Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le
Gallie e i Parti.
Lo storico, che conosce primo suo dovere lo scoprire e manifestare
la verità, e che la verità sente come primo bisogno, dopo che uscì da
tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficoltà
non minori imbatte nei tempi splendidi della letteratura romana,
qualora si accinga a spiegare e ragionare quel che gli antichi hanno
dipinto. Raggiungere la bellezza artistica degli antichi nessun
moderno speri mai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero,
meno intenti a quel che dicono che non al modo di dirlo. E quando uno
vuole ai loro racconti applicar la ragione e l'intelligenza, se non
bastano le tante oscurità, dipendenti in gran parte dall'ignorare noi i
costumi e le condizioni di una società così differente, avvolgesi in un
labirinto di contraddizioni; nè soltanto fra i varj narratori, ma fra
il loro racconto, l'indole umana e la natura delle cose.
Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre
artifiziosamente i fatti, bensì una tradizione ai figli, una filosofia
pratica, una maestra della vita, dei portamenti civili e militari,
delle virtù di cittadino e di uomo. Questo carattere conservò essa
sempre, mantenendosi una lezione, una dimostrazione: per ciò scegliere
le circostanze, e quali tacere, quali esporre a gran luce, quali
ridur nell'ombra; perciò le arringhe de' personaggi, nelle quali si
manifestano non gli atti soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti
di passione politica, e propensi alla morale valutazione personale
più che al giudizio storico, gli autori latini mancano della calma
da cui traggono grandezza i greci. Gracco, Silla, Mario, e ben tosto
Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de' partiti; laonde la fama
ne esagerava gli atti, ne svisava gl'intenti; e quei che lasciarono
memoria di loro, nè tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile
il racconto e mascherare la calunnia o l'adulazione. Quelli poi che
storie stendeano di proposito, non prefiggeansi la verità, sì bene la
retorica; cernivano da altri libri, voltavano dal greco, raccoglievano
dalla tradizione non ciò che avesse prove o verosimiglianze maggiori,
ma ciò che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse
alle esigenze dell'arte.
Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38), nato da un d'Amiterno
divenuto cittadino romano nell'ultima emancipazione, raccontò la
guerra di Giugurta e la congiura di Catilina; ma come contemporaneo
e partecipe, piglia assunto di farne una satira, a tale scopo
atteggiando i personaggi e gli eventi. Il popolo svilito e corrotto,
il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lagrime e sulla
giustizia, calpeste le antiche virtù, il diritto delle genti posposto
all'utilità o al favore, la repubblica non reggentesi più per le
proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano
d'appropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso
coll'oro, Pompeo colla popolarità, Cesare colle armi, era lo spettacolo
che s'offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come
quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel mediocre Giugurta
preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibale.
Ciò che n'avanza ci fa viepiù desiderare quel che andò perduto; tanta è
la vigoria con cui scolpisce i caratteri, la sobrietà degli ornamenti,
l'_immortale brevità_, l'efficacia della parola, per istudio della
quale ripescò termini già al suo tempo antiquati, e traslati audaci,
e frasi affatto greche[103]. Si direbbe che anche in ciò si foss'egli
proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome
nel racconto non rifina d'encomiare i vecchi religiosissimi e sobrj,
che ornavano i tempj colla pietà, le case colla gloria, ai vinti non
toglievano se non di potere far male; sinchè la vittoria di Silla
non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per
terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse,
al pudore surrogati lo scialacquo, l'avidità, la sfacciataggine.
Udendolo nol diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi
virtù è acrimonia contro gli oligarchi, è il dispetto che un intelletto
colto prende della propria vergogna: perocchè ci consta che fu un
facinoroso; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedicò le sue storie,
fabbricò in città e in villa; e i suntuosi giardini che ritennero il
nome suo e coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale
dal colle opposto (_collis hortulorum_), parvero degni di soggiornarvi
gl'imperatori, e di là furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il
vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostrò ricchezza e squisito
gusto. Da Milone côlto in adulterio con Fausta, dovè subire le sferzate
e l'ammenda[104]: collocato a governo della Numidia, la rovinò colle
concussioni e colla prepotenza, indi pagò a Cesare un milione per
comprarsi un complice illustre: basti dire che, in città così corrotta,
fu depennato dall'album de' senatori. Oltre le materiali inesattezze
di tempo e di fatto, ci lascia al bujo sul vero intento di Catilina,
e con quali arti si traesse dietro tutta Italia, egli fradicio d'ogni
bruttura: eppure di mezzo a' suoi rimbrotti lo fa grandeggiare, mentre
non altra lode che la meschina d'ottimo console e di buon dicitore
attribuisce a Cicerone. Ma di questo si sa ch'era nemico; di quello
forse complice.
Tito Livio da Padova (59 av. C. — 18 d. C.), il miglior
narratore che s'abbia in qualsivoglia lingua, forma della sua
opera un poema, esponendovi quel solo che possa abbellirla, e colle
circostanze meglio acconcie all'effetto. Storici, oratori, poeti
gemano sulla decadenza di Roma: Livio, benchè ne confessi i vizj
presenti, vuol mostrare in che modo essa salì in tanta grandezza[105];
e abbagliato da quella, e credendola eterna, non discerne la virtù e la
giustizia; oppressioni e perfidie dissimula, o se nol può, le attenua
coll'esagerare i torti dei vinti; fra gli obblighi di questi conta pure
il credere a Roma quand'essa si proclama di origine divina[106]; ed
ancor più degli altri storici pagani, mostrasi cittadino anzi che uomo.
Il dubbio sente, ma non se ne inquieta; male s'addirebbe la discussione
colla magnificenza: sa le favole dei tempi primitivi, e si propone di
ripeterle senza nè affermarle nè combatterle[107]: gli stanno davanti
archivj immensi, non ha che a salire in Campidoglio per interpretare
vetuste iscrizioni, e non se ne cura, perchè non ne verrebbe un
solo nuovo vezzo al suo quadro: talvolta cita gli autori antichi e
ne libra le asserzioni, ma superficialmente, e non per desumerne il
preciso vero, ma per materia di retorica elaborazione; e più comodo
gli torna il ricopiare e sovente tradurre Polibio, neppur sempre
cogliendo nel segno[108]. Il meraviglioso è più poetico, i prodigi
sono opportunissimi a ciò, opportuno il sentimento della magnificenza
romana, opportuno il grandeggiare de' patrizj, opportune le parlate, e
l'affettar di credere alle cagioni divine più che alle terrestri.
Per verità lo scrivere la storia romana senza i prodigi, i vaticinj,
gli augurj, sarebbe uno svisarla, quanto l'ommettere i frati e i
miracoli in quella del medioevo: pure Livio trascese in tal genere,
massime scrivendo in secoli ove più nulla si credeva. — So bene (dice)
che quell'indifferenza (_negligentia_), per la quale gli spiriti forti
non credono che gli Dei presagiscano alcuna cosa, vorrebbe non se ne
raccontassero prodigi. Ma a me scrivendo di cose antiche si fa in certo
modo antico l'animo, e una tal quale religione m'insinua che, quel che
persone prudentissime pubblicamente credettero accettare, sia degno
d'esser riferito ne' miei annali»[109]. Invece le particolarità sulla
forma del governo repugnerebbero alla larghezza del suo tocco? ed egli
le neglige, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbolenze
che partorirono l'eguaglianza e la libertà; chiede quasi perdono se di
mezzo alla guerra punica si divaga sopra le questioni intorno al lusso,
recate dalla legge Appia[110]; e sempre sposa una parte, e giusta
lo spirito di quella giudica i fatti; nè sa piegarsi ad intendere e
rivelare i popoli e i tempi secondo l'indole di ciascuno, ma tutti li
foggia sul tipo preconcetto, come di tutti i personaggi fa degli ideali
di vizj e di virtù. L'epoca regia e l'aristocrazia patrizia frantende;
nei tribuni del quarto secolo disapprova i demagoghi dell'ottavo;
mentre applaudisce a quelle che giudica virtù, non s'avventa iracondo
al vizio. Pende verso la repubblica o, dirò meglio, verso l'antica
aristocrazia, talchè Augusto lo chiamava _il mio pompejano_; ma perchè
era la moda, era l'innocuo liberalismo del mondo colto: nè però
s'irrita contro le nuove forme, anzi tende a dissimulare i proprj
sentimenti, e riconciliare i cittadini colla presente condizione;
s'assodi pure la monarchia, purchè non leda la legalità.
In conseguenza trova giusti i primi sei re di Roma, tiranno il settimo
che non consultò col senato e si fece superiore alla volontà generale:
«ma non è dubbio (soggiunge) che questo Bruto, il quale tanta gloria
acquistò per l'espulsione di un tiranno, avrebbe sovvertito la
pubblica cosa se per desiderio prematuro di libertà avesse strappato
lo scettro ad alcuno dei precedenti monarchi»[111]. Nè ad esso Bruto,
istitutore della repubblica, pur una concede delle lodi con cui suole
congedarsi da ciascuno de' suoi eroi; precauzione dovuta ad Augusto,
sotto cui scriveva. Eppure quel suo continuo magnificar Roma ispirò
sospetti quando alla patria si surrogava un imperatore; e forse per
ciò divennero rarissimi i suoi libri, tanto che Mezio Pompejano ne
estraeva arringhe che girava recitando, e per le quali fu mandato a
morte da Domiziano. Dei centoquarantadue libri che forse erano, soli
trentacinque ci rimangono, neppur essi seguiti; manca tutta la seconda
decade, e la narrazione degli ultimi tempi della repubblica, cioè
di quelli che or raccontiamo: pure queste ruine sono il più augusto
monumento che mai si erigesse alla grandezza d'una nazione.
Informati che ci siamo sugli storici, ecco gli avvenimenti assumere
tutt'altra fisionomia qualora si confrontino cogli oratori, colle
leggi, con qualche frammento di memorie contemporanee. La retorica
ebbe sempre gran parte nei fatti de' Romani, e neppur essa applicossi
a porre in luce il vero e nudare il falso, bensì ad ottenere vittoria
in un assunto, in una causa. Il popolo accorreva ad ascoltare le
arringhe, come noi al teatro, dilettandosi alle belle parole, alle
acconcie frasi, alla storiella, alle lepidezze, all'artifizio di
travisar il vero e camuffare la ragione, alla felice dicitura; la
verità era l'ultimo de' suoi intenti; e però applaudiva, fischiava,
divertivasi, ma non vi credeva. Eppure quei brani d'eloquenza passarono
nella storia come reali dipinture di caratteri; e giudichiamo Catone,
Pompeo, Antonio, secondo le declamazioni de' retori, e del migliore
fra essi Marco Tullio, senza tampoco avvertire com'egli conchiuda
tutt'al differente in altri luoghi dove altrimenti gli conveniva, e
massime nelle epistole, che sono il documento più importante su questi
tempi. Non le destinava egli alla posterità, onde rivelano l'uomo
quale aprivasi agli amici, colle paure sue, le virtù, le speranze,
le debolezze, con mille particolarità che l'amor proprio avrebbe
dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi.
Egli poi od i suoi amici le scriveano sotto l'impressione degli
avvenimenti; e poichè gli avvenimenti erano importantissimi, piace
oltremodo il cogliervi quelle gradazioni di caratteri che allo storico
sfuggono, e addomesticarsi coi pensamenti e coi ragionari de' più
insigni contemporanei, che collegati nel sentimento d'un dolore comune,
espongono la porzione che in particolare ciascuno soffre de' pubblici
guaj, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti al nulla, o presi in
sospetto ed in persecuzione dai vendicatori di esso.
Come avviene in età operose, molti scrissero i proprj ricordi, fra
cui Silla, Lutazio Catulo, Emilio Scauro, Vipsanio Agrippa, Lucullo;
in greco però, giacchè, come dice Cicerone, le cose greche si leggono
per tutto il mondo, le latine rimangono ne' proprj angusti confini.
Sventuratamente tutte perirono, eccetto le preziosissime di Giulio
Cesare.
Di alcuni di questi compilò le vite il greco Plutarco, quasi un secolo
dopo Cristo, usando abbondantissimi materiali ora periti: ma que'
materiali egli raccozza, non fonde, non confronta, non ne concilia le
antinomie, spesso li frantende. Oltre la classica cura dello stile più
che delle cose, tende meno a scoprir il vero che a dipingere caratteri
e passioni umane; non esamina la credibilità de' testimonj, non accerta
le età, non conosce i luoghi; e lasciando che altri lo raccomandi
come morale, noi non crediamo possa da lui ritrarsi la genuina
immagine di quegli eroi, ch'egli stesso non comprese perchè non sapeva
identificarsi coi tempi. Cesare e Pompeo ci mostra ben altri che nella
storia; di Cicerone racconta i sogni, i motti, non i fatti pubblici,
nè tampoco ne lesse le orazioni, ignorando la lingua latina: tanti
prodigi, augurj, superstiziose cause di eventi grandiosi egli accumula,
quanti ora, non che uno scrittore, neppur una donnicciuola farebbe:
digiuno di politica, la più solita ragione degli avvenimenti gli è la
volontà degli Dei, macchina metafisica la quale, quanto ingrandisce il
concetto della storia generale, tanto alle particolari toglie e dignità
e istruzione.
Con siffatti elementi è pur difficile, nell'esposizione dell'ultima
età repubblicana, giungere ad un risultamento che appaghi la ragione,
per quanto tu colga i punti essenziali dei dibattimenti d'allora,
ed elimini gl'incidenti parziali ogniqualvolta non servano a ciò che
importa, la rivelazione dello stato sociale. Per non essere a continua
capiglia coi nostri autori, e non trarre in inganno i lettori ove la
narrazione nostra proceda sicura e dogmatica, li vogliamo premuniti,
che la storia tramandataci dai classici antichi e trascritta dai
classici moderni ha fondamenti poco più sodi che un romanzo storico,
se non in quanto la dividono da noi duemila anni; e che molti fatti
traggono spiegazione dai posteriori, e dall'esperienza civile di
altri tempi. Che se ci scosteremo talora dal modo convenzionale di
narrare questi fatti, più spesso dal comune stile di valutarli, niuno
ci supponga prurito di paradossi: neppur si trovi soverchia tale
arroganza sopra un campo ancor sì poco sicuro, e dove molto demolì ma
poco fin ora ricostrusse quella critica, che, se fosse ardita insieme
e rispettosa, immaginosa ed erudita, analitica e ricompositrice,
formerebbe il vanto della nostra età.
Nei turbamenti catilinarj niuna parte avea presa Pompeo Magno,
occupato in Asia contro Mitradate (62); ma il suo ritorno
facea temerne di nuovi. Di fatto la legge Gabinia gli aveva conferita
un'autorità, quale a nessun altro capitano mai; e a buon diritto i
patrizj esclamavano che neppur Silla aveva tanto usurpato per viva
forza, e che la repubblica ormai trovavasi ridotta a monarchia.
Abbiamo ripetuto come il pubblico potere rimanesse scompartito fra
molti magistrati, l'uno in contrasto coll'altro; dal che restavano
impediti gli eccessi o difficili gli accordi. Ora ogni temperamento
era tolto via dalle commissioni straordinarie; e quando non la si
sapea salvare che coll'affidarla a un uomo solo, la repubblica non
sussisteva più che di nome, e ognuno potea voler farla sua. E lo
voleva Pompeo; pure dissimulava l'ambizione, e quando si udì destinato
a combattere Mitradate esclamò: — O che? non mai un po' di riposo!
non poter mai vivere quieto con mia moglie! Beato chi passa i giorni
nell'oscurità!» Poi, quando molti temevano non conducesse contro la
repubblica l'esercito, guadagnatosi coi denari della repubblica, lo
congedò; non che ostentasse il lusso di Lucullo e degli altri reduci
d'Asia, da privato attraversò la Grecia ascoltandone i filosofi,
modestissimo l'Italia, accolto però da tutti con indicibili feste, e
aggiungendosegli sempre nuove forze per accompagnarlo a Roma. Le sue
vittorie, il carattere, la splendidezza de' giuochi, fino i torti della
moglie Muzia ch'e' fu costretto repudiare, contribuivano a renderlo
l'idolo della città: ma di silleggiare[112], come avrebbe potuto
agevolmente dopo ridotta precaria l'esistenza della repubblica, gli
mancò non la voglia, sì bene l'attitudine.
La fortuna gli aveva risparmiato quelle traversie, in cui un uomo
si ritempra; lodi intempestive lo intitolarono imperatore ancor
giovinetto; quando cadde malato parve pubblico lutto, tant'erano
universali le preci, poi universali le feste per la sua guarigione:
onde dovette credersi potentissimo sulla moltitudine, e necessario
alla patria, alla libertà, al popolo, ai cavalieri, al senato, i quali
ad ora ad ora si gettavano nelle braccia di lui, perchè sentivano che
potrebbero strigarsene appena avessero conseguito l'intento. Ambizioso
delle apparenze più che della realtà, per imitazione di Silla si
tolse dal governo, del quale in fatto mal conosceva le particolarità;
invece delle arti solite di frequentare il fôro, accusare, difendere,
assistere clienti, sottraevasi agli sguardi pubblici, poi ad ora ad
ora si mostrava con un corteggio sconveniente, quasi a rimovere la
famigliarità cittadinesca; credeva onorare coloro cui permettesse
d'essergli amici; e li trattava con aria da patrono; sempre aspettava
che Roma venisse a cercarlo come unica sua tavola di salvezza. Ma
la libertà ha i suoi puntigli, e col mostrare che i favori le siano
rapiti, vuol essere dispensata dalla vergogna del prodigarli. Or
quella franchezza, direi impudenza, che vuolsi per padroneggiare i
partiti, Pompeo non l'ebbe; introdusse innovazioni, ma che dissepelliva
dal tempo vecchio, e ch'erano reclamate dal pubblico; non osava
compir nulla, benchè tutto desiderasse; sollevava la lepre senza
saperla cogliere. Col farsi legalmente attribuire sconfinati poteri,
col lasciarsi paragonare ad Alessandro Magno, e chiamare l'unico
propugnacolo di Roma, coll'orzeggiare fra i partiti, e corrompere il
popolo mediante le largizioni, e mettere a prezzo i suffragi, spianava
la via della tirannide a chi meglio di lui saprebbe camminarvi. Costoro
che, violando la costituzione senza sapersi piantare di sopra d'essa,
non vogliono obbedire e pur non sanno comandare, sono i pessimi nemici
delle repubbliche, uccidendone la libertà senza recarvi la calma del
dispotismo.
Pompeo domandò che il senato ratificasse con un solo decreto quant'egli
aveva operato in Asia, e distribuisse terreni a' soldati di lui: e deh
qual rimase allorchè si vide disdette le domande! Le fece riproporre
al popolo da un tribuno; ma il ricordo di quel ch'erano divenuti
per Silla gli accasati veterani, suscitò opposizione tumultuante; e
quando il tribuno arrestò il console Metello Celere (60), il
senato si alzò unanime dicendo, — Lo seguiremo tutti alla prigione»;
talchè Pompeo glielo fece rilasciare. Eppure, già lo vedemmo, egli
medesimo servivasi dei ribaldi per sommuovere la quiete, acciocchè gli
onesti, affine di ripristinarla, esibissero a lui il supremo potere;
si collegò con un gran facinoroso, Publio Clodio, e gli fece ottenere
il tribunato; col che disgustò molti buoni, e si ridusse ad avere per
unico appoggio le fazioni di piazza.
Ormai ogni passo eragli attraversato da potenti emuli, quali Lucullo,
che non gli sapea perdonare d'avergli in Asia rapito gli allori
tanto faticati; Cicerone, della cui inaspettata altezza egli mostrava
ingelosire; Crasso, al quale aveva strappato il trionfo nella guerra
servile. Questi s'era tenuto con Mario sinchè, avendogli esso ammazzati
padre e fratello, si rivolse a Silla, e gran vantaggio gli recò,
grande ne ritrasse. Perocchè nelle costui proscrizioni comprando i
beni confiscati, i trecento talenti ereditati dal padre avea cresciuti
fino a settemila (40 milioni), dopo sparpagliatine otto o dieci
in largizioni e banchetti; e pensava non potersi dir ricco chi non
bastasse a mantenere del suo un esercito. Teneva cinquecento architetti
e muratori schiavi, e nei frequenti incendj e diroccamenti d'allora
comprava le aree, fabbricava e rivendeva a vantaggio, oppure dava a
nolo essi schiavi per lavoratori, come altri per banchieri, scrivani,
amministratori, bifolchi. Dacchè vide che Pompeo volea tutti per sè
i vanti della guerra, benchè glorioso delle vittorie sopra Telesino
e Sparisco, si procacciò nominanza in altre guise. Casa sua sempre
aperta agli amici, che trattava con frugalità pulita e gioconda
cortesia; se avessero mestieri di voti nel cercare le magistrature,
gli ajutava; prestava denari senza usura, benchè al giorno assegnato
li ripetesse con bancaria puntualità. Sempre in movimento, pratico
delle trafile degli uffizj, delle triche avvocatesche, dei brogli
del fôro, metteva la sua mediazione e l'abilissima eloquenza a
disposizione di chiunque avesse uopo d'un patrono; e qualora Cesare,
Marc'Antonio, Cicerone, Ortensio se ne scusassero, egli si levava ad
arringare. Per tal modo erasi formato un grosso seguito di clienti;
alla guerra molti l'accompagnarono per pura benevolenza; in pace
servivangli di battaglione volante, con cui egli, nè stabile amico,
nè irreconciliabile nemico, dava prevalenza nei comizj e ne' tumulti a
questo o a quel personaggio. Ragione eccellente per farsi corteggiare.
Di mezzo alla corruttela d'allora come un rudero antico campeggia Cajo
Porcio Catone. Degno discendente dell'antico censore, aveva irrigidita
la patrizia inflessibilità colle dottrine stoiche; considerò come
suprema virtù il rispetto alle leggi e alle tradizioni romane, come
primo dovere la coerenza e l'unità, aborrendo que' temperamenti, a
cui l'onestà di molti si acconcia. Ancor fanciullo, gli ambasciadori
de' Socj Italici lo sollecitano acciocchè interceda per la loro causa
presso suo zio Druso, ed egli non risponde; insistono, ed egli ancora
muto; minacciano buttarlo dalla finestra, anzi ve lo tengono sospeso,
ed egli zitto; talchè gli ambasciatori dissero: — Fortuna ch'e' sia
ancor fanciullo; se no, la domanda nostra ci sarebbe infallibilmente
negata». Non facile ad imparare, ma tenacissimo di quel che una volta
avesse imparato, ebbe la fortuna d'aver a maestro Sarpedone, che al
continuo interrogare di esso rispondeva non con pugni, ma con ragioni.
Vedendo portarsi fuor della casa di Silla teste d'uomini insigni,
Catone chiese al maestro: — Ma non si trova nessuno che uccida cotesto
tiranno?» e rispostogli che era ancor più temuto che odiato, — E perchè
non dare una spada a me onde liberare la patria?»
Amava tanto il fratello Cepione, che a vent'anni non aveva mai senza
lui cenato, mai fatto viaggio, neppur ronzato in piazza. Studiava
l'eloquenza, ma non ne facea pompa; e a chi gli dicea che del tacer suo
lo biasimavano i cittadini, rispondeva: — Purchè non mi biasimino del
viver mio», e — Comincerò a parlare quando saprò dir cose che meritino
di non essere taciute». Per imitare gli antichi, camminava a piedi,
mentre il suo seguito veniva a cavallo, e accostandosi ora a questo
ora a quello, introduceva discorso; traversava la piazza in farsetto,
sebbene pretore; a piè scalzi come uno schiavo andava a sedersi in
tribunale; e colà e fuori implacabilmente severo, continuo era sul
rimbrottare il terzo e il quarto, anche in materie di piccolo rilievo.
Per la sua via procedeva dritto, senza badare a chi urtasse, amici o
nemici secondo credeva sostenessero il giusto o l'iniquità. Cicerone,
avvezzo a bordeggiare per evitar gli scogli mentre Catone vi dava di
cozzo, deplora più volte l'inflessibilità di costui, che «parlava
come vivesse nella repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia
di Romolo», e la severità stoica ne canzonò arringando per Murena; ma
esso, come l'ebbe udito, non fece altro se non esclamare: — Che console
ridicolo abbiamo!»[113].
Quanto si forbisse dall'universale corruttela ne diede prova il popolo
allorchè, ai giuochi Floreali, volendo chiedere una danza oscena,
aspettò ch'egli fosse uscito da teatro; e in proverbio correva, «Non lo
crederei se lo dicesse Catone». Svergognò il ribaldo Clodio talmente,
che questi se ne andò dalla città; della qual cosa ringraziandolo
Cicerone, egli rispose, — Ringraziane la città, per cui solo vantaggio
io opero». Eletto questore, di una carica che prima si ambiva per
l'opportunità del depredare, fece un impiego dignitoso: pagò quanto
il pubblico doveva a privati, ma riscosse fino a un quattrino quel
che privati doveano all'erario: e trovate le quietanze de' sicarj e
degli spioni al tempo di Silla, li denunziò, e costrinse a riversare il
denaro. Concorrendo al consolato, sdegnò fare i soliti brogli, ed ebbe
un rifiuto; onde Cicerone lo rimproverava che, mentre la repubblica
sentiva tanto bisogno di un tal uomo, egli non si fosse adoperato
abbastanza per collocarsi in un posto ove le potea giovare. Un'altra
volta andandosene di città, scontrò Metello Nepote, tristo arnese
che veniva a brigare il tribunato: e tosto egli si volse indietro a
domandarlo per sè, e giurò di accusare qualunque desse un soldo per
comprar voti.
Metello Nepote era creatura di Pompeo, e voleva indurre a richiamar
questo coll'esercito per chetare la città, allora agitata da Catilina:
ma Catone, avvedutosi che si volea rendere onnipotente Pompeo col
mostrarlo necessario, adoprò le dolci per dissuadere Metello, poi giurò
che mai non lascerebbe passare la proposta. Invano senatori e parenti
s'interposero; invano trovò il fôro pieno d'armati e gladiatori; egli
s'avanza intrepido, a Metello strappa di mano le tavolette, e perchè si
ostinava a parlare, gli chiude la bocca. Allora Metello fa segno agli
accoltellatori; i cittadini voltansi in fuga; Catone rimane esposto
a sassi e bastoni; al fine arriva chi lo difende, ed egli salito in
ringhiera, si congratula col popolo che non avesse dato ascolto al
tribuno fazioso e micidiale alla libertà.
Ma la virtù sua era dottrinale; poneva mente a Roma, non all'umanità;
al dovere imposto dalla legge, non a quello che viene dalla natura.
Trafficava di schiavi e di gladiatori; al ricco Ortensio cedette Marzia
sua moglie, salvo a riprenderla arricchita; perseguitò con satire
violente Metello, che lo avea prevenuto nel cercare un'altra moglie.
Così erano incerte e a sbalzi le virtù fra gli antichi! Oltrechè il suo
attaccamento al passato non gli lasciava intendere i miglioramenti di
cui era bisognoso e capace il presente, ed ostinavasi a trascinare a
rimorchio la progredita umanità; col che per altro valse alcun tempo a
rallentare il moto che colla soverchia foga poteva sovvertirla.
Tutt'altro uomo, e di gran lunga superiore a tutti questi, Cajo
Giulio Cesare (n. 100) fu uno de' maggiori personaggi
dell'antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane,
pallido, battuto dall'epilessia, avvolto con affettata negligenza
nella lassa toga; però l'atante statura, l'occhio grifagno, un viso
che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentìa negli esercizj
ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale
alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir
con vigore. Non v'avea soldato più di lui robusto o paziente a domar
cavalli, sostenere i soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di
cinquanta miglia il giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea
compito se cosa rimanesse ancora a compire[114]; intelligenza agevole,
profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin
da' suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua
madre, — Oggi mi rivedrai pontefice o esigliato»; presto gl'inducono
la persuasione che l'unico posto a sè conveniente è il primo. D'altra
parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco
Marzio re, quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida
nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere
l'autorità sua.
A diciassette anni trovatosi di fronte a Silla, osò disobbedirlo
col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; il dittatore
sanguinario lo proscrisse, poi supplicato dai nobili e dalle Vestali,
lo graziò, — Ma (disse) in quel garzone sciamannato troverete molti
Marj», indovinando il colpo che porterebbe all'aristocrazia. Sdegnando
il perdono o diffidando, Cesare passò in Asia, e caduto in mano dei
pirati, non che fare da sbigottito, li minacciava, dandosi aria di
loro capo non di prigioniero; leggeva ad essi le composizioni in cui
esercitavasi, e li garriva di mal gusto perchè non ne comprendevano il
merito; tassatogli a venti talenti il riscatto, disse — Troppo pochi;
ve ne darò trecentomila: ma libero ch'io sia, vi farò crocifiggere», e
mantenne la parola. Nè questo coraggio gli venne meno in molte imprese
che allora compì.
Ma nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle dame che
seduceva anche per vantaggiarsi della loro ingerenza nella Roma
depravata, corritor d'avventure come tutti i giovani nobili d'allora,
prodigo più di tutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, per
farsi aderenti, tanto che prima d'acquistare veruna carica, si trovò un
debito di mille trecento talenti (sette milioni e mezzo di lire). Anzi
al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocchè concorrendo
al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato
comprò i voti dei poveri, dall'altro impegnò i ricchi a portarlo ad un
posto che gli darebbe modo di sdebitarsi. E la principale sua astuzia
consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non già per
tesoreggiare, ma perchè sentiva vera la dispettosa esclamazione di
Giugurta, e diceva[115]: — Due sono i mezzi con cui si acquistano,
conservano e crescono i comandi; soldi e soldati».
Segnalato fra i nobili per sangue e costumi, al popolo fu caro come
nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggiò i Sillani, ed aprì sua
carriera coll'accusare di denaro distratto Cornelio Dolabella, già
governatore della Macedonia, console, trionfante. Dolabella avea rubato
quanto bastasse per trovar difensori due valentissimi avvocati, Quinto
Ortensio e Aurelio Cotta, i quali lo fecero assolvere: ma i letterati
ammiravano l'ingegno e la coltura del giovane Cesare; il popolo
applaudì al suo coraggio di proteggere la giustizia contro i sicarj di
Silla, sebbene comandati dal dittatore; i Greci e gli altri provinciali
lo sperarono sostenitore dell'umanità contro la tirannide privilegiata
di Roma.
Perocchè, di genio ordinatore al par di Silla, divisò un sistema ben
diverso dal costui; l'uno respingeva verso un irremeabile passato,
l'altro avviava all'avvenire, cercando ciò che paresse effettibile;
l'uno escludeva checchè non fosse romano, l'altro abbracciava checchè
il mondo barbaro potesse tributare all'annosa civiltà, e dilatava le
gelose barriere della città romana, che ben presto dall'Impero e dal
cristianesimo dovevano essere spalancate a tutti. Coadjuvò le colonie
latine nel ricuperare i diritti cincischiati dal dittatore; anche ai
Barbari, anche agli schiavi estendeva le attenzioni sue; chi avesse
soprusi da frenare, miglioramenti da chiedere, a lui ricorreva; le
città lontane abbelliva; essendo edile, spese, anzi prodigò quant'altri
mai; risarcì la via Appia quasi tutta del suo; distribuzioni al popolo
e feste; e perchè fossero comodamente veduti i giuochi Megalesi,
fabbricò un teatro amplissimo di legno coi sedili, lo che, unito alla
splendidezza dello spettacolo, pensate quanto il crebbe nel pubblico
favore: ma sebbene offrisse trecenventi coppie di gladiatori, non
lasciava al popolo l'atroce soddisfazione di vederli spirare.
Benchè, secondo la vetusta costituzione, le donne romane fossero
riverite in famiglia, nulla per la città, pubbliche esequie egli rese
alla moglie Cornelia e alla zia Giulia vedova di Mario, recitandone in
piazza il funebre elogio; e in quell'occasione richiamò memorie care al
popolo, e tra le effigie domestiche presentò anche quella proscritta di
Mario; poi vistosi fiancheggiato, una mattina fece trovare ricollocati
la statua e i trofei di questo nel Campidoglio, donde al tempo di
Silla erano stati rimossi. I dilettanti ammiravano la finezza di quei
lavori, il popolo ne piangeva di dolcezza, i nobili fremevano di questo
nuovo genere di broglio, accusando Cesare d'aspirare ad egual potenza;
Catulo, il cui padre era caduto vittima di Mario, diceva in pien
senato: — Non più per mine secrete, ma per aperto calle Cesare assalta
la repubblica»; e Cicerone: — Io prevedo in lui un tiranno; eppure,
quando lo miro con quel capolino così acconcio, e grattarsi col dito
per non iscomporre la chioma, non so persuadermi che uom siffatto pensi
a rivoltare lo Stato».
E veramente le soldatesche canzoni il rinfacciavano di turpe
corrispondenza con Nicomede re di Bitinia; Curione in pubblico discorso
lo chiamò marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti; e quando
entrò vincitore, i soldati cantazzavano: — Romani, ascondete le mogli;
questo calvo salace comprò le femmine della Gallia coll'oro rubato
ai mariti». Ma tacciandolo un senatore di effeminato col dire che una
donna mai non potrebbe tiranneggiar uomini, egli rispose: — Ti sovvenga
che Semiramide soggiogò l'Oriente, e le Amazoni conquistarono l'Asia».
In realtà Cesare già avea preso la capitananza del partito popolare,
fiaccamente maneggiata da Pompeo. L'orgoglio patrizio riponeva egli
nel mettersi sotto cotesti usuraj arricchiti; ma agli inferiori
mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola facea sedere
anche i provinciali, e servirli coll'istessa qualità di pane. Pompeo,
tutto invidiuccie verso Cicerone, non prendeva ombra di Cesare,
perchè quegli menava vanto de' fatti suoi, questo no, e possedea
la gran politica di far servire gli altri a' suoi propositi. Avendo
ottenuto il governo della Spagna ulteriore, i creditori nol lasciavano
partire, finchè Crasso (61) non si esibì mallevadore per lui
di cinquecentrenta talenti. Andatovi, menò guerra risoluta, spinse
le conquiste fino alle rive dell'Oceano, e tornò rifatto a segno,
che spense gli enormi debiti. All'ambito onore del trionfo, che il
costringeva a rimanersi fuor di Roma finchè l'ottenesse, rinunziò
per entrarvi a cercare il consolato; al qual fine barcheggiò in
modo d'amicarsi i due capiparte opposti, Crasso e Pompeo. E Pompeo
s'accontentava di dimezzar l'impero coll'emulo dacchè più non si vedeva
l'idolo del senato; e fra questi tre si strinse una lega, conosciuta
col nome di _primo triumvirato_ (60), che ovviando la mutua
opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso
il denaro, Pompeo la popolarità, Cesare il genio. Il senato profuse
congratulazioni a Cesare che aveva rassettata quella pericolosa
nimicizia; ma Catone ripeteva: — Non la nimicizia, ma l'accordo di
questi tre toglie a Roma la libertà».
Cesare, ottenuto il consolato (59), bramava a collega Irzio
letterato[116], poco destro all'amministrazione: ma Catone, ombroso
di questi nuovi potenti, persuase i senatori a _lasciar dormire la
legge_, e comprare voti per Calpurnio Bibulo, il quale prevalse. Ciò
non tolse che Cesare esercitasse una specie di dittatura con aspetto
di grande popolarità; e dirigendosi a toglier le barriere fra Roma e
il mondo, leggi rigorose portò contro la concussione; della Grecia
assodò l'indipendenza, fin allora nominale; alla Gallia Cispadana
fece comunicare la romana cittadinanza, e alla Transpadana il diritto
latino, e vi stanziò numerose colonie; di modo che un territorio
barbaro restava annesso alla pelasgica Roma, e a popoli interi
conferivasi un privilegio che prima non era concesso se non a singoli.
Molte terre pubbliche rimanevano nella Campania, ed egli propose
si dividessero fra cittadini poveri che avessero almeno tre figli;
se queste non bastavano, se ne comprassero dai privati coi tesori
riportati dall'Asia; cosicchè da una moltitudine oziosa ed affamata
venissero ridotti a frutto campi deserti. Aggiungeva non darebbe verun
passo senza il senato, al quale lascerebbe la scelta dei commissarj.
Talmente erano ragionevoli e moderate le proposte, che i senatori non
poteano disdirle apertamente, ma trascinavano d'oggi in domani: del che
lamentandosi Cesare, il conservatore Catone gli cantò, — Al senato non
garba di vederti comprare la moltitudine colle ricchezze del pubblico».
Tale risposta infuse coraggio ad altri padri per rifiutar la legge, col
pretesto che non convenisse introdurre novità nell'amministrazione.
Cesare indispettito convoca il popolo, espone il fatto, indi voltosi
a Pompeo e Crasso, ne domanda schietto e preciso il parere; ed essi:
— Non solo approviamo, ma siam disposti a sostenere anche colla spada
la tua legge». Il popolo vi prese calore; al console Bibulo, che
incaparbiva nella resistenza, furono infranti i fasci, maltrattati i
littori, ferita la persona; gli altri spaventati tacquero. Solo Catone
persisteva nel niego, benchè minacciato di prigione e d'esiglio; ma
Cicerone l'imbonì col dirgli: — Se tu puoi fare senza di Roma, Roma
non può fare senza di te; ed è da insensato gettarsi in un precipizio
quando non si può chiuderlo»; e la legge agraria passò. Ventimila
coloni furono piantati sul territorio di Capua; e questa antica emula
di Roma, da cencinquant'anni ridotta a prefettura, cioè priva fin de'
magistrati municipali, si rifece; e avrebbe potuto ricomparire l'utile
classe de' campagnuoli se la legge fosse stata ben adempita.
Bibulo cessò dagli affari, e pieno arbitrio rimase a Cesare, talchè
gli spiritosi chiamavano quello l'anno _del consolato di Giulio e
di Cesare_. Questi viepiù si legò a Pompeo sposandone la figlia, e
inducendo il senato a collaudare quant'esso aveva operato in Asia;
quindi amicossi i cavalieri col ribassare di un terzo l'appalto delle
gabelle; vendè l'alleanza di Roma al re d'Egitto; poi volendo sottrarsi
a quell'aura popolare che si risolve in fischi, agl'intrighi, alle
violenze, si fece decretare per cinque anni (58) le provincie
delle Gallie e dell'Illiria, ove poteva colle conquiste procacciarsi
gloria, e prepararsi un esercito destro e devoto.
Abbiamo veduto (pag. 20-21) come accanto alla fiera Gallia Transalpina
si fosse piantata la colonia jonica di Massalia, esempio di corruzione
e fomite di discordie fra i vicini; mentre i Romani, assodato il
loro dominio sì nella Gallia Cisalpina sì nella Provenza, cresceano
terribili all'indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata
la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non
perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle
fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli
Edui, superbi dell'alleanza del popolo romano, impedivano il commercio
dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi
Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati
dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantottomila per
Ginevra difilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto
al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la
provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al
Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli; fiaccò Ariovisto, re de'
Germani Svevi chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i
Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione
che fin d'allora cominciava[117].
Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie
tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell'Armorica (57),
cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della
Mosa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima,
narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non otterrebbe
intera la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall'isola
di Bretagna, santuario della religione gallica, vi sbarcò con grande
coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da' Romani
(55), e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi. Per
riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla
scissura fra due capi, seppe indurre gl'isolani a pagare un tributo
e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducento navi,
null'altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle; non vi lasciò
guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli
l'aspettava; e Roma berteggiavalo d'aver vinto un paese, ove nè argento
nè oro nè vestigio d'arte e sapere[118]. Chi avesse detto allora qual
doveva diventare quell'isola a confronto della beffatrice!
Tolta la speranza d'ajuti dalla Germania e dalla Bretagna, parea
sottomessa stabilmente la Gallia; ma questa fremeva della dominazione
forestiera, della licenza soldatesca e del governo militare, decretato
per altri cinque anni a Cesare col titolo di proconsole, e per cui
egli era costretto (53) rincarire i tributi, spogliava i
luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed
a sè. Gli scontenti elevarono a Carnuto il grido della riscossa, che
la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia;
a Genabo (_Orléans_) si fa macello de' mercadanti italiani; e a capo
degl'insorgenti si pone Vercingetorige, giovane di antica famiglia
arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare.
Rivoltatogli il paese, chiama alle armi fin i servi della campagna,
intima il fuoco a chiunque mostri viltà, e preparasi ad assalire
la provincia Narbonese e i quartieri invernali de' Romani. E perchè
Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione,
rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci,
sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte
le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano
di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno più
migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva
alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare
la patria, la quale non perisce colle mura.
Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch'egli dovette
sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che
l'appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle vallee: ma benchè
l'audace e risoluto Vercingetorige mai non s'allentasse, benchè i suoi
giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due
volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia
militare, coll'alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizzania
fra i Galli stessi, potè sostenersi. Assalito Avarico (_Bourges_)
(52) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza,
trentanovemila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che
cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati:
altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel
Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa
generosità[119]; che soleva dire, troppo molesto compagno di sua
vecchiaja sarebbe l'avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che
tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza
un cenno d'aver tentato impedirli.
Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercingetorige,
e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli
Galli e li sconfigge (50). Molti abbandonarono la patria,
cercando terre ove almeno non vedessero i Romani. In dieci anni
l'eroica Gallia restò soggiogata: mille ottocento piazze prese,
trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione
morti e altrettanti prigionieri[120], formarono il vanto di Cesare.
Industriandosi a sanar le piaghe del paese, percorse le città,
mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non
proscrizioni, non colonie militari peggiorarono il destino dei vinti;
l'imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo
di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia _comata_
ottenne prerogative sopra la _togata_. Il proconsole evitava quanto
potesse di offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti
dopo recenti sconfitte: trovata sospesa in un tempio la sua spada,
ch'eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela,
è sacra»; la legione di Galli veterani, che sul caschetto portavano
l'allodola simbolo di vigilanza, eguagliò alle romane in equipaggio,
soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli
prevalevano; forze ch'egli sottraeva a' suoi rivali ed alla patria per
farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese.
A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma perire, sariasi
risposto, dei Galli; essi che altra volta l'aveano presa, poi distrutti
gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l'Italia settentrionale.
Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di
quattro secoli la grande invasione, e lasciando tempo alla civiltà
di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo.
Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra
i figli di questa. Imperocchè l'esercito, come succede nelle lunghe
spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria,
e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più
spigliato procedeva nelle sue ambizioni.
Intanto a Roma Cesare grandeggiava per la sua assenza; il vago di
quelle guerre lontane lasciava che l'immaginazione ne esagerasse i
pericoli ed il frutto, rimanendo eclissato Pompeo da trionfi sovra
gente _da tutto l'orbe divisa_, quella gente che era venuta altre
volte sino appiè del Tarpeo; e se a Camillo e Mario tanta lode derivò
dall'averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e
li soggiogò?
Potenti avversarj ormavano, è vero, i passi di lui, raccogliendo
e denunziando le ruberie, i tradimenti, le uccisioni, lo sterminio
de' prigionieri; e quando furono proposti ringraziamenti a Cesare,
l'austero Catone proruppe: — Che ringraziamenti? espiazioni piuttosto,
supplicare gli Dei non puniscano sui nostri eserciti le colpe del
generale, e consegnar questo ai nemici affinchè Roma non paja comandare
lo spergiuro». Altri, meno austeri e più positivi, palesavano il
pericolo de' prolungati comandi, e del lasciare entrambe le Gallie in
mano d'un solo, il quale così potrebbe nella Transalpina agguerrire
l'esercito, poi per la Cisalpina condurlo fin alle porte di Roma. Gli
amici però del proconsole, fra' quali s'era aggregato Cicerone[121],
riflettevano: — Se nella Gallia ha domato grandissime nazioni, egli
non le ha ancora sistemate con leggi, con diritto certo, con ferma
pace; questa guerra non può essere terminata se non dallo stesso che la
cominciò; dobbiamo anzi saper grado a Cesare, che al soggiorno di Roma
e alle delizie d'Italia preferisce terre sì aspre, sì rozze borgate,
genti sì grossolane».
Tali voci e i suffragi per farsi prolungare il comando, dovea Cesare
acquistarseli, lusingando il vulgo, mercando i demagoghi. Per venti
milioni e mezzo comprò un'area, e vi eresse un fôro con portici di
marmo, allettamento popolare; comprò per otto milioni e mezzo la
neutralità del console Emilio; comprò per dodici milioni la connivenza
d'un tribuno: tutte armi che affilava contro la repubblica.
E la repubblica nel decennio ch'egli avea combattuto nelle Gallie,
sopraffannata dall'anarchia, pareva un cavallo bizzarro che ha bisogno
di un domatore. Lo impoverire de' molti rendeva onnipotenti i pochi
ricchi; i comandi prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola
testa avvezzavano a identificare la causa nazionale con un uomo; talchè
non parlavasi più della repubblica, sibbene di Cesare e Pompeo, sopra
i quali ormai si concentra l'interesse. Ma in queste ultime lotte nulla
appare di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un passare
dall'anarchia all'oligarchia, e sempre il governo personale, appoggiato
sulla violenza e sui bravacci; e come prima gli schiavi erano stati
ruina dell'agricoltura, così adesso i gladiatori erano ruina della
costituzione.
Crescendo più sempre le conquiste, ad ogni occhio veggente appariva
come Roma fosse base troppo angusta a tanta mole. Il Governo era
decrepito, ben più che non fosse degradato il popolo soggetto; e
l'immensa corruttela rodeva i nobili, infraciditi nella ricchezza,
e chiedenti dalla civiltà greca incredulità e godimenti, e la plebe
oziosa, tumultuante, vendereccia di Roma. — Si abbattano le barriere
oligarchiche; s'introduca nella città tutto il mondo», esclamava
Cesare: ma al patriotismo angusto parea che con ciò si disacrasse
la terra degli avi. Campione di questo presentavasi Catone, umore
intrattabile, differendo affatto per iscopo e per mezzi dal grosso
del partito ch'egli onorava: ma oltrechè la legalità è migliore per
attaccare che per difendersi, consiglio ed ajuti non poteva egli
chiedere se non da un corpo corrotto, da vecchi indolenti e rugginosi,
che avevano perduto il senso morale e ogni sentimento di dignità, o da
giovani violenti, febbricitanti d'orgoglio non men che di libidine.
Pretendendo piegare la rigidezza delle cose all'inflessibilità de'
principj, egli noceva alla patria col volerla ritrarre verso un passato
che più non era possibile resuscitare, invece di timoneggiarla nel
dirigersi all'inevitabile avvenire; inveiva contro il vincitore dei
Galli, spargea sospetti sovra Pompeo, contrariava Cicerone, ricorreva
a rimedj locali in una malattia di costituzione. Tentò por modo
alla sfacciata venalità delle cariche col processare chi comprasse i
suffragi, e indispettì la turba che vivacchiava di quel traffico: del
resto i candidati non più alla moltitudine dirigevano le brighe, bensì
ai triumviri ed ai consoli, contrattando con essi la cercata dignità.
Muzio Scevola tribuno sventò anche tale mercato coll'interrompere
l'assemblea ogniqualvolta scoprisse broglio nell'elezione dei consoli,
ma che ne seguì? rimase sospesa questa magistratura.
Cicerone ravvisava questi sbagli di Catone: ma, all'opposto della
costui fermezza, egli mancava della risolutezza ch'è necessaria ad
uomini di Stato; e vuolsi altra che eloquenza a condurre un paese.
Per sovvertire poi l'ordinamento antico si chiedeva una poderosa
abnegazione di se stesso; nè l'avvenire potea prevedersi da chi lo
mirava traverso agli amori e agli odj proprj, alle proprie speranze, ai
proprj timori.
Il consolato di Cicerone fu insigne se altro ne ricorda la romana
storia: ma troppo presto egli dimenticò quel che di straordinario e
fuggevole ha la fortuna. Gonfio del togato trionfo, non rifiniva dal
preconizzarlo; e Catilina, e il minacciato incendio, e gli aguzzati
pugnali erano o tema o episodio inevitabile d'ogni suo discorso. Sul
proprio consolato scrisse commentarj in greco e un poema in tre canti;
e sollecitava Lucio Lucejo a volere esporlo alla posterità in modo
benevolo, ch'egli stesso gliene somministrerà i documenti[122]. Fin gli
onori del trionfo ambì dopo la spedizione contro i Parti; e querela
Catone perchè non ne abbia sostenuto la domanda, e Pompeo che abbia
scritto lettere al senato senza un motto di congratulazione pel vinto
Catilina[123].
Però la gloria quanti disinganni non prepara a chi se n'appassiona!
Cicerone medesimo con inarrivabile lepidezza racconta come, durante
la sua questura a Lilibeo in Sicilia, teneasi persuaso che Roma
di null'altro parlasse che de' benemeriti suoi, egli liberale coi
municipj, egli disinteressato cogli alleati, egli pacificatore
delle liti, egli in gran carenza di viveri avea provveduto di grani
la metropoli. Reduce coll'idea che la patria non pensasse che a
ringraziamenti e ricompense, tra via fermossi a' bagni di Pozzuoli,
dov'era concorso il bel mondo della città; ed ecco il primo che scontra
gli chiede che s'abbia di nuovo a Roma. Cadde il fiato a Cicerone a tal
dimanda, e rispose che veniva dalla provincia. — Ah ah, dall'Africa?»
rispose il galante. — No, dalla Sicilia», replicò secco lo stomacato
Cicerone; ed uno che ascoltava, volendo mostrarsi meglio informato,
soggiunse: — Che? non sai che stette questore a Siracusa?» Pensate come
dovesse indignarsene Cicerone; ma prese il partito di fingersi capitato
alle acque come gli altri, e si convinse che il popolo romano, quanto
acuto l'occhio, tanto avea dure le orecchie.
Ma non sempre chi operò insignemente riesce a ottenere l'oblìo de'
suoi contemporanei; rado gli è perdonato il ben che fece; e l'invidia
si rassegna a tollerare le violenze, ma non che uno si compiaccia
d'avere recato vantaggio. Tullio da troppi era preso in uggia, e ce
ne rimane testimonio una stizzosa invettiva, attribuita a Sallustio,
nella quale (lasciam da banda le ingiurie contro i costumi di lui,
della moglie, della figliuola) gli si diceva: — Vantarti della congiura
soffogata! dovresti vergognarti che, te console, la repubblica sia
stata sovversa. Tu in casa con Terenzia tua risolvevi le cose, e chi
condannare a morte, chi multare in denaro, secondo te ne entrava
talento. Un cittadino ti fabbricava l'abitazione, uno la villa di
Tuscolo, uno quella di Pompei, e costoro erano i belli e i buoni: chi
nol volesse, quello era un ribaldo che ti tendeva insidie in senato,
veniva ad assalirti in casa, minacciava fuoco alla città. E ch'io dica
il vero, qual patrimonio avevi, e quale or hai? quanto straricchisti
coll'azzeccare liti? con qual cosa ti procacciasti le ricche ville?
col sangue e colle viscere dei cittadini; tu supplice cogli inimici,
tu burbanzoso cogli amici, turpe in ogni tuo fatto. Ed osi dire, _O
fortunata Roma, me console nata?_ Sfortunatissima, che sostenne una
pessima persecuzione, allorchè tu ti recasti in mano i giudizj e le
leggi. E pur non rifini di tediarci esclamando, _Cedano l'armi alla
toga, i lauri alla favella_; tu che della repubblica pensi una cosa
stando, un'altra sedendo; banderuola non fedele a vento alcuno»[124].
Tullio rimaneva più esposto agli attacchi perchè non apparteneva
all'antica compatta aristocrazia, ma come _uomo nuovo_ munivasi solo
dei proprj meriti. Perciò il senato, per quanti servigi ne traesse,
amava vederlo umiliato, onde mostrare quanto poco potesse chi non
vantava gran natali e grandi ricchezze: l'egoista Pompeo lo facea
bersaglio di sdegni, coi quali voleva ostentare potenza e offendere il
senato, senza pericolo d'inimicarsi qualche gran casa: Cicerone stesso,
attonito d'un coraggio che non era nell'indole sua, aveva bisogno
d'appoggio per non parere barcollante, sicchè facea lo scontento eppure
curvavasi, parteggiava ora per l'uno ora per l'altro, com'è troppo
facile in tempi agitati, dove appajono più gli uomini che i partiti.
Avverso in origine a Cesare e a Crasso, quando li vide d'accordo li
blandi; fautore infervorato di Pompeo, sino a professare di creder
giusto e vero tutto ciò che era utile o piacevole a questo[125], dappoi
gli scoccava motti, accennava lo scopo ed i pericoli del triumvirato,
istigava Catone ad opporvisi, e ostentava coraggio ogniqualvolta non
fosse compromettente. Fece dispetto ai potenti quella libertà; e mentre
avrebbero potuto facilmente cattivarselo, per esempio col dargli la
carica d'augure che ambiva[126], stimarono meglio aizzargli incontro
Publio Clodio.
Costui, dell'illustre casa Claudia, rottosi alla petulanza
e al disordine, avea diffamato la sua gioventù con infando
libertinaggio[127]. Per costume antichissimo, allo scorcio dell'anno
consolare si radunavano le dame primarie colle Vestali, offrendo un
sacrifizio alla Bona Dea, il cui nome ad esse sole era conosciuto;
nè alcun uomo, foss'anco il padrone di casa, poteva entrare alle
religiosissime cerimonie; gettavasi persino un velo sopra le immagini
d'uomini o d'animali maschi. Celebrandosi questa solennità in casa di
Giulio Cesare sommo pontefice (59), Clodio, che amoreggiava
la costui terza moglie Pompea, e non avea modo di vederla, s'accontò
con lei per entrarvi travestito da cantatrice. Ma una schiava lo
scopre, i misteri sono interrotti, chiuse le porte, Clodio espulso
ad improperj, e tutta la città a rumore. Clodio viene accusato
come sacrilego; ma aveva e denari per corrompere, e lascivie per
guadagnare[128], e cagnotti per atterrire. Narrossi che il console
Calpurnio Pisone, invece delle due iniziali d'assoluzione e di
condanna, facesse distribuire al popolo sole lettere assolutorie;
invano Catone tentò sospendere il menzognero giudizio; Catulo diceva
esser poste le sentinelle non a prevenire un tumulto, ma a tutelare
il denaro, dai giudici ricevuto; Cesare stesso, per non disamicarsi
la moltitudine, dichiarò che nulla aveva da imputare a Clodio; pure
ripudiò la donna, dicendo: — Nemmanco sospetti devono cadere sulla
moglie di Cesare».
Così ogni avvenimento privato pigliava importanza di pubblico pel
mescolarvisi delle fazioni e per la potenza personale. Clodio in una
sommossa uccide un tribuno del partito di Pompeo; e temendo non ne
resti peggiorata la sua causa, fa assassinare un tribuno del partito
proprio, per incolpare gli avversarj: spediente non dimenticato ai
nostri giorni. Nel territorio di Rusella, paese della maremma già
spopolato, facea guerra alla strada Aurelia, tanto che non si potette
tampoco con sicurezza spedir un corriere a Decio Bruto proconsole
a Modena. Imbaldanzito poi dall'impunità, e stipendiato un branco
di gladiatori, facea tremare quei poveri liberti che ormai soli
rappresentavano nel fôro la maestà del popolo romano; e benchè nobile,
si fece adottare da un popolano (58), per essere eletto
tribuno della plebe. Allora, spalleggiato dai triumviri che sotto
la sua maschera esorbitavano, si affezionò il vulgo con proporre
distribuzioni che consumavano un quinto delle pubbliche entrate; i
ricchi corrotti col tôrre ai censori il diritto di degradare i senatori
e i cavalieri senza formale giudizio. La distribuzione delle provincie
che ai consoli facevasi a sorte, Clodio la fece attribuire ai comizj
tributi, nei quali si assegnarono estesissime regioni a ciascuno.
Tra per odio personale, tra per istigazione de' triumviri, tra per
ingrazianire la plebaglia, sempre smaniosa di buttar nel fango gl'idoli
di jeri, Clodio aguzzava i ferri contro Cicerone. Il quale vedendo in
aria il nembo, comprossi il tribuno Lucio Mummio perchè costantemente
si opponesse al collega: ma Clodio giurò a Cicerone che nulla
imprenderebbe contro di lui, purchè ritraesse Mummio dalla sistematica
opposizione. Pompeo e Cesare ne stettero mallevadori, e Cicerone
lasciossi cogliere al laccio; ma Clodio, toltosi quel contraddittore,
fa decretare dal popolo non esser mestieri d'augurj per le leggi
proposte ai comizj dai tribuni, mirando con ciò a rimovere l'ostacolo
della religione che potessero frammettere gli amici del nemico suo.
Allora porta una legge che dichiara reo chi avesse mandato al supplizio
un cittadino senza la conferma del popolo. Tullio comprese che era
macchina contro di sè, onde vestì a corrotto, lasciò crescersi la
barba, supplicava gli amici a difenderlo; il senato stesso s'abbrunò,
finchè i consoli ordinarono riprendesse la solita porpora; duemila
cavalieri in lutto pregavano per Cicerone, e gli faceano scorta
contro i bravacci di Clodio, che insultavano l'umiliato oratore,
e dispensavano coltellate. Cicerone, scoraggito quanto dianzi era
borioso, chiedeva dagli altri il consiglio che non trovava in se
stesso. Lucullo gli suggeriva di durar saldo, e a capo de' cavalieri
e de' ben intenzionati sperdere gli avversarj; Catone ed Ortensio
l'esortavano non imitasse Catilina, e si conservasse incontaminato;
Cesare proponeva sottrarlo al nembo, conducendolo seco come
luogotenente nella Gallia; onorevole proferta, che egli non accettò,
onde Cesare se gli fece apertamente nemico. Pompeo s'era ritirato ad
Alba, nè gli diede ascolto; sicchè Cicerone indispettivasi di costui,
che lodandolo in viso, dietro le spalle l'invidiava, e che al fondo non
avea nulla di onesto nella politica, nulla d'insigne, di vigoroso, di
franco[129].
Da Clodio accusato davanti alle tribù dell'uccisione di Lentulo, di
Cetego e degli altri cavalieri romani, Cicerone cedette alla procella,
e uscì di città nottetempo. Il terrore sparso da Clodio gli faceva
più amari i passi della fuga: si vide chiusa Vibona, città della
Lucania da cui era stato eletto protettore; si trovò respinto dalla
Sicilia, campo di sua gloria durante la questura, poi sua protetta
contro Verre[130]; ricevette intrepida ospitalità da Lenio Flacco a
Brindisi, ma non vi si credette sicuro, e prese il mare. Approdato
a Durazzo, non che la cortesia gli addolcisse il fiele dell'esiglio,
fiaccamente sconsolavasi, sempre gli occhi, sempre il parlare vôlti
alla patria[131]; onde quei Greci, dopo esaurite tutte le consolatorie
che la scuola insegnava, e di cui Cicerone stesso faceva parata
nelle filosofiche quistioni, mettevano in campo sogni ed augurj per
assicurarlo d'un sollecito richiamo. Aspettando il quale, si conduce
a Tessalonica: quivi piange, si dispera, desidera morire, vuole
uccidersi; tutti modi di far parlare di sè quando teme che il mondo lo
dimentichi.
Clodio, esultante come d'un trionfo, fece decretare bandito Cicerone
a quattrocento miglia dalla città e confiscati i suoi averi, demolirne
la casa e le ville, e consacrare dai pontefici l'area dov'erano sorte,
perchè più non potessero venirgli restituite. Dov'erano allora gli
amici, i beneficati di Tullio? dove i cavalieri ch'egli avea messi in
istato? Tristo il paese dove non si osa chiarirsi pel perseguitato!
sciagurata libertà dove l'ingiustizia fatta ad uno non si considera
comune! Solo Catone si opponeva e protestava; onde Clodio per
disfarsene (58) lo fece deputare a pigliar possesso del
regno di Cipro, che i Romani pretendeano per un testamento di Tolomeo
Alessandro II.
Ai triumviri più non rimase ostacolo; ma Clodio era una lama che
tagliava anche le mani che la impugnavano. Fattosi da Lucio Flavio
consegnare il figlio di re Tigrane affidatogli da Pompeo, il rimandò in
Armenia, fomite di turbolenze: Pompeo se ne tenne insultato, e pensò
vendicarsi dell'audace demagogo col revocare Cicerone. La proposta
fu dal senato ricevuta siccome una rivincita sopra la parte popolana.
Quando venne sporta alla plebe, Clodio comparve nel fôro circondato da'
suoi accoltellatori per atterrire gli amici di Cicerone, per frapporre,
come dicea questi, un lago di sangue al suo ritorno: ma Tito Annio
Milone, italiano di Lanuvio e genero di Silla, collega di Clodio e
non meno manesco, fece altrettanto; e mentre le due masnade stavano
guatandosi in cagnesco, il richiamo passò.
A volo Cicerone fu a Roma in un vero trionfo (57), di cui
non farà meraviglia chi abbia visto la leggerezza delle moltitudini
che festeggiano del pari un pontefice o un tavernajo. Per verità i
quotidiani battibugli aveano stancato a segno, che non Roma solo, ma
tutta Italia desiderava riposo, e avea chiesto il richiamo di Cicerone
come una riscossa contro la violenza, e perchè egli era simbolo della
libertà regolare, dell'alzamento d'un uomo nuovo contro la fazione
patrizia cui appartenevano Catilina, Clodio, Cesare, delle volontà
comuni e moderate contro le personali e violente. Già quando si erano
posti all'asta i suoi beni, nessuno avea voluto dirvi: allora poi tutte
le città municipali, tutte le colonie sul suo passaggio gareggiavano
a festeggiarlo; il senato gli uscì incontro fino a porta Capena, e il
condusse in Campidoglio, donde a spalle venne portato a casa. Fu una
delle più giuste sue compiacenze, e — Qual altro cittadino, da me in
fuori, il senato raccomandò alle nazioni straniere? per la salvezza
di quale, se non per la mia, il senato rese pubbliche grazie agli
alleati del popolo romano? Di me solo i padri coscritti decretarono
che i governatori delle provincie, i questori, i legati custodissero la
salute e la vita. Nella mia causa soltanto, da che Roma è Roma, avvenne
che per decreto del senato, con lettere consolari si convocassero
dall'Italia tutti quelli che amassero salva la repubblica. Quel che
il senato non mai decretò nel pericolo di tutta la repubblica, stimò
dover decretare per la mia salute. Chi più fu richiesto dalla curia?
più compianto dal fôro? più desiderato dai tribunali stessi? Ogni cosa
fu deserto, orrido, muto al mio partire, pieno di lutto e di mestizia.
Qual luogo è d'Italia, ove ne' pubblici documenti non sia perpetuata
la premura della mia salvezza, l'attestazione della dignità? A che
serve rammemorare quel divino consulto del senato intorno a me? o
quello fatto nel tempio di Giove ottimo massimo, quando il personaggio
che, con triplice trionfo, aggiunse a quest'impero le tre parti del
mondo, proferì una sentenza, per cui a me solo diede testimonianza di
aver conservata la patria: e quella sentenza fu dall'affollatissimo
senato approvata in modo, che un solo nemico dissentì, e ne' pubblici
registri fu la cosa tramandata a sempiterna memoria? o quel che il
domani fu decretato nella curia, per suggerimento del popolo romano e
di quelli accorsi dai municipj, che nessuno frapponesse ostacoli, o
causasse indugio in grazia degli auspicj; chi lo facesse, s'avrebbe
qual perturbatore della pubblica quiete, e il senato lo punirebbe
severamente? Colla quale gravità avendo il senato remorata la iniqua
audacia di alcuni, aggiunse che, se ne' cinque giorni in cui si poteva
trattare del fatto mio, nulla fosse risolto, io tornassi in patria
e in ogni dignità... Il mio ritorno poi chi ignora qual fosse? come
venendo, i Brindisini mi abbiano, per così dire, sporta la destra
di tutta l'Italia e della medesima patria? e per tutto il viaggio le
città italiche apparivano in festa pel mio ritorno, le vie affollate
di deputati spediti d'ogni onde, le vicinanze della città fiorenti
d'incredibile moltitudine congratulante: il passaggio dalla porta
Capena, l'ascesa al Campidoglio, il ritorno alla casa furono tali, che
fra la somma allegrezza io mi accorava che una città così riconoscente
fosse stata misera ed oppressa»[132].
Rimesso nel senato, e mal vôlto ai nobili che aveano favorito Clodio,
si pone coi triumviri che almeno non eran gente da tumulti e da
violenza, e che sopportati in pace, assicurerebbero il riposo: col
ringiovanito suo credito sostenne Pompeo, di cui il recente benefizio
redimeva l'anteriore abbandono; e forse esagerando la carestia, fecegli
attribuire la commissione di tenere provveduta di grani la città per
cinque anni, con pieno potere sui porti del Mediterraneo: commissione
amplissima, che rinnovava il governo personale. In compenso il Magno
gli fece dai pontefici restituire lo spazzo della casa, ed assegnare
dal pubblico due milioni di sesterzj per riedificarla, cinquecentomila
per la villa tusculana, ducencinquanta per quella di Formio.
Vanità smodata, oscillante volontà, debolezza di propendere sempre
alla parte fortunata, indifferenza per la causa popolare, scarsa
avvedutezza ne' politici maneggi, inettitudine a innestare sull'antico
ceppo patrio i nuovi talli, sono macchie sulla splendida memoria
di quest'uomo, d'altra parte meritevole di tanta stima ed affetto.
Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile
all'operare, per sete di gloria e di popolarità ogni cosa riconduce a
sè; egoista di buona fede, ambisce di comparire più che di comandare,
vuole il consolato non pel rigore de' fasci, ma per la pompa della
sedia curule; il rispetto umano gl'infonde un coraggio fittizio, in
cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma la vanità
lo rende stromento degli ambiziosi, dai quali ha molto da sperare
o da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzichè
per rancore; a momenti vigoroso, più spesso vacillante e disilluso,
eppure ostentando coraggio, e dolendosi quando vede dubitarsene: sopra
ogni cosa distende lo splendido velo dell'arte e dell'eloquenza. Ben
comune doveva essere la crudeltà, se apparve persino in lui letterato
e timido, il quale sollecitò l'uccisione de' Catilinarj, consigliava
a colpire Antonio insieme con Cesare, e ripeteva: — Se vorremo esser
clementi, non mancheranno mai guerre civili». La posterità, malgrado
i difetti di lui, potrà dimenticare come spesso egli ardì farsi eco
della pubblica indignazione contro ribaldi, da' cui coltelli non era
chi l'assicurasse? E per noi è confortante il vedere quest'oscuro
Arpinate sorgere per forza d'ingegno sino a meritar il nome di padre
della patria, a primeggiare in senato, ad emulare inerme il trionfo de'
guerrieri, a subire la gloria d'un esiglio riguardato come pubblico
lutto, ad acquistare potenza colla parola dove tant'altri se la
procacciavano colle spade e coi coltelli.
Del resto egli era buon uomo, buon cortigiano, buon compagnone nelle
brigate[133]; e per Roma facevano fortuna le sue arguzie, raccolte poi
da Tirone, suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero
le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le
sportule, ma pei legati che ciascun ricco testando lasciava a chi
avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone toccò per venti milioni
di sesterzj[134], onde crebbe di case e di poderi; e sebbene nelle
provincie s'astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso
d'arti, potè splendidamente ospitare gli amici, e per mantenere suo
figlio a studio in Atene spendeva l'anno ingente somma.
Catone, che disapprovava costantemente i gladiatori e gli atleti, come
gente sempre alla mano di chi volesse atterrire la città, n'aveva
però allevato una partita; e procurò venderli, ma senza far rumore.
Milone mandò comprarli, poi divulgò il fatto: la città ne fece le risa
grasse[135], e Milone con questi bravacci teneva in rispetto Clodio,
ostinato a impedire si ricostruissero le ville di Tullio. Avendo Clodio
(53) messo il fuoco alla casa del costui fratello, Milone
gliene dà accusa. Clodio dunque briga l'edilità, ottenuta la quale,
sarà inviolabile: ma Milone dichiara che gli auspizj sono sfavorevoli,
e l'elezione viene prorogata. Al nuovo giorno, Clodio fa occupare
il fôro da' suoi satelliti, acciocchè l'elezione si compia prima che
Milone pronunzii sopra gli auspizj: ma che? Milone già vi ha disposto
i suoi nella notte. E così prolungasi d'oggi in domani, finchè gli
Italioti non sieno stracchi di venir dal loro paese a tumultuare in
Roma. E quando Pompeo arringa in favor di Milone, i bravi di Clodio lo
fischiano, Clodio gli avventa dalla tribuna ingiurie a gola, per tre
ore si ricambiano urli, bassi insulti, osceni lazzi, infine si vien ai
sassi e ai pugni; Clodio è messo in fuga; Cicerone fugge anch'esso per
paura che «nel tumulto non avvenga qualcosa di male»[136].
E Cicerone diceva d'amare il regime, stanco di tanti salassi[137]:
ma i due capibanda rinforzati nelle case, forbottandosi per le vie,
sommoveano ogni dì la pubblica quiete; finchè Milone sentendosi
forte nell'appoggio di Pompeo e di Cicerone, il quale avea fin
detto pubblicamente che Clodio era vittima destinata allo stocco
dell'altro[138], scontrato costui in cammino, venne seco alle prese,
e lo freddò. Il vulgo, levatosi a rumore, saccheggiò la curia per
alimentare il rogo di Clodio, ed assalì Milone: ma questi, ben munito
e ricinto di bravi, respinse la forza colla forza. Citato in giudizio,
gli domandano, secondo le forme, che consegni i suoi schiavi perchè
sieno interrogati alla corda; ed egli risponde avergli affrancati, nè
uom libero potersi mettere alla tortura. Così mancavano i testimonj
al fatto, e Cicerone metteva in moto tutti gli ordigni di destro
avvocato per difenderlo: ma Pompeo, pago d'aversi tratto dagli occhi
quello stecco, non si curò di salvar l'uccisore; e Cicerone, presa
paura dei bravi di Clodio, non recitò la bella sua arringa, e lasciò
che Milone andasse esule a Marsiglia, consolandosi col mangiarvi pesci
squisiti[139].
Qual era dunque la libertà di Roma, ove tutto potevano i triumviri e
qualunque ribaldo venisse parteggiando? Crasso e Pompeo ambivano il
consolato, ma disperavano ottenerlo in competenza con Domizio Enobarbo,
il quale, col professare di voler abolire il proconsolato di Cesare,
blandiva i rancori degli aristocratici (55). Epperò, mentre
costui di buon mattino, con Catone ai fianchi, andava per la città
accattando suffragi, gli uscì addosso una smannata di malviventi che
ferì Catone, e uccise il servo che lo precedeva colla fiaccola: poi
i tribuni impedirono i comizj, sicchè Roma restò senza consoli, il
senato vestì a lutto, finchè vedendo non potere altrimenti quietare
il subuglio, domandò a Crasso e Pompeo se volessero accettare il
consolato, e così furono eletti.
Allora, per non essere da meno di Cesare, nè restare disarmati
mentre egli assicuravasi un esercito coi trionfi, si fecero decretare
Pompeo la Spagna, Crasso la Siria, l'Egitto e la Macedonia. Cesare
v'assentiva, purchè a lui non turbassero il proconsolato: Catone, che
andava ricantando i pericoli de' prolungati comandi, fu dal tribuno
Cajo Tribonio messo in arresto, e si stabilì che i governatori non
fossero scambiati per cinque anni, potessero far leve a loro grado,
esigere dagli alleati contribuzioni e truppe. Pompeo, più del comando
ambendone le apparenze, rimase a Roma: Crasso s'avviò contro i Parti.
La vittoria sopra Mitradate e gli altri re dell'Asia fece Roma
confinante con questo terribile popolo, che stanziando fra l'India
orientale, la Media e l'Ircania, poteva interrompere le comunicazioni
dei mercanti d'Occidente coi paesi che diedero sempre le più squisite
e preziose derrate. I Parti erano guerrieri nati, sempre a cavallo,
abilissimi a trar d'arco, non affidandosi nelle ordinanze, ma nel
valore violento. Li dominavano principi Arsacidi, che s'intitolavano
re dei re, fratelli del sole e della luna, ma che restavano limitati
dai dodici satrapi militari dell'impero, i quali poteano anche deporli,
e probabilmente ne confermavano l'elezione prima che il _surena_ o
generale gl'incoronasse.
Parve che, dal primo conoscerli, Roma sentisse quanto sarebbero a
lei pericolosi: ma sebbene il timore di essi facesse poco ambita la
provincia d'Asia, pure Crasso la sollecitò a gran prezzo. Da un lato
voleva superare Lucullo, Silla, Pompeo mediante spedizioni somiglianti
a quelle d'Alessandro; dall'altro compiacevasi in pensare e parlare
delle spoglie della Partia, intatta ancora da invasioni, e delle
aurifere arene dell'Indo e del Gange. Quel popolo aveva allora pace ed
alleanza coi Romani; laonde il tribuno Atejo Capitone si oppose alla
guerra fin coll'impedire a Crasso l'uscita di Roma, e coll'imprecare
contro di esso gli Dei vindici de' patti: ma Crasso, protetto da Pompeo
e stimolato da avara ambizione, tragittossi in Asia (54).
Traversando la Siria, rubò diecimila talenti al tempio di Gerusalemme,
risparmiato da Pompeo; poi varcato l'Eufrate, entrò sulle terre de'
Parti, i quali non avendo ragione di temere un'invasione, furono côlti
sprovvisti. Insuperbito della vittoria, lasciossi attribuire il titolo
d'imperatore; al re Orode, che mandò chiedergli qual motivo traesse i
Romani a guerra, replicò darebbe risposta in Seleucia lor metropoli;
ma Vagiso, capo della legazione, mostrando la palma della sua mano,
disse: — Prima che tu prenda Seleucia, vedrai crescere del pelo qui».
Per riuscire, Crasso avrebbe dovuto difilarsi sopra le capitali,
profittando della costernazione; invece tornò a svernare nella Siria,
ed arricchirsi delle spoglie e delle contribuzioni.
Ma mentre i soldati suoi scioglievansi dalla disciplina, i Parti,
riavuti dalla perfida sorpresa, facevano armi, e il loro surena in un
tratto (53) ricuperò le città occupate da Crasso. Il quale
de' cento sinistri augurj, che sgomentavano i suoi, si rideva; ma
sprezzava anche i buoni pareri, e invece di far via per le montagne
armene ove mal potrebbe squadronarsi la cavalleria parta, s'avanzò
nella Mesopotamia. Quivi pianure deserte o pantanose, il territorio
devastato, arsi campi e villaggi, non grano per l'esercito, non foraggi
pei cavalli; i generali spingevano innanzi a sè le popolazioni, appena
gettando alcuna guarnigione nelle piazze che, quando si fossero prese,
bisognava distruggere. Raggiungevasi l'esercito nemico? insolita arte
di battaglia occorreva contro una cavalleria che pugnava di lontano
e fuggendo, talchè a nulla approdava la pesante fanteria romana;
sconfiggevasi il nemico, nol si vinceva mai; si procedeva conquistando,
e morivasi di fame. Alfine côlto dai Parti nella spianata di Carre,
Crasso vide da essi bersagliate le indifese legioni: il figlio di lui
non potendo sottrarsi, si uccise dopo combattuto valorosamente. Quando
il teschio ne fu veduto confitto su lancia nemica, i Romani torcevano
spaventati, ma Crasso: — Me solo tocca questo lutto. Roma non è vinta
purchè intrepidi voi reggiate. Se vi prende compassione di un padre
orbato, mostratemelo col vendicarlo su quei barbari».
In questo mezzo le freccie, colpendo incessanti e d'ogni banda,
causavano una morte sì tormentosa, che molti preferivano accelerarla
coll'avventarsi contro la cavalleria. Crasso, fuggendo con pochi, si
trovò avviluppato ne' pantani e forviato da false guide. Dal surena
invitato a parlamento, sebbene sospettasse d'insidie, vi si trovò
costretto dalle grida de' suoi, e tra via diceva ai seguaci: — Tornati
in sicurezza, per l'onore di Roma dite che Crasso perì deluso dai
nemici, non abbandonato dai cittadini». Il surena gli fece ogni mostra
d'onoranza; ma ben tosto cominciò una baruffa, dove Crasso restò
ucciso. La sua destra e la testa furono presentate a Orode, il tronco
lasciato alle fiere: diecimila uomini, sopravissuti al doppio d'uccisi,
caddero prigionieri, e dimentichi della patria servirono i nemici, e ne
sposarono le figliuole[140].
Il surena entrò in Seleucia fra i teschi e le insegne romane,
trascinandosi dietro uno vestito da Crasso, con littori e guardie,
borse vuote alla cintola, e una banda di donnacce, cantanti lascivie
ed oltraggi ai vinti; e presentò al patrio senato una copia delle
impudiche _Favole Milesie_, trovata nel sacco d'un uffiziale romano;
come a dire che nulla di meglio dovea sperarsi da gioventù, la quale
piacevasi in libri siffatti. Orode fece colare dell'oro nella bocca di
Crasso, per insultare l'avara sua sete; poi assalì la Siria, sperando
coglierla sguernita. Il luogotenente Cassio fu pronto alla riscossa; ma
la sconfitta di Crasso non lasciò più ai Romani proferire il nome dei
Parti senza un profondo terrore.