Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina.
I ripetuti esempj di potere illimitato sfioravano le gelose attrattive
della libertà, e rendevano temerarj i soldati, e ligi ai capi che per
molti anni gli avevano condotti al trionfo. I quali a vicenda, ne'
lunghi comandi disavvezzatisi da ogni subordinazione, trovavansi anche
nella pace altrettanti satelliti quanti aveano antichi uffiziali;
sicchè i comizj presero aria d'un campo di battaglia, gli stessi amici
dell'ordine tendeano ai loro fini collo scompiglio, e tutto riducevasi
a governo personale.
Cajo Cornelio tribuno (67) propone di reprimere le usure
de' governanti, e le dispense che da alcuni senatori vendevansi
dall'osservar le leggi: il console Calpurnio Pisone gliel contrasta;
e contro la tumultuante folla manda i littori, ma li vede respinti a
sassate e rotti i loro fasci. Cornelio propone di punir le brighe che
si fanno pei candidati; e Pisone, con artifizio non mai disimparato,
lo sorpassa, aggiungendo che chi fa broglio sia espulso dal senato,
escluso dalle cariche, multato. Cornelio, che non vuole lasciarsi
vincere in popolarità, eccita nuova sommossa, fa cacciar Pisone dal
fôro, e questo si circonda d'amici, e a forza fa passare la sua legge.
Quando Cornelio scade, viene accusato di non avere tenuto conto del
veto de' colleghi; ma Cajo Manilio, amico di Pompeo, compare con un
pugno di bravi, e minacciando morte dissipa gli accusatori. Tali erano
divenuti i comizj.
Quel gran nome di Roma, nel quale si congiungevano patrizj e plebei
alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano
condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri; e le nimicizie
suggellate col sangue faceano riguardare ciascuno, non come membro
della stessa repubblica, ma come congiurato d'una fazione. Nelle
lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto;
tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di
chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina
povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i
ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare, inabile
del pari e a possedere e a soffrire chi possedeva.
Nessun fatto rivela tanto la condizione sociale d'un paese quanto le
leggi e le consuetudini che regolano la proprietà; onde non ci sarà
apposto il tornarvi spesso, massime da chi badi ai germi che or vanno
crescendo.
Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società,
come base morale n'è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della
poca stabilità che ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto
che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole
religiose o legali, subordinata poi sempre all'alto dominio dello
Stato. La delimitazione dell'augure segnava i confini di ciascun fondo;
l'ara o le tombe lo consacravano: talchè al dileguarsi del sentimento
religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale,
restava all'arbitrio de' legislatori o de' violenti, e trenta volte
noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle
spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle
distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento
di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la
proprietà.
Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l'abolizione
de' debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non
però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne,
il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della
plebe restasse migliorata la condizione, non onorato il lavoro, non
aperte vie onorevoli al guadagno. Se non che il possesso non fondavasi
quasi su altro che sull'ingiustizia, sull'usurpazione, sulla denunzia,
sull'assassinio. La campagna d'Asia introdusse un lusso corruttore,
che si manteneva od emulava coll'opprimere i poveri ed espilare le
provincie. La venalità delle magistrature costringeva i nobili a
caricarsi di debiti per ottenerle, indi rifarsene come potevano nelle
provincie o ne' tribunali.
Gl'Italiani, sbalzati dalle glebe avite, poi ridotti al nulla da
Silla, erravano mendicando pei campi posseduti dai loro padri;
mentre nei monti appiattavansi o pastori sottrattisi cogli armenti
ai loro padroni, o gladiatori fuggiaschi, pronti a vendere un
coraggio disperato; i meno arrabbiati affluivano a Roma per godervi
il privilegio di vendere il voto e vivere di donativi. Il paese dei
Volsci, donde vedemmo uscire eserciti così numerosi, non trovavasi più
popolato che da schiavi dei Romani e da guarnigioni: altrettanto quello
degli Equi, il Sannio, la Lucania, il Bruzio[81].
Mal si presumerebbe che le tante colonie ripopolassero l'Italia.
Quel nome era accettato da alcuni municipj per mera adulazione o
per assomigliare alla metropoli[82], senza in effetto ricevere nè
immigrazione, nè coloni: se li ricevevano, era la poveraglia più
sconcia di Roma, la quale aveva tumultuato per ottenere la legge
agraria e i campi, ma ricusava la fatica necessaria a prosperarli;
onde, appena condotta su questi, rimpiangeva l'ozio voluttuoso e
pasciuto della città, e vendendo per poco denaro il terreno ottenuto,
ritornava alla fastosa sua miseria. Altrettanto accadeva dei veterani,
cui in benemerenza si concedeva, non il soperchio delle sterminate
tenute dei ricchi, secondo l'intento dei Gracchi, ma di cacciare il
laborioso campagnuolo, per sedersi sulla sua vigna, nel suo letto.
Quivi in brev'ora scialacquato il facile acquisto, e impegnato il campo
agli usuraj, tornavano a Roma a chieder armi, sommosse, proscrizioni.
A chi rimaneva ed avesse capitali riusciva dunque agevole accumulare
smisurati tenimenti, sperdendo la classe più attuosa, quella
dei rustici liberi e dei piccoli proprietarj: i terreni che non
lasciaronsi sodi, vennero uniti in latifondi, e retaggio di un privato
diventavano contrade, che due secoli prima aveano dato materia al
trionfo d'un generale[83]. Cavalieri e senatori dagli estesissimi
loro poderi procuravano ritrarre la maggior rendita colla minore spesa
convertendoli in prati, alla cui coltura bastavano assai minori braccia
che non alla semente.
Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupidigia e le
speranze, purchè si alzasse una bandiera, certo le correrebbe dietro
una moltitudine volonterosa di sovvertire l'ordine presente, senza
curarsi quale sarebbe a sostituirvi. Ma voleasi estirpare il male?
non era possibile se non collo scompigliare di ricapo le proprietà,
portare su nuove tavole di proscrizione quelli che delle prime aveano
vantaggiato, sbrigliare la vendetta, inondar l'Italia di sangue. Ma
poi, spropriati gl'ingiusti possessori, a chi rendere i terreni?
la guerra, la proscrizione, la miseria aveano od uccisi o fatto
dimenticare i primitivi proprietarj, che stivati negli insalubri tugurj
di Roma, baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni
pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento
contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.
Vedevasi dunque l'abisso, ma non come colmarlo. Il tribuno Rullo
Servilio, stimolato da Cesare, pensò almeno un palliativo (63), proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti. Decemviri,
nominati non da tutte e trentacinque tribù, ma da sole diciassette,
tratte a sorte come si soleva nella elezione de' pontefici e degli
auguri, doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d'Italia
quelli conquistati dopo il primo consolato di Silla; le gabelle di
essi mettevansi all'incanto, per ottenere subito un capitale, con cui
si comprassero campi in Italia da piantarvi colonie e ripristinare
le proprietà minute. Quasi un compenso, egli dichiarava legittime le
vendite di possessi pubblici fatte dopo l'82, cioè le Sillane, ed anche
le usurpazioni.
Sbigottirono i ricchi al pensare che le proprietà loro dovessero
passare alla rassegna del rappresentante del popolo; sbigottirono
di questo smisurato potere affidato ai dieci, che col sovvertimento
delle fortune avrebbero potuto anche mutar lo Stato. Onde a Cicerone,
che mercè de' cavalieri era divenuto console e attorno al quale si
stringevano i ricchi[84], affidarono l'incarico di dissuadere la
legge. Ed egli, benchè nell'accettare la suprema magistratura avesse
professato voler essere console popolare, adoprò quella sua eloquenza
tutta di passione a combattere Rullo; con arte da retore mettendo in
giuoco tutti i sotterfugi e i pregiudizj, confuse le proposizioni,
riducendole continuamente a quistioni di persone; lusingò il vulgo
col chiamare i Gracchi chiarissimi, ingegnosissimi, amantissimi della
romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante
parti della repubblica[85]; blandì la boria nazionale col magnificare
la repubblica, ma soggiungeva: — Quando mai s'era veduta questa
comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? sarebbe degno di
sì gran madre il trapiantare i suoi figliuoli sopra terre acquistate
altrimenti che colla legittimità della spada? distribuire le terre,
state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui proveniva il
grano da dispensare al sacro popolo?[86]. Popolare son io al certo,
stratto da gente nuova, non appoggiato d'aderenze: ma la popolarità non
consiste nel sommovere con larghe promesse; bensì la pace, la libertà,
il riposo sono i beni inestimabili che io voglio far godere al popolo.
Cotesto Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall'equità
e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla legge
agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depredarne la libertà,
arricchire i privati spogliando il pubblico. I decemviri restano
convertiti (quale orrore!) in dieci re, che una nuova Roma meditano
erigere in Capua, in quella Capua la quale già un tempo aveva osato
chiedere che uno dei consoli fosse campano, e che lieta di posizione e
di territorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, trista
di vie, con angusti sentieri, con povera campagna». Così solleticando
tutti i pregiudizj, Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarità ne
rimase scossa.
Un altro tribuno Roscio Otone propose, ai cavalieri si assegnasse posto
distinto ne' giuochi. Ma ne spiacque talmente ai plebei, che dai fischi
si stava per venire ad aperta sommossa, quando Cicerone ricomparve
alla ringhiera, e sì ben parlò, sì bene confuse l'ignoranza della
ciurma, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio
recitava[87], che il popolo s'inghiottì la legge di Otone.
Cajo Rabirio, fazioniere di Silla, quarant'anni prima aveva ucciso il
tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorchè i cittadini in massa furono
chiamati dal senato a prendere le armi per Mario e Flacco. Contro di
lui, or vecchio e senatore, Giulio Cesare per mezzo di Tito Labieno
portò un'accusa, dove si trattava nulla meno che di sminuire al senato
il diritto d'affidare la plenipotenza ai consoli, d'avere cioè arbitrio
sulle vite persino dei tribuni, la cui opposizione cessava al bandirsi
della legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo
comune, pagarono Cicerone per difendere l'imputato: ma l'eloquenza
di lui, l'orrore che sparse contro i sommovitori della pubblica
quiete, le lodi che profuse a Mario «padre e salvator della patria,
vero procreatore della libertà e della repubblica», nol salvarono
dai fischi della moltitudine, esaltata dall'effigie di Saturnino
esposta sulla ringhiera; nè il reo avrebbe sfuggito la condanna di
perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva
uno spediente legale. Quando la repubblica romana estendevasi poche
miglia, sul Gianicolo teneasi elevata la bandiera bianca, e se mai il
nemico s'accostasse, veniva abbassata, e subito ognuno era obbligato
lasciar le adunanze e il fôro per correre a difender la patria. Da
secoli la cosa avea perduto senso, pur rispettavasi ancora l'avita
usanza, e il vessillo bianco rimanea sciorinato quanto duravano le
popolari votazioni del campo Marzio. Adunque il pretore Metello Celere
andò a strapparlo, e bastò perchè si dichiarasse sciolta l'assemblea,
e sospeso il voto di condanna. Ma bastava pure perchè i senatori
s'accorgessero di non essere più sicuri sulle loro sedie curuli.
Dei cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, perseverando
nell'attribuire importanza a quell'Ordine; e portato console, li
costituì veramente come una classe media fra i senatori e la plebe.
Essi in ricambio lo spalleggiavano, mentre il popolo a cotesto signor
degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I
figliuoli de' proscritti, che per le leggi sillane rimanevano non solo
spogli della proprietà, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori,
si arrabattavano per far derogare l'iniquo castigo. Domanda giusta
quanto moderata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col
mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soccombuta,
la quale per prima cosa avrebbe pensato alla vendetta, poi a nuove
spropriazioni: d'altra parte, se si dessero impieghi a gente, onorevole
per certo e degna, ma impoverita, non era probabile che se ne volesse
rifare?[88]. Con uno sfoggio di stile, che forse niun'altra volta mai
tanto artifiziò, insinuava ai soffrenti la necessità di soffrire pel
comune vantaggio; pazientassero un'ingiuria utile alla repubblica,
la quale avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Silla,
sarebbe sommossa all'infirmarsi di quelli. Anche questa volta trionfò
l'eloquenza, e gli arricchiti dalle confische di Silla deposero la
paura di vedersi spogliati: e lascisi pure che Roma brontoli contro
Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che più
s'erano impinguati nelle preterite vicende, e che erano i due Luculli,
Crasso, Ortensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli
ultimi conservatori romani di vigorosa indipendenza.
Se dunque passiamo in rassegna i partiti d'allora, ecco da un lato
alquante famiglie primarie che aveano tratto a sè il maneggio del
senato e della repubblica, appoggiandosi a Pompeo Magno, mentre
il grosso dei senatori volea avervi altrettanta parte; sicchè
l'aristocrazia medesima trovavasi divisa tra sè, e ognuno aspirava a
turbar la repubblica, piuttosto che rimanere in grado inferiore[89].
Rappresentante di tale partito era Licinio Crasso, mentre i
perseguitati da Silla, devoti al nome di Mario, rannodavansi a Giulio
Cesare, ambizioso di ben altra levatura, che ascondevasi ancora, ma in
cui per istinto gli aristocratici indovinavano il loro gran nemico.
Restava quel morbo postumo di tutte le guerre, gli spadaccini, che
sprezzano gli uomini di toga o di lettere, e non ribramano se non le
occasioni di menar di nuovo le mani; e ognuno può ricordarsi d'aver
veduto costoro darsi aria di generosità, e in loro mettere speranza e
a loro aggregarsi una gioventù liberale, che vulgarmente ripone l'onore
nel coraggio, e che aspira al mutamento qualunque sia e dovunque venga.
Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli
assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio
Catilina. Usciva dall'illustre gente Sergia, la quale pretendeva
derivare da Sergesto compagno d'Enea[90], ed aveva ricevuto onore da
Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far
una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre
volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di
prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l'assedio di
Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia:
i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un'orazione
recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai
sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro
negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo,
ingordo dell'altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in
metterle ad effetto, versatile ne' mezzi, ambiva alle cose; serviziato
cogli amici, s'avea bisogno di un cavallo? d'armi? di disporre giuochi
gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l'oculatezza
d'un padre, la severità d'un giudice, le persecuzioni d'un creditore;
a lui per comprare voti ne' comizj, testimonj falsi ne' tribunali,
assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma
acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla
virtù, coll'onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere,
gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi
d'Aurelia Orestilla, vedova bella e null'altro, per farla sua tolse di
mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa;
corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.
Al tempo di Silla erasi segnalato per ferocia nell'eseguirne e
trascenderne i comandi (pag. 70), e per tali vie attinse le primarie
dignità: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pretore in
Africa, ivi commise tali vessazioni, che una deputazione fu spedita
a richiamarsene in senato, alla quale _poco mancò_ non fosse resa
giustizia. Alle sue prodigalità non bastando le concussioni, affogava
nei debiti; e non sentendosi bastante potenza nè ricchezza per far
dimenticare gli assassinj e gl'incesti passati, cercava modo di
capovoltare la repubblica per erigersi sopra le ruine, e gliene davano
lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Silla.
Col largheggiare ai bisognosi, col prestar denaro, favore, e all'uopo
il braccio e il delitto, erasi assicurato uno stormo d'amici, alcuni
buoni, allettati da certe apparenze di virtù; i più, fradici nel vizio,
strangolati dal bisogno, sospinti da ambizione o avarizia; veterani di
Silla, che avevano sciupato facilmente i facili guadagni; figliuoli di
famiglia, che in erba s'erano mangiata l'eredità; Italiani spossessati,
provinciali falliti, gente consueta a vendere la testimonianza e
la firma ne' giudizj e ne' testamenti, la mano nelle schermaglie
civili, e che guatavano ai ricchi, ed aspettavano solo il destro di
far suo l'altrui. Tra siffatti, Catilina primeggiava per maggiore
sfacciataggine, corpo tollerantissimo della fatica e dello stravizzo,
anima robusta, acume d'ingegno, mediante il quale conosceva il suo
tempo sì bene, che diceva: — Io vedo nella repubblica una testa senza
corpo, e un corpo senza testa; quella testa sarò io»[92].
Cercava singolarmente appoggio col blandire gl'Italiani. La gran
nemica della libertà italica chi era? Roma. Chi fabbricava e
ribadiva le catene a tutti i popoli? quella classe aristocratica,
che come privilegio traeva a sè nobiltà, ricchezze, giudizj, e per
conseguenza le potenti clientele e le magistrature. Si sovverta
dunque il mal composto edifizio, e l'incendio di Roma divenga segnale
dell'affrancamento di tutta Italia: i beni siano restituiti agli
spropriati da Silla, distribuite terre ai poveri, cassati i debiti:
in somma il fallimento pubblico, la sovversione sociale. «I soffrenti
non troveranno un difensore fedele se non scegliendo un uomo anch'esso
soffrente. I poveri, gli oppressi qual fiducia potrebbero riporre
in promesse di ricchi e di potenti? Chi vuol riavere il perduto,
ripigliare il maltolto, guardi ai debiti miei, alla mia posizione, alla
disperazione mia: agli oppressi, agli sgraziati fa mestieri d'un capo
ardito e più sgraziato di tutti»[93].
Da noi, neppure il partito più svergognato osa confessare d'essersi
proposto per fine nè per mezzi l'assassinio, l'incendio, il saccheggio:
ma allora non aveano cominciato di tal passo e Mario e Silla e Carbone
e Lepido?
Alle speranze dava agio l'essere lontani gli eserciti e Pompeo
(63). Tessuta dunque una congiura, dovea scoppiare il primo
giorno del 691 di Roma all'atto che, scaduti i vecchi consoli, i
nuovi non si trovavano per anco installati se non dopo il sacrifizio
solenne in Campidoglio: ma un caso la sventò e allora e in febbrajo,
e i congiurati si lusingarono di poter riuscire per vie legali. In
fatto Catilina si presentò a domandare il consolato, tanto fidava nella
briga de' suoi e nel denaro; e bisogna bene spogliarci delle moderne
delicatezze per capire come un tal uomo potesse chiedere di divenir
capo della repubblica. Il senato gli oppose che dovesse in prima
scagionarsi delle accuse di concussione dategli dagli Africani; col
che lo rimosse, e fece prevalere nella domanda, non un aristocratico di
ceppo antico, ma un moderato, un parlatore, Cicerone. La costui nomina
(63) dovea garbare all'oligarchia senatoria che se l'era
guadagnato, ai cavalieri al cui Ordine apparteneva, agl'Italiani come
arpinate, alla plebe come uomo nuovo.
Catilina per dispetto accelerò l'impresa, che da basso ladro e
assassino lo convenisse in gran cospiratore, e alla quale avea
guadagnato cavalieri, senatori, plebei, d'ogni sorta scontenti. Tra
l'abitudine vulgare d'attribuire sozzure od atrocità alle congreghe
secrete, tra l'interesse dei ricchi a screditarlo, non era infamia che
non si bucinasse sul conto di Catilina e de' suoi: suggellarsi i loro
giuramenti col tuffare tutti insieme le mani nelle ancor palpitanti
viscere d'uno schiavo, e bevere l'uno il sangue dell'altro[94];
sacrificarsi vittime umane alla trovata aquila argentea di Mario; che
Catilina mandava ad assassinare questo o quello, per puro esercizio;
che ordiva d'appiccar fuoco a Roma, e trucidare il meglio dei senatori.
A queste basse e mutili atrocità presteremo noi fede, qualora pensiamo
che alla congiura presero parte più di venti personaggi senatorj
ed equestri, fra cui Autronio Publio, escluso dal consolato perchè
convinto di broglio, Gneo Pisone consolare, fors'anche Antonio Nepote
console, Cornelio Cetego tribuno, due Silla figli del dittatore,
Lentulo Sura, il quale vantava tra' suoi avi dodici consoli, e che dai
Libri Sibillini fosse promesso il regno a tre Cornelj, cioè Cinna e
Silla e lui terzo? Tanti illustri proseliti (63), quand'anche
reputiamo mera vanteria dei congiurati che con loro assentissero
Licinio Crasso ricco non men di denaro che di valore, e maggior
di tutti Giulio Cesare, pontefice massimo, già primeggiante in una
repubblica, ch'e' doveva ambire d'acquistare, non di distruggere. Se
Catilina divisasse qualche riforma grandiosa, non conosciamo; o se,
come il più de' cospiratori, volesse abbattere prima di sapere che
cosa sostituirebbe, o rinnovar solo la guerra civile e le proscrizioni,
gavazza di chi ambiva denaro, sfogo di passioni, voluttà di prepotenza.
Ma avesse anche ideato alcun bene, potea compirlo con simili mezzi?
tanti ribaldi sguinzagliati poteano portar altro che il saccheggio,
l'assassinio, l'irruzione de' poveri viziosi contro l'ordine sociale?
mal si spera la rigenerazione da un obbrobrioso; male la si comincia
col trascinare altri ne' proprj vizj, siccome Catilina faceva; e una
causa appoggiata a ribaldi può dar su per un momento, non mai riuscire.
Già quel cupo susurro che precede la tempesta, e qualche imprudente
rivelazione, e alcuni portenti interpretati dagli Etruschi diffondevano
una vaga paura d'uccisioni, d'incendj, di guerre civili, talchè a
stornarli si erano ordinate litanie e sacrifizj. Cicerone ne sapea di
più, ma que' rumori non ismentiva: preparavasi, scaltriva il senato,
teneasi sull'avviso.
Compariva tra' congiurati Quinto Curio, ridottosi al verde per
corteggiare Fulvia, donna di buona nascita e di pessima fama, la quale,
com'egli cessò le largizioni, cessò i favori. Rifiorito di grandi
speranze pei vanti di Catilina, Curio cominciò a prometterle mari e
monti; ed ella insospettita, ne succhiellò il secreto, e lo vendette
a Cicerone, che del congiurato si fece una spia: mutazione agevole in
anime depravate.
Fra un popolo che avea perduto il senso della giustizia, non quello
della dignità (63), mal sarebbesi osato appoggiar un'accusa
sulle deposizioni d'una spia e d'una cortigiana, come farebbe la
Polizia d'oggi: ma Tullio aveva raccolto altre prove, dissipato un
tentativo all'occasione de' comizj, salvato Preneste da una sorpresa
dei cospiratori, spiato ogni passo di Catilina, il quale, quanto denaro
potè mandò a Fiesole in Etruria, colonia di Sillani, che facilmente
guadagnò e fece nocciolo del suo partito, armandolo sotto Cajo Mallio
prode veterano di Silla, mentre altri eccitavano nell'Umbria, nel
Brucio, nella Campania, e fin nella Spagna e nell'Africa, e legavansi
intelligenze nella flotta a Ostia.
Allora Cicerone convoca il senato, e disvela tutta quell'orditura,
il giorno e l'ora in cui doveasi metter in fuoco Roma, trucidare i
senatori e lui console; e ottenuta illimitata autorità, spedisce chi
tenga in dovere le città d'Italia sempre indisposte contro la loro
tiranna, empie Roma di scolte, promette impunità e guiderdone ai
complici che rivelassero. In una nuova adunanza del senato Catilina
ebbe ancora la franchezza di comparirvi, quasi volesse imporre
coll'audacia; ma Cicerone lo investì colla famosa invettiva, gettando
in volto a costui i suoi disegni, mostrando saper tutto, avere a tutto
provvisto, e fulminandone l'impudenza: — Potrei, dovrei far giustizia
subito, quivi stesso, d'uno scellerato par tuo: basterebbe un cenno, e
questi cavalieri si avventerebbero sopra di te. Non vedi l'orrore che
ispiri a tutti? Lascia Roma, dove omai nulla ti resta a fare; vattene
al campo di Mallio, ove t'attende una morte da par tuo. Mi domanderete,
o padri coscritti, perchè io permetta a Catilina d'andare a mettersi
a capo di bande armate contro la repubblica, invece di usare contro di
lui l'autorità conferitami dalla legge. Il supplizio del solo Catilina
non basta a svellere questa già invecchiata peste della repubblica;
lasciate che s'annodino, e d'un sol colpo schiacceremo i nemici».
Catilina l'ascoltò immobile sul suo scanno, poi con affettata
tranquillità avvertì i senatori non badassero ai millanti del console,
suo giurato nemico, villan rifatto, che nè tampoco una casa propria
avrebbe avuto a perdere in cotest'incendio, da lui almanaccato per
provare fin a che punto giungesse la burlevole credulità dei senatori.
Questi però con tutto il coraggio dello spavento troncarono le parole
al cospiratore, gridandolo micidiale, incendiario, parricida; talchè
egli se n'andò dalla curia, esclamando: — Giacchè mi vi spingete,
estinguerò questo incendio non coll'acqua, ma colle ruine».
Cicerone aveva dato prova di coraggio nell'affrontare un nemico, i
cui partigiani prevedeva lo assalirebbero appena rientrasse nella
vita privata; insieme avea blandito alle passioni senatorie, e voluto
risparmiarsi l'aggravio d'aver condannato alla morte un patrizio, del
quale del resto la presenza in Roma poteva riuscire pericolosa a lui
console, più che non alla repubblica la fuga di lui. Subito convoca
il popolo nel fôro, e con altro tono e con celie plebee sberta i
complici di Catilina, gentaglia sol destra a sonare, ballare, mangiare,
trincare, donneare; non si tema una sollevazione dei gladiatori,
persone meglio animate che non i patrizj; non si temano proscrizioni
nuove e dittature, che ormai neppur le bestie tollererebbero un
dittatore.
Buttata giù la visiera, Catilina sbucò dalla città con pochi
complici[95], lasciando raccomandato ai rimasti di tor di mezzo i
più accanniti avversarj e Cicerone pel primo, finch'egli ritornasse
dall'Etruria con un esercito da far tremare i più audaci. Il senato
(63) pronunzia Catilina e Mallio nemici della patria, e
decreta che rimanga a tutela della città Cicerone, il quale compariva
in pubblico con una gran corazza[96] per ripararsi dagli stiletti che
da ogni parte immaginava; l'altro console Antonio Nepote proceda contro
i rivoltosi. L'unirsi a questi era un caso di Stato: eppure molti
v'accorsero, sebbene non congiurati, tra cui il figlio di Aulo Fulvio,
venerabile senatore, il quale inseguitolo ed avutolo, in forza della
paterna autorità lo condannò a morte.
Catilina, assunto il comando dell'esercito d'Etruria e le insegne
del potere, cresce ogni giorno di seguaci; i pastori schiavi son dai
padroni sollevati nel Bruzio e nell'Apulia; le vette dell'Appennino si
coronano d'armi; armi somministrano i veterani di Silla agli spodestati
contadini: — povera Italia, che non inalberava più lo stendardo
nazionale, ma quello d'un tristo cospiratore, e non affidavasi
nella riscossa popolare, ma nei coltelli di assassini! I congiurati
rimasti in Roma e discordi fra loro sul modo d'azione, mentre gli uni
spingeano ad atti di subitanea violenza, gli altri miravano a lunghe
provvidenze e a far rispondere a quel movimento la Gallia. Pertanto
agli ambasciatori, ch'erano stati spediti dai bellicosi Allobrogi
a impetrare un alleggerimento d'imposte, fecero istanza acciocchè
sommovessero i loro paesani: e quelli, bilicatisi alquanto fra il
desiderio di libertà e la speranza di ricompensa, non solo rivelarono
la cosa a Cicerone, ma per consiglio di lui acconciandosi al vile
uffizio di spie, proseguirono la pratica finchè cavarono ai congiurati
un accordo, colle firme dei principali. Cicerone, che fin allora non
aveva potuto aver in mano prove certe, si vale di questo documento
per far arrestare Cepario, Gabinio, Statilio, il timido Lentulo Sura,
il violento Cetego, in casa del quale si scoprono armi e materie da
incendio[97]; e come si solea delle persone di riguardo, sono affidati
a qualche magistrato o cittadino. Lentulo, che come pretore non
poteva subire atto di forza, fu per mano condotto da Cicerone nella
curia, ove confessò sua la lettera agli Allobrogi, fidato nella legge
Sempronia, per cui ad un cittadino romano era permesso di prevenire
la sentenza capitale coll'esigliarsi volontario: ma Cicerone insiste
perchè, come di perduelle, se ne prenda l'ultimo supplizio. I senatori
aderivano al consiglio di lui e della paura, ma Giulio Cesare esortava
andasser piano ai mali passi: — Triste consigliere sono l'ira e la
pietà. Badate meno alla colpa di Lentulo, che alla dignità vostra;
meno al dispetto, che alla reputazione. Cotesti avvocati v'han dipinto
a colori oscuri le conseguenze della guerra civile: a qual pro? forse
è mestieri parole per rendere più sensibili alle personali ingiurie?
Delle persone minute appena si ricordano le violenze: ma chi è posto
in alto dee guardarsi da ogni eccesso. Quanto a me, non v'è castigo di
cui non creda degni i cospiratori: anzi non so perchè la semplice morte
siasi decretata contro costoro, la quale in fin de' conti non è che il
termine de' mali, e non siasi aggiunta la flagellazione. Forse perchè
la legge Porcia il vieta? ma altre leggi voi violate, le quali a rei
siffatti concedono di esigliarsi da sè. Ma a che servono tante paure
quando tante armi ha il console nostro preparate? Vi ricordi che ogni
mal esempio derivò da buoni principj: quando Silla fece strangolare
Damasippo e simili lordure, n'ebbe lode universale; ma quello fu
principio voi sapete di che macello».
Parole al vento: la sicurezza dello Stato, ovvero la paura, diventava
suprema giustizia. Cajo Porcio Catone, pronipote del censorio, e
severo guardiano pur esso degli antichi costumi, rimproverò cotesta
intempestiva pietà verso i sovvertitori della patria, rinfacciò a
Cesare i suoi dubbj sulla postuma vita, e ritorse l'accusa contro di
lui, quasi col difenderli desse indizio d'aver mano coi congiurati.
Per vero, la somiglianza di costumi e l'amicizia con Catilina già
aveano sparso qualche sospetto; l'elastica interpretazione di alcune
carte sarebbe bastata per azzeccargli un processo, se Cicerone non
avesse temuto che i troppi amici di Cesare, nel voler campare questo,
non sottraessero anche gli altri. Allora dunque che Cesare usciva dal
senato, que' giovinetti che vogliono costituirsi necessarj salvatori
della patria allorchè il pericolo è lontano, e che si erano proferti
difensori dell'aristocrazia e del console, gli corsero addosso colle
spade nude; ma Curione Scribonio lo coprì colla toga, benchè suo nemico
capitale, e Cicerone fe' cenno il lasciassero passare. Anche a Crasso
era stata data accusa; ma forse per la stessa ragione fu lasciata
cascare.
Degli altri, sovra proposta di Catone, fu sentenziato che il nemico
della patria non era cittadino; dunque morissero. Poco tempo prima
Cicerone avea confessato la debolezza del potere normale, dicendo a
Catilina: — Son venti giorni che un decreto fu reso contro di te,
e ciascuno ha diritto d'ucciderti; eppure tu sei libero»[98]: ora
nell'illimitata attribuzione, il console potea tutto. Benchè, quando
si levò l'adunanza, fosse ora tarda, temendo che nell'intervallo non
si preparasse qualche colpo per salvarli, il console si recò (63) al carcere Tulliano dov'erano stati ridotti, per assistere al loro
supplizio: compito il quale, annunziò egli stesso che _erano vissuti_;
e fra le torcie e le vie illuminate, corteggiato, applaudito qual
salvatore e padre della patria, tornò alla sua casa; poi il domani
potè assicurare i Quiriti che «la repubblica, la vita di tutti, i
beni, le fortune, le spose, i figli, stanza del chiarissimo impero,
la fortunatissima e bellissima città, per ispeciale amore degli Dei
immortali, con fatiche, con senno, con pericolo proprio, dalla fiamma,
dal ferro, quasi dalle fauci della morte avea strappata e restituita a
loro».
Dopo tanto carcerare, fucilare, appiccare che s'è fatto a' dì nostri
a titolo di lesa maestà; dopo che quell'accusa servì di pretesto
ai macelli degli imperatori antichi, fa meraviglia il ribrezzo
prodotto dal processo contro i complici di Catilina, e spiace che
rimanga avvolto nel mistero il delitto non meno che la procedura. La
costituzione romana proclamava altamente che la salute della patria
è legge suprema; e ne' casi più urgenti il senato vi provvedeva con
mezzi, di cui era impossibile prefiggere anticipatamente l'estensione.
Nei tumulti di Cajo Gracco e di Saturnino, il senato mosse le armi
contro i sollevati: ma erano piuttosto casi di guerra rotta, ove
si uccide per non essere uccisi. Qui invece i cinque rei stavano in
arresto; la città non facea moto, e n'era impedita dalle truppe; da più
giorni erasi affidato il potere discrezionale al console; ed egli che
non se n'era valso per ritenere Catilina, ora l'adopra per uccidere i
detenuti. Eppure Cesare stesso, difendendoli, non fa veruna objezione
contro l'erigersi il senato in tribunale speciale; solo vorrebbe si
limitasse all'indagine, e che, riconosciutili rei, li mettesse in
arresto perpetuo in qualche municipio. Ciò mostra che la competenza del
senato era incontestata: rimane a vedersi se esistesse la necessità di
applicarla.
I Romani distinguevano la lesa maestà dalla perduellione: nella
prima incorreva chi intaccasse qualsiasi parte della repubblica,
e scontavasi coll'esiglio; l'altra era il volerla rovesciare, e il
perduelle consideravasi nemico, fuor della legge, e passibile della
croce in campo Marzio e dell'infamia indelebile. La legge Cornelia
qualificava i delitti di lesa maestà; erano numerosissimi, e tra
questi il corrispondere secretamente coi forestieri, come avea fatto
Lentulo cogli Allobrogi: ma nè occorreva tribunale speciale, nè poteasi
infliggervi l'arresto preventivo. Il delitto di perduellione, memoria
antica ormai dimenticata, erasi testè fatto rivivere nel processo di
Rabirio, e si vede che Cicerone intendeva applicarlo ai congiurati: lo
stesso Cesare li ritiene per legge passibili di morte. Ma quest'accusa
era talmente insolita, che s'ignoravano le guise di procedura: ad ogni
modo è strano che, sì nell'accusa che nella difesa, si considerasse uno
già perduelle prima d'esser convinto e condannato dal popolo.
Inoltre non v'ha caso ove un Romano sia privato della provocazione,
cioè dell'appello; diritto antico quanto la storia degli Orazj e
Curiazj, non dovendo un cittadino esser colpito che dall'autorità
sovrana, cioè dall'assemblea del popolo. Le XII Tavole non riconosceano
magistratura senza appello[99]; e nel 305 di Roma i consoli Valerio
Publicola e Orazio Barbato promulgarono una legge, che permetteva di
uccidere chiunque istituisse una tale magistratura[100], eccettuati i
militari. Anzi quand'anche il condannato non si valesse dell'appello,
al popolo spettava la conferma del giudizio capitale[101]. Anche testè
a Rabirio era bastato il dire «Provoco, mi appello» per sospendere il
castigo. Qui invece gli accusati non appellarono, nè pare siasi loro
intimata la sentenza.
Puossi egli credere che si riconoscesse nel senato il diritto di
dichiarare la patria in pericolo, e che in tal caso non fosse luogo
ad appello? La potestà tribunizia che a tutto interveniva, avrebbe
potuto interporre il velo, se non altro per esaminare l'opportunità
dell'applicazione: eppure nè l'accusatore nè il difensore ne fan cenno;
e appena il senatoconsulto è proferito, Cicerone va e fa strozzare i
condannati; nè i tribuni si mostrano, in un caso ove la loro autorità
restava tanto compromessa. Potrebbe pensarsi che tutti fossero
sbigottiti dai cavalieri che fuori strepitavano armati, e che irruppero
anche nella curia minacciosi. D'altra parte sarà parso un gran che
il sopire col sangue di pochi una sommossa, la quale avrebbe potuto
divenir micidiale come quelle di Gracco e di Saturnino.
Ma la morte di cinque tristi soggetti non potea certo nè salvar la
patria, nè soffocare la congiura di Catilina; e sarebbesi potuto
interrogarli, convincerli, presentarne il processo ai comizj, che gli
avrebbero condannati. Il senato però coglieva quel destro di rifarsi
del colpo avuto col processo di Rabirio, nel quale erasi condannato
uno, reo d'avergli obbedito; laonde in pari pericolo mostrava vigore
col ripigliare l'autorità di disporre delle vite de' cittadini.
Strozzare prigionieri era facile, non così il domare nemici armati. Si
propose dunque di richiamare dall'Asia Pompeo; e poichè ciò torrebbe
a Cicerone la gloria d'avere spento quell'incendio, Cesare sostenne
la proposta con tal vivezza, che, secondato dai tribuni, strappò dalla
ringhiera Catone che si opponeva. Per castigo furono cassati i tribuni
e tolta la pretura a Cesare, il quale col sottomettersi docilmente alla
punizione meritò che il senato gliela condonasse.
Nè Catilina dormiva (62). Pretesseva a' suoi tentamenti il
nome di emancipazione d'Italia, di salute degli oppressi; ma da buon
romano e da orgoglioso patrizio non contava fra questi gli schiavi, e
li respingeva dai suoi stendardi, acciocchè non paresse accomunar la
causa di cittadini con quella di servi: e con una massa tumultuaria,
armata di bastoni aguzzi e di giavellotti, dall'Etruria difilavasi
verso la Gallia Cisalpina, che anche allora fremeva sotto il giogo. Ma
il pretore Metello Celere appostollo nella montagna pistojese sulla
via che mette a Modena lungo il vallone della Maresca, fra i monti
del Crocicchio e dell'Orsigna a settentrione, e quei della Capanna
del Ferro e del Bagno a ostro: Marco Petrejo luogotenente del console
Antonio sorgiunse alle spalle, sicchè chiuso fra due fuochi, egli
dovette accettare la battaglia. Fu accannita oltre ogni dire; Catilina
medesimo ferocemente combattendo perì, e seco tremila congiurati, con
valore degno di causa migliore. Ma con lui cadde tutta la macchina; e
la facilità con cui tutto si acquietò, ci porta a credere che quello
non fosse un partito con idea determinata, bensì una cospirazione
attorno a un capo, il quale i susurri di molti malcontenti accettava
come mezzi di riuscita. La parte oligarchica del senato parve un tratto
ripigliare il sopravvento, ma per soccombere ben tosto ai forti che la
dominavano, agli scaltri che la raggiravano.
Non mi chiedete se Cicerone crebbe di vampo. Magnificava la sua
impresa, e diceva: — Cedano le armi alla toga! O fortunata Roma,
me console nata!.... Quinto Catulo, preside di quest'Ordine, me
in pienissimo senato chiamò padre della patria; Lucio Gellio, uom
chiarissimo, disse dovermisi una corona civica; il senato mi rese
testimonianza non d'aver bene amministrata, ma d'aver conservata la
repubblica, e con ispeciale supplicazione aperse i tempj degli Dei
immortali. Quando deposi la magistratura, interrompendomi il tribuno di
dire quel che avevo preparato, e solo permettendomi di giurare, giurai
senza esitanza che la repubblica e questa città furon salve per opera
di me solo. Il popolo romano tutto in quell'adunanza, dandomi non la
congratulazione di un sol giorno ma l'immortalità, un tale e tanto
giuramento approvò ad una voce»[102].
È certamente bello il poter fare questi vanti, e più volentieri corrono
al labbro di chi soffre dall'ingratitudine cittadina; ma difficilmente
ottengono perdono, e Cicerone col ripeterli attizzava l'invidia, quanto
più remota diveniva la paura: vedendolo glorioso d'aver congiunto
senatori e cavalieri a comprimere la democrazia, l'invidia dei malevoli
lo chiamava il terzo re straniero dopo Tazio e Numa, e aspettavano
tempo e luogo per fargli scontare i suoi meriti.