CAPITOLO XXIII.

La costituzione sillana abolita. L'eloquenza. Cicerone. Verre.

Pompeo aveva cominciato la sua carriera politica collo sbrancarsi dai

cavalieri per parteggiare coi senatori; onde quelli l'aborrirono come

disertore, mentre questi non mostrarono tenerlo in bastante conto;

Silla ne lusingò la piccola vanità, pure nè tampoco menzione di esso

fece nel testamento, ove nessuno dimenticò dei suoi amici. Periti poi

i veterani di Silla, allorchè la causa de' cavalieri e degli Italiani

tornò a galla, Pompeo s'accostò a questa; massime vedendosi oggetto

dell'entusiasmo del popolo che nulla gli ricusava, si propose di

ripagarlo con servizj.

Rintegrare l'autorità dei tribuni, lento acquisto della democrazia

cincischiato da Silla, doveva essere il primo passo della riazione;

e il console Aurelio Cotta, come riparo alla carestia prodotta dalla

guerra dei pirati (74), avea proposto che più non si vietasse

a chi era stato tribuno di ottenere altre magistrature. Pompeo console

coronò quel voto, facendo passare, a malgrado di Lucullo (70), di Lepido, di Catulo, che i tribuni fossero novamente eletti dalla

plebe, e si ripristinassero i comizj per tribù, i quali rendevano al

basso popolo il diritto ch'ei suol confondere colla libertà, quello

di poterla vendere. La censura anch'essa fu risarcita, e nel primo

sindacato si espunsero dall'album sessantaquattro senatori. Trattavasi

di ritogliere i giudizj al senato, attribuendoli ai cavalieri; per

riuscirvi, occorreva di mostrare al pubblico quanto la tirannide sulle

provincie fosse peggiorata dopo che i senatori erano soli giudici de'

proprj delitti; e a tal uopo si adoperò il più famoso oratore.

Già ha potuto accorgersi il lettore quanta parte nelle vicende romane

esercitasse l'eloquenza, dovendo, come in governo libero, ciascuno

persuadere le riforme che proponeva, convincere i cittadini della

giustezza dei suoi pensamenti, o della propria innocenza se accusato;

e però veniva coltivata fra le precipue arti civili come mezzo

d'ingerenza, e come opportuna ad acquistare clienti col patrocinarli.

La cognizione della legge restava uno studio sussidiario, un

rifugio per coloro che fallissero nella prova dell'eloquenza; mentre

coll'accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la gioventù

romana si facea conoscere dal popolo, e meritevole di cariche e

d'onori.

I più antichi oratori a solidità di prove e calore di esposizione

non univano delicatezza o coltura scientifica o armonica struttura;

e l'austero Catone censorio, che pure stette novanta volte in

giudizio, e di cui cencinquanta orazioni s'aveano ancora al tempo

di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il

ben conoscerla[56]. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli

di maschia dicitura, Cajo è da Cicerone giudicato il più ingegnoso

ed eloquente fra i latini[57]; e ne' pochissimi frammenti che ce

ne rimangono, sentesi quel virile e posato, che invano si cerca fra

l'incessante artifizio di Tullio e di Livio, nè più ricompare che in

Giulio Cesare. A Lelio ed al suo amico Scipione Africano Minore la

consuetudine coi Greci aveva scemata la scabrezza, non tolta.

E i Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all'eloquenza,

insegnarono a formarsi una traccia con un tema unico, una divisione

esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata

invenzione. Più non bastò che l'eloquenza procedesse naturalmente,

col corredo delle prove e coll'energia delle passioni, le quali

istintivamente conoscono come avvincere l'attenzione, movere gli

affetti, insinuarsi negli spiriti; ma si pretese l'oratore avesse

«lingua snodata, sonora voce, buon petto», e lungo studio degli

spedienti oratorj. Prima dunque d'avventurarsi al tremendo giudizio

pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne'

circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone declamò

fin alla pretura, e vi tornò quando, già carico d'allori, le civili

tempeste lo rimossero dal fôro; Irzio e Dolabella venivano da lui

ad esercitarsi[58]; Pompeo, prima delle guerre civili, addestravasi

a vincere colla parola, quasi presumendo che questa potesse ancora

decidere dell'impero in mezzo a tante armi; vi si addestrò Marc'Antonio

per rispondere a Cicerone; e ne fe grande studio Ottaviano Augusto

durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorità

in fatto di battaglie.

Memoria di ferro occorreva per ripetere le arringhe studiate, senza

lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcuni che,

nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini a nome, senza

bisogno del servo rammentatore: narrano di un tale che, inteso recitar

un poema, per celia accusò l'autore d'averlo a lui stesso rubato, e

in prova lo ripetè da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata

intera ad un'asta di mobili, e la sera nominò per ordine ciascun capo,

coi difetti, il prezzo, i compratori: più tardi Marco Anneo Seneca

ridiceva duemila parole sconnesse, nell'ordine che le aveva intese; e

si valse di questa facoltà per raccorre i pezzi uditi negli esercizj

di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterità in dieci

libri di _Controversie_, di cui cinque soli e imperfetti ci rimangono e

non si leggono.

Tra questi artifizj, ma non per essi giunse a maturità l'eloquenza con

Marc'Antonio e Lucio Licinio Crasso verso la metà del VII secolo di

Roma. Il primo, soprannominato l'Oratore e morto ne' tumulti mariani

(pag. 58), studiò in Atene e Rodi, ma aveva l'arte di celar l'arte,

tanto che si credeva trattasse impreparato le cause che aveva meditate

con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia

naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva

a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica

esperienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave,

eppure ben provvisto di facezie e di lepidezze non scurrili.

Nella costituzione romana gli alti magistrati rimanevano inviolabili,

ma prima di assumer la carica e appena deposta doveano rispondere a

qualunque accusa loro fosse apposta. Tale indagine non era affidata

ad alcun tribunale prestabilito; chicchessia poteva presentarsi come

accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano

l'esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica,

assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido,

e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda od all'esiglio.

Cicerone, fra i mezzi d'acquistar gloria, colloca queste accuse

giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo

da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, _massime_ se

innocente. «Del difendere poi un reo (continua il moralista) non

conviene farsi coscienza, giacchè il patrono segue il verosimile,

anche quando paja meno appoggiato»[59]. Così dalla calunnia, pessima

delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza;

e l'avvocatura considerava mero esercizio di destrezza, per trionfare

nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli

aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irreconciliabile nemico.

Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo in queste

prove giovanili, proruppe: — Ma che? dovrò io andar condannato perchè

costui è eloquente?» Tanto è d'antica data la turpitudine vostra, o

giornalisti.

Narrammo come Claudio Crasso esordisse egli pure dall'accusare Carbone,

il quale si trovò così vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure

il giovane per avidità di vittoria non dimenticò l'onestà, giacchè un

servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone,

egli senza aprirlo glielo rimandò.

Uno di casa Bruto, cominciando la carriera oratoria dall'accusare, pose

cagione al ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col

mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si contraddiceva.

Crasso di rimpatto fe recitare gli esordj di tre dialoghi del padre

di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese all'accusatore che

ne avesse fatto di quella, prendendo da ciò le mosse ad un'invettiva

violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal

fôro passasse allora il funerale d'una matrona; e Crasso cogliendo

al volo quest'incidente, si volse all'avversario, e — Che fai costì

seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre? cosa a coloro,

di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale campò

questo popolo dalla regia dominazione? Cosa dirà che tu fai? in quali

interessi, in qual gloria, in qual virtù t'adopri? In aumentare il

patrimonio? ciò non s'addirebbe alla nobiltà: pure tel comporterei;

ma se omai nulla t'avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle

cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nell'eloquenza? ma se

non n'hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo

commercio della calunnia! E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu

stare nel fôro, tu in città, tu al cospetto dei cittadini? Non hai

sgomento di quella morta, di quelle immagini cui non serbasti luogo,

non che d'imitarle, nè di riporle tampoco?»

Anche Marc'Antonio vantavasi d'aver salvato Norbano, imputato di

sedizione, non già per raggiri, ma col destare gli affetti[60]: e nella

difesa d'Aquilio stracciò a questo le vesti d'in sul petto, e pianse,

e commosse al pianto[61]. Il quale Antonio è da Cicerone lodato per la

vigoria d'animo nel recitare, l'impeto, il dolore espresso cogli occhi,

col volto, col gesto, col dito, con un fiume di gravissime ed ottime

parole.

In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo

nella scienza del diritto, e squisito parlatore; Aurelio Cotta, florido

e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e

che determinava i giudici a forza d'abilità, sebbene il fievole petto

gl'impedisse di gridare e movere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso

e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo nè

mai eccedente.

Più di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello

splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in Arpino (106)

nella regione dei Marsi, l'anno stesso che Pompeo, da buona famiglia

equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed

alle lettere, diresse con premura e senno l'educazione di Tullio, che

si segnalò sulle scuole, nelle quali gli esercizj faceansi in greco,

giacchè la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano

conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola

di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la gioventù vi traeva

in folla come alle novità; ma il giovane Tullio n'era dissuaso da

gravissimi personaggi, che pretendevano all'ingegno porgessero ben

migliore alimento le greche esercitazioni[62]. Quelle scuole però

diventavano palestre di dispute vane, d'artifiziale verbosità e di

sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso

credettero bene riprovarle, come contrarie all'uso dei maggiori.

Di ventisei anni Cicerone fece la prima comparsa nel fôro a difendere

Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell'eloquenza immaginosa e

pittoresca, che più tardi egli trovava soverchia. Anzichè addormentarsi

sopra gli allori, facilmente condiscesi a un principiante, andò a

viaggiar la Grecia e l'Asia, a farsi iniziare ne' misteri eleusini,

e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacchè

i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare.

Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre

è buon segno ne' giovani; e udendolo declamare, — Ahimè! (disse)

costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e

dell'eloquenza».

Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio

commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte

sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand'oratore, più

che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento

del retto, la benevolenza, l'acume, l'immaginazione. Nessuno creda che,

quali le leggiamo, fossero veramente recitate le orazioni sue: teneva

in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s'abbandonava alla foga

dell'improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que' lunghi discorsi,

che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo[63].

Nè vi cercate que' tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono

e fermano; ma piuttosto uno splendore equabilmente diffuso sul tutto,

una continua grandiloquenza. Nell'arte di dar risalto alle ragioni, non

sia chi pretenda superarlo: ma non s'accontenta a ciò; e vuol recare

diletto, s'indugia in descrizioni, digredisce ora intorno alle leggi,

or alla filosofia, or alle usanze[64]; celia sopra gli altri e sopra

se stesso; singolarmente primeggia nel movere gli affetti. Sempre poi

si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia

trasparire il lungo artifizio: di qui la purezza insuperabile del suo

stile, di qui il finito d'ogni parte, e il non produrre mai un'idea

se non vestita nobilmente; talchè osiam dire che nessuno abbia meno

difetti e maggiori bellezze.

Ma parlando come chi vuol dilettare più che convincere, e non teme

essere contraddetto purchè dica bene, non lascia mai risentire lo

sforzo, e la rotonda facilità della sua parola non si eleva mai al

vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce

tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le

parole, e tutti li usa come padrone; ma t'accorgi che è formato alla

scuola, e v'incontri, non i torrenti di luce fecondatrice che versa

dall'inesauribile grembo il sole, bensì i riflessi della luna che su

tutto diffonde gli armonici suoi chiarori.

E alla luna il dovremo paragonare se ne ponderiamo i sentimenti. Non

t'arresti ad una sua sentenza che mostri un risoluto giudizio, un

partito deciso, senza che altrove non t'imbatta nel preciso opposto: e

viepiù nelle orazioni il calore del discorso o l'intento di piacere gli

faceano mettere alle spalle la verità[65]. Sosteneva un assunto quando

gli servisse, non rifuggendo dal sostenere il contrario quando meglio

gli tornasse. Leva a cielo i poeti difendendo Archia? li vitupera nella

_Natura degli Dei_: encomia i Peripatetici nella difesa di Cècina? li

disapprova nel primo degli _Uffizj_: i viaggi di Pitagora e Platone

trova stupendi nel quinto _dei Fini_, li trova sordidi nell'epistola a

Celio: chiama povera la lingua latina in più luoghi, in più altri la fa

più ricca della greca, anzi la greca accusa di povertà[66].

Riservandoci a parlare altrove de' suoi scritti filosofici, qui diremo

come i segreti dell'arte sua esponesse in dettati di squisito sapore,

rilevati da sali e grazie carissime. Chè la critica acquista dignità

e grandezza in mano d'uomini i quali fanno scomparire la differenza

fra l'arte del giudicare e il talento del comporre, portano una specie

di creazione nell'esame del bello per genio istintivo, pare inventino

allorchè non fanno che osservare, e possono dire — Son pittore

anch'io». La pretensione di dar precetti sul modo d'adoprare ciò che

più è personale all'uomo, la sua lingua, l'espressione degl'intimi

sentimenti, sa di stolta o ridicola: eppure in Cicerone si leggono

volentieri quelle regole, di necessità incomplete ma dedotte da lunga

e splendida esperienza, e dall'abitudine di tener conto di tutte le

ragioni del favellare, dalle più astruse fino alle minuzie materiali

della dizione figurata e del ritmo oratorio. A questi attribuendo le

vittorie sue o degli altri, volle analizzarli con una sottigliezza

intempestiva, discutendo sul tono di voce conveniente al principio e

al seguito dell'orazione, sul battersi o no la fronte, sullo scompor

le chiome nel tergere il sudore, ed altre inezie che non tardarono a

divenire principali.

Quei precetti intorno al simulare ciò che farebbe naturalmente chi

esprimesse i proprj sentimenti, a noi, cambiata lingua e modi, riescono

disutili; talvolta neppure intelligibili i suoi suggerimenti sulla

disposizione delle parole, la consonanza dei membri, la distribuzione

de' periodi, l'alternare delle sillabe lunghe e brevi, e finir

col giambo piuttosto che collo spondeo; nè partecipiamo alla sua

ammirazione pel dicorèo _comprobavit_: ma queste che a noi somigliano

frivolezze, aveano somma importanza fra un popolo dove Gracco parlando

alla tribuna faceasi dar l'intonazione da un flautista, e dove a una

frase ben compassata di Marc'Antonio sorsero applausi fragorosi. Pure

Cicerone fu appuntato di troppa arte nel contornare il periodo; e a

noi stessi non isfugge quanto egli prediliga certe chiuse sonanti, e il

frequente ritorno della cadenza _esse videatur_.

Sì gran maestro di tutti i secreti della parola, era argutissimo nel

notare i meriti e i difetti degli emuli e de' predecessori suoi, che

tutti superò. Contemporanei fiorirono Giulio Cesare, Giunio Bruto,

Messala Corvino, Quinto Ortensio Ortalo. Quest'ultimo a diciannove

anni (113-49) si mostrò al pubblico con un'arringa in

favore degli Africani, e fu come un lavoro di Fidia che rapisce i

suffragi degli spettatori al sol vederlo[67]. Memoria sfasciata, bel

porgere, somma facilità il rendevano arbitro della tribuna, e facevano

accorrere i famosi attori ad ascoltarlo, mentre la fluidità asiatica,

l'ornamento, l'erudita accuratezza ne rendevano piacevole la lettura.

Egli introdusse di dividere la materia in punti, e di riepilogare al

fine; ottimo spediente a far bene abbracciar la causa e dar nerbo alle

prove condensandole. Nulla di lui ci rimane, ma sappiamo che nessuno

de' coetanei potè reggergli a paro, fin quando non rallentossi e sviò

dal fôro per viver bene e placidamente in compagnia di letterati, fra

magnificenza di case e giardini e vivaj di pesci squisiti. Sacrificò

anche al suo secolo collo scrivere versi licenziosi; patteggiò con

Silla, e si oppose a coloro che, distruggendone le leggi, spianavansi

la via alla potenza; contraddisse a Pompeo quando rintegrò la potestà

tribunizia e quando chiedeva missioni straordinarie; fece condannare

Opimio già tribuno; e torna a suo onore l'essersi conservato amico

di Cicerone, benchè di parte opposta ed emulo, e l'averlo a capo de'

cavalieri protetto in giudizio.

L'eloquenza politica non era però la principale e più studiata in Roma;

e Cicerone stesso, re della tribuna, la riguarda come un trastullo

a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render

flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi; vi si

mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore

del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicchè era

una delle più ghiotte curiosità l'osservare il modo con cui l'oratore

saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia e la propria

opinione.

Perocchè l'arte dell'avvocato non limitavasi, come dovrebbe, a

scoprire la ragione e dimostrarla; bensì a far parere tale ciò

che non è, sparger veleno e sarcasmi sopra atti incolpevoli, ad un

racconto ingenuo tramezzar bugie e calunnie, sapere colla ironia

sostenersi ove non si potrebbe cogli argomenti, affettar gravità

e morale nell'enunziare dogmi machiavellici, profondere la beffa

sull'avversario, solleticare la vanità, la paura, l'interesse,

l'invidia......; arti che possono vedersi analizzate con compiacenza

da Marco Tullio. Il quale pure scrisse una _Topica_, indicando i luoghi

comuni da cui desumere le ragioni; perocchè il trovare argomenti doveva

essere speciale magistero là dove l'eloquenza mirava meno a chiarir la

verità, che a far trionfare una parte, una causa, un uomo.

Educatosi nelle arti giuridiche sotto Lucio Licinio Crasso, gran

sostenitore del senato, Cicerone non sciorinò bandiera, ma velando

il suo modo di pensare, si bilicò in quel giusto mezzo, che porta

innanzi, sebben non porti alla sommità. Un liberto di Silla volea far

reo di morte Roscio Amerino, per gola di spogliarlo; e Cicerone, già

l'accennammo, ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun

pericolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo

alle troppe sue occupazioni se lasciava prevaricare i dipendenti

suoi, piacque però il veder un giovane alzarsi in favore dell'umanità

che sì rado trovava campioni, e rinfacciare l'iniquità a coloro che

fecero loro pro della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville

suburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Delo, con uno

scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e

tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di

fornaj, di lettighieri; piacque l'udirgli dire: — Tutti costoro che

vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare tale

soperchieria: ripararla essi non osano per la nequizia dei tempi».

Del resto Cicerone oggi lo qualificheremmo per un conservatore, un

dottrinario: eclettico in filosofia, adotta i nuovi concetti morali che

si faceano strada traverso alla rigidezza del prisco sistema giuridico;

ride degli auguri, egli augure; esercita l'umor suo gioviale alle

spalle de' giureconsulti, aggrappati alle formole, e superstiziosi

delle sillabe, dei riti, delle azioni, delle finzioni arbitrarie[68];

antepone l'equità allo stretto diritto, e doversi cercare le vere

norme, non nelle XII Tavole, ma nella ragione suprema scolpita nella

nostra natura immutabile, eterna, da cui il senato non può dispensare,

e che fu da Dio concepita, discussa, pubblicata[69].

Benchè Cicerone versasse l'intera vita negli affari, nulla di nuovo

produsse circa a cose dello Stato e alle leggi; e il patriotismo gli

toglieva di stimare al giusto gli istituti nazionali al paragone degli

stranieri. Nelle _Leggi_ non sa che ammirare le antiche consuetudini

romane. Nella _Repubblica_ vanta di dir cose attinte dalla propria

esperienza e dalle tradizioni degli avi, e superiori buon tratto a

quanto dissero i Greci[70]: eppure non sa far di meglio che tradurre

il sesto libro delle storie di Polibio, ove è divisata la costituzione

romana; anzichè risalire alle fonti del diritto, accetta il fatto,

dando per modello la romana repubblica, blandendola più che non

paressero dover consentirglielo i mali di cui era testimonio, e

dei quali non ravvisava la ragione nè i rimedj. Fra le costituzioni

pospone la democratica, perchè alle persone illustri non dà che una più

elevata dignità; e preferisce la monarchia che la turba delle passioni

allivella sotto una ragione unica; ma conchiude per un misto delle

tre forme[71]. Siffatta gli è d'avviso che sia la repubblica romana,

coll'elemento monarchico ne' consoli, l'aristocratico nel senato,

il democratico ne' tribuni e nelle adunanze. Ma il potere del popolo

vorrebb'egli restringere, e dà consigli sul modo di riconoscergli una

libertà apparente, levandogli in effetto il potere.

Appassionato della gloria di Roma e della propria, se era molto

acconcio a trattare locali interessi, non comprendeva le quistioni

vitali dello Stato, che erano l'assimilazione delle provincie e

l'accomunar le franchigie cittadine: e uom di temperamenti e del

bene possibile, irresoluto perchè il suo buon senso gli mostra tutte

le difficoltà e lo rattiene dagli eccessi, fra i pochi che riescono

al despotismo e la folla che trae all'anarchia tende a frapporre

una classe media, credendola unica salvaguardia all'integrità della

costituzione, e a togliere pretesto alle lotte fra patrizj e plebej,

fra provinciali e romani, fra i vincitori e i vinti della guerra

civile. Quest'interesse per la classe di cui erasi costituito patrono,

è il lato più costante e meglio appariscente del suo carattere; a

quel divisamente politico mai non avendo fallito neppur quando sbagliò

di mezzi; nè, come il suo Pompeo, se ne lasciò sviare dalla speranza

illegittima di ergersi superiore alle leggi, che applicava e difendeva.

Un uomo così eloquente e così popolare parve al Magno Pompeo

opportunissimo a ferire l'aristocrazia, e gli porse il destro d'offrire

a noi posteri il quadro più parlante della corruzione d'allora.

Cajo Licinio Verre senatore, amico dei Metelli e degli Scipioni,

spende la giovinezza nei bagordi; questore di Carbone nella guerra

civile, diserta al nemico colla cassa; luogotenente di Dolabella

contro i pirati, pirateggia egli medesimo, e la dà per mezzo alle

peggiori scelleraggini. Raccoltele tutte in un libello, Scauro gliele

presenta, minacciando richiederlo in criminale se non gli rivela per

filo le colpe e mancanze di Dolabella: e Verre tradisce il suo capo,

anzi sta in giudizio contro di esso. A Scio, a Tenedo, a Delo, ad

Alicarnasso ruba le più belle statue: da' Milesj chiede a prestanza

una nave, e avuta la migliore, la vende e se ne tiene il prezzo.

A Lampsaco invaghitosi della figlia di Filodamo, ordina ai littori

di conciargliela; ma i fratelli e il padre repulsano quella brutale

violenza; ne nasce un parapiglia, che a gran fatica è calmato dai

cavalieri e negozianti romani: poco dopo Verre cita Filodamo al suo

tribunale, e il dimostra reo di morte. Venuto a Roma pretore, lasciasi

governare da Chelidone cortigiana greca e da un favorito, che fanno

traffico delle sentenze di esso. Qual dovea riuscire mandato pretore,

cioè arbitro nella Sicilia?

A malgrado di tanti danni, quell'isola era tuttavia il fiore delle

provincie. Prima ad infondere ai Romani il gusto del comandare ad

altre genti[72], coi porti e colle vettovaglie sue aveva agevolato

la conquista dell'Africa, onde Publio Scipione Africano in ricompensa

le avea restituito le spoglie rubatele dai Cartaginesi. Il commercio

la stringeva agl'Italici: ricchi e industriosi terrazzani prendevano

a fitto estesissimi poderi, e v'impiegavano a gran vantaggio grossi

capitali. Roma la guardava come suo granajo, e nella guerra Sociale

ne trasse tele, frumento, cuoj, oltre mantenerle, vestirle, armarle

eserciti. In paese così portuoso talmente fruttava l'un per venti

delle merci importate, che dal solo porto di Siracusa in pochi mesi

Verre ricavò dodici milioni di sesterzj[73]. Che ghiotto boccone

alla gola de' magistrati romani! che bell'arricchirsi in provincia

tanto ubertosa, e per soprappiù così vicina da potere considerarsi

un suburbano di Roma! Ma quel paese che aveva avuto una letteratura

emula della greca, medici e naturalisti insigni, filosofi, matematici,

artisti, tutto avea perduto coll'indipendenza; e dimentiche le antiche

grandezze, era caduto in quel fondo di oppressione, dove nè tampoco

rimane il coraggio di querelarsi e la forza di fremere[74].

Verre, ottenutone il governo (73-71), se la gratificò collo

sterminare le reliquie dell'esercito di Sertorio che cercavano un asilo

e da vivere in quell'isola; poi sbrigliatosi ad ogni peggior talento,

le nocque più che la guerra cartaginese o le servili. Calpestate

e le leggi romane e le paesane consuetudini, in quei tre anni fece

traboccare a sua voglia le bilancie della giustizia: egli cavillava

ogni testamento finchè nol si satollasse di denaro; egli obbligava i

contadini a contribuire più di quello che raccoglievano, talchè molti

campi rimasero abbandonati; egli saccheggiava città, o le obbligava

a mantenere le sue bagascie; egli assoldava accusatori, citava,

esaminava, sentenziava. Possessi aviti furono aggiudicati altrui;

cassati testamenti e contratti; alterato il calendario per vantaggiare

gli appaltatori[75]; fedelissimi amici condannati come avversarj;

cittadini romani messi alla tortura, o mandati al supplizio; gran

ribaldi assolti per denaro; onestissime persone accagionate assenti,

e condannate; porti e città dischiuse ai pirati; uccisi i capitani,

le cui squadre s'erano lasciate vincere perchè egli tardava le paghe;

perdute o vendute ignominiosamente opportunissime flotte; e tiriamo un

velo sulle violenze al pudore.

I Romani mai non mostrarono nè disinteressato culto nè retto gusto

per le belle arti[76]; però dalle grosse somme che costavano agli

amatori, e dal dispiacere che le città greche palesavano al vederseli

rapiti, avevano imparato ad apprezzare i capi d'arte, a crederli un

glorioso trofeo nella città, un signorile ornamento ne' palagi. Pisone

proconsole dell'Acaja (per tacere le imposte gravezze, le prepotenze,

le libidini, a cui matrone e vergini non si sottrassero che gettandosi

nei pozzi) spogliò Bisanzio delle moltissime statue, conservatevi

gelosamente anche in mezzo ai pericoli della guerra mitradatica; e

da ogni tempio, da ogni sacro bosco della Grecia tolse simulacri ed

ornamenti[77]. Mummio fece altrettanto a Corinto; Paolo Emilio nella

Macedonia e nell'Acaja.

Ricchissima di capolavori era la Sicilia, greca ella stessa e forse

maestra alla Grecia, corte di re possenti e generosi, e madre di

segnalati artisti. Parve dunque a Verre d'avere un bel destro onde

radunarsi una galleria che non iscapitasse dalle più vantate di Roma;

e già prima di porvi piede s'era informato ove giacessero i capi più

stimabili; indi, o a prezzi determinati da lui medesimo, o più sovente

colla frode e colla violenza, ne spogliò il paese. — Prima della costui

pretura (dice Cicerone), in Sicilia non v'avea casa per poco doviziosa,

dove, se anche altro argento non si trovava, mancassero questi capi,

cioè un grande vassojo con figure e intagli di divinità, una patera

da servirsene le donne ne' riti sacri, un turibolo, e tutti di lavoro

antico e di squisito artifizio: onde si può argomentare che un tempo i

Siciliani anche delle altre cose tenessero in proporzione; e sebbene

la fortuna ne avesse rapite di molte, pur conservassero quelle che

appartenevano alla religione.

A tutti Verre fe togliere le incrostature, gli emblemi, i lavori fini;

poi da cesellatori e vasaj, che aveva in abbondanza, per sei mesi

fabbricare vasi d'oro, e in essi incastrare i pezzi levati ai turiboli

e alle patere, in maniera che sembrassero fatti apposta. — In quella

sì antica provincia (parla ancor Cicerone), di tante città, tante

famiglie, tante ricchezze, v'assicuro a stretta precisione di termini,

non esser vaso d'argento di Corinto o Delo, non gemme, non lavoro d'oro

o d'avorio, statuette di bronzo, di marmo o d'altro, non pittura o in

tavola o in tessuto, ch'egli non abbia esaminata per portarne via quel

che gli garbasse. Siracusa perdette più statue allora, che non uomini

nell'assedio di Marcello»[78].

Anche su altre preziosità spingevasi la sua ingordigia, tappezzerie

ricamate d'oro, ricche bardature da cavallo, vasi probabilmente di

quelli che noi chiamiamo etruschi, tavole grandiose di cedro[79]; e

poichè in Sicilia abbondavano fabbriche di tele e d'arazzi, e tinture

di porpora, esso le obbligava a lavorare per suo conto. Riceve una

lettera coll'impronta d'un bel suggello, e manda di presente pel

possessore, e ne vuole l'anello. Antioco, figlio del re di Siria,

dirigendosi a Roma per sollecitare l'amicizia del senato, recava

per donare a Giove Capitolino un candelabro, degno per arte e per

ricchezza del posto cui era destinato e alla suntuosità del donatore.

Fermatosi il principe in Sicilia, Verre l'invita a cena, sfoggiando

una magnificenza reale; e Antioco in ricambio invita il pretore, e

ostenta le splendidezze asiatiche che seco traeva, vasellame di metallo

fino, una coppa stragrande d'una gemma sola, una guastada col manubrio

d'oro. E Verre a maneggiare e lodar que' lavori, e prega il re voglia

prestarglieli da mostrare agli orefici suoi. Antioco il compiace senza

un sospetto, non sa tampoco negargli quell'insigne candelabro che con

gelosia custodiva: ma quando si tratta di restituirli, il pretore lo

rimanda d'oggi in domani, poi glieli chiede sfacciatamente in dono;

e perchè il principe ricusa, Verre talmente insiste, che Antioco per

istracco gli dice: — Tenetevi pure il restante, ma restituitemi il dono

destinato al popolo romano». Ma Verre garbuglia non so quali pretesti,

e gl'intima che esca dalla provincia avanti notte.

Veneravasi a Segesta una Diana bellissima, rapita già dai Cartaginesi,

ricuperata da Scipione. Verre ne pigliò vaghezza, la chiese, e

ricusato, vessò gli abitanti e i magistrati fino a impedirne i mercati

e i viveri; ond'essi pel minor male dovettero acconsentire che se la

prendesse. Con tal devozione però era guardata, che nessuno a Segesta,

libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano;

onde Verre chiamò dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della

venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito degli uomini!

che pianger delle donne! che desolarsi de' sacerdoti! la spargeano

d'unguenti, la cingevano di corone, l'accompagnavano con profumi sino

al confine; e poichè non cessavano di querelare fosse rimasto solo il

piedestallo con iscritto il nome di Scipione, Verre ordinò di portar

via anche quello. Più sacra a tutta l'isola era la statua di Cerere in

Enna, la dea dirozzatrice della Sicilia, e che in quei campi appunto

avea visto rapirsi dal dio Plutone la figlia Proserpina. Che monta? il

pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti;

e alla festa con cui commemoravasi la presa di Siracusa per opera di

Marcello, ne fece sostituir una al proprio nome.

Tanto permettevasi un pretore in sì breve tempo, e alle porte di

Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie, e si vantava — Ho

rubato tanto, che non posso più venir condannato». I Siciliani non

osavano richiamarsene direttamente al senato (70), e si

raccomandarono a Cicerone, che nell'isola loro avea lasciato buon nome

quando vi fu questore al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l'accusa,

pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i

testimonj. Non ostante ciò, non ostante che Verre fosse protetto da

amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilli

forensi e dall'onnipotenza dell'oro, pel quale potè far prorogare

i dibattimenti fin all'anno seguente, quando era console Ortensio,

pretore Metello (69), Cicerone ne assunse l'accusa a

preghiera de' Siracusani e de' Messinesi, e assicurato di protezione

da Pompeo; girò l'isola a raccorre testimonianze; presentò il libello,

facendovi pompa di tutta l'eloquenza e sonorità sua; e più che colle

miserie de' Siciliani egli destava il fremito col dipingere come

Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fôro di Messina

un cittadino romano[80]. Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza

riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli ergastoli,

sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall'arbitrio dei custodi:

— ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente.

Anzi nell'orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore

in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d'enorme

grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell'uomo destro e forzuto.

Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che

lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il

crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque.

Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer

severo; io non dico nè sì nè no».

E del disprezzo che s'avea per ciò che romano non fosse è grand'indizio

la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in essa la propria

condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto

dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compito

il suo libello, condannò Verre all'esiglio, ed a restituire non più

di quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano

domandati cento. Le arringhe girarono manoscritte, e restano a provare

le trascendenze dell'aristocrazia, e giustificare l'odio che nelle

provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza,

di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò

una folla d'altre prevaricazioni de' nobili che aveano secondato Verre,

talchè dava di colpo a tutta l'aristocrazia, la quale riconoscea se

stessa in qualcuno almeno de' lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava

quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; ed

elevando la giudiziaria a questione politica, diceva: — La mano degli

Dei suscitò questo gran processo per porgervi il destro di cancellare

le disonorevoli taccie apposte a voi e alla giustizia romana: chè ogni

giorno più si diffonde la voce che nei vostri tribunali mai non possa

aver torto il ricco colpevole. Pompeo v'ha detto alle porte della

città, _Le provincie sono messe a sacco, la giustizia all'incanto;

bisogna riparo a questi scompigli._ Sì, bisogna; e l'anno venturo

quand'io sarò edile, vi porrò sott'occhi con prove irrefragabili la

lunga tela degli orrori e delle infamie commesse in questo decennio

dai tribunali affidati al senato. Sinchè la forza ve la costrinse,

Roma soffrì il despotismo vostro, degno di re; ma dacchè il tribunato

recuperò i suoi diritti, intendetela bene, il vostro regno è finito».

In fatti Pompeo riuscì ad ottenere, rinnovando la legge Plauzia, che

le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri

e i tribuni del tesoro, restando così annichilata l'opera di Silla. Da

quel momento i cavalieri acquistarono vera importanza nella repubblica,

annodatisi attorno a Pompeo e Cicerone.

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) · 第 6 / 25 题