Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione
aristocratica.
Ma Roma volgea contro se stessa il ferro, aguzzato contro Italiani e
stranieri, prorompendo la inimicizia fra Mario e Silla.
Lucio Silla, (n. 137) dell'illustre gente Cornelia ma di
mediocre fortuna, passò la giovinezza fra stravizzi; poi quando
Nicopoli cortigiana lo testò erede universale, prese posto fra i
cavalieri meglio stanti, e al gusto de' piaceri aggiunse l'amor
della gloria e del potere. Attribuito questore a Mario nella guerra
numidica, da questo fu lasciato in Italia come effeminato; ma quando
lo raggiunse in Africa colla riserva, si mostrò intrepido nelle
fazioni, esatto al dovere, più atto di Mario a conciliarsi gli animi.
Mettevasi però a tavola? giù ogni contegno; e allegro, spassone, senza
più voler intendere d'affari, si abbandonava alle tazze, a cantarine,
a saltatrici. Per rimovere l'invidia, le imprese ben succedutegli
attribuiva alla fortuna; nelle proprie _Memorie_ mostrava essergli
riusciti meglio i partiti improvvisi che non i meditati; ed esortava
Lucullo, cui erano dirette, a riporre intera fiducia nelle cose che in
sogno sentisse comandarsi dagli Dei.
Mario in prima disprezzò, da poi ne prese ombra, principalmente dacchè
Bocco re di Mauritania dedicò in Campidoglio un gruppo, rappresentante
se stesso in atto di consegnare Giugurta non a Mario ma a Silla,
parendo attribuire a questo il merito d'aver compita essa guerra. Da
ciò rancori che non doveano ammorzarsi neppure in torrenti di sangue.
Mario arrischiato e ad impeti; Silla calcolava e misurava verso un fine
prefisso, qualunque fossero le vie. Mario allevato in contado, appariva
zotico a segno, che a fabbricar un tempio per la vittoria sopra i
Cimri adoprò un mastro romano e pietre informi: Silla, raffinato nella
greca coltura, sui vizj suoi stendeva una lusinghiera vernice, dalle
sue depredazioni raccoglieva libri, quadri, vasi, onde abbellire i
proprj palazzi e la città. L'uno e l'altro valorosi in guerra e cupidi
d'onori, Mario per brighe spudorate e per denaro ottenne sei consolati
quasi consecutivi, Silla si professò stanco di servire a questa specie
di re; e avendo già quarantaquattro anni, brogliò la pretura, comprando
i voti e promettendo spettacoli che i pari mai non si sarebbero veduti;
e per mezzo di re Bocco ebbe cento leoni che espose a combattere con
uomini, avvezzando a tali spettacoli Roma, quasi in rimpatto de'
sacrifizj umani, allora appunto proibiti dal senato; e divenne il
corifeo della parte nobile, come Mario era della popolare. Lo vedemmo
adoprarsi più utilmente di questo nella guerra degli Alleati; ed aveva
ottenuto il comando supremo contro Mitradate re del Ponto, (88) allorchè il popolo, sollecitato dal tribuno Sulpicio a mostrarsi
riconoscente delle leggi liberali, affidò quella guerra a Mario, che,
quantunque vecchio, indispettivasi di non esser più il primo uomo di
Roma, e aborriva colui che l'eclissava.
Allorchè l'oro dava piaceri e dignità, tutti ambivano le capitananze
in Asia, dove si poteva rubare a man salva; laonde Silla, che già
l'avea depredata col desiderio, risolse vendicare l'affronto ricevuto;
e poichè, vegliando tuttora la guerra Sociale, egli stringeva i
Sanniti in Nola, il torto fattogli racconta all'esercito suo, il quale
rispondendo con una voce sola alla mozione di pochi intriganti, grida:
— Corriamo sopra Roma». Se i soldati semplici erano dediti al generale
che potea promoverli, gli uffiziali, che ricevevano le promozioni dai
comizj popolari, non vollero partecipare al parricidio: pure Silla
volse l'esercito sopra Roma, apprestando fiaccole per incendiarla; e ai
pretori mandati per mitigarlo rispondeva sbraveggiando.
Il popolo, sorpreso dall'inaudita temerità, si difende con tegoli
e sassi, armi plebee: ma Silla appicca il fuoco, prende la città,
fa scannare Sulpicio, bandire una taglia sopra la testa di Mario in
vendetta degli amici uccisigli, de' beni predatigli; e radunati i
comizj, arringando come se stilla di sangue non si fosse versata,
propone che veruna legge sia portata avanti al popolo se non dopo
approvata dal senato; i comizj non si tengano più per tribù, ma
per centurie; chi sia stato tribuno non possa esercitare altra
magistratura; e si cassino tutte le proposizioni di Sulpicio.
Il popolo esprimeva il suo dispetto coll'eleggere magistrati avversi
a Silla; e questi simulava di compiacersene, quasi una prova della
libertà che aveva restituita alle loro elezioni. (87) Di
fatto, con Gneo Ottavio, patrizio amico di lui, fu eletto console
Cornelio Cinna suo nemico; il quale però salito in Campidoglio e
slanciando un sasso, imprecò: — Se mai contrafarò a Silla, possa
vedermi cacciato di città com'io ne caccio questa pietra».
Allora Silla mandò ad inseguire Mario fuggiasco. Il vincitore dei
Cimri, soletto con suo figlio e col genero, si era trafugato di casale
in casale per quell'Italia ch'egli avea voluto far tutta cittadina; ad
Ortea s'imbarcò; ma sospinto a terra presso Circeo, errò mendicando
pane da chi scontrava, serenando la notte nel fitto delle boscaglie,
e fra i canneti del Liri celandosi dai sicarj che l'ormavano. Colà
tuffato nella melma fin alle spalle, lo scoprirono essi, e gettatagli
una soga al collo, il trassero a Minturno. Quegl'Italiani però,
memori dell'interesse di lui per la causa de' Socj, non soffrirono
che perisse, e probabilmente inventarono la storiella, che essendo
mandato uno schiavo cimro per dargli morte in prigione, esso gli
gridò, — Miserabile! oserai tu uccidere Cajo Mario?» e lo schiavo fuggì
esclamando, — M'è impossibile trafiggerlo».
I Minturnesi pertanto dissero: — Vada ove vuole a compiere il destino
suo; così gli Dei non ci puniscano di cacciar via Mario ignudo e
bisognoso». E l'esposero sulla riva, dove trovò un vascello che il
tradusse in Africa, nella quale suo figlio Cajo Mario, campato da
pericoli non meno pressanti, erasi condotto a cercare ajuti al numida
Jemsale. Proteggevano il fuggitivo da una parte la gloria del suo nome,
dall'altra il sapere che la fazione sua, sopita non spenta, poteva
da un giorno all'altro rivendicarsi. I magistrati romani non osarono
sturbarlo allorchè il videro sedere fra le ruine di Cartagine: grande
sventurato sulle ruine d'una grande città sventurata[35].
Il giovane Mario intanto, con aspetto di cortesia tenuto prigione nella
Corte del re numida, da una donna fu ajutato a fuggire e raggiungere
il padre, col quale veleggiò verso l'Italia. Qui aveva sostenuto la
loro parte Cornelio Cinna, audace fin all'imprudenza e insieme timido,
che non faceasi coscienza d'un delitto, poi sbigottiva nel coglierne
i frutti, e che, malgrado il giuramento prestato, fece dal tribuno
Virginio citar Silla per render conto del suo operato.
Questo non vi badò, ma come si fu trasferito coll'esercito in Asia, la
fazione sua soccombette, e Cinna rialzò la causa italiana, riproponendo
di ripartire i Socj fra tutte le trentacinque tribù, il che equivaleva
a dar loro la prevalenza. Ottavio, incorrotto fautore del senato, vi
si oppose; e per prova del quanto fosse rigoroso osservatore della
giustizia, Plutarco narra che, stimolato in quel pericolo a rendere
la libertà agli schiavi, protestò: — Come! vorrei far partecipi della
patria i servi, io che dalla patria respinsi Mario per tutelare le
leggi?»
Fino alle armi si corse, e le vie di Roma inondò sangue d'Italiani:
diecimila si dice perissero, gli altri con Cinna e con sei tribuni
dovettero uscire di città. Il senato dichiarò destituito Cinna,
il quale presentatosi all'esercito supplichevolmente e in aspetto
di martire della violenza, e corifeo della causa de' Socj, ebbe
dall'Italia uomini e denaro tanto da formare trenta legioni, e
richiamò i fuorusciti. Mario approda a Telamone, festosamente accolto
dagl'Italiani; chiama gli schiavi a libertà, arruola i più forzosi
contadini, i quali fatti liberi dalla legge Giulia, mentre sognavano
tutti i beni della libertà, si erano trovati poveri, costretti alla
milizia, ai tributi, alle requisizioni; del che incolpando il senato,
insorgeano volontieri contro di esso. Mario si congiunge con Cinna, e
difilasi su Roma pur ricusando ogni titolo e distinzione, e camminando
dimesso, come attrito da inenarrabili patimenti.
Sotto Roma, affrettatamente munita dal senato, con fierezza
battagliarono cittadini contro cittadini: di due combattenti l'uno
ferì l'altro a morte, poi nello spogliarlo il conobbe per suo fratello,
onde abbracciandolo, e raccogliendone l'estremo anelito, esclamò: — I
partiti ci divisero, ci congiunga il rogo», e si trafisse colla spada
fratricida[36]. Tremendo simbolo della sorte di noi Italiani.
I consoli trincerati sul monte Albano erano poco atti alla difesa:
Pompeo Strabone, richiamato dalla guerra che faceva agl'insorti in riva
all'Adriatico, operò così in tentenno, che si dubitò mirasse a lasciar
disanguarsi le due parti onde erigere se stesso; poi morì dell'epidemia
allora sviluppatasi. Fu dunque spedito ordine a Metello Numidico, che
alla meglio terminasse la guerra contro i non ancora domi Sanniti, e
venisse. Ma quando stava per istipulare, Mario propose ai Sanniti più
larghe condizioni, talchè s'avventarono di nuovo nell'armi, e Metello
dovè tornare senza esercito.
Crescevano le diserzioni dalle file senatorie; e Mario, prese o
avute le città marittime ed Ostia, bloccò Roma, che estenuata da
fame, contagi, sollevamenti di schiavi, dovette rendersi. Cinna non
volle entrare prima d'essere riconosciuto novamente console. Mario
s'arrestò alla porta, dicendo: — Non s'addice a me misero proscritto
il penetrarvi»; ma non ancora tutte le tribù aveano votato il suo
richiamo, ch'egli fu dentro, ordinando a una scorta di schiavi
uccidessero tutti quelli cui rendeva il saluto.
Allora cominciò orrido macello, quasi una vendetta de' ragunaticci
Italioti contro di Roma. Ottavio console e i senatori di miglior fama
furono trucidati: Catulo, reo d'aver avuto merito principale alla
vittoria sui Cimri, coll'avvelenarsi tolse all'invidioso Mario la
voluttà d'ucciderlo: Cornelio Merula console e flamine di Giove, nel
tempio deposte le sacre bende e seduto sulla cattedra pontificale,
si fece aprir le vene, e spruzzandone gli altari con tremende
imprecazioni, morì. L'oratore Marc'Antonio, meraviglia del suo tempo,
riparò alla villa d'un fedele amico, il quale, lieto di tanto ospite,
mandò il servo alla bettola pel miglior vino: quest'imprudente non
tacque all'ostiere chi fosse ricoverato dal padrone, e l'ostiere
il denunziò: e i satelliti di Mario, benchè un istante rattenuti
dall'eloquenza e dalla maestà di lui, lo decollarono. Mario abbracciò
il manigoldo che gli portò quella testa, e la fece esporre sui
rostri, ove tanti anni avea difeso il giusto, e dove poco dipoi
doveva sospendersi quella d'un altro sommo oratore. Sovra i padroni
gli schiavi sfogavano le covate vendette: solo quelli di Cornuto lo
trafugarono in villa, impiccando in sua vece e insultando un cadavere.
I generali posero fine alle stragi: pure la banda etrusca di Mario
ogni giorno usciva dal campo a saccheggiare e uccidere, poi tornava a
prendervi riposo; finchè Sertorio con un branco di Galli la tagliò a
pezzi.
Altri schiavi da Mario arrolati tumultuavano pel tardare de' soldi
promessi da Cinna; e Mario li fece raccogliere nel fôro, e quivi a
migliaja trucidare. Inebbriato di sangue, console per la settima volta
com'eragli stato predetto, tentò invano tuffare nel vino i rimorsi e
l'invidia contro Silla, cui s'apparecchiava a combattere quando breve
malattia il trasse settagenario alla tomba. (86) Mario
suo figlio, sottentratogli nel potere, fa scannare quanti senatori
fossero a Roma, e nominar console Valerio Flacco sua creatura, il
quale si ingrazianisce il popolo col ridurre i debiti a un quarto.
Sostenuto dai cittadini nuovi, che divisi fra le trentacinque tribù
prevaleano agli antichi e al senato, Cinna, neppur convocati i comizj,
dichiarossi console per la terza volta di seguito (85) con
Papirio Carbone, e distribuì le cariche cui volle: ma egli medesimo era
dominato dalla ciurmaglia che avea preso gusto al sangue, e che al fine
ad Ancona lo trucidò. (84)
In questi miseri dissidj struggevasi Roma, mentre all'esterno la
minacciava gravissimo pericolo, contro cui stava il proscritto Silla.
Questi, sapendo gl'Italiani propensi a Mario, risolve imbarcarsi
per l'Asia, onde rendersi devote le legioni col vincere. Va, e come
tant'altri ambiziosi, s'appoggia affatto sugli armati; gli abitua a
considerarsi del tale o tal capitano, non della repubblica; poi col
movere l'esercito contro la patria, spiana la via per cui cammineranno
Cesare, Antonio, Augusto, traverso a guerre civili, dove si combatterà
non per assicurarsi liberi, ma per darsi un padrone.
Tra i paesi dell'Asia anteriore, sottrattisi alla Persia al tempo
d'Alessandro Magno e de' successori suoi, s'avvicendavano guerre e
intrighi, e or prevaleva un regno or l'altro, e infine quello del
Ponto, il quale traeva nome dal Ponto Eusino che faceagli confine
a settentrione, mentre a mezzodì lo chiudeva la piccola Armenia;
la Colchide e il fiume Alis dagli altri lati. I Mitradati che lo
dominavano, e che di là stendeano la signoria sull'Eusino, stettero
ora in guerra ora in alleanza coi Romani, finchè cinse le regie bende
Mitradate VII Eupatore, (123) al quale la posterità conserva
il nome di grande, sebbene la mancanza di storici nazionali e la
superba noncuranza degli stranieri ci riduca soltanto a indovinare
la vastità de' suoi divisamenti. Salito al trono di dodici anni,
alla orientale fece morire sua madre e i più prossimi parenti; educò
il corpo e l'anima all'operosità; sposò la sorella Laodice, che poi
condannò a morte come traditrice; e girando l'Asia, studiando costumi,
leggi, uomini, formò il proposito di soggettarsela, proclamandosi
liberatore contro la tirannide de' Romani, e deliberato di riuscire
senza badare per quali mezzi. Già, oltre il Ponto, aveva ereditato la
Frigia (93) e pretensioni sui paesi contigui: la Paflagonia
occupò, a malgrado dei Romani: la Cappadocia soggiogò, di propria mano
scannando il nipote competitore.
Nicomede II re di Bitinia, adombrato degl'incrementi del vicino, mandò
a richiamarsene al senato di Roma, il quale decretò indipendenti
la Paflagonia e la Cappadocia, (91) destinandovi dei re
suoi ligi, e spedì Silla in aspetto d'ambasciatore, per conoscere e
sventare i disegni di Mitradate. Ma questi ruppe a guerra, sconfisse
i Bitinj e il nuovo re Nicomede III, costrinse i Romani a sgombrare
la Frigia, la Misia, l'Asia propria, e tutti i paesi che aveano o
sottomessi o amicati sino alla Jonia, e rimandò liberi quanti avea
fatti prigionieri. Gli abitanti di Laodicea tradirongli Quinto Appio
governatore della Pamfilia, che fu a lui condotto in catene, preceduto
per ischerno dai littori e dalle altre onoranze del suo grado. I Lesbj
gli menarono Manio Aquilio, che come sommovitore della Cappadocia, egli
fece legare piede a piede a un pubblico malfattore, sopra un asino
tradurre a Pergamo, ed ivi colargli in bocca dell'oro, a raffaccio
della sua ingordigia.
Da questo vizio era fatta esecrabile la dominazione dei Romani. Nella
stessa metropoli tutto vendevasi, e il traffico de' voti si compiva
così sfacciatamente, che non eccitava vergogna ma celie. Silla pretore,
insultato da Strabone Cesare, gl'intima, — Userò contro te i poteri
della mia carica»; e quegli, — Ben dicesti mia, poichè l'hai compra».
Un giovane, entrando alle magistrature per via dell'edilità, doveva
in questa spendere e spandere onde meritarsi i successivi favori del
popolo; quindi contrarre debiti e almanaccar le guise di spegnerli o
d'accreditarsi a nuovi. Divenuto pretore urbano, trattando soltanto
cause minute, sotto gli occhi del senato, dei censori, dei tribuni,
non può rubare che a spizzico: ma sa che poi gli sarà dal senato
conferita una provincia; su quella fa anticipato assegnamento a tutti
i creditori; e arrivatovi, ruba, dilapida, tien mano cogli esattori,
cogli usuraj; porta via robe, quadri, statue; e tornando, può mettere
splendido palazzo, una galleria che lo faccia acclamar protettore delle
arti, sedere sull'avorio del senato, dominare sopra mille schiavi,
ascendere al consolato.
Altra belva insaziabile erano gli esattori, cavalieri i più, che, prese
ad appalto le entrate d'un paese, non aveano freno nello smungerlo,
accumulando tesori per sè, esecrazione pel loro popolo. Marco Tullio
Cicerone, onest'uomo e gran persecutore dei depredatori, nel suo
governo di Cilicia pose da banda due milioni e ducentomila sesterzj
(quasi mezzo milione), e si vanta che fu legalmente[37]; ed al fratello
Quinto, governatore in Asia, scrive: — Sei lodato di diligenza per
avere impedito alle città di contrarre nuovi debiti, sollevate molte
dagli antichi, sciolta l'Asia dal peso dei donativi agli edili. Un
nostro nobile si lagna che tu gli abbia sottratto ducentomila lire
coll'impedire si facciano sovvenzioni pei giuochi. I pubblicani
porranno forte ostacolo alle tue rette intenzioni: e fa mente che
resistendo ad essi, alieneremmo dalla repubblica e da noi un corpo cui
tante obbligazioni ci legano; lentandone le briglie, accondiscenderemmo
alla ruina di coloro, di cui dobbiamo assicurar la salute e
gl'interessi. Quanto soffrano gli alleati nostri dai pubblicani, io
l'argomento dai molti ottimi nostri concittadini, che trattandosi di
abolire i pedaggi d'Italia, si lamentarono non tanto di questi, quanto
de' soprusi degli stradieri. Che sarà di alleati posti all'estremità
dell'impero? Qui si opina che, per soddisfare ai pubblicani, massime in
un appalto di sì grasso loro vantaggio, e al tempo stesso impedire la
rovina degli alleati, si richieda nulla meno che una virtù divina»[38].
Erano aperti i richiami, ma che ripromettersene se i giudizj stavano
in mano de' rei medesimi? Sempronio Asello pretore, che volle reprimere
le usure, fu trucidato sulla pubblica piazza, e nessuno ne fe ricerca.
Quando si propose di rimandare Marcello in Sicilia, i Siciliani
esclamarono: — Piuttosto ci sepellisca l'Etna», ed esposero le lunghe
concussioni di esso: ma che? ben presto si trovarono ridotti a placarlo
col buttarsegli ai piedi in pien senato, supplicandolo a riceverli
tutti come clienti; e a Siracusa istituirono annue feste in onore di
esso. (92) Muzio Scevola, pretore in Asia, citò i pubblicani
a render severa ragione delle crudeltà e delle concussioni, alcuni
incarcerò, pose in croce uno schiavo loro complice; ond'essi gli preser
odio a morte, e non potendo contro lui, sfogaronlo su Publio Rutilio
Rufo, consigliere suo in questo fatto, e accusandolo appunto della
colpa ond'egli aveva imputati loro, riuscirono a farlo condannare,
stando primario accusatore quell'Apicio, la cui ghiottoneria visse
in proverbio. Rutilio, premunito dalla filosofia contro la trista
fortuna, si ritirò in Asia, dove fu accolto come un liberatore; gli
Smirnei l'adottarono; e benchè richiamato, più non volle restituirsi
alla patria, della quale nel ritiro scrisse la storia in greco. Laonde
Cicerone, panegirista della virtù romana, esclamava: — Qual tempio fu
sacro pe' nostri magistrati? qual città santa? qual casa abbastanza
chiusa e munita? È difficile esprimere quanto siamo in odio fra gli
stranieri per le ingiustizie e le libidini di coloro che mandammo ai
comandi»[39]. Alfine Silvano Plauzio portò una nuova legge, (89) per cui ciascuna tribù dovesse eleggere ogni anno a giudici
quindici cittadini, tolti indifferentemente dai senatori, dai cavalieri
o dalla plebe: ma questo privare i cavalieri del privilegio di
giudicare divenne causa della guerra civile.
Non a torto dunque Mitradate potè vantarsi, — Tutta l'Asia mi aspetta».
Questa sonava allora di applausi al liberatore, al padre, al dio, al
solo monarca; le città libere gli apersero le porte; Mitilene, Efeso,
Magnesia abbatterono i monumenti eretti dai dominatori. E poichè gran
numero di cittadini romani eransi accasati nelle provincie, (88) il re del Ponto propose di sbrattarsene d'un colpo: e per segreto
ordine, a un giorno determinato furono uccisi tanti quanti côlti, con
donne, fanciulli e servi; i beni loro ripartiti fra l'erario e gli
assassini; resi liberi gli schiavi che trucidassero i loro padroni;
perdonato mezzo il debito a chi uccidesse il creditore; morte a
chiunque celasse un Italiano. Quali furono strappati dall'invocato
altare di Efeso, o dal tempio di Esculapio a Pergamo; quali raggiunti
mentre a nuoto tragittavansi a Lesbo coi figliuoli in collo: i Caunj
straziavano con lungo spasimo i fanciulli al cospetto delle madri, che
altre ne perdettero la vita, altre la ragione; i Trallj, non volendo
eseguire l'atroce comando, ne diedero l'incarico ad un Paflagone, che
scannò i Romani nel tempio della Concordia[40]. A cencinquantamila
fanno alcuni ascendere le vittime di quel giorno.
Assicurato nell'interno, Mitradate vola a sottoporre vicini e lontani,
dalle regioni del Caucaso fino ad Atene e a tutta la Grecia, sicchè ben
venticinque nazioni a lui obbedivano, delle quali tutte egli intendeva
e parlava le lingue. Ripieghi sempre nuovi gli porgeva l'indomita sua
attività; uomini la Scizia; denaro le città della costa e dell'interno,
arricchite dalla pesca dell'Eusino, dall'ubertà della Tauride, dai
cambj cogli Sciti, e massime dal commercio delle Indie, che traversava
per l'Oxo, il mar Caspio e il Caucaso. Con quattrocento vascelli
custodisce il mar Nero, e coi barbari circostanti a questo macchinava
quel che Annibale avea intrapreso coi popoli d'Africa, di Spagna,
della Gallia, disciplinarli per condurli contro Roma dalla parte del
settentrione.
Fremette Roma all'orrore del sofferto danno e alla minaccia del nuovo,
(87) e la vendetta affidò a colui che più ardente erasi
mostrato contro gl'insorti Italiani, Silla. Quei barbari ragunaticci
mal potevano resistere alla romana disciplina; e a Cheronea, capitanati
da Archelao generale di Mitradate, furono sconfitti sì, che Silla
scrisse averne ucciso centodiecimila, perdendo soli dodici de' suoi:
due altre non meno sanguinose giornate nella Beozia terminarono la
campagna. Nel primo esercito si contavano fin quindicimila schiavi
fuggiti dai Romani, che vendettero a carissimo prezzo la vita
(PLUTARCO).
Silla assediò Atene, e diecimila carrette a muli portavano i materiali
per le macchine; i boschi sacri, le deliziose piantagioni del Liceo
e dell'Accademia furono tagliati; fame sì rabbiosa desolava la più
colta città del mondo, che si lasciò fino spegner la lampada avanti
al simulacro di Pallade: alfine restò presa d'assalto, mediante quei
traditori che mai non mancarono nelle guerre greche. Silla, entratovi
per la breccia a suon di trombe, la inondò di sangue, e voleva
distruggerla; poi si lasciò mitigare, e perdonò ai vivi (dicea) per
riguardo ai morti. Faceasi mandar le spoglie di tutti i tempj, e co'
suoi celiando diceva: — Ho in pugno la vittoria, dacchè gli stessi
Dei soldano le mie truppe». Fremevano i Greci, e rammentavano come
Flaminino, Acilio, Paolo Emilio non avessero posto la mano nelle cose
sacre: essi d'alto animo e di viver parco, avrebbero creduto pari viltà
il condiscendere a' soldati, e il temere i nemici. Ma quelli erano
legalmente eletti, con truppe disciplinate; i presenti salivano al
comando per violenza o prezzo, onde erano costretti andar a' versi de'
loro fautori, vendere tutto per comprarsi o voti nella piazza o partito
nell'esercito: corruttrici largizioni, di cui Silla fu il primo a dar
in grande lo scandalo.
Ma mentre qui trionfava, egli era proscritto in patria, e dovea
difendersi contro eserciti della fazione avversa, mandati per
contrariarlo od anche ucciderlo. Un Fimbria, esecrabile per forsennate
crudeltà, nel funerale di Mario manda per assassinare l'augure Quinto
Scevola; fallito il colpo, lo cita in giudizio; e chiedendo tutti con
maraviglia di che potesse imputare personaggio sì santo, rispose: —
Del non aver ricevuto tutto il pugnale nel corpo»[41]. Logica che non
manca d'imitatori. Fatto luogotenente di Valerio Flacco, (86) console destinato a governare e vincere l'Asia, venne in urto con
lui, e a Nicomedia lo assassinò; e recatesi in mano tutte le forze di
quella provincia, per sostenersi permetteva ogni licenza a' soldati
ed ai fautori suoi. Avendo un giorno fatto rizzare delle forche, e
trovatone il numero maggiore di quello dei malfattori, fe cogliere
alcuni spettatori a caso per riempierne i vuoti. Non mancandogli
però valore, ruppe i generali di Mitradate, e lui assediò in Pitana.
Per espugnare questa fortezza, avea bisogno della flotta: ma Lucullo
che la comandava, e che professavasi avverso alla fazione di Mario
e di Fimbria; ricusò prestarla; onde il re ebbe campo di ritirarsi
a Mitilene. Fimbria, espugnata Pitana, assediò Troja; e pigliatala
d'assalto, sterminò uomini ed edifizj, vantandosi aver in dieci giorni
compito quel che Agamennone appena in dieci anni.
Mitradate, preso tra due fuochi, mandò proposizioni a Silla, il quale,
da un lato desideroso di mescolare le cose d'Italia, dall'altro di
togliere la gloria delle imprese a Fimbria, (85) accettò un
colloquio con esso a Dardano nella Troade. Il re del Ponto vi giunse
con ventimila uomini, seicento cavalli, innumerevoli carri falcati,
sessanta vascelli; Silla con due legioni e duecento cavalli, e dettò i
patti. E furono che il re richiamerebbe le truppe da tutte le città che
non fossero state alla sua obbedienza prima della guerra, renderebbe i
prigionieri senza taglia, pagherebbe duemila talenti, e darebbe a Silla
ottanta vascelli in tutto punto con cinquecento arcieri. — Che mi lasci
dunque?» chiese Mitradate. — Ti lascio la destra, con cui firmasti il
macello di centomila Romani».
Così Silla, in non tre anni menata a buon compimento una guerra
pericolosissima, ebbe ricuperata la Grecia, la Jonia, la Macedonia,
l'Asia; dichiarati liberi ed alleati i Rodj, i Magnesj, i Trojani,
gli Scioti; uccisi a Mitradate censessantamila uomini; e avrebbe anche
potuto prenderlo, e risparmiare trent'anni di guerra alla sua patria.
Fimbria, che ricusava sottomettersi, fu ridotto a tali strette che
s'uccise.
Per avidità di dominare l'Italia, Silla espilava l'Asia, imponendole
una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati
a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi
i soldati chiudendo gli occhi sull'ingordigia e la libidine loro.
Espilati i tempj di Delfo, d'Olimpia, d'Epidauro, essi godeano le
suntuose mollezze d'Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi,
le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in
squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola
per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all'Italia
per farne altrettanto strapazzo.
E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile
rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti
ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler
che rimettere l'ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative:
ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi,
quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero
tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando
le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa
a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli
a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni,
cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle
porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi,
punire i tiranni e i loro satelliti».
Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila
uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma
l'esercito del primo restò sconfitto, quel dell'altro disertò a Silla,
al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti
che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre eserciti oppostisi al suo
passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d'imperatore,
per blandire la fazione de' nobili, di cui era rappresentante.
I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de'
cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto
Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col
soccorso degl'Italiani, esortati d'ogni banda a sostener quella
ch'era causa loro. Ma gl'Italiani non sentivansi più riscossi dal
grido d'indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar
maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale,
leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio
i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov'è assediato;
Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s'uccide; Carbone in Africa,
poi nell'isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico,
o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo
fece scannare, benchè a molt'altri consentisse la fuga. La Sicilia,
abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.
Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò
il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò
amici suoi a quelli di Mario, e senz'altro che minacce tornò alla
guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall'altra si versava;
e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno
ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non
si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila
Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare
tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani
Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l'oro e le
statue di Roma.
Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò sopra Roma, che
sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo
combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella
guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d'Italia».
Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla
sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non
elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle
mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore;
Telesino fu trovato fra' cadaveri, ultimo eroe della causa italiana.
Tremila de' suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò,
purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando
raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e
quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto
i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle
miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni
riottosi ch'io fo punire», e continuò il sermone.
Tremendo esordio d'inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il
fratello di Telesino vollero morire al modo de' gladiatori, combattendo
fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade
su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende,
e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj,
ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all'assassinio:
poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja
insieme e trucidare, assistendo egli stesso all'orrendo spettacolo e
compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar
la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice
de' miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in
Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero fuoco alle case, e
si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].
Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più
Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato
a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel
proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi
costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col
sangue quello ch'io versai».
Espiare con nuove crudeltà le passate! Il dì seguente si videro affisse
tavole coi nomi di quaranta primarj senatori e milleseicento cavalieri,
devoti al ferro di chi primo gl'incontrasse: ogni assassino riceveva
due talenti, fosse pure uno schiavo uccisor del padrone, o un figlio
uccisor del padre: confiscati i beni, dichiarati infami i figliuoli
sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvasse il fratello,
il figlio, il padre proscritto. Al domani ducentoventi altri furono
scritti sulle tavole, altrettanti il giorno appresso; i tempj non
assicuravano da sicarj e dai particolari nemici; e l'avidità ajutò la
vendetta, atrocissima e senza scopo. Case, terme, orti, quadri, lauta
eredità, bella donna erano il delitto dei più. Uno, incontrando sulle
tavole il proprio nome, — Me misero! (esclama) il fondo Albano mi
perseguita»; va pochi passi ed è trucidato. Lucio Catilina, senatore
che ci darà molto a dire, aveva ucciso il fratello per sottentrargli
all'eredità: per iscagionarsene il fa da Silla portar nelle tavole, ed
in compenso gli reca altre teste, e consegna Marco Graditano parente
di Mario, vergheggiandolo per le vie di Roma fin al sepolcro della
gente Lutazia per farne espiazione a Catulo ucciso da Mario: quivi
mozzategli mani, orecchie, lingua, e pestegli le ossa, gli tagliò la
testa, e dal Gianicolo portolla sanguinante fin alla porta Carmentale
ove Silla sedeva. Vedendo Marco Pletorio per compassione svenire, lui
pure decollò, e avuto il premio, andò a tergersi le mani nella pila
dell'acqua lustrale all'ingresso del tempio d'Esculapio. Le ossa di
Mario furono sturbate e gettate nell'Anio.
Tutto ciò faceasi a titolo di rigenerare la repubblica e i costumi
col sangue: e dopo uccise novemila persone, fra cui novanta senatori,
quindici consolari, duemila seicento cavalieri, Silla dichiarò
aver proscritto quei soli de' cui nomi s'era ricordato; agli altri
verrebbe la loro volta. Cajo Metello dissegli dunque in senato: —
Noi non intercediamo a favore di quelli che tu pensi uccidere, ma ti
supplichiamo di togliere dall'incertezza quelli che vuoi salvare»; e
avendo Silla freddamente risposto non aver risolto ancora a chi far
grazia, Metello soggiunse, — Nomina almeno quelli che non intendi
uccidere», e Silla, — Lo farò».
Parte dell'insana vendetta cadde sulle città italiane chiaritesi contro
di lui; quali smantellate, quali multate esorbitantemente, di quali
proscritti tutti gli abitanti. A Preneste dodicimila Italiani erano
periti; altri a Norba incendiata; Populonia restò distrutta. Volterra,
forte sul suo monte scosceso e per le mura ciclopiche, diè rifugio a
molti proscritti e a veterani etruschi, sostenne l'assedio due anni,
alfine capitolò onorevolmente, e il vincitore non osò toglierle il
diritto di cittadinanza. Il resto dell'Etruria, immune fin allora
da colonie, rimase preda degli avidi soldati. A Spoleto, Interamna,
Fiesole furono confiscati tutti i beni; e per emulare Fiesole,
piantossi in val d'Arno una nuova città, la quale, dal nome arcano di
Roma, fu chiamata Florenzia. Contro il Sannio principalmente, perchè
più bellicoso, s'accannì Silla; diroccava le fortezze, demoliva tempj
e case, ripetendo che Roma non sarebbe sicura finchè i Sanniti non
cessassero d'esser nazione: e l'ottenne, poichè il fiorente paese non
offrì in breve che squallore e ruine, e quel popolo dimenticò tutto,
fin l'odio contro i Romani. Silla e sua moglie Metella arricchirono
assai delle spoglie di tanti uccisi; n'arricchì Crasso, n'arricchirono
molti suoi ligi; e un Crisogono suo liberto per duemila sesterzj ebbe
le sostanze di Roscio, che ne valeano sei milioni.
Sgomentati i Romani con tanti supplizj, Silla si ritirò in campagna,
commettendo al senato di eleggere un interrè. Fu scelto Valerio Flacco
creatura di lui, il quale propose di affidare a Silla la dittatura,
onnipotenza da cenvent'anni dimenticata. E il tremante senato lo
acclamò dittatore, col diritto di vita e morte anche senza giudizj, di
far leggi, di confiscar beni e spartirli, edificare o distruggere città
e colonie, dare e toglier regni; s'avrebbe per rato ogni atto di lui
presente e futuro; e tale podestà durerebbe finchè la repubblica fosse
costituita, cioè finchè a lui piacesse. Nel fôro, dove sanguinavano
ancora i teschi di tanti illustri cittadini, gli alzò una statua
equestre, per tal modo solennizzando come il trionfo di Roma sopra
Italia, così quello de' nobili sopra i ricchi.
Nè, come nelle leggi agrarie, cambiavansi soltanto i campi pubblici, ma
possessioni private erano tolte ai legittimi padroni onde rimunerare
i soldati. I quali soldati più non erano cittadini che, al bisogno,
abbandonassero la campagna per l'armi; e quando si trattava non della
difesa della patria, ma delle ambizioni d'un generale, l'avventurar
la vita in lontane spedizioni non era più dovere di cittadino, e tanto
meno il combattere contro altri cittadini. Fu dunque duopo allettarli
con largizioni. E già, dopo conquisa Cartagine, il senato ai veterani
d'Africa e Spagna avea distribuito due jugeri di terra per ogni
anno di servizio; primo saggio di colonie militari. Col promettere
altrettanto avea Silla cercato fautori, e con ciò si era messo nella
necessità di sterminare i prischi possidenti. Le immense fortune che
aveano accumulate i cavalieri collo smungere le provincie, andarono
preda di combattenti di ventura o di senatori, che gli uni colla
spada, gli altri coll'intrigo sostennero le ridestate pretensioni
dell'aristocrazia. Se non bastava che intere città perissero per
sempre, nella campagna fu sterminato quel che restava di libera
popolazione, onde distribuire i beni a centoventimila soldati.
In dieci anni di guerra accannita, cencinquantamila Romani erano
periti di spada, forse altrettanti Italiani: nè v'era cittaduola che
non avesse patito ruine e strazj. Roma erasi assicurato il primato in
Italia, e a tutte dava le sue leggi, la sua lingua, i suoi magistrati;
ma al mancare di tanti centri di particolare civiltà, doveva affluire
a Roma un gentame povero, turbolento, che ai comizj si stivava non per
dare il voto al più degno, ma per venderlo al più danaroso.
Ch'è peggio, restò dato l'esempio d'un generale, che col solo diritto
del più forte sovvertiva le leggi della patria. Perocchè allora, in
incontrastato dominio, Silla professò voler ripristinare la repubblica
antica, sodare le prische leggi, e prevenire nuove scosse; e nei due
anni di dittatura rintegrò il predominio del Governo, a scapito di ciò
che la plebe aveva in tanti secoli acquistato, volendo riformare col
tornar indietro, e credendo che l'aristocrazia, che Roma bastassero
a sorreggere un edifizio sempre più gigantesco. Al senato, decimato
dalla guerra e dalle proscrizioni, trecento membri aggiunse; e perchè
restasse cardine dello Stato, gli restituì i giudizj e la discussione
delle leggi e l'elezioni de' pontefici. Ai tribuni tolse la facoltà
legislativa col ridurre a nulla i comizj per tribù, e vietò che
parlassero nè pro nè contro la legge proposta; fece anche meno ambita
quella magistratura coll'ordinare che chi l'avea coperta non potesse ad
altra aspirare. De' cavalieri, di cui non trovava traccia nell'antica
costituzione, e che da mezzo secolo ringrandivano, non tenne verun
conto. Soppresse la censura, come istituzione recente, che mettea freno
al senato. Per evitare i brogli e le continue agitazioni elettorali,
prefisse condizioni di eleggibilità alle primarie magistrature; e
stabilì a otto i pretori, a venti i questori; non salga alla pretura
chi non fu questore, e solo per la pretura si arriva al consolato.
Chiunque attentasse all'onore e alla sicurezza dell'impero, violasse il
veto d'un tribuno, o arrestasse un magistrato nell'esercizio delle sue
funzioni, e così il magistrato che in queste trascendesse, era punito
coll'interdizione dell'acqua e del fuoco.
Ma il ripristinare l'aristocrazia sentiva troppo difficile dacchè
n'erano perite la frugalità e la modestia, e invano vi opponeva severe
leggi penali, massime per restringere gli arbitrj e le esazioni de'
governatori nelle provincie; e pene contro i falsarj, i parricidi, gli
assassini, i falsi testimonj, l'abuso del divorzio, gli eccessi del
lusso. Ai Latini e alla più parte delle città italiche negò l'agognato
diritto di cittadinanza, mentre, per riparare ai tanti periti nelle
guerre civili, o piuttosto per mettersi attorno gente devota, ed
equilibrare i tanti ammessi nelle tribù, conferì la libertà e la
cittadinanza a diecimila schiavi, che tutti portarono il suo cognome di
Cornelj: di modo che egli oligarco, non meno de' democratici Mariani,
estendeva la città.
Anche alla religione provvide: riedificò più pomposo il Giove
Capitolino, arso nella guerra civile; ed essendo in quell'occasione
andati in cenere i Libri Sibillini, mandò nelle città d'Eritrea, di
Samo, d'Ilio a raccorne frammenti, di cui formò una nuova compilazione,
affidata a quindici personaggi.
Le sue riforme, quali si fossero, conveniva seguirle. Trovando un
giorno qualche opposizione, narrò questa parabola: — Un villano,
sentendosi molestato dal fastidio, cavossi la giubba, e uccise le
bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della
prima volta; finalmente, sentendosi prudere ancora, le gettò colla
veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofella, raccomandato
da importanti servizj resigli, osò contraddirgli; ed egli dal suo
tribunale ordinò ad un centurione d'andare a mozzargli la testa. Di
fatto non era egli dittatore, eletto dal popolo e dal senato nelle
forme legali? come tale, non era arbitro della roba e della vita? Mario
s'appassionava per impeti, e avventavasi sul nemico come il mastino
provocato: Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e
legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.
Poi, quasi insultando alla Provvidenza rimuneratrice, s'intitolò
Felice; e natigli due gemelli, li nominò Fausto e Fausta; indi, per
ultimo spregio all'umanità conculcata, abdicò la dittatura, (79) e da privato visse in mezzo a un popolo ch'egli avea decimato.
Ne faremo anche noi le maraviglie come d'un atto di coraggio?
Nel senato aveva nicchiate trecento creature sue: in Roma accasati
diecimila schiavi, per una sola parola mutati in cittadini: per
Italia erano sparsi cenventimila veterani, da lui guidati prima alla
vittoria, poi resi possessori, e interessati a conservare una vita
da cui dipendeva ogni ben loro: la popolaglia giaceva sgomentata o
avvezza al giogo. Di che dovea egli dunque temere? e fu mera scena
quando, raccolto il popolo, disse: — Romani, l'autorità che m'avete
conferita senza limiti, ecco ve la restituisco, e lascio vi governiate
colle vostre leggi ordinarie. È fra voi chi voglia conto della mia
amministrazione? glielo renderò». E congedati i littori, passeggiò come
semplice cittadino, senza che alcuno osasse fargli ingiuria. Solo un
garzone gli disse villania, alla quale egli esclamò: — Questo scapato
farà che d'or innanzi nessuno più si spogli della dittatura».
Nel ritiro, diviso fra lo studio e le voluttà, compilò un codice per
gli abitanti di Pozzuoli; ed egli, riformator de' costumi, promulgatore
di leggi suntuarie, con Roscio comico, con Sorice buffone, con Metrobio
che faceva da donna nelle commedie, consumava i giorni e le notti a
sbevazzare, a consultar indovini, a celebrare i riti frigj, e peggio.
Gli si risvegliavano tratto tratto l'indole feroce e la voglia di
mostrare che aveva abdicato sol d'apparenza; e tardando Granio questore
a rendere i conti, lo fece appiccare accanto al suo letto. Continuava
intanto a scrivere le proprie memorie, e l'ultimo giorno (78) vi notò: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio morto testè, che
mi stendea la mano, e mostrandomi Metella sua madre, esortavami a
lasciare una volta le brighe, e andar con loro a riposarmi in eterno.
Io finisco i miei giorni come i Caldei hanno predetto, annunziandomi
che avrei sorpassata l'invidia colla gloria, e morrei nel fiore della
prosperità».
Strana sicurezza di coscienza di chi s'era satollato di sangue!
mirabile fermezza in chi era consunto da' pidocchi! tutto inesplicabile
per chi crede che ogni cosa finisca col sepolcro.
Vincitore di Mitradate, aveva egli menato per due giorni un trionfo,
in cui si portarono quindicimila libbre d'oro e centoquindicimila
d'argento, rubate alla Grecia e all'Asia; altre tredicimila d'oro e
settemila d'argento, salvate da Mario nell'incendio del Campidoglio e
ricuperate a Preneste: ed istituì giuochi tanto pomposi, da restarne
deserti quelli d'Olimpia. Di nuovo trionfo ebbero aspetto i funerali:
sopra magnifico feretro, portato da quattro senatori, con attorno i
collegi de' sacerdoti e le Vestali, e dietro il senato e i magistrati
colle insegne di lor dignità, quindi i cavalieri e i veterani
suoi, tragittò da Cuma a Roma, in mezzo a lodi cantategli a muta, a
piagnucolamenti e omei e profumi, a corone d'oro spedite dalle città,
dalle legioni, dagli ammiratori; e fu sepolto nel campo Marzio, come
gli antichi re, di cui non gli era mancato che il nome. Il sepolcro
volle chiudesse non il corpo ma le ceneri sue, e vi si scrivesse: —
Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere, o da amico nel
beneficare».
Ricco d'insigni qualità, uom della guerra e della pace, della sommossa
e del consiglio, suo deliberato proposito fu il ripristinamento
dell'aristocrazia: ma vivo ancora, egli vide antiquarsi molte sue
leggi; appena terminate le esequie, l'edifizio suo civile andò a
fascio, la vita politica da lui compressa risorse colle sue lotte, e
scompose l'unità che la sua mano di ferro avea ricondotta. Vôlto sempre
al passato, non avea tenuto conto dei tanti elementi nuovi, insinuatisi
nella costituzione; agli schiavi non provvide; gli Italiani volle
tener servi; al popolo tolse la podestà legislativa. Col trasferire
questa ai comizj centuriati, avea creduto favorire i patrizj: ma chi
erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa,
superba di quell'aristocrazia del denaro che è la meno salda, attesochè
la mobilità di quell'elemento non lasci assodarsi l'opinione. Non
avea scorto la necessità d'un elemento intermedio, che coll'equilibrio
potesse mantenere la pace; nè conobbe la via d'istituirlo, la libera
industria.
I soldati, cui egli avea appreso a diventar ricchi colla spada e a
sostenere i generali contro la patria, crebbero il numero di coloro
che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in
aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante
famiglie impoverite tardava di sommovere lo Stato, per rifarsi delle
perdite sofferte. Le immense ricchezze affluite dall'Asia invogliavano
di tornare a succhiarla coi governi o a predarla colle armi. Giovani
arditi e di fortuna, come erano Lucullo, Crasso, Pompeo, Cesare,
alzavano le ambizioni, dacchè l'esempio del dittatore gli avea chiariti
che Roma era capace di sopportare un padrone.