Descrizione della figliuola del Fattor di Camgna. L’Autore è condotto
a una vicina Città, e di poi alla Capitale. Particolarità di questo
Viaggio.
AVea la mia padrona una figliuola di nov’anni, fanciulla, per la sua
età, amabilissima, che col suo ago operava qualunque cosa, e industriosa
a maraviglia nell’abbigliar la sua bambola. La madre, ed ella,
pensarono di accomodar la culla della bambola medesima pel mio uso nella
vicina notte; ed in fatti fu riposta la culla in una piccola cariuola
d’uno stanzino; e la cariuola sopra una tavoletta sospesa in aria, per
timore de’topi. Altro letto non ebbi per tutto il tempo che dimorai in
quella casa; benchè, dopo di aver alquanto appresa la lingua del Paese,
e subito che sui in istato di saper chiedere in qualche modo il mio
bisogno, più adagiata renduta io l’abbia. Era sì esperta quella
giovinetta, che dopo d’sermi tolti, in presenza di sei, due, o tre
volte i miei vestiti; potè ella esser capace di spogliarmi, e di
rivestirmi; tutto che un tal fastidio io non le abbia mai recato, quando
volea lasciarmi fare da per me solo. Mi lavorò ella sette camiscie, ed
alcuni altri pannillini; i quali, comechè finissimi, erano tuttavia più
grossi, e più ruvidi d’un ciliccio; e sempre ella compiacevasi di
farne bucato con le stesse sue mani. Prese pure a suo conto
d’instruirmi della lingua del Paese: quand’io accennava qualche cosa
col dito, ella me ne diceva il nome, cosicchè in pochi giorni io avea
l’abilità di chiedere ciò che io volea. Era colei una ragazza assai
buona, che per anche non avea di altezza quaranta piedi, essendo piccola
a proporzion di sua età. Imposemi il nome di _Grildrig_; nome statomi
conservato dalla famiglia di lei, e per cui fui poscia riconosciuto per
tutto il Regno. Questo termine, spiega lo stesso che _Nannuculus_
de’_Latini_, che _Nanerettolo_ degl’_Italiani_, che _Mannikin_
degl’_Inglesi_, e che _Mirbidon_ de’_Francesi_. Principalmente a lei
io sono debitore della mia conversazione in quel Paese; non essendomi
giammai da lei separato per tutto il tempo del mio soggiorno. Io la
chiamava mia _Glumdalclitch_, o sia mia piccola balia. E certamente io
sarei il più ingrato di tutti gli uomini, se menzion non facessi della
tenerezza, e delle sollecitudini di lei a mio riguardo; desiderandomi con
tutta l’anima in condizione d’un adeguato riconoscimento; quando per
altro, secondo le apparenze, io non sono che il fatale, tutto che
innocente, strumento della sua disgrazia, Comincia vasi già nel vicinato
a parlar di me; sparsa essendosi la fama, che il mio Padrone avea
rinvenuto ne’suoi Campi uno straordinario Animale, della grandezza
d’uno _Splachnuk_, ma le cui membra tutte esattamente eran formate come
quelle d’una Creatura umana, ond’egli per sopra più in tutte le sue
azioni si rassomigliava; che ei parlava un picciolo linguaggio suo
propio; che appresi già avea alcuni termini della lingua del Paese;
camminava sopra le sue gambe; era piacevole, ad altresì domestico:
veniva quando si chiamava: facea tutto che si volea; le parti del suo
corpo erano le più graziose del mondo: ed avea una carnagione più
dilicata di quella d’una nobile fanciulletta di tre anni. Un altro
Fattore che abitava non troppo da noi discosto, e che era amico
intrinseco del mio Padrone, venne a fargli visita, con intenzione
d’informarsi della verità di questa Storia. Mi si fece immediate
comparire, e collocato sopra una tavola, ove su e giù me ne andava
spasseggiando secondo mi si ordinava, diedi mano alla spada, la rimisi
nel fodero, feci una riverenza a colui che ci visitava, chiesigli in sua
lingua come se ne stesse in sanità, e gli dissi che lui era il ben
venuto, co’precisi termini che la picciola mia Nutrice insegnati mi
avea. Colui, che era un vecchione, e che la vista troppo non gli serviva,
prese gli occhiali per meglio considerarmi; ed io confesso che la
singolarità d’un somigliante spettacolo strappommi uno scoppio di
ridere assai incivile. Ne conobbero i nostri il motivo, e nel tempo
stesso rinforzarono il giocondo schiammazzio, cosa, che ebbe a disgustare
quel vecchio pazzo. Passava egli per un avaro, e per mia disgrazia, pur
troppo un tal mal credito ei giustificò. Consigliò il mio Padrone di
far mostra di me come d’una rarità, in un giorno di Fiera nella Città
vicina. In ravvisandogli entrambi a lungo quistionanti insieme, e cogli
sguardi loro sovente a me indrizzati, temetti di qualche trama a mio
discapito, e nel mio timore mi parve pure di comprendere una parte del
loro discorso. Ma la seguente mattina _Glumdalclitch_ mi racconto
fedelmente ogni cosa, di già informata da sua Madre. Misemi nel suo seno
la povera figliuola, e proruppe in lagrime tali che m’intenerirono.
Paventava ella qualche mio infortunio, e che qualche villanaccio
tenendomi fra le sue braccia non mi schiacciasse. Ell’avea in me
osservati alcuni delineamenti di nobile, e fiera modestia, e
bastevolmente era convinta che al segno maggiore mi sarei sdegnato, se
per denajo fossi stato mostrato a tutti, come un barattino. Disse il suo
Papà, e la sua Mamma promesso le aveano che _Grildrig_ sarebbe suo; ma
che ben iscorgeva che farebbono come l’anno passato, che promessole un
Agnello, immediate che s’ingrassò fu venduto ad un Macellajo. Quanto a
me, protestar posso che mi trovava men inquieto della mia Balia, per una
tal nuova. Aveva io gia smarrita la speranza di ricuperare un giorno la
mia libertà, e per quello concerne il vituperio d’essere qua e là
condotto a guisa di mostro, riflettei che in quel Paese io era un
Forestiere, e che una tal disgrazia non potrebbe mai essermi rimprocciata
in _Inghilterra_, se mai ritornato me ne fossi; poichè per la trafila
medesima, o a buon grado, o a forza, passato sarebbe il Rè stesso della
_Gran-Bertagna_, se trovato si fosse nelle mie veci.
Secondo il consiglio dell’Amico, aspettò il Padrone il primo giorno di
mercato per trasferirmi in un cassettino alla vicina Città, non
prendendo seco lui che la picciola mia Nutrice. Era il cassettino chiuso
da tutti i lati, e non avea che una picciola porta, onde entrare, ed
uscire io potea, e alcuni piccioli buchi per respirazione dell’aria.
_Glumdalclitch_ si era avvisata di riporvi il materasso del letto della
sua fantaccia, per coricarmivi. A dispetto di tal cautella, il viaggio,
che una sola mezz’ora durò, mi avea poco men che fracassato; mercè
che i Cavalli avanzavano quaranta piedi per cadaun passo, e trottavano in
maniera sì poco comoda, che un Vascello aggitato da una gran burrasca si
eleva, e si profonda molto meno di quel che faceva io ad ogni istante.
Aveavi dalla nostra casa alla Città vicina a un di presso tanta
distanza, quanto da _Londra_ a _Sant’Albano_. Si fermò il Padrone
all’albergo suo ordinario, e dopo di aver consultato l’Oste, e fatti
alcuni necessarj apparecchj, nolleggiò il _Gruttrud_, o sia pubblico
banditore, per annunziare ad alta voce per tutta la Città, che
all’Osteria dell’_Aquilaverde_ vi era a vedersi una Creatura
incognita; che questa Creatura non era per anche grande come uno
_Splacknuck_; (animale del Paese di circa sei piedi) e che in tutte le
membra del suo corpo rassomigliava ad un uomo; pronunziava molte parole,
e faceva mille gentillezze.
Fui adagiato sopra una tavola nella stanza principale dell’Osteria: la
quale stanza potea avere trecento buoni piedi in quadro. La picciola mia
balia stavasene sopra un basso sedile acosto della tavola, per aver
attenzione a me, e per ordinarmi ciò che far dovessi. Per issuggire la
calca, volle il padrone che io non fossi veduto che da trenta persone per
volta. Spasseggiai sulla tavola come m’imponeva la fanciulla; ella mi
fece alcune dimande che ben sapeva che io avrei capite, e risposi col
più alto tuono che mi fu possibile. Rivolto molte fiate agli Spettatori,
dissi loro che erano i ben venuti, gli accertai de’miei rispetti, e mi
servj d’altre frasi di già imparate. Presi un ditale riempiuto di
liquore che mi fu sporto dalla picciola mia nutrice in guisa di coppa, e
bevvi alla lor sanità. Trassi la mia spada, e schermj nell’aria, come
i Mastri di tal arte fanno in _Inghilterra_. Provvidemi _Glumdalclitch_
d’un bruscolo di paglia, con cui feci l’esercizio della picca, che
aveva io appreso nella mia giovinezza. In quel giorno si fece mostra di
me a dodici compagnie differenti; ed altrettante volte fui obbligato di
ricominciare l’esercizio medesimo, finchè mi trovava mezzo-morto e di
stanchezza, e di sbigottimento: poichè coloro che veduto mi aveano, sì
strane relazioni avean fatte di me, che il Popolo, per un motivo
d’interesse, stava sul punto di sforzare le porte. Non volle mai
permettere il mio Padrone che chiunque si fosse mi toccasse, se si
eccettui la fanciulla, e per prevenire qualunque inconveniente, si fecero
regnare d’intorno alla tavola delle panche in tal distanza, che era
impossibile l’arrivarmi. Con tutto questo, uno Scolaro briccone mi
lanciò alla testa una noccivola, e buona mia sorte fu, ch’ei non
colpì nel segno: perchè senz’altro mi avrebbe fatto saltar il
cervello, essendo grossa poco men che una zucca. Ma almeno ebbi il
piacere di vederlo molto ben villaneggiato, e poscia scacciato dalla
stanza.
Pubblicar fece il Padrone per tutta la Città, che il giorno di fiera
susseguente ei mi farebbe un’altra volta vedere, e nel tempo stesso
presesi la cura di allestirmi una vettura più comoda, e con gran
ragione; essendo che io mi trovava sì stracco del primo mio viaggio, e
di tutte l’altre galanterie che mi si fece fare per ott’ore continue,
che appena poteva io reggermi in piedi, e profferire parola. Bisognai di
tre giorni innanzi di rimmettermi, e come fosse un destino che in casa
stessa non dovessi avere un’ora di riposo: tutti i confinanti nostri,
per più di cento miglia d’intorno, renderonsi all’alloggio del mio
Padrone affine di vedermi, il che gran somme gli profittò. Così, tutto
che condotto non fossi alla Città, pochissimo si era il mio respiro
cadaun giorno della settimana, se non si mette in conto il Mercoledì il
qual era la loro Domenica.
Il Padrone, veduto il vantaggio che egli da me ritraeva, formo il disegno
di condurmi a tutte le più riguardevoli Città del Regno. Provvedutosi
del bisogno per un viaggio di lunga corsa, e regolati i suoi domestici
affari, prese congedo dalla sua Sposa li 17. Agosto 1703. due mesi, o
circa, dopo il mio arrivo. Ci mettemmo in cammino per la Capitale,
situata presso poco nel mezzo di tutto l’Imperio, e a più di mille
leghe dalla nostra Casa; portando il mio Padrone in groppa del suo
cavallo la figliuola _Glumdalclitch_. Mi aveva ella adagiato in un
cassettino, e teneva questo nel suo grembiuletto; e il cassettino
medesimo era stato guernito dalla buona fanciulla con un panno il più
morbido che riuscille di ritrovare; non dimentica pure del letto della
sua bambola, nè di quale altra cosa che, o necessaria, od aggradevole,
credeva ella dovermi estere. Tutta la nostra compagnia fu un sol ragazzo
della casa, il qual seguivaci a cavallo col bagaglio.
L’intenzione del mio Padrone si era di far mostra di me in tutte le
Città che incontreremmo in sul cammino, e di lasciare la strada maestra,
quando non si trattasse di fare che cinquanta o cento miglia per arrivare
a una Terra, o a un Castello di qualche gran Signore; sviamento,
ond’egli si lusingava di dover ricavarne qualche profitto; dopo di che,
di rimettersi sul sentiero della Capitale ei divisava. Non facevamo noi
che cenquaranta, o censessanta miglia per giorno: mercechè
_Glumdalclitch_, per compiacermi, si lagnò d’essere faticata dal
trottar del cavallo. A grado mio mi toglieva ella dal cassettino, per
farmi prendere l’aria, e veder il Paese. Passammo cinque, o sei fiumi,
più larghi che il Nilo, o il Gange; e pochi erano i ruscelli così
stretti, che il _Tamigi_ al _Ponte_ di _Londra_. Dieci settimane
consumammo in tal viaggio; ed io fui mostrato in diciotto gran Città,
senza annoverare i Villagj, le Castella, ed alcune case particolari. Il
venti e sei d’Ottobre alla Capitale giugnemmo, chiamata in loro lingua
_Lorbrulgrud_; cioè, l’_Ammirazione del mondo_. Il mio Padrone prese
ad affitto un Appartamento nella principale strada della Città vicino al
Palagio Reale, e fece spargere de’biglietti, che contenevano una esatta
descrizione della piccola mia persona. La stanza ove adunar doveansi gli
spettatori, si stendeva fra i trecento, e quattrocento piedi; e sopra una
tavola di sessanta piedi di diametro, cinta, in distanza di tre piedi
dalla sponda, di un palizzato per guarentirmi dal cadere dall’alto al
basso, doveva io rappresentar la mia scena. Dieci volte al giorno io era
visibile, con grande stupore, e compiuta soddisfazione del Popolo. Già
aveva io appreso l’alfabeto loro, e sapeva altresì valermi a
proposito, quinci quindi, di alcune frasi; imperocchè _Glumdalclitch_
avuta avea l’attenzione d’intuirmene, mentre ce ne stavamo in casa; e
pel corso di tutto il viaggio me ne avea ella continuate le sue lezioni.
Quasi sempre ella tenea in sua tasca un libricciuolo, il qual era poco
più grande che un Atlante di Sansone: quest’era una spezie di Trattato
per uso delle Donzelle, affine d’imprimer loro una compendiata idea
della loro Religione. Di cotal libro servivasi ella per farmi conoscere
gli caratterj, ed eziandio per inserirmi qualche intelligenza
de’termini.