Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo.
Gagliarda riscossa del passato contro l'avvenire, della politica
d'isolamento contro quella d'espansione, la riforma di Silla fu abile,
non opportuna, nè quindi durevole, se non in quanto la sosteneano
gl'interessi che implicava, e quello sgomento delle rivoluzioni, ch'è
il più possente ausiliario delle riazioni.
Appena egli chiuse gli occhi, (78) il console Emilio
Lepido, fedele alle tradizioni de' Gracchi, tenta abrogar le leggi
del dittatore, far restituire agli Italiani i campi confiscati, e
rialzare il partito italico. Ma egli sapeva sommuovere non dirigere:
il senato, deplorando che si scompigliasse la pace così faticosamente
restituita dal dittatore, gli oppone gli schiavi liberati, i guerrieri,
il fervore di Lutazio Catulo suo collega, onesto e leale partigiano
dell'aristocrazia. Sentendosi soccombere in città, Lepido si ricovera a
Volterra, nido de' proscritti; fra la turba che in Etruria, balzata dal
servaggio alla libertà sprovveduta, era malcontenta degli aristocratici
come de' popolani, molti arruola, e con essi e coi veterani di Silla si
presenta a Roma a chiedere la conferma del consolato, e l'abolizione
delle leggi Sillane. Il momento meno opportuno a ridestare una
rivoluzione è quando essa fu appena soffogata. Degl'Italiani i prodi
erano morti, i capi erano divenuti romani, sicchè Lepido non fu che
mediocremente sostenuto; vôlto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo, passa
nella Sardegna, e meditava trasportare la guerra in Sicilia; se non
che morendo sciolse gli aristocratici dal timore. Anche Giunio Bruto,
che secondandolo aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa
italica, fu preso in Modena da Pompeo, e in onta delle convenzioni
decapitato; talchè i Sillani si poterono lusingare d'essersi assicurato
i possedimenti e i privilegi, e non abusarono della vittoria.
Mancavano però di chi sapesse capitanarli, intanto che la parte di
Mario rigalleggiava nella Spagna per opera di Quinto Sertorio, il
quale destramente vi annestò la causa dell'italica indipendenza. Nato
plebeo (121) a Nurzia ne' Sabini, educato attentamente dalla
madre, cui ripagò con indelebile affetto, egli cominciò come tutti i
giovani patrocinando cause, poi combattendo; nel campo de' Cimri ardì
entrare come esploratore, e per l'ardir suo si fece prediligere da
Mario; campeggiò con gran lode nella Spagna; poi questore nella guerra
degli Alleati, perdette un occhio, e venne accolto con sonori applausi
nel teatro di Roma. Fra il parteggiare cittadino favorì i Mariani,
e vedendoli chinare, tornò in Ispagna onde disporvi un rifugio agli
amici; e perchè alcuni l'appuntavano d'avere a denaro comprato il
libero passaggio dagli Alpigiani, rispose: — Non è mai pagato caro il
tempo da chi medita disegni grandiosi».
La Spagna erasi sottomessa, non indocilita al giogo, e tratto tratto lo
scoteva sanguinosamente. Il console Tito Didio compresse barbaramente
i Celtibéri, (98) e insospettito de' natìi che poco prima
erano stati in colonia menati a Colenda, promise collocarli sopra
altre terre; ma quando gli ebbe colle famiglie nel suo campo, li fece
scannare, e Roma approvò la slealtà. Invocato dai Lusitani, Sertorio
con ottomila uomini respinse successivamente sei generali sillani,
e ingrossatosi coi malcontenti e coi popoli desiderosi di libertà,
costituì nella Lusitania una repubblica; dagli Italiani rifuggiti al
suo campo, sceglieva i migliori per consiglio suo e per magistrati,
e paragonando il fermo e indipendente suo senato al romano servile a
Silla, diceva: — Roma non è più a Roma, ma dove son io». Pretensione
consueta ai fuorusciti.
Scarco delle basse passioni dei demagoghi, nè voluttà nè paura nè
vendetta lo trascinavano od ammollivano; lauto nel ricompensare,
ponderato al punire, eroe al combattere; cinto di splendidissime
armi, assediava gli assediatori, recideva le marcie al nemico, ne
molestava gli accampamenti, e talora vi si presentava provocando
a duello il generale, talora gli attraversava mascherato. Nessuno
Spagnuolo conosceva meglio di lui ogni tragetto, ogni scenderello;
niun cacciatore lo vinceva nel correre le montagne; niun capitano
sapea meglio appropriare la tattica al terreno ed al nemico, evitare
gli scontri inopportuni, seguire l'avversario, indurlo nell'imboscata;
con un pugno di prodi tenere in bilico gli eserciti, finchè li traesse
in luogo dove alla grave e stabile legione mancassero acque, viveri,
liberi movimenti. Sono le arti con cui, anche a' nostri giorni, la
Spagna diede l'esempio del come possano resistere gl'insorgenti ad
eserciti ordinati, e vincere colle squadriglie i vincitori dei re.
Gli Spagnuoli conciliavasi Sertorio colla dolcezza, coll'esimerli
dagli alloggi, col far giustizia, fornendoli di belle divise e denari,
vestendo, parlando, credendo com'essi. Ad Osca (_Huesca_) radunò i
figli de' principali, preziosi ostaggi e futuri legami tra la civiltà
romana e l'ibera, mentre i loro genitori godevano di vederli raffinarsi
nelle arti ingenue. Manteneva rigorosissima la disciplina; e saputo
che una Spagnuola aveva cavato gli occhi a un soldato che tentava farle
violenza, e che la coorte di lui pretendeva vendicarlo e ne imitava la
brutalità, Sertorio condannò tutta questa a morte, solenne lezione agli
altri. Spacciò d'avere scoperto le ossa del libico Anteo, alto sessanta
cubiti; e ricevuto da Diana una cerva, dalla quale si facea rivelare
ciò che sapeva da buone spie, e suggerir ciò che la sua prudenza avea
conosciuto conveniente. Altre volte colle parabole colpiva le menti
vulgari: e volendo persuadere che la guerra a spizzico val meglio
che l'arrisicar ogni cosa in giusta battaglia, ad un soldato de' più
robusti ordinò strappasse la coda ad un generoso puledro; e come quegli
vi si fu affaticato indarno, da un debole vecchio gliela fece crine
a crine svellere tutta; e ne conchiuse che col persistere si riesce
meglio che colla violenza.
Silla portò nel sepolcro il dispiacere di non aver potuto dissipare
quel ricovero di suoi nemici, al quale teneano l'occhio i malcontenti
che da tutte parti sorgevano contro Roma; imperciocchè l'Asia tornava
a strillare dalle concussioni de' senatori, che, fatti arbitri
de' giudizj e sicuri d'impunità, malmenavano le provincie; pirati
infestavano le coste; gli schiavi faceano sonare tremendamente le
loro catene. A frangenti tali doveva opporsi il senato, rifuso pur
testè da Silla, e gradito al popolo come un'amministrazione civile che
succede alla prepotenza militare. Non erano più quei nomi illustri
per tradizione: ma sebbene traforatisi in quel consesso per via di
bassezze, s'investivano dello spirito di esso, adottavano quell'altero
patriotismo ch'era tirannide fuori, dignità dentro, e che pretendeva
dovesse il mondo chinarsi ai cenni di Roma. Ma dacchè la violenza
militare avea preso campo, l'autorità civile doveva cercare appoggio in
qualche guerriero che volesse accettarne i consigli; e tale parve Gneo
Pompeo.
Il costui padre, buon capitano, per l'ingordigia divenne odioso ai
soldati, che fecero giura per ucciderlo: l'accorta pietà del figlio lo
campò, ma non potè impedire che, morto, gli sdegnati ne malmenassero il
cadavere. Da padre esoso venne l'idolo del popolo romano [Sidenote: n.
106]. Silla lo blandì come buono in guerra e opportuno ad attirargli
fautori, senza mettergli ombra; e giovanissimo gli consentì il titolo
d'imperatore: ma quando, spedito contro i Mariani in Africa, uccise
Domizio Enobarbo e fece prigione il numida re Jarba, il vecchio Silla
ne ingelosì, e gli ordinò che tornasse. Pompeo obbedì senza esitare; di
che il dittatore si chiamò così soddisfatto, che gli conferì il titolo
di Magno. Si opponeva però al trionfo di lui; ma avendogli Pompeo
ricordato che «al sole nascente guardasi più che all'occidente», Silla
si piacque di quella franchezza, ed esclamò — Trionfi, trionfi».
Pompeo secondava la crudeltà del dittatore per imitazione, ma tratto
tratto ricompariva generoso. Minacciando egli sterminio agli abitanti
di Imera infervorati di Mario, Steno, lor primo magistrato, gli
dichiara: — È ingiusto il punire tutti per la colpa d'un solo. — Chi
è quest'uno?» domandò Pompeo. — Io, che gli incitai contro di Silla»,
rispose Steno; e Pompeo gli perdonò. Semplice e frugale nei portamenti,
magistrato integro in tempi di scapestrata corruttela, non intinto
ne' ladronecci dei Sillani; indurito alle fatiche, bel parlatore,
piacevole in tutti gli atti esterni, giusto qualora non fosse traviato
da mali consigli e dai capricci d'una fazione, cui però non voleva
parere di servire, nè sosteneva francamente il popolo, nè mettevasi
ligio al senato, quasi bastasse l'essere Pompeo Magno. Studiosissimo
dell'arte bellica, nel guidare un esercito in guerra regolare valse
quant'altri; non così allorchè doveasi movere una nazione. Seppe tutte
le arti d'acquistare la nominanza, meta de' mediocri; nelle imprese
arrivava sempre a tempo di trarre a gloria propria i meriti degli altri
capitani; in pace mille voci amiche o stipendiate lo sparnazzavano; per
tali guise spianava la via al potere supremo; ma quando si trattasse di
afferrarlo, non gli bastava vigore di calpestar la legalità che a mezzo
avea violata, lasciavasi mettere il piede innanzi da quelli che seco
avea portati in alto, e pascolavasi di fumo, immaginando posta negli
onori la potenza, mentre gli emuli suoi sorpassavano alle apparenze per
toccare la realtà.
Erasi testè acquistato merito calmando l'insurrezione di Lepido; seppe
rattenere i soldati dagli eccessi a cui erano abituati di trascorrere
dopo la vittoria; ma quando il console Catulo gli ordinò di congedarli,
egli non se ne diede per inteso, e chiese d'essere destinato contro
Sertorio. Questi erasi accresciuto d'un esercito, guidatogli da
Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla
Liguria; e stringeva d'assedio Laurona, ove udito che Pompeo vantavasi
di prenderlo in mezzo, disse: — Allo scolaro di Silla dovrebbe esser
noto che un buon generale guardasi più di dietro che davanti». In
fatto Pompeo si trovò egli stesso circuito; vide la città presa e
bruciata (77) per mortificare i vanti di lui; e ridotto agli
estremi, dal senato supplicava uomini e denaro. Anche Metello Pio, che
vi comandava un grande esercito, benchè vantasse trionfi, assumesse
il titolo d'imperatore (76), e si facesse cantare dai poeti
spagnuoli, fu costretto ritirarsi.
Coraggio, Sertorio! alle grandi ambizioni non voglionsi scrupoli:
traverso alla Gallia e alle Alpi scendi in Italia, e vi sarai più
terribile d'Annibale, perchè accolto dalla simpatia dei popoli per cui
tu combatti.
Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la
madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò
che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il
decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava
mai se non vincitrice, ricusò d'esaudirlo; e Mitradate, che allora
appunto agguerriva l'Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù
dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a
Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee
in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr'egli in Asia
recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio,
che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della
patria, rispose: — Cessi il cielo ch'io cresca in potenza a detrimento
della repubblica. Egli s'abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i
Romani non vogliono disputargli; ma nell'Asia Minore non gli assentirò
un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».
Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e
fuggiasco sulle coste dell'Atlantico, che farebbe presedendo al senato
di Roma?» Pure ne coltivò l'amicizia, gli spedì il denaro e le galee;
e Sertorio, colla detta riserva, l'ajutò d'un corpo di truppe. Bastò
perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la
taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.
Men che nei Barbari, Sertorio metteva fiducia ne' Romani angolatisi
seco: ma costoro erano un'accozzaglia di fuorusciti, pieni di vanti,
che se anche nol tradivano, alienavangli i popoli colle vessazioni. Gli
Spagnuoli accortisi che nè Mariani nè Sillani pensavano al loro meglio,
ma soltanto ad acquistare primato in patria, inveleniti si rivoltarono
contro Sertorio, il quale per punirli scannò o vendette i fanciulli
raccolti in Osca. Era dunque perduta la sua popolarità; e Perpenna,
uno de' suoi luogotenenti, che da lungo tempo lo invidiava, in una
cena lo trucida (72), e va a consegnare l'esercito a Pompeo,
insieme colle lettere che al generale scrivevano i suoi partigiani da
Roma. Pompeo fa uccidere il traditore ed alcuni magistrati, e le carte
getta al fuoco per non compromettere illustri cittadini: altri ebbero
morte da' natìi, o misera vita e infame in Africa. La guardia spagnuola
che aveva giurato non sopravivere a Sertorio, tutta si uccise: e la
facilità onde la Spagna venne assoggettata non prova tanto i meriti di
Pompeo, quanto quelli di Sertorio che era bastato e sostenerla dieci
anni.
Pompeo menò un secondo trionfo, prima che l'età gli permettesse di
entrare fra' senatori. I cavalieri ogni quinquennio comparivano alla
rassegna davanti ai censori, come al tempo che questi limitavansi a
visitare l'armadura ed il cavallo; e dopo che aveano esposto sotto
chi e quanto avessero servito, erano rinviati con biasimo o con lode.
Pompeo si presentò anch'esso in abito consolare e coi littori, e
chiesto dal censore, — Hai tu militato, o Pompeo Magno, tutte le volte
che la legge prescrive?» rispose: — Tutte, e sotto il comando di me
medesimo». Gli applausi andarono a cielo, e i censori stessi col popolo
l'accompagnarono a casa.
L'inumanità, come già la guerra dei servi, così produsse in Italia
quella de' gladiatori. Mancò sempre ai Romani quell'armonico sentimento
umano onde abbondavano i Greci; e mentre a questi, abbandonate le
prische religioni sanguinarie, piaceva commoversi nei teatri alle regie
miserie od alle ridicolaggini umane, esposte in una poesia maestosa od
arguta; i Romani, versanti in continue battaglie, e fra lo spettacolo
di re incatenati e di prigionieri uccisi, nel combattimento e nel
sangue cercavano anche il diletto; l'inferocire delle belve aizzate,
gli sforzi contro la morte imminente, i ruggiti feroci, l'ultima
convulsione, porgevano uno spasso virile agli Scipj ed ai Catoni, poi
anche alle loro donne.
Il circo che Romolo eresse presso al fôro, indica che tali giuochi
risalgono alle origini della città: Tarquinio Prisco murò il Circo
Massimo fra il Palatino e l'Aventino, lungo tre stadj e mezzo,
largo quattro jugeri, e capace di cencinquantamila persone, poi di
censessantamila quando Cesare l'ebbe ampliato, infine di trecentomila
allorchè Trajano il rifabbricò. Ben dieci se n'apersero poi in Roma,
quadrilunghi finiti in semicircolo, divisi per lo lungo da un parapetto
(_spina_), che ornavasi di statue ed obelischi[43], e terminava in
colonnette (_metæ_), attorno alle quali volgeansi le corse.
Gli anfiteatri piegavansi in elissi, attorno al cui piano (_arena_)
correvano sedili a gradinate pei magistrati e per le dignità
(_podium_), indi pei cavalieri e il popolo. Ivi combatteano le fiere;
e dopo conquistata la Macedonia, Metello vi condusse cencinquanta
elefanti da guerra, che furono uccisi a frecciate; Silla e Scauro
v'introdussero leoni e pantere; Pompeo, a tacere molte altre belve,
espose quattrocento pantere e seicento leoni, di cui trecenquindici
colle giubbe; Cesare esibì fin quattrocento leoni chiomati, fece
combattere quaranta elefanti contro cinquecento pedoni, poi contro
altrettanti cavalieri; e nel circo di Flaminio trentasei cocodrilli
furono uccisi, dopo essersi azzuffati tra loro. Tanto ancora
abbondavano sulla terra quelle razze ferine, che omai cedettero il
posto all'estendentesi umana specie.
Crebbe cogl'imperatori cotesto lusso, ed uno può sorridere a tali
follie e compatirle pensando alle nostre; ma profondamente si geme al
vedere gli uomini spinti a lottar colle fiere o tra sè, per offrire
spasso ad un popolo, il quale mai non conobbe la più dolce delle virtù.
I sagrifìzj umani che Etruschi e Campani praticavano sulle tombe,
saranno probabilmente passati in Roma insieme cogli altri: ma de' figli
di Marte sembrò più degno il vedere la resistenza e la vittoria. Primi
Marco e Decimo Bruto chiamarono gladiatori a combattere sul feretro
del loro padre Giunio: i tre figli di Emilio Lepido augure ne fecero
lottare undici coppie nel fôro per tre giorni, poi venticinque i
figliuoli di Valerio Levino, indi crebbero viepiù. Cesare ne presentò
seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali
conflitti per cento giorni; il buon Trajano per cenventitre, offrendo
duemila combattenti. Nè soli schiavi: e quando, sotto gl'imperatori,
più era conculcata la dignità umana, Nerone fece pugnare un giorno
nell'anfiteatro quattrocento senatori e cinquecento cavalieri; Comodo
discese egli medesimo nell'arena. Invano Marc'Aurelio avea comandato di
ottundere le armi; il popolo chiedeva sangue, e continuò ad inebbriarsi
di quegli spettacoli, finchè un editto di Costantino, e più i
rimproveri de' Cristiani e la pazienza eroica onde questi scendevano ad
incontrarvi la morte per l'integrità delle loro credenze, posero fine
a quegli atroci sollazzi. Voi che vi lagnate perchè i simboli della
passione di Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue
v'abbiano quelli risparmiato.
Dacchè Roma se ne piacque, tali combattimenti diventarono un mestiere;
e il vizio, la miseria, l'infamia, la guerra provvedeano quest'orribile
merce; appositi maestri (_lanistæ_) insegnavano anche a liberi e
cittadini il dar morte e riceverla in modo di divertire il popolo
sovrano. Ma più che dell'erudito ferire, questo prendea diletto
degli schiavi e de' prigionieri, condotti da paesi non ammolliti
dalla civiltà, e che, nudi le gigantesche membra, lanciavano colpi,
ove la ferocia suppliva alla maestria. Impresarj denarosi tenevano
una folla d'uomini, pasciuti con apposito nutrimento[44] pel quale
avessero più sangue da versar nell'arena, ed esercitati a quest'uso,
che si obbligavano con tale formola: — Giuro soffrir la morte nel
fuoco, nelle catene, sotto la sferza o la spada; e ad ogni volontà del
padrone sottopormi, anima e corpo, da vero gladiatore». L'edile che
doveva offrire spettacoli al popolo, il ricco che voleva attirarsene
l'amicizia e l'ammirazione, dirigevasi all'appaltatore, comprandone o a
tutto rischio, o soltanto, direi, a consumo. In questo caso procuravasi
ne uscissero col minor danno possibile: ma chi volesse lode di
generosità, gli esibiva all'intero arbitrio del popolo.
Gran varietà fra essi: v'era l'_essedario_ che combatteva in carro;
v'era il _gallo_ (_mirmillo_) armato di coltello e scudo, e che
portava per cimiero la figura di un pesce; v'era il _retiario_, che
inseguiva il gallo finchè l'avesse accalappiato in una rete e trafitto
col tridente, a guisa d'un mostro marino; v'erano i _bestiarj_, che
s'azzuffavano colle fiere; v'erano gli _andabati_, che pugnavano a
occhi bendati, chiamandosi e inseguendosi dietro alla voce, mentre il
popolo schiattava dalle risa a quelle spade che ciecamente cercavano
un uomo, il quale non potea schermirsi. Altre volte combatteansi dalle
navi; e mentre nelle pugne vere i battelli stanno pronti a raccorre
chi s'annega, in queste badavano a respinger dalla riva chi volesse
afferrarla.
— Vi saranno regali gladiatorj; l'edile ricompenserà il popolo d'averlo
eletto, coll'offrire cinquanta paja di accoltellantisi».
A questo annunzio tripudia il popolo romano, e dimenticando i fratelli
che stanno morendo sotto il pugnale degli Spagnuoli o sotto alle
macchine di Cartagine e di Corinto, dimenticando ch'ebbe fame jeri e
che l'avrà domani, non appena è l'alba, affollasi nel circo; a miglior
agio vi vengono i suoi patroni, ch'egli domina nel fôro e serve nelle
case; poi le belle, che hanno consumato tre ore al pettinatojo per
riparare ai danni dell'età e degli stravizzi; infine colui che dà
i giuochi. Allora applausi a cielo: se ne compiaccia egli, chè la
gratitudine del popolo il compenserà colla questura e il consolato.
Ma che tardano i gladiatori? in istrepito impaziente ondeggia
l'aspettante adunanza. Ecco, finalmente compajono. Vedi robustezza di
muscoli! vedi attitudine di membra! vedi maestria di pôse! Al popolo
romano brilla il cuore pensando che la costoro vita dipende da un suo
cenno.
Su via, al fatto. Cominciano con un battocchio di legno, facendo
innocua prova di maestria nelle botte e nelle parate: presto dismessa
l'_arma lusoria_, non dicevole alla maestà del popolo romano,
brandiscono vere spade, gli animi infelloniscono, rinforzano i colpi,
e il popolo con ansietà contempla le ferite, le lividure, il sangue.
Sarebbe giudicato mal destro quel che ferisse l'avversario sulla
testa in modo d'ucciderlo; è un diritto che il popolo riserva a sè: il
popolo, che dintorno fa scommesse, vien fino a baruffe, applaudisce a
chi muore compostamente, fischia a chi anela nell'agonia, si lagna di
chi mostra morire mal volontieri, credesi ingiuriato da chi rifugge dal
morire[45]. Quando dunque uno si sente rifinito, ritraendosi alza il
dito in atto di chieder grazia agli spettatori. Si è egli comportato da
prode nel conflitto? mostrò generoso disprezzo della morte? il popolo
romano gli accorda la vita, perchè possa un'altra volta esporla a
suo ricreamento. Se no, o se il popolo vuol conoscere fin dove spinga
la costanza, se vuol divertirsi a numerare gli aneliti moribondi e i
guizzi d'un corpo che si disanima nel vigore dell'età e nella pienezza
della forza, chiude il pugno drizzando il pollice verso il combattente,
grida _Recipe ferrum_, e il vincitore, obbedendo al cenno, lo scanna.
Trascinato coll'uncino allo _spoliario_, i lanisti terminano
d'ucciderlo: qualche epilettico accorre a beverne il sangue
zampillante, supposto rimedio alla terribile sua malattia; o se ne
cerca il fegato per mediche prescrizioni[46]. Il vincitore ne toglie
l'arme e gli abiti, ottiene una corona di lentischio e un ramo di
palma, e talvolta la libertà; e l'applauso a lui e a chi provvide lo
spettacolo è immortalità, come è morte la disapprovazione[47].
Deh, che società è codesta, dove in politica ci si offrono solo
battaglie e sangue, e se ne torciamo, gli spassi ancora ci presentano
battaglie e sangue! E questa a noi inesplicabile voluttà del sangue
saziavasi in mezzo agli adornamenti della civiltà, sotto velarj
di porpora ricamati d'oro che schermissero dal sole, fra statue ed
obelischi e vasi profumanti, fra numerose sinfonie; tubi nascosti
versavano sugli spettatori acque olezzanti che correggessero il tanfo
del sangue e del sudore; bei giovani schiavi accorrevano a smover
l'arena per coprire quello versato dal gladiatore; e là accanto v'era
il postribolo per chi volesse acuir la ferocia colla lascivia, compagne
frequenti.
Cicerone approva tali spettacoli, come proprj ad ispirare disprezzo
della morte[48]; se Trasea Peto biasimava in senato l'eccessivo gusto
per i giuochi circesi[49], Plinio loda Trajano d'aver dato spettacoli
«ove nulla ricordava la mollezza e la viltà, nulla era fatto per
infiacchire gli animi, ma tutto per eccitare in noi lo sprezzo della
morte, il desiderio di nobili ferite, facendoci vedere sin negli
schiavi e ne' condannati l'amor della gloria e il desiderio del
vincere»[50].
I serragli di gladiatori erano inoltre un fondo di riserva pei faziosi,
i quali aveano dove comprar bande avvezze al sangue, e stranie alla
domestica o alla patria pietà. A Capua, principale emporio di questa
merce, Lentulo Bariato ne manteneva buon numero. Spartaco, uno d'essi,
trace di nascita, numida di stirpe, robusto e coraggioso se alcun
n'era, e per dolcezza e senno superiore al suo stato, eletto a dare
spettacolo di sè nell'arena (73), disse ai consorti: —
Giacchè s'ha da combattere, chè non combattiamo piuttosto contro de'
nostri oppressori?» Ducento s'accordano con esso, atterrano i custodi,
tolgono spiedi e coltelli alla bottega d'un vendarrosto, e fuggono
sul Vesuvio; la fama se ne diffonde, e il desiderio d'imitarli; altri
rompendo gli ergastoli, vi s'uniscono, tutta gente fiera e scurante
della morte. Le milizie spedite addosso a loro sono sconfitte,
sconfitti due pretori romani.
Cresciuto a diecimila, Spartaco traversa l'Italia e penetra nella
Gallia Cisalpina, patria della maggior parte de' suoi seguaci. Colà ed
oltr'Alpi meditava egli piantarsi; ma alcuni, ingordi di saccheggiar
Roma, si staccano dal grosso per seguitare un Cuixo, e sono battuti dal
console Lucio Gellio. All'annunzio di questa rotta, Spartaco riviene
sui proprj passi (72), pettoreggia e sconfigge il console
Cornelio Lentulo che lo inseguiva, poi anche Gellio. Inorgoglito dal
vedere le invitte legioni e i due capi di Roma fuggir dinanzi a sè
schiavo vilipeso, ordina non si dia quartiere a verun Romano; con
ventimila uomini devasta la penisola: e accampatosi nella Lucania,
v'aduna magazzini pel crescente esercito e medita accostarsi al mare,
onde da un lato dar mano ai corsari che aveano formato tra l'acque una
nuova Cartagine, dall'altro ridestare in Sicilia la guerra servile.
Licinio Crasso, principale sostegno delle vittorie di Silla, spedito
dal senato a codiare Spartaco, conosce sì urgente il pericolo,
che domanda si richiamino Pompeo dalla Spagna, Lucullo dall'Asia.
Memmio suo luogotenente con due legioni erasi lasciato sconfiggere
da Spartaco: ma Crasso accorso con dieci altre, decima cinquecento
legionarj che eransi ritirati a fronte de' rivoltosi, distrugge
diecimila di questi, e racchiude lo stesso Spartaco in una penisola
presso Reggio mentre avviavasi per la Sicilia. Spartaco fa scannare
un prigioniero e mostrandolo a' suoi: — Ecco qual sorte v'attende se
non resistete»; poi col favore d'una notte turbinosa scivola traverso
alle squadre romane, e medita difilarsi su Roma. Ma Crasso lo raggiunge
(71) presso il Silaro, lo batte, uccidendo dodicimila
trecento insorgenti, tutti feriti davanti, eccetto due soli. Avrebbe il
gladiatore voluto trarre gli avanzi nei monti, rifugio delle sommosse
e della libertà; ma essi, imbaldanziti da un leggero vantaggio,
gl'imposero di attaccar Crasso. Prima della mischia, Spartaco ammazzò
il proprio cavallo dicendo: — Se vinco, non me ne mancherà; se vinto,
non mi bisognerà». E fu vinto dopo prodigi di valore; quarantamila de'
suoi morsero la polvere; egli ferito combattè a ginocchio, prostrando
chiunque se gli accostava, sinchè trafitto da mille dardi cadde s'un
mucchio di cadaveri.
Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò
Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a
rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli
fraudasse il merito a Crasso; e come s'un trofeo piantato ne' Pirenei
avea scritto d'avere dall'Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei
città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi,
io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti
fautori suoi, lo faceva proclamare come l'unico capace di salvar la
patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d'esercito qual recano sgomento agli
amatori della libertà!
Crasso invece, cui veramente competeva il merito di quella vittoria,
a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la
decima parte de' suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di
grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a
contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla
repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l'esercito vincitore
di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il
suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega,
nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi
di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè
desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese
malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl'incensi; Crasso col farglisi
incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.
Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l'uomo di Roma; nè
ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa.
La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a'
pirati; ed un'accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici,
Isaurici, altri fuggiaschi dell'Asia superiore parea congiurasse a
vendicare sopra l'Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella
loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre
interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li
stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s'accolsero molti
di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.
Quando le provincie erano malcontente dell'Italia, l'Italia disgustata
di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi,
vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si
aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi
un vanto d'andare in corso, la maschera politica togliendo vergogna
alla bassezza e al delitto. E s'imbellivano di parer generosi, come
quelli fantasticati da Byron. Una banda s'accostò alla villa dove
Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s'accinse a difendersi: ma i
capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione
era il veder davvicino il grand'uomo; e introdotti presso di lui,
si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi
depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo
non tanto onorare il grand'uomo, quanto rinfacciare l'ingratitudine di
Roma per esso.
I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori
e piloti; d'ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con
poppe d'oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille
legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo
(77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole
a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l'Italia stessa
molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla
ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti
scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane
rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per
ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne
e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V'era qualche
catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se
ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano
calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa
sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed
affogarsi.
Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome
d'Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc'Antonio, figlio
dell'oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli
(70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle
catene ch'egli aveva predestinate ai corsari.
Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d'anello
fra' suoi nemici dall'Atlantide alla Meotide, e interrompendo le
comunicazioni coll'Africa, potevano affamare l'Italia, che ormai vivea
solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto
propose che, all'uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un
capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su
quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva
necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.
Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso,
nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto
un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi,
Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste
di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo
di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale
disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti
anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e
a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato
del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila
cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti
di eserciti, due questori, e l'anticipazione di duemila talenti attici.
Qual cosa più lo rattenea dall'imitare Silla, e dal farsi despoto della
repubblica? la sua mediocrità.
Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in
ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi
umano; a quanti s'arresero, assegnò terreni nell'Acaja e nella
Cilicia. «Non l'avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda,
non la libidine alle voluttà, non l'umana natura ai godimenti, non
la nobiltà d'una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo;
anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città,
che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere.
Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto
dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati
una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri
riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la
guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a
tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto
universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e
restituire l'abbondanza a Roma.
L'isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra
vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza:
poi, secondo il loro stile, la querelarono d'ajutare Mitradate e i
corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò
non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse
ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò
non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l'isola,
quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo.
Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d'un altro, accorse;
bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi
il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli
diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l'isola a provincia: ma
gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo splendore
di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in
lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni,
apparecchiò sullo scorcio dell'inverno, intraprese a primavera
entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].
Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto.
Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per
trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata
dalle intestine discordie, non aveva impedito ch'ei si mettesse
in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano
offrirgli il braccio, la maestria e l'odio; e le città d'Asia e di
Grecia a visiera alzata s'unirono col Barbaro che le richiamava alla
libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano
dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide;
armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno
al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non
mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto
Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò
anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il
trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi
accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra
di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al
Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell'Asia.
Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i
ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla,
restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in
pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a
seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l'inverno nel
fango, l'estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli
eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le
donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi
un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni
nemico de' nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra
Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj
uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle
spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana
adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni
pensiero concentrava nel preparare la riscossa.
Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75),
istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro
per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo
le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito
Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti
Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica
avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando
in Italia, l'aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni
di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di
cui s'acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato,
protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature,
come di guerra s'era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la
cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e
che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui
mezzo conseguì l'ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per
l'armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli
alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio,
Senofonte, altri scrittori d'arte bellica, dai quali io non so quanto
profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l'arte di pazientare.
Un'accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri
e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle
di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso
all'indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato
all'indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall'Asia, non
ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere
gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando
l'interesse all'un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale
i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in
quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla
generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a
grave scontento de' suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà
del sangue e la lautezza del saccheggio.
Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli,
cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva
i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d'una volta
mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi
sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando
fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a
Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo
inseguì nell'Ellesponto, e l'avrebbe anche preso se quegli ad arte non
avesse forato i sacchi dell'oro, portati dietro il suo cammino, per
raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo,
che in guerra è tutto.
Mitradate rifuggì a Tigrane II re d'Armenia (71), suo
genero, che era divenuto il più potente sovrano dell'Asia occidentale,
e che nelle marcie e alle udienze tenevasi accanto quattro re; e ne
ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto.
Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l'Eufrate, è nel
cuore dell'Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così
vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di
prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri
vestiti di ferro: alle città ridona l'indipendenza; col rispettare
le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge
Mitradate e Tigrane ch'eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva
annichilarli, quando l'esercito s'accordò a ricusargli obbedienza
(69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno
a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si
guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo,
che solo ne vantaggiate».
E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui
risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano
la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato
pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo
(67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto
Ortensio, suo emulo d'eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i
nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più
non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della
propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove
possiate ricoverarvi e restar liberi».
Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai
cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi
nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi
a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento
soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo,
indispettito di vedersi carpita la omai sicura vittoria, si ritirò
dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che
rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare
qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.
Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per
rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj
a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d'unirsi
co' pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica!
ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio
di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in
Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello
snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto
da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l'Armenia, purchè
pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de' Romani,
non solo sospese d'assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi
gliene recasse la testa.
Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s'erano
messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni
accordo. Vinto poi (65) in riva all'Eufrate, abbandonato
dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza
aver perduto dramma dell'antico coraggio, sollecitava alle armi le
popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate
turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione
somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con
Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le
foreste odorose e i boschetti di balsamo e d'incenso dell'Arabia[54].
Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un'ulcera che
lo costringeva a celarsi agli occhi altrui, meditava sommovere tutto
il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte
città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed
alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani.
Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre
un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare
sull'Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma
gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e
Farnace, il dilettissimo de' suoi figliuoli, indettatosi coi Romani,
si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore,
avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie
fidanzate ai re di Cipro e d'Egitto. Quelle perirono; ma egli s'era
talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d'un soldato
ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo
ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse
grande lo attestano la gioja dell'esercito e del popolo romano. Gli
storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne' tesori
di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a
inventariare i vasi d'oro e d'argento, e briglie e selle guernite di
diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d'onice legate
in oro; altrove si rinvennero statue d'oro massiccie, e un damiere
fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi
pezzi pure di gemme, e sovr'esso una luna d'oro, pesante trenta libbre.
Pompeo rimpastò a suo talento l'Asia, premiando chi l'avea favorito,
formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria,
la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de' Seleucidi; e dal
Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma.
Vincitore dell'Europa, dell'Asia, dei mari, Pompeo menò il terzo suo
trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non
bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo
le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l'Armenia, la Cappadocia, la
Paflagonia, la Media, la Colchide, l'Iberia, l'Albania, la Siria, la
Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l'Arabia,
i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città,
ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le
pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue;
versati nell'erario ventimila talenti, non computando millecinquecento
dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava
trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati,
il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola,
Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque
figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici
alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane.
Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato
il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l'avesse meritato, non egli,
che non dovea saper conservarlo[55].