e della Tracia, a Lesbo toglie seco la
giovane moglie Cornelia e il figlio Sesto, che vi avea mandati in
sicurezza, e risolve di chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane
re d'Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici
e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli
dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che,
invece d'inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, n'acquistasse la
grazia coll'uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de' suoi fu
assassinato.
Tal fine ebbe il Magno, viziato dalla troppo benigna fortuna, dalla
mediocrità reso inetto a raggiungere quello cui la sua ambizione lo
spingeva. Un liberto ne arse il busto, e sepellì oscuramente le ceneri
sovra la spiaggia[158]: la sua testa imbalsamata fu offerta a Cesare,
che vedendola pianse, e giunto ad Alessandria tre giorni appresso,
fece innalzare un tempio a Nemesi in espiazione dell'assassinio, e
rendere in libertà gli amici di esso incarcerati da Tolomeo. Poi senza
lasciar trar fiato ai nemici (47), gl'insegue all'Ellesponto,
e scontrata la flotta pompejana di settanta vascelli, le intima
d'arrendersi; ai Gnidj condona il tributo per riguardo al favolista
Teopompo loro compatrioto; agli Asiatici rimette un terzo de' tributi;
riceve in protezione Jonj, Etolj ed altri; perdona al gàlato re
Dejotaro, a Marco Marcello, a Quinto Cicerone già suo ajutante nella
Gallia, e a quanti gli chiesero la grazia; côlta una figlia di Pompeo,
la mandò ai fratelli in Ispagna; e scriveva a Roma che il frutto
più caro delle sue vittorie era il salvare ogni giorno qualche suo
avversario.