Gli schiavi. — Guerre civili.
Se la giustizia non è una legge eterna, ma deriva da patti sociali
e da decreti, non può concernere se non coloro che stipularono; lo
straniero sarà un nemico, e ciascuno potrà ucciderlo a voglia; i vinti
si manderanno per le spade, se pure non si trovi più utile il servarli
(_servi_) pei proprj bisogni, e perchè facciano tutto ciò che al
vincitore talenti. Così logicamente veniva stabilita la maggiore delle
iniquità, e l'ulcera delle società antiche.
Gli schiavi, come in tutta l'Asia, l'Egitto, la Grecia, così in Roma
abbondavano; e conforme alla giustizia suddetta, Dionigi d'Alicarnasso,
parlando di Servio Tullio, trova che i Romani acquistavano i servi
con mezzi legittimissimi[1], giacchè o li compravano all'incanto, o
li riceveano col bottino, od ottenevano dal generale di serbar quelli
ch'essi aveano presi in guerra, o li compravano da chi gli avea
avuti per le vie predette. Oltre gli acquistati in guerra, alcuni
eransi venduti da se stessi per vizio, o dai creditori, o dalla legge
(_servi pœnæ_); altri erano nati in casa (_vernæ_); altri raccolti
bambini nelle esposizioni, comunissime allora quando ogni padre poteva
ricusare di _levar_ di terra il figlio natogli. Estese le conquiste,
si portarono schiave a Roma anche persone nobili ed istruite,
principalmente dalla Magna Grecia e dalla Sicilia: crebbero poi a
migliaja nelle guerre con Cartagine, col'Illiria, colle Gallie. Del
farne nascere in casa poco s'avea cura, credendosi questi men robusti,
e parendo gittato il tempo in cui si deve lasciar inoperosa la madre, e
nutrire il bambino senza frutto.
Lo schiavo non è persona, ma cosa[2]: perciò non ha rappresentanza
nel consorzio civile, non può deporre in testimonio, non citare in
tribunale, non aver nozze legittime nè figli proprj, non testare;
natural suo erede è il padrone, che subentra ad esso negli altrui
testamenti. Il proprietario solo potea chieder ragione d'un insulto
fatto a' suoi schiavi, e contro lui dirigevasi l'azione per colpe
di questi. Poteva il dominio d'uno schiavo appartenere ad uno, ad un
altro l'usufrutto; e il padrone a sua voglia batterlo, crocifiggerlo,
affamarlo, far ogni infamia del corpo di esso. La legge calcola
con ispietata precisione i compensi per la sua perdita o pel
deterioramento: — Chi senza diritto uccida uomo o quadrupede domestico
appartenenti ad altri, paghi al padrone il valore massimo che questo
oggetto ha da un anno. Non si deve solamente tener conto del valer
corporale, ma anche se la perdita dello schiavo cagioni al padrone
un danno maggiore del valor proprio dello schiavo. Se il mio schiavo
fu istituito erede, e fu ucciso prima che per ordine mio accettasse
l'eredità, bisogna, oltre il prezzo, pagarmi l'ammontare dell'eredità
perduta. Se di due gemelli, o di due commedianti, o di due musici fu
ucciso l'uno, deesi valutare e il prezzo del morto e lo scapito che la
uccisione di lui portò nel valore del sopravivente, come se s'uccida
una mula d'una coppia, o un cavallo di una quadriga. Quello cui fu
ucciso lo schiavo, può scegliere fra il procedere in via criminale,
o il ripetere un'indennità in forza della legge Aquilia»[3]. Eccovi
un'altra contraddizione di quella sapienza legale: comprendere nel
diritto di natura le bestie, mentre negava la personalità agli schiavi.
Erano questi addotti sul mercato da pirati o da speculatori, che
li disponeano in una trabacca (_catasta_) a varj scompartimenti
simili a gabbie, ignudi, colle mani avvinte e in fronte un cartello,
portante le loro buone e ree qualità[4]. Entro gallerie interne si
esibivano i prescelti. I forestieri, di cui non si poteva garantire la
docilità, presentavansi con piedi e mani legate e col pileo in capo.
Il compratore espone al negoziante: — Mi fa bisogno d'un mugnajo,
di un torcoliero, d'un segretario per lo scrittojo, d'una donna pel
letto, di un cane per la porta, d'un pedagogo per mio figlio»: guarda,
palpa, esamina la forza e l'intelligenza: il venditore è obbligato
dichiarare le malattie e i difetti, se riottoso, se solito a fuggire
o andar girellone. Più tardi fu stabilita una tariffa secondo l'età
e la professione; sessanta soldi d'oro per un medico, cinquanta per
uno scrivano, trenta per un eunuco minore dei dieci anni, cinquanta
se maggiore[5]. Cittadini di gran virtù speculavano sull'educarli;
Catone li comprava meschini ed ignoranti, poi fatti robusti e destri li
rivendeva: Pomponio Attico ne formava letterati.
Alcuni erano schiavi pubblici, per lo più fatti in guerra e che
appartenevano allo Stato o alla città, con annuo assegno perchè
attendessero ai pubblici lavori, ai bagni, agli acquedotti, alle
miniere; oppure servissero i generali e i magistrati anche per
corrieri, carcerieri, manigoldi. A peggior condizione trovavansi
gli schiavi privati, i quali nelle case esercitavano ogni ministero;
essi agricoli, essi mandriani, essi pastori, essi canovaj, cuochi,
spenditori, barbieri, bagnajuoli, sarti, calzolaj, cacciatori,
giardinieri, funamboli, commedianti, architetti, pittori, ragionieri,
medici, veterinarj, tutto. Uno si teneva legato alla porta acciocchè,
fui per dire, abbajasse al venire di qualche forestiero; altri dovevano
gridare le ore, umani oriuoli; altri macinavano, e un gran disco
attorno al collo gl'impediva di recarsi alla bocca qualche pugno di
grano; quali correano avanti il padrone per istrada a fargli dare il
passo; quali annunziavano le visite; questi, ai piedi del padrone,
tergevano dai tappeti orientali le sordide traccie dell'intemperanza di
esso; quelli servivano da sonatori, da impudichi, da buffoni, al qual
uopo alcuni sin da fanciulli erano stretti con cinghie e serrati in
astucci per modo che non potessero svilupparsi. Giulia d'Augusto aveva
un nanerottolo ed una schiava non più alti di due piedi. Pregiatissimi
erano pure gli ermafroditi, talora artifiziali. Seneca ci addita torme
di ragazzi che, all'uscire dai banchetti, nelle camere aspettavano
oltraggi alla natura. Legioni intere di corrotti, provenienti
principalmente dall'Asia e da Alessandria, che somministrava i più
famosi per isfrontatezza di costumi e vivacità di spirito, erano
disposti secondo il paese ed il colore con tant'arte, che in tutti
vedevasi corporatura snella, volto fiorito della prima lanugine, nè mai
uno di capellatura liscia confondevasi con quelli di crespa. Alcuni
non viaggiavano che col viso bisunto, perchè il sole e il freddo non
intaccassero la dilicata pellicina. Plinio e Quintiliano raccontano con
quali arti infami si celavano i difetti di quelli destinati ad infimi
piaceri, e con quali erbe si ritardavano gl'indizj della pubertà[6].
Uno schiavo robusto fruttava al suo padrone da venticinque centesimi
il giorno; e riceveva al mese venti litri di grano e venticinque di
vinello, fatto con aceto, acqua dolce e acqua di mare fracida, secondo
la ricetta di Catone. Il lavoro degli schiavi era preferito, perchè non
come i liberi restavano ogni tratto interrotti dal servizio militare.
— Calvisio Sabino ricchissimo, e dei più inerti ch'io m'abbia
conosciuti (racconta Seneca), stava sì male a memoria, che or
dimenticava il nome d'Ulisse, or quello di Achille o di Priamo; nè
altri mai storpiò tanto i nomi, quanto egli faceva quei di greci e
trojani. Volendo ciò non ostante passare per letterato, udite cosa
pensò. Comprò due schiavi, uno che imparasse a memoria Omero, l'altro
Esiodo, e nove altri che sapessero i nove poeti lirici. Gli costarono
un occhio, perchè, non trovandosene d'incontro, bisognò farli apposta.
Formatosi questa banda, cominciò a bersagliare i suoi convitati:
aveva ai piedi gli schiavi che gli suggerivano de' versi quando gli
occorressero, e ch'egli lanciava a ogni proposito ai commensali, per
lo più storpiandoli. Satellio Quadrato, gran motteggiatore, ne rise;
Calvisio gli rispose ch'erangli costati centomila sesterzj; e questi:
_A meno compravate altrettante biblioteche_. Eppure Calvisio arrogavasi
di saper tutto quel che i suoi servi sapevano. Satellio stesso gli
propose un giorno di far seco alla lotta ; e perchè Calvisio gli
mostrava d'esser pallido e sfinito, _Che?_ replicò l'altro, _non avete
una turba di schiavi forzosi?_»
In qual modo trattati fa orrore il pur pensarlo. Quei che lavoravano i
campi, aveano i capelli e le ciglia rase: quei che portavano i padroni
nelle eleganti lettighe, trascinavansi dietro le catene[7]. Palla,
accusato di complicità con alcuni liberti, dimostrò che non comunicava
con essi se non per segni o per iscritto. Antonio e Cleopatra
sperimentavano sopra gli schiavi i veleni. Pollione ne fe gittar
alle murene uno che gli ruppe un vaso: del che lo rimbrottò Augusto,
il quale non pertanto fece appiccare all'antenna uno che gli aveva
mangiato una quaglia. Ai lunghi pasti si facevano assistere, digiuni,
in piedi, e guai se avessero tossito, starnutato, sospirato, anzi pur
mosso le labbra. Alcuni ricreavano le cene con atroci combattimenti,
e i padroni applaudivano, fischiavano, e dicevano: — Fatti lontano,
canaglia, che il tuo sangue non mi chiazzi la tunica».
Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della
sensualità prima ancora che si svegliasse l'istinto, senza coscienza
d'altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i
desiderj onesti o infami, cresceano nell'abitudine dell'intrigo,
della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o
grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti
vecchi o incurabili, si portavano all'isola d'Esculapio sul Tevere,
colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a
quest'ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse
libero: e allora i padroni gli uccisero.
Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d'Augusto portava che, quando un
cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi
di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di
Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare
a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il
giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell'ingiusto, si
alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi
ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil
mai che fra quattrocento schiavi nessuno avesse notizia dell'uccisore?
eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli
innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato,
i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand'esempio
v'è qualcosa d'ingiusto; ma l'iniquità commessa verso alcuni uomini
è compensata dall'utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale
ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono
menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del
popolo che malediceva la legalità.
Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi
della religione dell'avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di
precipitarli dall'alto, d'insinuare il veleno nelle loro vene, nè di
bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo
sbranatine i corpi[9].
Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o
agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un
altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso
una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano
state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s'insultava
al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito.
Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste
s'adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo,
intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in
pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni
lieve mancamento, o quando l'arte loro non fosse da tanto d'emendarle i
difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.
Quella monotonia di patimenti era interrotta una volta all'anno,
quando, nell'orgia de' Saturnali, gli schiavi ricuperavano una
momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina
abituale.
Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla
consuetudine posti fuor della legge civile e dell'umana, erano la parte
attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti.
Scrittori e statisti s'accordano a riguardare come qualcosa d'ignobile
e disonorante il lavoro e l'industria: Cicerone trova indegna d'uom
libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la
medicina e l'architettura; il commercio tollera sol quando rechi
ingenti guadagni: fin l'agricoltura non ischermiva dal disonore gli
operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi:
Varrone classifica gli stromenti dell'agricoltura in vocali, cioè gli
schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate;
Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10];
Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d'oliveto si richiedono
tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le
miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne
hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli
ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj,
remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più
necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed
usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di
prezzo.
Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il
tutto. Gli amici non s'incontravano che al fôro o nella gozzoviglia;
venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un
animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva
il padrone in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero
rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con
cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con
cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così
aspirava all'affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la
toga, poi l'anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli
aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente
devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne'
pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.
La legge dovette porre limiti all'affrancazione: richiedeva che lo
schiavo avesse almeno trent'anni, e venti il padrone: chi possedesse
dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n'avea
da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di
quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè
l'emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana
fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave
compravanla coll'arti che oggi rendono infami le libere; i liberti
diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi,
codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.
Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un
nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento
muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare,
traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila
soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare
nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo;
Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che
moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja,
sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol
suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior
parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro
querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava
che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di
bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di
sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito
particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava
se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].
È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli
vero che l'industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è
dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare
un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi,
qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione,
ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in
tempo era dovuta una soddisfazione all'umanità, una protesta contro la
nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.
La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l'avere molti servi,
i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi
d'ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie
istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne
compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a
rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze,
lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati
da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie.
I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai
loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de'
giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro
l'adempimento del loro dovere.
Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di
Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e
«per lusso e crudeltà emulava gl'Italici viventi in Sicilia». Scorreva
egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi,
d'adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè
persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava
in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli,
altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse
a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse
sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie
dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.
Per quanto curvi ed avviliti dai patimenti, si risentirono quei miseri
dell'eccesso di essi, e fatta un'intelligenza, si levarono coll'impeto
di chi spezza una durissima catena.
Roma, già quando meditò il primo sbarco in Africa (anno 257),
avea fatto leva di quattromila Sanniti, obbligandoli al remo; i quali
repugnando, s'accordarono con tremila schiavi per far movimento,
e minacciarono la quiete de' loro tiranni: ma Errio Potitio, ch'e'
s'erano preso per guida, li tradì. Alla fama della nuova sollevazione
in Sicilia, risposero tutti gli schiavi, cui la servitù (135) lasciava parte dell'anima: in Asia un Aristonico, spacciandosi
figlio d'Eumene II re di Pergamo, chiama gli schiavi a libertà, e
accozza un grosso esercito; nell'Attica insorgono ventimila cavatori di
miniere; altri a Delo, altri nella Campania; in Roma cencinquantamila
servi congiurano. Nè proclamavano già la liberazione e l'eguaglianza
degli uomini, voce che dovea tardare un secolo e mezzo a sonare
da una capanna e da un patibolo; solo volevano scuotersi di dosso
l'intollerabile giogo.
Tra gli schiavi di Sicilia viveva un Euno, nativo di Apamea in Siria;
pratico d'incanti e divinazioni, dava ad intendere gli si rivelasse
l'avvenire prima in sogno, poi anche desto; or maneggiava ferri
roventi, or esalava fiamme per la bocca, ammirato dall'ignoranza.
Vantava gli fosse comparsa la Gran Dea Sira, predicendo ch'egli
diverrebbe re; e lo ripeteva ai compagni ed al padrone Antigene, il
quale spassandosi di tal fantasia, soprannominollo il re, e per tale
mostravalo a' suoi amici, domandandogli come avrebbe trattato questo e
quello, giunto ch'ei fosse al trono; Euno rispondeva cose or bizzarre
or sensate, e la brigata rideva, e gli gettava alcun che de' rilievi
del pingue banchetto.
Maturata la sommossa, gli ammutinati si ricordano dell'indovino e del
re; corrono ad Euno per consultarlo, ed egli prestigiando risponde che
gli Dei consentono, anzi incorano alla ribellione. Facilmente si crede
quel che piace: quattrocento schiavi restringonsi, ed esserne capo chi
poteva meglio di Euno? Dal quale guidati, irrompono in Enna, mandando a
macello e stupro, non perdonando a fanciulle o a matrone: altri schiavi
fanno turba, scannano i proprj padroni, ajutano a trucidare gli altrui:
Damofilo e sua moglie, da una villa vicina strascinati in città, sono
esposti sul teatro, quivi regolarmente giudicati, poi ad obbrobrio
ucciso l'uomo, Megalide abbandonata alle squisite vendette delle
ancelle. Solo fu risparmiata una loro fanciulletta che, quando vedeva
maltrattati i servi, li compativa, li soccorreva in prigione, li curava
infermi, li pasceva affamati.
Euno, gridato re da senno come prima era per chiasso, assume diadema
e porpora, dichiara regina sua moglie, chiama sè Antioco e Sirj i
sollevati; sceglie a consiglieri i più destri e accorti; e propone
di uccidere tutti gli Ennesi, eccetto quelli che sappiano o vogliano
fabbricare armi. Fra tre giorni ebbe a' suoi comandi mille settecento
uomini, armati alla meglio, e si diede ad infestare il paese colla
brutalità d'un branco, in cui d'uomo non erasi alimentato che l'istinto
della vendetta. Cresciuto sin ad avere diecimila combattenti, osò
affrontare in campo Lucio Ipseo, indi altri generali romani, e più
d'una volta ne partì vincitore; poi con accortezza trasse a sè Cleone
cilice che in altra parte ammutinava gli schiavi, e un mese dopo
l'insurrezione trovossi fin ducentomila guerrieri, ed assalì Messina,
da cui però lo respinse il console Calpurnio Pisone[17].
Siffatte turbe ragunaticcie, se hanno impeto per avventarsi alla
vittoria, agevolmente sono raggirate dalla politica scaltrezza, o
superate dalla calcolata disciplina. Le sommosse che accennammo in
altri luoghi, restarono soffocate col pronto accorrere e cogli atroci
supplizj. In Sicilia Rupilio Nepote assediò Taormina (133),
riducendola a tali strettezze, che l'uno mangiava l'altro; e quando
il siro Serapione ebbe tradita la rôcca, i rifuggiti in essa furono,
dopo orribili tormenti, dall'alto di quella precipitati. Enna pure per
tradimento fu presa, (132) dopo ucciso Cleone in una tremenda
sortita, e ventimila Sirj trucidati. Euno, cui mancava il valore
indispensabile a un capo d'insorgenti, fuggì con seicento uomini, i
quali vedendosi irreparabilmente inseguiti, si uccisero l'un l'altro;
ed egli, preso in una grotta ove erasi ricoverato col cuoco, il
panattiere, il bagnajuolo ed il buffone, fu gettato nelle prigioni di
Morgantina, ove morì consunto dai pidocchi. Rupilio ridusse in quiete
la Sicilia, nel modo che ognuno può pensare.
Tumulti minori rinnovavansi tratto tratto per Italia, più pericolosi
perchè i Cimri aveano passato le Alpi, e risvegliavano la spaventosa
memoria di Brenno. A Nocera trenta servi insorsero, e furono puniti;
ducento a Capua, e perirono. Tito Minucio Vezio, cavaliere romano
di ricchissimo padre, s'innamorò d'una schiava altrui, e non potendo
vivere senza di lei, l'ebbe a sue voglie pel convenuto prezzo di sette
talenti attici. Venuto il giorno del pagamento, non trovandosi denari,
chiese trenta giorni di proroga; scaduti i quali, nè essendo ancora in
grado di soddisfare, e andando ognor più pazzo della schiava, pensò
ricorrere alla violenza. Comprate a respiro cinquecento armadure, e
portatele in campagna, eccitò quattrocento schiavi ad ammutinarsi, ed a
capo loro prese la corona, maltrattò i suoi creditori, invase le ville,
arrotando chiunque volesse, uccidendo chi rifiutasse, dando asilo ai
servi fuggiaschi. Il senato fu pronto ai provvedimeti, e Lucio Lucullo
dopo molta resistenza vinse Minucio, il quale si uccise: i suoi seguaci
furono morti, eccetto Apollonio che gli avea traditi.
Allorquando Cajo Mario s'apparecchiava a campeggiare (104)
i Cimri, avuta dal senato autorità di chiamare ajuti d'oltremare, ne
chiese a Nicomede II re di Bitinia: ma questo rispose non esserne
in grado, perchè la più parte de' suoi sudditi erano stati rapiti
dagli esattori e venduti schiavi. Allora il senato proibì che verun
libero, di nazione alleata al popolo romano, venisse ridotto schiavo
in provincia; quelli già ridotti, fossero dai proconsoli e dai pretori
vindicati in libertà.
In forza di tale editto, Licinio Nerva pretore della Sicilia ne
affranca ottocento in pochi giorni. Allora sorge in tutti gli altri
la speranza e la smania della libertà: del che spaventata la _gente
onesta_, a denaro induce Nerva a desistere; e quel buon pretore
rinviava con superbi rimbrotti quanti si presentavano con titoli per
divenire franchi. Questi irritati dall'insulto, cospirano: trenta
schiavi di due ricchi fratelli, presso a capo Oario, trucidano i
padroni, poi levano a rumore le ville vicine; più di centoventi
compagni trovano prima dell'alba; occupano un luogo forte, e lo
muniscono con ottanta uomini armati di tutto punto. Nerva accorre,
e non riuscendo la forza, s'ajuta col tradimento. Promette impunità
a Cajo Titinio condannato a morte, il quale con un drappello fidato
s'accosta alla rôcca dei rivoltosi, fingendo volere far causa con
loro contro i comuni oppressori; ma eletto capo, apre le porte: i più
periscono combattendo, gli altri sono dirupati dall'altura.
Poco stante si ode che ottanta altri levarono tumulto, e ucciso Publio
Clonio cavaliere, ingrossano ogni giorno attorno al monte Capriano;
e imbaldanziti che il pretore non osasse attaccarli, scorrono di
vicinanza in vicinanza, e cresciuti ad ottocento ben in arnese,
sconfiggono il perfido Titinio. Sono ormai seimila, e creano re un
Salvio (Trifone), valente aruspice, sonatore di tibia e guidatore
di pompe. Lasciando le città come luoghi di mollezza e memori del
servaggio, egli divide i redenti in tre squadre, con capitani che
battano la campagna, e il saccheggio portino a un luogo stabilito: e
trovatosi duemila cavalli e ventimila pedoni feroci nel fresco acquisto
della libertà, assalta Morgantina, volge in rotta i Romani dopo avutone
seicento uccisi e quattromila prigionieri, giacchè avea promesso la
vita a chiunque cedesse le armi.
Dalla vittoria duplicatogli l'esercito, batte francamente la campagna,
e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi
l'eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città
combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il
pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi
delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.
Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in
cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i
fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere
agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora
fosser rispettati il territorio e gli animali d'un regno che a lui
era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò
il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il
consigliavano a levarsi tosto d'attorno a quella fortezza; ed ecco in
quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto
degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne
fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.
Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali,
ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà
rompevano ad ogni eccesso: nessuno s'affidava ad uscir dalle mura.
Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi
Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di
Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo,
vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà.
Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione
volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all'utile
comune, venne con tremila de' suoi, mentre gli altri scorrazzavano i
campi dilatando la sollevazione.
Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio
Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali,
Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di
attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de'
sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia
presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila
restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i
cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d'assedio. Gli
scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de' padroni;
ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita,
che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della
disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da
Triocala.
Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre
Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli
schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo
Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più
volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a
luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi diconsi periti
in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro;
e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a
combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si
videro messi nell'arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi
presso gli altari, intrepidamente si uccisero l'un l'altro: Satiro per
ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del
senato e del popolo romano.