CAPITOLO XX.

Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.

Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de'

nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll'ammazzarli.

Opimio fu chiamato a render ragione de' cittadini uccisi, ma n'andò

assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso

accusò Carbone perchè, da amicissimo de' Gracchi, si fosse vôlto a

patrocinarne l'assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la

condanna coll'avvelenarsi.

Miglior vindice del sangue de' Gracchi contro i patrizj sorgeva la

gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso

luogo in Arpino, (135?) e tardi venuto in conoscenza della

corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell'irto e del

silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la

lingua d'un popolo schiavo; niente d'arti, niente di letteratura.

Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri

si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno

chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario,

dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l'ambizione dell'Arpinate,

il quale costretto a spianarsi la via da sè, come chi nasce senza

avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col

patronato de' Metelli, (218) conseguì la questura, poi il

tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui

il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato

a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non

desistesse dall'opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava,

il fece arrestare, sebben suo protettore.

Tale ardimento lo diede a conoscere ai padri e alla plebe per uomo

inaccessibile a paure ed a riguardi; e viepiù allorchè non dubitò

avversarsi il vulgo coll'opporsi ad una gratuita distribuzione di

grano. Malgrado i contrasti fatto pretore, (216) sbrattò la

Spagna dalle masnade; poi reduce a Roma, e sposata una dell'insigne

famiglia Giulia, prese parte agli affari pubblici, invece di ricchezze,

d'eloquenza, di politici scaltrimenti adoprandovi carattere di ferro,

instancabile pertinacia al lavoro, ed un vivere popolesco.

Senatori e cavalieri spartivansi allora la padronanza; ai senatori

le magistrature e l'autorità politica; ai cavalieri il denaro, le

terre, i giudizj; e gli uni connivendo alle trascendenze degli altri,

cospiravano a tenere mortificati i plebei. Mario, villano ricalzato,

ed inavvezzo agli strepiti del fôro, male orzeggiava tra i due venti,

e mostravasi inetto alle intelligenze e pusillanime nei maneggi civili

quanto intrepido in una giornata campale. Conobbe dunque che le guerre

erangli necessarie per poter primeggiare; e non gliene mancarono in

Roma.

Dominava questa allora, oltre l'Italia propria, le nove provincie che

enumerammo (vol. I, pag. 438). Sul rivaggio meridionale della Gallia

era primamente approdata la civiltà greca ai tempi favolosi di Ercole,

che dicono fondasse Monaco (_Portus Herculis Monœci_), cioè solitario

in mezzo a quella barbarie. Da poi una colonia di Massalia era venuta a

fabbricarvi Marsiglia, la quale estendendo il dominio, fondò Karsiki,

Kitharista, Olbia colla cittadella di Heyron; più lungi stabilirono

Antipoli (_Antibo_), cioè città avanzata; e ben presto Nicea (_Nizza_),

cioè la vittoria, a ricordo d'un insigne combattimento co' natii.

Però di questi mai non acquistarono l'amore, e i Marsigliesi in nuovo

bisogno contro de' Liguri chiesero ajuto ai Romani, le cui legioni

furono per la prima volta condotte di là dell'Alpi da Fulvio Flacco,

l'amico de' Gracchi. Sestio Calvino suo successore, riuscito con

migliore prosperità, vi fondò la città di Aix (_Aquæ Sextiæ_); Licinio

Crasso piantò una colonia a Narbona, al cui porto stanziava la flotta,

e dirigevasi il commercio d'Italia, d'Africa e di Spagna, a scapito di

Marsiglia. Quinto Fabio, vinti gli Allobrogi e gli Arverni, ridusse la

Gallia meridionale in provincia consolare (_Provenza_), dove cioè un

console doveva arrivare ogni anno coll'esercito. I Baleari, pirati e

fautori dei Cartaginesi, sempre indocili al giogo, furono sterminati

tutti, di trentamila che erano, e nelle due grand'isole si fabbricarono

le città di Palma e Polenzia: Quinto Metello vi tradusse coloni, e

trionfò. Anche Cecilio Metello, ambendo gli onori del trionfo, invase

la Dalmazia senza ragione, e senza ostacolo la soggiogò, e n'ebbe

trionfo.

Per gran tempo questa famiglia de' Metelli tenne il primato in

Roma: dodici di essa in dodici anni si trovano consoli o censori o

trionfanti, e Quinto il Macedonico è menzionato dagli storici per

istraordinaria felicità[18]. Nato illustre in illustre patria, robusto

a prova delle maggiori fatiche, ricco l'animo di belle qualità,

ebbe donna savia e feconda; ben collocò le figliuole e ne abbracciò

i fanciulli; vide consoli tre de' quattro figli, e i due che ora

abbiamo detto furono soprannominati il Balearico e il Dalmatico pei

loro trionfi; meritò egli stesso il titolo di Macedonico, e favori,

onori, dignità, comandi, quanti potè desiderare. L'insulto che dicemmo

usatogli dal tribuno Atinio e la nimicizia con l'Africano Minore sono

i soli dispiaceri che lo colpissero: ma il primo gli tornò in gloria;

e quando Scipione fu morto, egli disse a' figli suoi: — Andate e

onoratene i funerali, chè non ne vedrete di un cittadino più grande».

Principe del senato, morì calmo in tarda vecchiezza, portato al rogo

dagli insigni suoi figliuoli.

Domata Cartagine, i Romani ridussero a provincia la Zeugitana, e

le poche città marittime del sud-est che all'emula erano rimaste

fedeli. Restavano indipendenti la Mauritania, estesa dal Mediterraneo

alla Getulia e dall'Atlantico al fiume Molokath (_Malva_), regnata

da Bocco; e la Numidia, che ridotta tutta sotto il re Massinissa,

teneva da esso fiume alle frontiere di Cirene. Micipsa, figlio di

questo, vissuto sempre ligio ai Romani, morendo lasciò due figliuoli,

Jemsale e Aderbale; e perchè della fresca età loro l'intraprendente

nipote Giugurta non si prevalesse per ispogliarli, questo pure chiamò

a parte dell'eredità, rammentando i tanti benefizj prestatigli,

e raccomandandogli i giovani cugini. Parentela, riconoscenza, che

contano mai per un ambizioso? Giugurta, intrepido in campo, scaltro

in consiglio, fiero per natura, primo a ferire il leone in caccia o il

nemico in battaglia, erasi acquistato l'amor del popolo, cui facilmente

affascina l'aspetto della forza; mentre, praticando coi Romani, si

persuase non esservi cosa che da loro non si potesse ottenere a denaro.

Compratosi dunque a Roma parecchi amici, risoluto omai di regnar solo,

uccide Jemsale, e circonviene con insidie e con aperta guerra Aderbale,

il quale, spogliato del regno, cerca rifugio a Roma.

Infido asilo per chi non vi recava che la ragione! Ben egli al senato

enumerò i benemeriti di Massinissa e la scelleraggine di Giugurta, e

come federato ne invocò la protezione; ma Giugurta avea mandato non

tanto a scolparsi, quanto a spendere e spandere oro. Fece effetto, e

quantunque pochi onesti sorreggessero Aderbale, i più ricusarongli il

chiesto patrimonio, e fu spedito chi fra' due superstiti dividesse il

regno, e raccomandasse a Giugurta di rispettare il cugino. Giugurta,

quantunque nella spartizione sapesse a denaro farsi attribuire la

parte migliore, mal soffriva compagni nel regno, ed assalse Cirta

(_Costantina_) capitale di Aderbale. (113) In questo

emporio dell'Africa aveano stanza e banco molti mercadanti italiani;

onde il senato romano, udito il costoro pericolo, decretò d'inviar

tosto un esercito. Frattanto una nuova deputazione, alla cui testa

Scauro presidente del senato, uomo di severità catoniana, cita a

Utica Giugurta, il quale presentatosi, e uditi i rimproveri e le

minaccie, v'oppone frivole scuse, e incolpa Aderbale d'aver attentato

a' suoi giorni. Potenza dell'oro! l'integerrimo Scauro gli mena

buone le ragioni, e tornasi a Roma. Giugurta incalza l'assedio; e

Aderbale, persuaso dagli Italiani a conservarsi in vita, chè certo

Roma lo rimetterebbe in istato, rende la città, salve le persone;

Giugurta promette, (112) poi tosto scanna Aderbale e tutti i

mercadanti italiani.

Ne fremette ogni buono; pure i comprati da Giugurta sarebbero riusciti

a coprire d'un sasso il grave misfatto, se Cajo Memmio tribuno non

avesse svelata la turpe venalità de' patrizj: — Sono quindici anni che

tu, o popolo, sei zimbello di pochi; lasci scannare i tutori de' tuoi

diritti, invilire il tuo animo; prendi paura di quelli che dovrebbero

tremare davanti a te. Non ti eccito a respingere l'ingiustizia colle

armi: non n'è mestieri ove bastano i loro vizj per ruinare costoro.

Uccisi i Gracchi col pretesto che aspirassero a farsi re, molti

popolani andarono proscritti, incarcerati, quanto piacque non alla

legge, ma al capriccio di qualche nobile. Dianzi tu t'indignavi in

secreto di vedere il tesoro dilapidato, le imposte de' re e dei popoli

carpite da alcuni nobili, in possesso delle maggiori dignità e di

sfondolate ricchezze, e che dopo tradito ai nemici le leggi, la maestà

dell'impero, tutti i diritti divini ed umani, non che mostrar vergogna,

ostentano i loro sacerdozj, i consolati, i trionfi, quasi onoranza

recassero quando usurpati. Schiavi comprati ricusano sopportare le

ingiustizie de' padroni: e voi, Romani, nati a comandare, soffrite

la servitù? Or chi sono costoro che invasero la repubblica? gente di

mostruosa cupidigia, colmi di sangue e di misfatti, che della buona

fede, dell'onore, della pietà, della virtù, del vizio fanno traffico;

più sono rei, e più tengonsi sicuri; il terrore che seconda il fallire,

invase le vostr'anime fiacche, mentre costoro dai desiderj, dagli odj,

da' timori stessi sono congiunti non in amicizia, ma in cospirazione.

Se fu gloria ai vostri padri acquistare il diritto, è dovere a voi il

conservarlo. Procedete contro costoro che vergognosamente tradirono

la repubblica al nemico: procedete regolarmente e per testimonj, non

soffrendo una pace che lascia a Giugurta l'impunità, a pochi ricchezze

immense, alla repubblica obbrobrio e scorno. E mi rassegnerei a vedere

impuniti cotesti ribaldi se l'indulgenza non divenisse vostra ruina:

perocchè non toglie loro il poter nuocere in avvenire, e voi dovrete

o combattere per la vostra libertà, o cadere schiavi. Essi vogliono

dominare, voi esser liberi: qual componimento è possibile? Nè essi

soltanto dilapidarono il denaro pubblico, smunsero gli alleati, colpe

ormai troppo comuni; ma al vostro peggior nemico tradirono l'autorità

del senato, la maestà dell'impero; la repubblica fu venduta a Roma e

nel campo».

La plebe commossa trasse a sè quella causa, e il senato impaurito

decretò la guerra, e l'affidò al console Calpurnio Bestia. (111) Ma costui la considerava come un traffico, e menava seco Emilio

Scauro, disposto a vendersi anch'esso: onde, fatte alcune dimostrazioni

vigorose, accettarono a colloquio Giugurta, gli concedettero pace con

larghe condizioni, e il senato la ratificò per rispetto a Scauro o per

complicità.

Restava però la tremenda voce popolare, e il tribuno Memmio cita

Giugurta a Roma perchè si giustifichi. Questi, omai scaltrito con quali

armi combattere, si presenta: Memmio gli intima in giudizio di nominar

quelli che comprò a denari; ma l'altro tribuno Bebio gli vieta di

parlare. Che più? essendo la parte d'Aderbale vigorosamente sostenuta

da Massiva suo cugino, il re numida fa assassinare costui nel bel mezzo

di Roma; poi andandosene, si volge a guatarla, ed esclama: — Oh città

da vendere, purchè trovi un compratore!»

Riprese le ostilità, procedono lente sotto al console Albino e a

suo fratello Aulo: (110) il primo con Calpurnio Bestia,

Opimio Nepote ed altri è esigliato come reo di corruzione; l'altro

non campa da Giugurta se non passando coll'esercito sotto la forca.

A riparare tanta onta fu spedito Cecilio Metello, (109)

che inaccessibile all'oro e alla pietà, mena guerra a sterminio, usa

l'armi stesse di Giugurta, corrompendone i famigliari; sicchè costui

ridotto ai confini del gran deserto, chiede patti. Come gli è imposto,

dà ventimila libbre d'argento, cavalli, armi, tutti gli elefanti e i

disertori, de' quali tremila sono o scannati od arsi vivi o mutilati;

ma quando ode intimarsi di venire egli stesso al proconsole, esclama,

— Uno scettro è men grave che le catene», e ripiglia la guerra,

disciplina i Getùli, e solleva contro de' Romani suo suocero Bocco re

di Mauritania.

A gran pro di Metello venne l'avere per luogotenente Cajo Mario, che

provvido e prudente più di qualunque altro, superava pur tutti in

frugalità e pazienza, e si cattivava i soldati col mangiare del loro

pane, partecipare alle fatiche loro e ai pericoli, sicchè tornando in

Italia essi ripeteano non si finirebbe quella guerra se non capitanando

Mario. A ciò egli aspirava, secondo avealo lusingato la predizione

del vincitor di Cartagine, e ordiva di soppiantare Metello: a malgrado

del quale ottenuto il consolato, (107) lo accusò a Roma di

trascinar una guerra, che a lui bastava il cuore di finire d'un colpo.

Le lungagne di quella spiacevano ai cavalieri che vedevansi interrotti

i traffici, sicchè appoggiarono Mario: lo appoggiò il vulgo, che egli

primo arrolò alla milizia umile per essere venuti meno i proprietarj,

e che egli lusingava col lanciare insolenti arguzie contro l'antica

nobiltà, disonorata dalle sue azioni in faccia agli uomini nuovi che

sorgevano per merito proprio.

Messo a capo dell'esercito di Numidia, prende Capsa e trucida gli

abitanti, benchè avessero pattuito la vita; e atterrando continua le

vittorie. Dalle quali sgomentato, Bocco chiede l'amicizia dei Romani,

(106) e la compra col tradire l'ospite genero, consegnandolo

a Silla, che lo spedì a Roma. Correvano ansiosi i cittadini a vedere

colui, vivo il quale, non avevano sperato più pace; talmente sapea

variar di guise, e congiungere all'astuzia il coraggio. Mario lo

trascinò dietro al suo carro; e il fremere ch'e' faceva al vedersi

incatenato e trastullo alla turba ingenerosa, fece dire ai Romani

ch'egli fosse impazzito. Tratto in prigione, per levargli gli orecchini

d'oro strapparongli l'orecchio; poi nudo il rinchiusero in un baratro,

senza ch'ei proferisse altro se non, — Com'è freddo questo vostro

bagno!» Colà fra sei giorni morì di fame. La Numidia fu spartita

tra l'infame Bocco e due nipoti di Massinissa, Jemsale e Jarba,

riservandosi Roma la parte che lambiva la provincia, e così indebolendo

col suddividere. All'altro corno della Sirte eransi piantati i Greci,

costituendo la Cirenaica; e Apione re di questa lasciolla in testamento

ai Romani, i quali la proferirono libera, ed oltre i vantaggi d'un

ricco commercio, di là sorvegliavano l'Egitto, come dalla provincia la

Numidia.

Mario da questa aveva asportato tremila settecento libbre d'oro in

verghe, cinquemila settecensettantacinque d'argento e ventottomila

settecento dramme in denaro. Tale trionfo il rendeva invidiato ai

nobili, cui diventava sempre più insoffribile quest'uomo nuovo e

grossolano, che poneva lo splendore delle azioni di sopra al merito

d'un sangue semidivino e di tradizionali ricchezze: viceversa ne

pigliavano baldanza i fautori della plebe, talchè allora, per rogazione

dei tribuni, fu trasferita in essa l'elezione dei pontefici; stabilito

che un senatore degradato dal popolo non potrebbe ripristinarsi dal

senato; che qualunque socio latino accusasse un senatore e provasse

la colpa, acquisterebbe la piena cittadinanza romana: si rimise in

discorso anche la legge agraria, ma una nuova invasione di popoli

settentrionali sviò dalle lotte interne, e ringrandì il vincitore di

Giugurta.

Delle orde cimriche rimaste di là del Reno, come altra volta abbiamo

discorso (vol. I, pag. 191), la più forte stanziava in riva all'oceano

settentrionale nella penisola Cimrica, che oggi chiamiamo Giutland,

poco disgiunta dai Teutoni del Baltico. Spostati da una tremenda

irruzione del mare, trecentomila guerrieri scesero fin al Danubio

traendosi dietro fanciulli e donne, e varcatolo, piombarono sul Norico,

e posero assedio a Noreja, (112) chiave dell'Italia verso le

alpi Tridentine. Debellato il console Papirio Carbone, l'orda devastò

quant'è dal Danubio all'Adriatico, dalle Alpi alle montagne di Tracia

e di Macedonia; e onusta di spoglie, si rintanò, dopo tre anni, fra i

valloni delle alpi Elvetiche.

Ambroni, Tugeni, Tigurini, tribù galliche ivi stanziate, al vederne il

ricco bottino ne inuzzolirono, e insieme con essi precipitarono verso

il Rodano sulla nuova provincia romana (_Provenza_), e riportarono

insigne vittoria presso al Lemano, ove il console Cassio Longino

rimase ucciso, (106) e le legioni non camparono che a patti

vergognosi. Servilio Cepione, venuto alla riscossa mentre quelli

indulgevano alle blandizie d'un clima beato e d'improvvisa opulenza,

ripigliò Tolosa, abbandonando al sacco le miracolose ricchezze che i

Volci e i Tectosagi vi aveano deposte dagli antichi saccheggi; mille

libbre d'oro e quindicimila d'argento dirizzò verso Roma, ma sulla via

dispose finti ladroni che li predassero per conto di lui. Tal era la

lealtà.

Sopragiungendo però nuove orde di Galli, sì Cepione, sì Manlio

venutogli in soccorso, (105) furono messi in tal rotta, che a

gran pena con dieci cavalieri salvarono la vita: sesto esercito romano

distrutto da que' Barbari. I vincitori, secondo un voto, per omaggio al

dio Belen gettarono nel Rodano l'argento, l'oro, i cavalli, uccisero i

prigionieri, misero a desolazione quanto siede fra l'Alpi e i Pirenei.

Tornano allora in mente ai Romani i disastri di Allia ed il Campidoglio

assediato dai Galli Cimri; consultasi con paurosa superstizione un tal

Batabate, spacciatore di vaticinj; si vota un tempio alla Bona Dea;

ogni cittadino è chiamato alle armi; e chi sarà il Camillo che salvi

Roma col ferro non coll'oro? chi, se non il generale che allora appunto

ritornava incoronato dei lauri numidici?

Per quanto la bellica sia lo stillato delle altre arti, molte volte un

rozzo soldato si vide riuscire eccellente stratego. Mario, servendo

o comandando, aveva notato i difetti della legione, la quale sin là

erasi considerata come la più sublime ordinanza militare; e voltosi

a riformarla da capo a fondo, la compose tutta di fanteria pesante,

quantunque durassero ancora i nomi di astati, principi e triarj, e

a tutti diede abito uniforme; le coorti organizzò in modo, che si

adattassero a qualunque terreno. Alla riforma militare accompagnò la

civile, perocchè nella legione egli ammise anche i proletarj: passo

necessario, dacchè la classe de' coltivatori liberi, di cui sole vasi

empirla, si andava sempre più esaurendo; e Mario potea dire come Pirro:

— Quel che mi occorre sono uomini robusti; io saprò farne soldati».

A titolo di tali innovazioni, Mario si fece prorogare il consolato,

che tenne per altri quattro anni in onta delle leggi, le quali anche

questa volta ammutolirono davanti alle armi. L'esercito riordinato

condusse in Provenza, e secondando la superstizione, con uno spediente

grossolano come lui, si fece da sua moglie mandare una tal Marta, donna

vulgare di Siria che indovinava il futuro, e che fingeva suggerire od

approvare quel che Mario credesse opportuno. Ma nel tempo stesso abituò

le sue reclute a severissima disciplina e alle fatiche, eseguendo

difficilissimi lavori, quale fu il Fosso Mariano, per cui i navigli

entravano nel Rodano schivando la melma e le ghiaje accumulate alla

foce, e che formò la ricchezza de' Marsigliesi.

Una porzione di Cimri, seguendo il vago istinto del saccheggio, erasi

diretta sopra la Spagna; ma trovando ostinata resistenza nei Celtiberi

e nel pretore Marco Fulvio, diè volta verso l'Italia per l'Elvezia e il

Norico, mentre Galli e Teutoni scendevano le alpi Marittime. Terribili

a vedersi per gigantesca corporatura, fiero sguardo, armadure bizzarre,

il loro re Teutoboco saltava quattro e fin sei cavalli di fronte,

e alteramente sfidava Mario a duello, il quale rispondeva: — Se sei

stanco di vivere, va e t'appicca».

Fremeva a quelle sfide la gioventù romana; fremeva allorchè i Teutoni,

sfilandole innanzi, le dicevano: — Noi andiamo a trovare le vostre

donne; avete comandi?» Mario ne reprimeva gl'impeti, ma come videla

infervorata dal lungo desiderio della pugna, la condusse ad assalire

i Barbari presso le Acque Sestie (102) ed a sconfiggerli

interamente. Le donne dei Teutoni, che solevano accompagnarli alla

battaglia ed esaltarne il coraggio, vedendoli cedere all'urto, presero

le armi e impedirono ai Romani d'invadere l'accampamento, finchè una

nuova sconfitta portò quasi a trecentomila il numero dei Teutoni morti

o presi.

In questo mezzo i Cimri varcavano le Alpi, scivolando ignudi giù

pel ghiaccio sui loro scudi, all'orlo d'orribili precipizj, quasi

sbraveggiando il pericolo e l'intemperie; poi calati pel Tirolo in

val d'Adige, smisurati pietroni rotolavano contro il ponte fatto dai

Romani, e con sassi ed alberi ingombravano il letto, sicchè l'esercito

del proconsole Catulo restò compreso da tale sgomento, che molti

fuggirono senza arrestarsi fino a Roma. Fu tra questi il figlio di

Emilio Scauro; al quale il padre mandò dire non gli comparisse più

davanti, ond'egli s'ammazzò.

I Cimri corsero a baldoria il paese ormai indifeso, e se nel caldo

della vittoria si fossero difilati sopra la metropoli, questa versava

in estremo pericolo; ma avendo essi data la posta ai Teutoni in riva al

Po, quivi s'assisero ad aspettarli. Le delizie del clima italiano, il

pane, il vino, la carne cotta, svigorivano la brutale loro fierezza; ed

ecco, invece dei Teutoni, giungeva Mario con truppe imbaldanzite dalla

vittoria. Avendo i Cimri spedito a dirgli — Lascia queste terre per noi

e gli alleati nostri, se no ci avventeremo su Roma», egli rispose — I

vostri alleati più non bisognano di terra, giacendo a marcire lungo il

Ceno». Bojorice lor re negò fede all'asserto, e venne egli stesso al

campo romano per accertarsi che i capi teutoni fossero prigionieri, e

per determinare d'accordo il tempo e il luogo al decisivo duello. Fu

convenuta la fine di luglio e una pianura nei Campi Raudj[19], dove

i Cimri non poterono spiegare tutte le forze, e dove la disciplina e

l'accorgimento di profittare del sole e del vento diedero la vittoria

ai Romani. Le donne cimre vestite a lutto, (101 — 30 luglio)

trinceratesi nel campo, chiesero si rispettasse la loro pudicizia,

e d'essere consegnate schiave alle Vergini del fuoco: e disdette

dell'onesta domanda, uccisero i fanciulli, quindi si appiccarono

lasciando i proprj cadaveri in custodia dei mastini, che non poterono

esser rimossi finchè non furono sterminati a frecciate.

I bullettini colle solite esagerazioni accertarono la plebe ignorante

d'allora e la dotta di poi, che cenventimila Cimri fossero periti

in quella giornata, e trecento soli Romani. I prigionieri vennero

spartiti come schiavi pubblici fra le città, o destinati ai giuochi

come gladiatori: e sebbene al console Catulo appartenesse il merito

principale, il popolar favore lo attribuì a Mario, cui si resero

onori più che umani; fu gridato terzo Romolo, paragonato a Bacco.

Egli insuperbito non beveva più se non nella coppa, di cui diceano

si fosse servito quel dio dopo conquistate le Indie; e ottenuto il

sesto consolato, poteva quel che volesse: e diceva: — La più parte non

esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: da

prima attuosi, supplichevoli, moderati, dappoi passano il tempo nella

pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io, e vedo sopra di

me fissi tutti gli occhi. M'incaricaste di far guerra a Giugurta, del

che i nobili mi voller male a morte. Vedete voi se convenga meglio

affidare l'impresa a uomo di antica stirpe e d'illustri avi, ma di

nessun esercizio nella milizia, che tremi e s'avacci, e assuma alcun

del popolo per consigliargli quel che deva fare; giacchè le più volte

avviene che, chi voi nominate capo, un altro capo si prenda. Io so

d'alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli

avi e dei Greci[20]. Ma io, uomo nuovo, le cose ch'essi leggono, le

ho vedute; quel ch'essi dai libri, io l'imparai militando. Spregiano

essi la mia ignobilità, io la loro indolenza; a me si rinfaccia la

fortuna, ad essi le colpe; e quando agli avi loro si potesse chiedere

se volessero aver generato me o loro, non credete risponderebbero

voler per figlio chi è migliore? Qualora vi parlano, non rifinano

di vantare gli avi, credendo rendersi più illustri per le belle

imprese, mentre al contrario son quasi un lume che dà risalto alla

loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i

miei proprj fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste,

vessilli, premj militari, cicatrici onorate: questi sono i miei titoli,

non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo acquistati. Neppure so

parlar con arte, non imparai di greco, ma a ferir nemici, squadronare

soldati, null'altro temere che l'infamia, sopportar freddo e caldo,

fame e stenti. A questo avvezzerò i soldati, non col lasciare ad essi

le fatiche, a me la mollezza, il che vale essere non comandante ma

padrone dell'esercito. Mi chiamano zotico perchè non so imbandire

lautamente, nè tengo buffone o cuoco a maggior prezzo che il gastaldo;

e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la

forbitezza, all'uomo la fatica; ai buoni occorre più la gloria che

la ricchezza, meglio gli adornano le armi che la suppellettile. Essi

dunque facciano quel che pregiano, amoreggiare, sbevazzare; come da

giovani, così da vecchi passino il tempo nei bagordi, dati al ventre

e ad altro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose,

che più di quelle ci sono gioconde. Ma essi nol soffrono, e dopo che

s'insozzarono di colpe, si usurpano il compenso dovuto ai buoni; e la

morbidezza e l'ozio ad essi non sono d'impedimento, son di ruina alla

repubblica».

Dalla fazione aristocratica, ch'egli non solo compresse ma insultò,

Mario fu dipinto come un furibondo, imbramosito di sangue: ma per

quanto noi ci sentiamo poco propensi ad adulare gli eroi, scorgiamo in

esso una premura pel popolo minuto, pei soffrenti, per gl'Italiani in

generale, che è difficile attribuir sempre a scaltrezza. Di naturale

selvaggio, nè mitigato dalla educazione, pure non consigliava la

guerra; anzi tratto a tratto sentiva rinascersi desiderio di quiete: se

non che in Roma non si giungeva a capo del popolo se non esterminando

nemici in folla, ed avvezzandosi nei campi al rigido imperio, al volere

dispotico, alle crudeltà. Queste abitudini avea contratte Mario,

ma non le bassezze, le infedeltà, la corruttela, troppo comuni fra'

suoi contemporanei; l'oro di Giugurta non fece presa su lui; a Silla

giovinetto non portò invidia, anzi il volle compagno del trionfo; e

quando, fatto suo nemico, fuggendo dai manigoldi il vide ricoverare in

sua casa, lo salvò: pure operava da soldato, ed ebbe a dire più d'una

volta che lo strepito delle armi non lasciavagli badare alla legalità.

Qui però nuovi conflitti si preparavano, e non contro Barbari, bensì

nell'Italia nostra; alla cui geografia è opportuno diamo un'occhiata,

prima che vada tutta a confondersi nel nome romano.

Le Alpi non ne erano ancora il preciso confine, perocchè tra esse e

fin sullo scarco meridionale estendeasi la Rezia, in quelle che or

sono valli dell'Ossola, Vogogna, Leventina, Valtellina, Camonica,

Trompia, oltre i Breuni e i Tridentini. Gallia Cisalpina nominavasi

il territorio che ha le Alpi a settentrione ed a ponente, il Varo

a libeccio, a levante l'Arsa, a mezzodì la Macra, gli Appennini,

il Rubicone; suddivisa in Cispadana e Transpadana secondo il Po. La

regione al nord-est chiamavasi Venezia ed Istria; Liguria, quella al

sud-ovest.

I Liguri, fra l'Alpi, l'Appennino, la Macra e il mare, toccavano a

levante e a settentrione i Galli, a sud-est gli Etruschi; il Varo a

ponente li separava dai Liguri della Gallia, stanziati sulla proda

occidentale delle alpi Marittime e sul litorale, col nome di Salj o

Saluvj, Oxibj, Deceati, Suetri, Quariati, Adunicati. Ad oriente d'esse

alpi Marittime si trovavano i Vedianzi; al settentrione dei due porti

marsigliesi di Nizza e Monaco, gl'Intimelj e gl'Ingauni; a levante dei

quali trafficava Genua, porto dei Liguri forse indipendente dalle altre

tribù. A levante di essa le due rive della Macra popolavano gli Apuani,

cui sembra appartenesse Lucca[21].

Negli Appennini sul piovente meridionale abitavano gli Ercati, i

Lapicini, i Caruli, i Friniati presso agli Apuani; sul settentrionale,

fra lo Jala (Stàffora) e le Alpi, i Vibelli, i Magelli, gli Emburiati,

i Casmonati, gl'Illuati, i Celelati, i Cerdiciati; ad occidente sul

Tànaro i poderosi Statielli; sul corso superiore del Po i Veneni, e

alle sue fonti i Vagiani di sangue celto[22].

Seguendo la curva dell'Alpi, le cui vette erano occupate da genti

galliche, nelle valli inferiori s'incontravano i potenti Taurini «colà

dove la Dora in Po declina»[23]; a settentrione e a levante i Libici

sulla Sesia, i Levi sul Ticino[24]. Più alto nelle valli dell'Alpi

stanziavano i Segusiani sulla piccola Dora; i Salassi sulla Dora

maggiore, dove poi Augusto fabbricò Aosta a cavaliero delle due strade

dell'alpi Graje e Pennino; i Lepontini, che dieder nome alle Alpi fra

il Monterosa e il piccolo Sanbernardo, possedevano alcune città nella

Gallia Cisalpina, e fino Omegna.

La Gallia Transpadana era divisa fra Insubri e Cenomani: dai primi

dipendeano i Marici, abitanti fra i Levi del Ticino e i Vertacomagori,

e gli Orobj, stanziati a Novara, Como e Bergamo[25]; i Cenomani s'erano

piantati nelle città, forse d'origine etrusca, di Brescia colla sua

rôcca Cidnea, Verona, Mantova. Al Mincio arrestavasi il dolce parlar

veneto, e cominciava l'aspro gallico.

La Gallia Cispadana fra gli Appennini, lo Jala, il Po, l'Adriatico,

l'Esi, era tenuta dagli Anamani e da' Boi, colle città fiorenti di

Placentia, Parma, Mutina, e con Bononia che crebbe sotto i Romani.

Sul territorio de' Lingoni rimaneva l'antichissima Spina; Ravenna ebbe

vita allorchè Augusto la congiunse col porto e con un canale al Po e

all'Adriatico; di Ferrara non è menzione. Molte città della Cispadana

erano abitate dai Senoni, e nominatamente Cesena; ma essi spiegavansi

principalmente a mezzodì del Rubicone nell'Umbria, ove da loro ebbe

nome Senogallia[26].

La Venezia abbracciava i paesi che tra il Po e l'Adige chinano

dall'alpi Carniche al mare Adriatico. A ponente lungo l'Adige aveano

avuto dominio gli Euganei, che poi furono confinati nei colli che ne

serbarono il nome. La città di Atria rammentava gli antichi Etruschi;

Padova sul Medoaco fioriva di commercio; aggiungi Aquileja fabbricata

dai Romani per difendere quel varco Altino in riva all'Adriatico,

Vedino (_Udine_), donde procedendo si trovava la trafficante Emone

(_Laybach_) sulla proda orientale delle alpi Giulie. A settentrione

de' Veneti stavano i Carni, a piè dell'Alpi cui lasciarono il nome[27].

Nella penisola dell'Istria, che l'Arsa separava dall'Illiria, Tergeste

acquistò importanza sotto Augusto; Parenzo era porto frequentatissimo

quanto l'antica Pola.

Dalla Macra e dall'Utente cominciava l'Italia propria, che possiam

dividere in Etruria, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio, Campania.

Nel paese fra il mar inferiore, il Tevere, gli Appennini e la Macra

erano disposti i dodici popoli etruschi in modo, che a levante verso

la frontiera umbra s'incontravano gli Aretini, fortemente situati alle

falde dell'Appennino, i Cortoniati, i Clusini, i Perugini, i Volsinj;

a ponente verso la costa i Volaterrani, i Vetulonj, i Rusellani, i

Cosetani; nella parte meridionale più angusta, al sud della fatale

foresta Ciminia fra i laghi Ciminio e Vulsinio, i Falerj, distrutti

i quali dai Romani, furono surrogati i Cosetani; poi i Vejenti al

sud-est, ad occidente i Ceretani, al nord di essi i Tarquinj sulla

Marta. Luna fra la Macra e l'Arno era porto e mercato frequentatissimo;

Pisa era stata fondata dai compagni di Nestore al vertice dell'angolo

formato dal confluire dell'Arno col Serchio[28]. L'Elba già lodavasi

come _insula inexhaustis chalybum generosa metallis_[29].

Gli Umbri un tempo si stendeano oltre il Tevere sino alla foresta

Ciminia e al Clani, sulle cui rive aveano fabbricato Aarna

(_Bargiano_), mentre i Senoni possedeano molte città fra l'Utente e

il Rubicone; ma poi i Romani limitarono l'Umbria fra il Rubicone al

nord, il Tevere e il mare all'ovest, l'Esi al sud, l'Adriatico all'est,

percorso dalla via Flaminia[30].

Essa Umbria, la Sabina, il paese de' Marsi e de' Vestini chiudendo a

occidente il Piceno, dall'Esi a settentrione fino al Matrino (_Piomba_)

a mezzodì, chiamando propriamente Agro Piceno la montagna, Adriano il

litorale, Pretuziano la pianura. Ancona, colonia siracusana, servivagli

di porto; Osimo di fortezza; Tiora di oracolo sacro a Marte[31].

Al sud dell'Umbria e del Piceno cominciava il montuoso Sannio,

comprendendo quattro popoli fra gli Appennini e l'Adriatico, quattro

negli Appennini e nella pendice occidentale. Ed erano i Vestini, colle

città di Amiterno e Priverno; i Marrucini, con Aterno (_Pescara_) e

Teate (_Chieti_); i Peligni, con Corfinio (_Pellino_) e Sulmona; i

Frentani sul Tiferno, con Lavino, Istonio (_Vasto d'Amone_), Ansano;

i Sabini, con Fidene, Nomento, Crustumerio sopra il colle da cui piove

l'Allia, Correse presso al Tevere, Regillo, Trebula sul Velino, Reate,

e la fredda Nurza presso le sorgenti del Clitunno; i Marsi, a levante

del lago Fùcino, con Marruzio, Alba Fucezia, Carseoli e Cliterno; gli

Irpini sulle colline che scendono ai piani della Puglia, con molte

città, fra cui Avellino, Aquilonia (_Cedonga_), la fortissima Romulea,

Compsa, Malevento; infine i Sanniti proprj, nel paese alpestre al sud

de' Peligni, federazione composta dei Pentri con Telesia, Esernia,

Alifa, Boviano; dei Caraceni fra le sterili alture dell'Abruzzo

Citeriore; dei Caudini sul dorso occidentale del Taburno; e degli

Irpini e Frentani già detti.

Del Lazio assai parlammo, e come si dilatasse dal Tevere fino al Liri.

Con esso, col Sannio, colla Lucania e col mar Tirreno confinava la

Campania, abitata nella pianura dai Campani, nei monti al nord-est dai

Sidicini, dai Picentini in quelli al sud-ovest; ubertose contrade,

piene di città, fra cui Baja e Pozzuoli, villeggiature dei Romani,

che non paghi di coprir di casini le falde del vitifero Gauro, fin nel

mare ne fabbricavano; Ercolano e Pompej, che doveano conservarsi sotto

la lava e i lapilli, piovuti per distruggerle; Casilino sul Vulturno,

donde i Romani aveano protetto il Lazio contro Annibale che teneva

Capua, città primaria a' piedi del monte Tifata; Atella fra questa e

Napoli, rinomata per le sue burlette; Nola piazza forte, fondata dagli

Ausonj, popolata di Calcidesi, e fabbricatrice di bellissimi vasi[32].

Entravasi poi nella Magna Grecia, divisa in Apulia, Lucania e Bruzio.

La prima comprendeva la Daunia, la Peucezia, la Japigia; e Siponto,

Salapia, Aufidena, Bario n'erano città fiorenti: dal porto di Brindisi

nella Calabria per ducentoventicinque miglia varcavasi in Grecia; poi

cedette il luogo a Idrunto (_Otranto_). Verso la Japigia gli Appennini

si chinano poc'a poco per rialzarsi verso il paese de' Salentini, ove

il promontorio Japigio frange le onde jonie, e sostiene la cittaduola

di Leuca. Ad occidente sul seno che s'incurva dal capo Japigio al

Licinio, fra molte minori ergevasi la dorica Tàranto. Delle interne

meritano ricordo il vasto Canusio sull'Aufido, Canne presso Vergello,

Venusia già degli Irpini, una delle meglio fortificate dai Romani,

che di là teneano guardata l'Italia meridionale. Nella Lucania sul

mar Tirreno si trovavano l'ancor prospera Pesto, e dappertutto quelle

colonie greche di cui tessemmo la storia. Il Bruzio, nella punta che

s'allunga verso Sicilia presentava Scilleo, fortificata contro i pirati

etruschi, e Columna, detta dall'estrema pietra migliaria d'Italia.

Seguitava la Sicilia, che nel 212 era divenuta provincia romana, e a

cui si aggregarono anche i paesi dapprima lasciati a re Gerone II.

Non ripeteremo come in tutti i punti opportuni fossero distribuite

colonie, e sistemati i popoli con una gradazione di privilegi. Maggiori

ne godeano i Socj d'Italia; ma avendo col proprio sangue procacciato la

grandezza di Roma, pretendeano essere pareggiati ai cittadini nel dar

voto e nell'ottenere gl'impieghi. Era l'unico mezzo di risparmiarsi la

poderosa coazione che è necessaria per tenere popoli nell'umiliazione

e nella servitù; ed essi l'aveano sperato ora dagli Scipioni

aristocratici, ora dai Gracchi demagoghi, ora dal senato stesso: ma ai

patrioti conservatori pareva ne patirebbe la costituzione, la metropoli

si affollerebbe di gente accorsa a votare, la quale prevalendo pel

numero ai pochi cittadini veri, disporrebbe della pubblica cosa,

in modo che Roma perderebbe non che la primazia sugli altri, fin

la padronanza di sè. Come dunque conciliare la conservazione delle

individualità di essa colla formazione d'una grande società italiana?

Questa da un secolo era la suprema quistione, e vedemmo come vi si

maneggiasse la politica abilità del senato, mediante le elevazioni

progressive. Ma le lente provvisioni spiacciono sempre ai partiti,

e Mario riassunse ed esagerò il concetto de' Gracchi. Essendo stato

soccorso validamente dagli Italioti nella guerra contro i Cimri, a

molti militari concesse gli onori della cittadinanza, e a tutto il

contingente di Camerino; e perchè il senato nel querelò, rispose: — Lo

strepito delle armi impedì d'intendere le parole della legge». Propose

di distribuire ai federati le terre che i Cimri già aveano occupato

nell'Italia settentrionale, e che per la vittoria consideravansi

divenute di pubblico dominio: a tal modo s'opporrebbe una barriera a

future invasioni, e si terrebbero in fede i Lucani, i Sanniti, i Marsi,

i Peligni, colà trasportati in colonia.

In tutto ciò Mario, che poco valeva agli intrighi, adoperava la

violenza; ad Apulejo Saturnino che chiedeva il tribunato, prestò i suoi

soldati, coi quali in mezzo al fôro uccise il competitore Nonio, fugò

gli avversarj, e si fece proclamare. Mario, Saturnino e il pretore

Cajo Glaucia formarono allora un dispotico triumvirato, (100) che riaffacciò la legge dei Gracchi, non tanto per favorire

ai popolo, quanto per contrariare a Cecilio Metello il Numidico, di

cui già cliente e beneficato, era allora capitale nemico. Questo, a

capo della fazione senatoria, malcontenta anche de' tolti giudizj,

repulsò pertinacemente la legge agraria; ma vedendosi soccombere, andò

volontario in esiglio, sperando che un giorno la patria ravveduta il

richiamerebbe: e la parte di Mario volse e sconvolse la repubblica,

colla forza padroneggiò i comizj, assassinò gli oppositori, usurpò

i diritti del popolo sotto pretesto di tutelarli, sicchè restava

disonorata la causa degli Italiani.

Mario, scarso d'intelletto politico, lasciavasi menare dai due

colleghi, che, stile degli arruffapopolo, non cessavano di accaneggiare

la corruttela e le tirannie degli aristocratici sovra la povera

plebe. Saturnino fece prorogarsi di nuovo il tribunato, e con un

assassinio tolse di mezzo Memmio che competeva il consolato con

Glaucia, anzi s'impossessò del Campidoglio. Proruppe allora la comune

indignazione, (99) e conferito ai consoli autorità assoluta

come nelle congiunture più pericolose, Glaucia e Saturnino furono

lapidati, richiamato Metello: Mario, che nelle zuffe di piazza mancava

dell'intrepidezza mostrata in campo, e che aveva abbandonato i due

suoi complici, perdendo così autorità presso gli amici e nemici, si

ritirò nella Galazia sotto pretesto di sciorre un voto alla Dea Madre,

sentendo che le giornate sue erano le campali, e paragonandosi ad una

spada che nella pace arrugginisce.

La riazione allora infierì secondo il solito; e perchè i Socj d'Italia,

i quali col domiciliarsi a Roma ne acquistavano la cittadinanza,

servivano di stromenti alle sedizioni dei tribuni, Licinio Crasso e

Muzio Scevola fecero stanziare che quelli di essi che dimoravano in

Roma senz'averne la cittadinanza, tornassero alle patrie antiche,

niun riguardo avuto ai legami di parentela, di affari, d'abitudine,

contratti da una generazione.

A tutelare i Socj in una riforma pacifica si adoperò il tribuno Livio

Druso, uomo destro, eloquente, netto, lontano dalle violenze dei

capipopolo, rimasto sempre superiore alla calunnia in una superbia

che non lasciavalo mai mancare di dignità. Promettendo l'architetto

costruirgli la casa in maniera che veruna vista la dominasse, —

Costruiscila piuttosto (rispose egli) tale che le mie azioni rimangano

esposte agli sguardi di tutti». Come gli ambiziosi non vulgari,

credea bisognasse rinforzare il potere, onde sosteneva il senato

contro della plebe e dei cavalieri, ma purchè il senato obbedisse a

lui. Ai mali della patria pensò riparare emendando la proposta dei

Gracchi. Costoro aveano voluto ridurre i cavalieri, e formare un terzo

stato, attribuendo loro i giudizj; ma coll'iniquità di questi eransi

disonorati: ond'egli, per consolidare i conservatori, (92) propose che i giudizj fossero restituiti al senato, compensando

i cavalieri coll'ammettervene trecento. Come succede nei partiti

moderati, Druso scontentò gli uni e gli altri, e sorse rumore: egli

fece arrestare il console, poi, a conciliarsi la plebe, propose si

distribuisse il pane necessario agli indigenti col tesoro del tempio di

Saturno che conteneva 1,620,829 libbre d'oro.

Lui aveano scelto a patrono i Socj italici; e poichè ogni partito vuol

sempre incarnarsi in una persona, lo gridavano italianissimo, speranza

della nazione; una volta che ammalò, tutta la penisola echeggiò di voti

solenni; ed egli domandava obbedienza cieca, in ricambio della potente

protezione. Quando però propose che ai Socj si comunicassero tutti i

privilegi di cittadino, si trovò contraddetto da senatori e cavalieri,

e dalla plebe stessa, indignata di veder attentarsi di nuovo all'onore

patriotico col convertire i sudditi in cittadini. I Socj, che in folla

da tutta Italia erano accorsi a Roma per sostenere il voto del loro

protettore, come lo videro respinto, tornati a casa colla vendetta

nel cuore, sparsero il dispetto e l'indignazione, l'oltraggio parve

nazionale, e venne a divampare la guerra degli Alleati appunto al tempo

che tutti pareano scuotere le catene di Roma, gli schiavi, la Spagna

con Sertorio, l'Asia con Mitradate.

Gl'Italiani erano divisi d'interessi; e se l'oppressione in qualche

città riusciva insopportabile, in altre era lenita da privilegi e

dalla bontà de' magistrati. A mezzodì i bellicosi Sabellici pareano

essersi naturati al giogo: il Lazio godea di molti vantaggi, pur

non mancandogli ragione di lamenti: Umbri ed Etruschi sentivansi

fiaccati, e riconoscevano Roma perchè aveali difesi da' Cimri e teneva

in soggezione i Galli confinanti. Nel cuore stesso di ciascuna città

cozzavano due partiti, patrizj e plebei, in qualcuna ancora i fautori

de' Cartaginesi; e troppo sappiamo come i dispetti parziali impaccino

le speranze comuni.

Allora però s'intesero, si diedero giuramenti e ostaggi; il Sannio, la

Lucania erano nell'accordo, e non solo tutto il mezzodì, ma perfino

città latine alle porte di Roma. — Per Giove Capitolino (era il lor

giuramento), pel sole e la terra, per gli Dei penati di Roma, per

Ercole suo patrono, e i semidei che la fondarono, e gli eroi che la

crebbero, io non avrò altri amici e nemici che quelli di Druso; nulla

risparmierò pel vantaggio di lui, nè padre, nè madre, figliuoli, vita;

se per opera sua divengo cittadino, terrò Roma per patria e Druso pel

suo maggior benefattore».

Questo i moderati, speranti in un pacifico componimento: ma dietro

ad ogni capopopolo trae sempre uno stuolo che spingesi più innanzi;

e i giovani arrisicati, e i militari vecchi, soliti confidar soltanto

nella spada, tramano di scannare i consoli di Roma nelle Ferie Latine

sul monte Albano. (91) Druso, avutone fumo, ne avvisò

il console Marzio Filippo, benchè suo nemico; e questi ripagandolo

d'ingratitudine, il fece assassinare. Spirando egli esclamava: — Chi

più tutelerà la patria con intenzioni pure quanto le mie?» I cavalieri

ne menarono tripudio; ottennero fossero derogate le leggi di lui, come

fatte contro gli auspizj; chiamati in giudizio i presunti suoi fautori,

ch'erano il fior del senato; e dichiarato fellone della patria chiunque

in avvenire proponesse di comunicare la cittadinanza ai Socj italiani.

A questi dunque, dopo che l'aveano per quarant'anni chiesta invano

legalmente, non restava che ottenerla colla sommossa. Lusingati dai

demagoghi, già avevano estesa una gran rete d'intelligenze, le quali

alla morte di Druso proruppero. Il senato, avuto qualche sospetto,

mandò qua e là senatori a chiarirsene: fra questi il pretore Servilio

ad Ascoli, sospesa la festa nazionale e prorompendo in superbi

rimproveri, esacerba tanto i cittadini, che trucidano lui e quanti

Romani colgono, sorprendono le guarnigioni, invadono le armerie e i

magazzini, liberano i carcerati che inveleniscono alle vendette. Coi

Picentini si uniscono Marsi, Marrucini, Frentani, Peligni, Campani,

Irpini, Apuli, Lucani, e principalmente i Sanniti, non fiaccati da

venti sconfitte, e dal pretore fin al mandriano cupidi di vendicare

il lungo servaggio: aveano capitani prodi e accorti, abituati alle

fatiche del campo non meno che ai maneggi del fôro, primi dei quali

erano pei Sanniti Papio Mutilo, e pei Marsi Pompedio Silone. Costui,

il più operoso in que' preparativi, con diecimila uomini s'avvia per

sorprendere Roma e saccheggiarla; ma lasciasi arrestare a mezza strada

dalle preghiere di Gneo Domizio.

Le inveterate divisioni del nostro paese aveano convinto gl'insorgenti

che non è possibile formare uno Stato solo, e doversi piuttosto

congiungerne i varj in salda federazione. Unironsi dunque nel nome

d'Italia, che allora s'estese a più lungo tratto di paese, fu scritto

sulle loro bandiere[33], ed appropriato a Corfinio, città nei Peligni,

munita per capitale, col fôro, la curia, cinquecento senatori, e dove

gli Alleati deposero ostaggi, accumularono armi, e doveano eleggere

annualmente dodici generali e due consoli. Così il vitello de' Latini

opponevasi alla lupa di Roma in una guerra dichiarata giusta fin da uno

scrittore romano[34].

Per verità Roma avea fedeli i Latini, gli Etruschi, gli Umbri, che

poteano somministrarle ventimila combattenti; la Gallia Cisalpina

lasciavale levar truppe, cavalli i re numidi, fanti il re Bocco; le

darebbero navi Marsiglia e Rodi; nel tesoro due milioni di libbre

d'oro; nel senato quella prudenza, ch'è la dote più necessaria

e più rara ai sollevati. Pure i nemici ch'essa dovea combattere

erano disciplinati da lei, conscj delle arti e de' secreti di essa;

combattevano la terribile guerra di montagne; e se la vittoria avesse

arriso ai rivoltosi, tutti i popoli soggetti sarebbero insorti per

ridur Roma a' suoi umili cominciamenti, gli schiavi mal compressi

avrebbero aggiunto legna al fuoco. Essa dunque pose in opera tutta

l'abilità ferma e ardita del senato; moltiplicò eserciti e generali;

il console Lucio Giulio Cesare fu spedito nel Sannio, (90)

dandogli per ajutanti Pompeo Strabone padre del Magno, Quinto Cepione,

Marco Perpenna, Valerio Messala; l'altro console Publio Rutilio

nei Marsi con Publio Lentulo, Cornelio Silla, Tito Tidio, Licinio

Crasso e Marco Marcello; quanti insomma godeano fama di avvisati e

provveduti in fatto di guerra; e ciascuno col titolo di proconsole

comandava una divisione, con arbitrio di operare come e dove gli

paresse, dandosi però mano a vicenda nel dirigere centomila legionarj.

Al contrario, gl'insorgenti ancor più che a Roma volean male ai

magistrati proprj o ai coloni, onde in parziali vendette consumavano

l'ardore, e crescevansi il numero de' nemici vicini. Pure cominciarono

prosperamente, e i marsi Pompedio Presentejo, il sannita Vettio Scatone

respinsero Pompeo da Ascoli, sconfissero Cesare nel Sannio, fugarono

Perpenna, dell'esercito consolare uccisero ottomila uomini e Rutilio

stesso.

A tal nuova, e al ricevere i cadaveri del console e di tanti senatori

portati dagli schiavi, Roma prese il lutto, i magistrati deposero le

insegne di loro dignità, si raddoppiarono le sentinelle e munirono

le vie, tutti vestirono il sago, cioè l'abito da guerra. L'esercito

di Rutilio fu diviso tra Cepione e Mario, che reduce a Roma viveva

inoperoso. Pompedio coi figli e con casse d'oro venne a Cepione in

aspetto di rendersi; ma quell'oro era piombo, e i figli due schiavi:

ingannato dai quali, Cepione lasciò condursi in una gola, dove al grido

di Viva Italia rimase sconfitto e morto. Mario in quella guerra mostrò

una lentezza, che però non si osa imputargli a viltà o a spossamento;

forse non gli reggeva l'animo di combattere questi Italiani, insorti

per ottenere a forza quel ch'egli voleva concesso di grazia; fatto è

che si teneva sulle difensive, e quando Pompedio gli diceva: — Se tu

sei quel gran generale che ti reputano, discendi a combattere», egli

rispondeva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputi, costringimi

a combattere mio malgrado»; e presto a titolo di malattia rassegnò il

comando.

Crescevano intanto colle vittorie i Socj, e il nome d'Italia risonava

più estesamente; Umbri ed Etruschi dal parteggiare con Roma passarono

a far parte coi rivoltosi; ed avendo Aponio liberato Acerra, dove

Oxinta figlio di Giugurta era tenuto prigioniero, il trattò regalmente,

sicchè i Numidi disertavano a frotte dall'esercito romano, tanto che

fu forza mandare in Africa la loro cavalleria. Roma ebbe ajuti dai

principi d'Oriente; un corpo di Galli le fu condotto da Sertorio; armò

anche in dodici coorti i liberti per guarnire le città marittime, e

così potè accampare tutte le legioni contro gli Umbri e gli Etruschi,

e vincerli. Ma a grave costo, giacchè, come in tutte le guerre di

principj, combattevasi accannitamente. Un corpo di Romani, scontento

del generale, gli s'avventa e lo trucida, poi per espiazione si

precipita sui nemici, e ne sbaraglia diciottomila; un generale, vinto

dai Romani nel Piceno, convita gli amici, e si trucida con essi:

quattromila accerchiati sull'Appennino, anzi che cedere, si lasciano

morire dal freddo. Giudacilio d'Ascoli viene a soccorrere l'assediata

patria; e benchè i cittadini nol secondassero com'era combinato, a capo

di otto coorti s'apre la via, entra, passa pel filo delle spade tutti i

fautori de' Romani, si difende ostinato; e quando più non può reggere,

dà un banchetto sotto il vestibolo del tempio, bee il veleno, si adagia

sul letto; i soldati gli accendono sotto il rogo, «ove bruciare il più

prode Ascolano e gli Dei della patria».

A trecentomila si sommano i periti in quella guerra; ma Roma conobbe

che la forza non basterebbe a troncare le teste rinascenti dell'idra.

Lucio Giulio Cesare pertanto fece confermare una legge, per cui fossero

ascritti alla cittadinanza romana tutti i Latini ed Umbri rimasti in

fede; laonde molti si staccarono dalla federazione, e viepiù dacchè

la vittoria le si mostrava infedele, e rinasceva in tutte le città

la fazione romana, rimasta sopita; onde gli Alleati, non vedendo

più sicuro Corfinio, (89) trasportarono la capitale ad

Esernia nei Sanniti. Già a Servio Sulpicio e a Pompeo Strabone eransi

sottoposti i Marrucini, i Vestini, i Peligni, tradendo il loro capo

Vettio. Questi era condotto prigioniero al console, quando un suo

schiavo rapisce una spada, lo trafigge dicendo, — Ho liberato il mio

padrone; ora a me», e uccide se stesso. I Marsi furono sottomessi,

e Pompedio non si sosteneva che a capo di ventimila schiavi redenti,

finchè perdè la vita, e dopo tre anni di dura lotta l'Italia soccombea

di nuovo a Roma.

Essa affettò di chiamar quella la guerra de' Marsi, come chi chiamasse

guerra del Piemonte quella del 1848; e credendo poter essere generosa

quando più non parea farlo per paura, sulla proposta del tribuno

Silvano Plauzio concesse la cittadinanza a tutte le città italiane che

godevano il titolo di federate.

Concessione illusoria. La legge Giulia erasi proclamata nel caldo

della guerra, e pochi erano che volessero venir di lontano a Roma,

com'essa imponeva, per farsi inscrivere: soli vennero i vicini, de'

quali i ricchi speravano gli onori, i poveri le largizioni attribuite

a' cittadini romani. Le città federate poi, cui rifletteva la legge

Plauzia, eran poche in numero, e neppur tutte ottennero il privilegio.

Non ne derivò dunque se non un affluire a Roma di gran turba di poveri,

e il senato intervenne ancora colle sottigliezze legali, e fece che i

nuovi cittadini fossero accumulati in otto tribù, le quali votavano

per le ultime, e quindi il più spesso non erano sentite, giacchè si

sospendeva la votazione appena si fosse ottenuta la maggioranza.

Che monta? l'equità avea trionfato del rigido diritto, e su quel cumulo

di cruente ruine era proclamata l'eguaglianza di tutti gl'Italiani;

non v'ebbe più ostacoli a passare da federati a cittadini, e ridurre

a verità il diritto nominale. Marsi, Umbri, Etruschi, che desiderosi

d'esercitare l'acquistato diritto accorrevano dai loro municipj ad

empiere il fôro o il campo Marzio, vedendosi o non consultati o non

valutati, fremevano, e domandavano che la concessione divenisse un

fatto. Li blandiva Mario o per sentimento italiano o per ambizione,

e da Publio Sulpicio tribuno fece proporre che gl'Italiani, i quali

avevano ottenuto la cittadinanza, (88) fossero ripartiti fra

tutte le trentacinque tribù, e per conseguenza pareggiati agli altri

cittadini. Cornelio Silla accorse per impedire la legge, distraendo

all'uopo il popolo con solenni feste: Sulpicio però, armati satelliti,

entrò nel tempio di Castore ove stava raccolto il senato, e lo

disperse: Silla si rifuggì in casa del nimicissimo Mario, il quale

non gli usò oltraggio, ma volle promettesse di sospendere le acclamate

ferie. Tolte queste, a Sulpicio riuscì facile di far passare la legge,

per la quale Mario salì in gran favore.

Questa nuova turba, non di cittadini corrotti e svigoriti, ma di

campagnuoli robusti, dovea diventare un'arma terribile in mano dei

demagoghi; e non avendo nè le tradizioni avite, nè la venerazione per

le costumanze romane, nè l'esecrazione pei re, spianava il calle a

coloro che omai aspiravano a cangiare radicalmente la costituzione.

Non sembra che Roma sevisse contro i vinti; e quantunque penuriasse

a segno da dover vendere alcuni terreni attorno al Campidoglio, che

da tempo immemorabile lasciavansi ai pontefici ed agli auguri, non

confiscò il territorio de' Socj, eccetto quello degli Ascolani, nè

mandò al supplizio che alquanti capi. Il pericolo di veder soccombere

Roma prima ch'ella compisse la provvidenziale sua missione di unificare

il mondo civile in una sapiente amministrazione, era schivato. L'Italia

restavale ancora sottomessa, ma non più schiava, e i migliori cittadini

verrebbero a questa da altri paesi. Un nome solo abbracciava coloro

che prima chiamavansi Latini, Etruschi, Sanniti, Lucani; un solo

linguaggio parlavano; e mentre quel di Roma corrompeasi per l'affluenza

di tanti forestieri, restava come fisso l'idioma del Lazio. L'avvenire

nazionale sarebbe potuto dirsi assicurato, se fra breve questa

fusione dell'Italia con Roma non si fosse pur fatta di tutto il mondo

coll'Italia, togliendole l'originalità, il vigore, l'attività, facendo

che sparpagliasse lontanissimo la vita, invece di concentrarla in sè;

per modo che, quando un cozzo esterno ne staccherebbe le provincie,

ella, cessando d'essere signora del mondo, neppur rimanesse paese uno e

compatta nazione.

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) · 第 3 / 25 题