CAPITOLO I.

Descrizione d’una furiosa tempesta. L’inviato a terra lo Schifo per

provvedervisi d’acqua: vi s’imbarca l’Autore per iscoprir il Paese.

Egli è lasciato sulla spiaggia, vien preso da uno degli Abitanti, ed è

condotto in Casa d’un Fattor di Campagna. Modo ond’egli vi fu

ricevuto. Descrizione degli Abitanti.

COndannato dalla mia inclinazione, del pari che dalla sorte, a un genere

di vita sempre inquieto ed in moto, dieci mesi dopo il mio ritorno

abbandonai un’altra volta la mia Patria; e alle _Dunes_ il venti di

Giugno 1702. m’imbarcai sopra un Vascello destinato per _Surate_, detto

l’_Arrisicato_, e il cui Capitan Comandante era un tale _Giovan

Nicola_. Perfino all’altezza del _Capo Buona Speranza_, ove demmo a

fondo per provvision di rinfreschi, ci fu il vento più che propizio. Vi

fummo arrivati appena, che ci avvedemmo che l’acqua entrava nel nostro

Vascello: e cotale ragione, unita all i febbre che nel tempo stesso

sorpreso aveva il Capitano, ci determinò a quivi restar sull’ancora

tutto l’inverno, non avendo potuto partircene che sul fine di _Marzo_.

Rimettemmo allora alla Vela, ed avemmo un favorevole tempo perfino allo

Stretto di _Madagascar_. Ma lasciata a Ponente quest’Isola, a un di

presso a cinque gradi di Meridionale latitudine; i venti, che in

que’mari regnano infallibilmente fra il Ponente, ed il Libeccio dal

principiar del Decembre fin al cominciamento di Maggio; e che per tutto

questo tempo egualmente soffiano, sul diciannove d’Aprile si fecero

sentire assai più violenti, e piegarono al Libeccio più che

d’ordinario per lo spazio di venti giorni. Spirato questo termine ci

trovammo al Levante delle Molucche, e presso che al terzo grado di

lattitudine Settentrionale, secondo una osservazione fatta dal Capitano

a’due di Maggio; giorno, in cui una tranquillissima calma successe alla

tempesta che poco innanzi travagliati ci avea; il che produssemi una non

mediocre allegria. Ma il nostro Comandante, che più d’una volta

frequentati avea que’Mari, ci rendè avvertiti d’una vicina burrasca.

Restò compiuta il giorno dietro la predizione di lui; mercè che

cominciò a suscitarsi un vento d’Ostro, che la _Mousson du Sud_

comunementesi chiama.

Vedutosi ad ingagliardire da un instante all’altro, ammainammo la

Civadiera, e ci preparammo ad abbassar il Trinchetto: ma a cagion del

tempaccio, assai faticammo per ottenerne l’intento. Stavasene in alto

mare il Vascello; il che risolver ci fece, anzi che metterci alla cappa,

di scorrere a secco. La tempesta era sì violenta, che sembravaci ad ogni

momento di colar a fondo. Con tutto ciò, per la massima delle nostre

buone fortune, dopo di aver infuriato alcuni giorni, ella si abbonacciò.

Durante il cattivo tempo, che fu seguito da un buon Libeccio, con tanta

forza fummo portai al Levante, che niun de’nostri asserir potea ove noi

fossimo. Abbondavano per anche le nostre provvisioni, il Vascello poco si

trovava danneggiato dalla burrasca, e d’una perfetta sanità godeva

tutto l’Equipaggio; e pure, mancandoci l’aqcua, era crudelissima la

nostra costituzione. Giudicammo che fosse meglio di continuare il cammino

medesimo, che di piegare più al Ponente: il che avrebbe potuto menarci

al Ponente-Libeccio della Gran _Tartaria_, e nel mare _Glaciale_.

A’sedici Giugno 1723. un mozzo di Nave che era ad alto del Parochetto,

discoprì Terra. A’diciassette distinguemmo chiaramente una

grand’Isola, o fosse un Continente, (perochè qual de’due nol

sapevamo,) alla cui parte meridionale aveavi una picciola lingua di terra

sporgente in mare, ed un piccolo seno, tanto nè pur profondo, per

ricevervi un Vascello di cento botti. Ci ancorammo a una lega da questo

seno; e il nostro Capitano spedì una dozzina d’uomini ben armati nello

schifo, co’necessarj arnesi per rintracciarvi dell’acqua. Gli chiesi

la permissione di accompagnargli, per vedere il Paese, e procurar di

farvi qualche scoperta. Posto piede a terra, non vedemmo nè Riviere, nè

sorgenti, ne segno veruno di abitazioni. Costeggiarono i nostri, ansiosi

pur di scorgere se fossevi qualche fiume che mettesse in mare, ed io

dall’altra parte feci, da per me solo, per quasi un miglio, senza

ravvisar altro, che un arrido, e pietroso terreno. Malcontento delle mie

discoperte, adagio adagio me ne rivenni al seno mentovato; ma quale

stordimento non si fu il mio, quando vidi che le nostre genti, non erano

solamente entrate nello schifo, ma che a forza di gran remate smaniavano

di riguadagnar il Vascello, econ un affrettamento, onde comprenderne non

ne potei la cagione? Stava io per gridar loro che si arrestassero:

allorchè mi venne fatto di raffigurare una spezie di Gigante che

avanzavasi nel Mare dietro di loro il più velocemente poteva, non avendo

l’acqua che fino alle ginocchia, facendo sgambettato, che aveano del

prodigioso. Ma i Marinaj, inoltrati più che lui d’una mezza lega,

essendo ivi il fondo seminato di roccie, non poterono esser raggiunti dal

Mostro. Fummi ciò rapportato dappoi; mercè che non ebbi il coraggio di

fermarmi, per essere spettatore del fine d’Un’Avventura sì

terribile. Presi il partito di darmi alla più precipitata fuga pel

cammino più corto, e dopo uno sfiatato correre di qualche tempo mi

rampicai sopra una collina scoscesa, donde allungar potea l’occhio

sopra una estensione di Paese assai vasta. Comparvemi allo sguardo

d’una buona cultura; ma a prima giunta restai sorpreso dalla lunghezza

dell’erba, la qual si alzava per più di venti e quattro piedi, e che

nel luogo onde io vedeala, mi parea espressamente conservata per farne

fieno. Ad alto della Collina, scoprj una grande strada, per tale almeno

la giudicai, comechè non servisse agli Abitatori che d’un piccolo

sentiero traversante un campo di frumento. Me ne andai qualche tempo su e

giù di questa strada; ma nulla potei vedere nè dall’una, nè

dall’altra parte, perchè era ormai la stagione del mietere; avendo gli

steli un’altezza di quaranta piedi per lo meno. Bisognai d’un’ora

intera innanzi di ritrovarmi all’estremità di questo campo, ch’era

circondato da un’alta siepe di cento e venti piedi. Pel passaggio dal

campo stesso al campo vicino, aveavi una barricata; e questa barricata

quattro gradini avea, al di sopra di cui stava altresì un gran sasso,

che bisognava saltare per superarlo. Mi era impossibile di montare questi

gradini, essendo ognuno sei piedi alto, e più di venti la pietra. Me ne

andava io fiutando qualche apertura nella siepe; allorchè nel vicino

campo gettai l’occhio sopra uno degli Abitatori, il quale accostavasi

alla barricata, ed era del taglio medesimo che colui che al nostro schifo

data avea la caccia. Pareami egli dell’altezza d’un Campanile comune,

e cadauna sgambettata di lui, dieci verghe valea, o a un di presso.

Stordito dalla maraviglia, e dallo spavento, m’intanai fralle biade,

donde il ravvisai all’alto della barricata, risguardando nel campo

vicino alla dritta. Un momento dopo lo intesi a gridar non soche, ma

d’un tuono così orribile, che il credei da principio uno scoppio di

fulmine. Sei mostri accorsero alla sua voce della statura medesima, e

tenenti in mano delle salci d’una smisurata grandezza. Non eran questi

ultimi così ben abbigliati che il primo, avendo eglino sembianza

d’essere servidori di lui; essendo che immediate che ei pronunziò loro

alcune parole, si accinsero a mietere le biade del campo ove io mi

trovava. Mi staccai da essi il più che potei, comechè con estrema

difficoltà; perchè i gambi del frumento non erano, allo spesso, che

alla distanza d’un piede gli uni dagli altri, cosicchè stentatamente

io passava fra due. Con tutto ciò, in avanzando sempre, pervenni a un

certo luogo del campo, ove il vento, e la pioggia, abbattuto avevano il

grano. Qui sì che assolutamente mi fu impossibile di far un passo;

conciossiacosachè gli steli erano così agruppati, e confusi insieme,

che io non poteva pel traverso guizzarmivi; e le reste, che erano cadute,

sì forti, che le punte loro traforavano i miei vestiti. Nel instante

medesimo io sentiva i mietitori, non più che cento verghe da me lontani.

Oppresso di fatiche, e quasi alla disperazione ridotto, mi prostesi fra

due solchi, mi augurai di buon cuore la morte. La memoria della mia

Sposa, e de’miei figliuoli, che secondo tutte le apparenze io non dovea

riveder mai più, vivamente mi tormentava. Un momento dopo io piagneva la

mia imprudenza, e la mia pazzia, di aver, contra il consiglio

de’parenti, e di tutti gli amici miei, intrapreso un secondo viaggio.

In un tale spaventevole agitamento di spirito, non potei di meno di

pensare a _Lilliput_, i cui Abitanti mi spacciavano per una creatura di

smisurata grandezza, ove io era capace, da per me solo, d’impadronirmi

d’una Imperiale Armata, e di operare tante altre maraviglie, onde la

memoria sarà conservata eternamente negli Annali di quella Monarchia, e

alle quali difficilmente prestar vorrà sede la posterità, tutto che

ratificate dalla deposizione d’un numero infinito di testimonj. Io

meditava che molto mortificarmi dovea il comparir così picciolo al

Popolo fra cui io mi rinveniva, come un _Lillipuziano_ paruto lo avrebbe

fra noi. Ma quest’era il menomo de’miei infortunj: mercè che come si

è osservato che le Creature umane son più selvagge, e più crudeli a

proporzione della grandezza loro; e che altro poteva io aspettarmi, che

l’essere divorato dal primo di que’Mostri che riscontrato avessi? An

ben ragione di dire i Filosofi, che nulla vi ha di grande, o di picciolo,

che per comparazione. Avvenir poteva che i _Lillipuziani_ trovata

avessero una Nazione, il cui Popolo, per rapporto ad essi, fosse così

piccolo, che eglino stessi l’erano a riguardo di me. E chi sa se la

razza enorme di que’Giganti che io aveva negli occhj, non era un

semenzajo di Nani, in comparazione di qualche altro Popolo?

Con tutto il mio sbigottimento, non poteva io non dar luogo a tali

riflessioni; allor quando uno de’Mietitori, che dal solco, ove io me ne

stava appiattato, non più che dieci verghe discostavasi, temer mi fece,

che col dar avanti un sol altro passo, non mi schiacciasse, o con la sua

falce non mi dividesse in due. Affine di prevenire entrambe queste

disgrazie, veduto che l’ebbi in disposizione di qualche muovimento,

gettai un grido che la paura prese a suo conto d’ingrandir molto. Si

arresta il Mostro; e risguardando per qualche spazio da tutti i lati

sotto di lui, finalmente ravvisommi a terra. Per alcuni instanti mi

considerò egli con quell’attenzione medesima che si ha, quando si

vorrebbe prender in mano qualche pericoloso animaluzzo, senza ch’ei

mordere, o graffiar potesse; come io stesso talvolta in _Inghilterra_

praticato aveva a riguardo d’una donnola. Arrisicossi finalmente a

prendermi pel mezzo del corpo fra il suo pollice, e l’indice, e mi

avvicinò a tre verghe da’suoi occhj, per poter esaminarmi

distintamente. Indovinai il pensiero, e per buona sorte fui assistito da

una tal presenza di spirito, che in tempo ch’ei mi teneva sospeso in

aria indistanza di più di sessanta piedi da terra, non ostante che

crudelmente mi pizzicasse fralle sue dita, nè pur fiatai, per paura

ch’ei non mi lasciasse cadere. Rivolsi solo gli sguardi miei verso il

Sole; giuntai le mani in aria di supplichevole, e alcune parole proferj

con un lamentevole tuono, che conveniva pur troppo alla sgraziata mia

costituzione di allora. Mercè che io tremava ad ogni momento ch’ei non

mi gettasse a terra, come facciamo per ordinario di qualche odiosa

bestioluccia, che vogliamo distruggere. Ma il destino che cominciava a

placarsi verso di me, operò che la mia voce, ed i miei atteggiamenti,

gli piacessero, e che stupito al maggior segno d’intendermi ad

articolar de’suoni, mi contemplasse con una spezie di curiosità. Nel

tempo stesso non potei di meno di gettare molti sospiri, di spargere

alcune lagrime, e di girar la testa verso quella parte ov’ei mi teneva;

dandogli a conoscere, nel miglior modo, che mi faceva male. Parve ch’ei

mi capisse; perchè levato il lembo del suo vestito, pianamente mi vi

ripose, e un istante dopo corse alla volta del suo Padrone, il qual era

un buon Fattor di Campagna, ed il medesimo, che io da prima nel Campo

veduto avea. Il Fattore, (come suppongo per le loro maniere) ricevute, in

riguardo a me, tutte le informazioni possibili dal suo Famiglio, prese un

bruscolo di paglia, quanto una canna, e se ne servì per alzare la parte

estrema dell’abito mio, che ei credeva una sorta di pelle, onde la

Natura avessemi ricoperto. Chiamò i suoi servidori, e chiese loro, (a

quel che dappoi me ne fu detto) se mai ne Campi trovata avessero una

picciola creatura che mi assomigliasse? Mi mise poscia con tutta la

dilicatezza a terra, nella situazione medesima come una bestia a quattro

piedi; ma immediate mi levai, passeggiando avanti, e indietro, a piccoli

passi, per far comprendere a quel Popolo che mia intenzione non era di

fuggirmene. Stavan coloro tutti sedendo d’intorno a me, per Levai il

mio cappello, e feci una riverenza profonda al Fattor di Campagna. Mi

gettai alle ginocchia di lui; e avendo alzato gli occhj, e le mani al

Cielo, pronunziai alcune parole il più alto che potei. Dalla mia tasca

trassi una borsa contenente alcune monete d’oro, che con un’aria

tutta rispetto gli offerj. Ei la ricevette nella palma della sua mano;

indi accostolla ben da vicino alla sua vista, per veder ciò che fosse:

dopo ciò, con la punta d’uno spilletto, ch’ei tirò dalla sua

manica, più e più volte la girò, e rigirò, ma sempre senza

comprendere qual macchina si fosse. Io addocchiato ciò, gli feci segno

di mettere la sua mano a terra, e presa, ed aperta la borsa stessa,

versai nella palma della mano di lui, tutto l’oro. Aveavi sei dobbloni

di _Spagna_ da quattro l’uno, ed altre venti o trenta monete di minor

peso. Osservai che egli sopra la sua lingua bagnava l’estremità del

più picciolo suo dito, per poter così prendere una delle monete più

grandi, e di poi un’altra; ma mi parve che certamente non le

conoscesse. Mi accennò di rimetterle nella borsa, e poscia di rimettere

la borsa nella mia tasca; il che feci dopo di avergliela offerita ancora

cinque o sei volte.

Il Fattore allora restò convinto che io fossi una Creatura ragionevole.

Frequentemente mi parlò, e tutto che a guisa d’un mulino da acqua mi

stordisse la voce di lui nulladimeno distintamente ei pronunziava. Col

più forte tuono risposigli in linguaggj diversi, e molte fiate ei tanto

si abbassò, che fra la sua orecchia, e me, non aveavi di distanza che

due sole verghe; ma fui inutile il fastidio d’entrambi, perchè

d’intenderci non fu vi mezzo veruno. Inviò allora i suoi famiglj

all’opera loro, e tratto dalla saccoccia il suo fazzoletto, piegollo in

due, e lo stese sulla sua sinistra mano, che, con la palma al di sopra,

aperta la mise a terra, facendomi segno di ripormivi; il che non era

disagevole, poichè di grossezza non vi ave che un solo piede. Credetti

dover ubbidire, e per timor di cadere, mi distesi per lungo sul

fazzoletto; col resto di cui, per sicurezza maggiore, m’inviluppò per

fino alla testa, e in cotal positura mi portò in sua casa. Pervenutovi,

immediate mi mostrò a sua moglie; ma ella fortemente stridendo diede

addietro, come appunto in _Inghilterra_ an costume di fare le Dame in

vedendo un rospo, o un ragnolo. Considerata però che ella ebbe la mia

continenza, e con quale docilità me ne stessi ubbidendo a’menomi cenni

di suo marito, addomesticossi ben presto, e guari non tardò ad amarmi di

tutto cuore.

Verso il mezo giorno un domestico recò il pranzo, il quale consisteva in

una sola pietanza, ma assai buona nel suo genere, e tale che conveniva a

un lavoratore di Campi. Venti e quattro piedi di diametro aveva il

piatto: e la compagnia consisteva nel Fattore, nella moglie, in tre

figliuoli, e in una Vecchia Nonna. Seduto che fu ognuno, il Fattore mi

collocò sopra la tavola, che aveva un’altezza di trenta piedi, in

qualche distanza da lui. O che terribili dolori di ventre che allor mi

presero! e per timore di ruotolar abbasso, mi staccai il più che potei

dalla sponda. Trinciò la moglie un pezzo di carne, e sminuzzato sopra un

tondo un poco di pane, il pose d’avante a me. Io le feci un profondo

inchino, trassi il mio coltello e la mia forchetta, e a mangiar mi messi,

onde eglino parvero soddisfatti. La Padrona comandò alla serva di andar

in traccia d’una piccola tazza di tenuta non più che di dodici

boccali, o circa, e che ella stessa ebbe la cura di riempiere per conto

mio. Per prendere la tazza fui obbligato di valermi d’ambe le mani; e

in contegno di rispetto brindai alla sanità della Signora della casa; il

che fece fare a tutta la brigata un sì grande schiamazzio di ridere, che

pensai divenir sordo. Avea la bevanda un sapore di piccola cervogia, e

non era ingrata. Il Marito allora mi accennò di mettermi accanto del

tondo di lui; ma come io stava camminando sulla tavola per anche tutto

stordito, (e ben penso che il Leggitore facilmente sel persuada,)

m’accadde d’intopparmi in una crosta di pane, ed in cadendo, di dar

del naso sulla tavola medesima, ma per buona sorte senza farmi male

veruno. Mi rilevai in un subito; ed osservando la somma inquietudine di

quelle buone persone, presi il mio cappello, (che per pullitezza io avea

tenuto sotto il braccio,) e girandola sopra la mia testa, gettai nel

tempo stesso due, o tre giocondi gridi, per manifestare che io non era

restato offeso. Ma nel punto che io mi avanzava verso il padrone, (che

così sempre in avvenire il chiamerò,) il più giovane de’figliuoli di

lui, che gli era seduto accosto, e ch’era un furfantello di dieci anni

di età, pigliommi per le gambe, e sì sospeso mi tenne nell’aria, che

non aveavi membro del corpo mio, che non tremasse di paura. Ma il suo

padre me gli tolse dalle mani, diedegli uno schiaffo sì terribile che il

più grosso Elefante che in _Europa_ siasi mai veduto, ne sarebbe restato

rovesciato, e gl’ingiunse di levarsi immediatamente di tavola. Ma io

temendo il rancore del giovane; e ricordandomi perfettamente bene fin a

qual segno presso noi i ragazzi sono crudeli verso i passeri, i coniglj,

i gattuccj, ed i cagnuoli, mi gettai ginocchioni; e additando il

malfattore, procurai di far capire al mio padrone, che io gli chiedeva la

grazia del perdono di lui. Acconsentivvi il padre, e permise che il

figliuolo ripigliasse il suo posto; per lo che mi addrizzai ver lui, e

gli baciai la mano; che presa dal padrone, ei più fiate passolla, e

ripassolla sulla mia faccia, come per accarezzarmi.

Verso la metà del pranzo, il gatto favorito della mia padrona le saltò

nel grembiule. A giudicarne dalla testa, e da una delle zampe, che io

attentamente considerai quand’ella lo accarezzava, ed il nutriva, tre

volte più che un Bove parvemi grosso quell’animale. L’aria furiosa

d’una tal bestia mi fece tremare da capo a piedi, tutto che mi trovassi

all’opposta estremità della tavola; e che la padrona il ritenesse, per

timore che saltando sulla tavola stessa, non mi brancasse. Ma per buona

fortuna la pagai col solo spavento; mercè che il gatto mi bado appena,

non ostante che il padrone me gli avesse avvicinato tanto, che lo spazio

di tre verghe ci separasse solamente. Come io sempre avea inteso a dire,

e altresì esperimentato ne’Viaggj miei che il fuggire, o il mostrar

paura dinanzi ad un animale crudele, è il vero mezzo di farsi assalire;

mi risolvetti, in un cimento così scabroso, di prendere una maniera

intrepida, e di coraggio. Con un sembiante animosamente fiero, cinque, o

sei volte, su, e giù spasseggiai sul ceffo medesimo dell’animale, e

accanto accanto poscia me gli accostai; ed egli saltò a terra, come

fosse più di me spaventato. Un tratto tale di arditezza sì ben

riuscitomi, produsse che io poi non avessi tanto terrore de’cani,

essendone tre o quattro di essi nell’instante stesso entrati nella

stanza, come per ordinario si pratica nelle case de’Castaldi; ed uno di

que’cani, ch’era un mastino, quattro Elefanti uguagliava. Vicino di

lui stavasene un levriere, ancora più alto, ma non sì grosso.

Era il pranzo presso che al fine, quando entrò la balia tenendo nelle

sue braccia un bambino d’un anno, il quale subito mi pose l’occhio

addosso, e cominciò a gridar sì forte, che potevasi sentire per una

lega, e non per altro com’è solito de’bamboccj, perchè io gli

servissi di suo trastullo. Per pura indulgenza mi prese la Madre di lui,

e mi avanzò verso il pargoletto, che incontanente mi afferrò pel

traverso, e cacciò la mia testa nella sua bocca; il che mi fece gittar

gridi sì spaventosi, che atterrito il bambino mi lasciò cadere, e

certamente mi sarei rotto il collo, se la Madre non avesse allargato

sotto di me il suo grembiule. La balia, per acquietare il bambino, si

valse d’un sonaglio, il qual era una spezie di vase voto, riempiuto di

grosse pietre, e appeso con una fune alla metà del corpicciuolo di lui.

Ma ciò nulla valse, cosicchè fu ella obbligata di ricorrere

all’ultimo de’rimedj, che era di presentargli la poppa. Confessar

deggio che a’miei giorni non ho mai veduto un oggetto più

mostruosamente disaggradevole, quanto quegli che allora si affacciò

a’miei sguardi: Ma voglio risparmiare a’miei Leggitori una

somigliante descrizione, e in sua vece rendergli piuttosto partecipi

d’una riflessione statami inspirata da una sì laida, ed enorme

comparsa. La pelle, diceva io fra me stesso, delle nostre Dame

d’_Inghilterra_, sembraci bellissima: ma non avverrebbe ciò forse,

perchè queste Dame non sono più grandi che noi, e perchè non

ravvisiamo la pelle loro col microscopio; il quale ci convincerebbe che

la più bianca, e più lisciata carnagione, non è in sostanza che una

piallata masse di sporchi colori?

Ricordomi che in tempo che io mi trovava a _Lilliput_, le carnagioni

degli Abitanti mi sembravano la più bella cosa del mondo, e che

quinstionando su questo punto con un uomo di spirito del Paese,

intimissimo amico mio, ei mi disse, che il mio volto gli compariva assai

più vago, e più pulito, quand’ei mi risguardava da terra, che quando

collocato in mia mano, poteva considerarmi da più vicino. Confessommi,

che egli allora raffigurava molto pertugiato il mio mento; che i peli

della mia barba erano più irsuti che le setole d’un cignale; e che la

mia carnagione era composta di molti colori ingratissimi: tutto che non

vanamente io possa dire che le mie sembianze sieno così avvenenti, come

il sono quelle de’più degli uomini del mio paese; e che il mio

colorito così abbronzato non sia, come il dovrebbe, a cagion de’miei

viaggi. D’altra parte, parlando delle Dame della Corte di _Lilliput_,

ei mi disse più volte, che l’una avea delle rossicce macchie;

l’altra troppo grande la bocca; un’altra il naso mal fatto; cose

tutte ond’era impossibile che io mi avvedessi. Ingenuamente confesso

che son naturalissime cotali riflessioni; e che chi legge avrebbe ben

potuto farle senza di me. Con tutto ciò non potei trattenermi dal

fargliene parte, temendo che ei non s’immaginasse che realmente più

difformi, che noi, fossero quelle vaste Creature: poichè per rendere

loro la dovuta giustizia, è forza che io pubblichi ch’egli è un

Popolo assai ben formato; e in ispezieltà riguardo al mio Padrone; che,

comechè un Castaldo, i suoi delineamenti, non ostante,

proporzionatissimi mi parevano quand’io gli considerava in distanza di

sessanta piedi; che vale a dire, quand’io me ne stava a terra tutto

accosto di lui.

Alzati di tavola, andò il Padrone alla visita de’suoi Operaj; e per

quanto liquidarlo potei dalla sua voce, e dalle sue gesta, diede ordine

alla sua Sposa di aver buona cura di me. Estremamente io mi trovava

lasso, e una furiosa voglia di dormire mi tormentava. La mia Padrona, che

se ne avvide, mi adagiò sul propio suo letto, e mi ricoprì con un

fazzoletto bianco; ma più grande, e più massiccio della principal vela

d’un Vascello di guerra. Dormj due ore, più o meno, sognando di

starmene in mia casa con la moglie, e co’miei figliuoli; il che

accrebbe al doppio la mia maninconia, quando risvegliatomi, mi rinveni,

solo, in un vasto Appartamento che stendevasi per dugento, o trecento

piedi; e la cui altezza superava i dugento. Era già uscita la Padrona in

attenzione de’suoi domestici affari, e dietro di se avea chiusa la

porta della mia stanza. Otto verghe da terra era alto il letto; e

stimolato da qualche necessità, avrei ben voluto scenderne, ma non ardj

di chiamar persona; mercè che i miei gridi sarebbero stati inutili, e

certamente non giunti alla Cucina, ove stavasene rutta la Famiglia. Nel

frattempo di quest’imbroglio, due topi si rampicarono sul cortinaggio,

e dando del naso da per tutto, corsero da una parte all’altra. Venne un

d’essi fin sulla mia faccia, e mi cagionò uno spavento orribile. Più

che di fretta mi levai, e sguainai la spada per difendermi. Così

temerarie furono quelle prodigiose bestie, che mi assalirono da due lati,

ed una insino mi saltò sul giubbone; ma prima che mi offendesse, mi

riuscì di fenderle il ventre. Cadde ella a’miei piedi; e l’altra,

scorto il destino della camerata, se ne fuggì, ma non senza riportare

una buona ferita al di dietro. Compiuta l’impresa; per rimmettermi

dallo sbigottimento, e dal disagio, mi si misi a spasseggiare da un capo

all’altro del letto. Erano que’topi del taglio d’un Alano

_Inglese_, ma infinitamente più agili, e di maggior fierezza: cosicchè

se innanzi di mettermi a dormire deposta io avessi la mia spada,

infallibilmenmente divorato mi avrebbono. Misurai il topo morto, e il

trovai di due verghe, men un pollice, di lunghezza.

Poco dopo entrò nella stanza la mia Padrona; e in vedendomi tutto

insanguinato, corse velocemente a me, e mi prese in sua mano: io ridendo,

e dando altri segni di allegrezza per farle conoscere che io non avea

alcun male, le mostrai il topo morto. Ella ne restò incantata; e

ingiunse a una fantesca che con le molli il prendesse, e gettasse dalla

finestra. Dopo ciò fui da lei collocato sopra una tavola, donde le feci

vedere la mia spada tutta sangue, che in un instante forbj, e rimisi nel

fodero. Io mi trovava incalzato da più d’una di quelle sorte di cose,

per le quali sono impraticabili le Proccure; e a tal effetto mi sforzai

di far comprendere alla Padrona, che io desiderava d’essere messo a

terra; il che eseguito, non permisemi il mio rossore di far altri

atteggiamenti, che di accennare l’uscio, e d’incurvarmi parecchie

volte. Mi comprese finalmente, tutto che con istento, la buona donna: mi

pigliò in sua mano, e mi mise a terra nel giardino. Per dugento verghe

mi staccai da lei; e fattole segno che mi risguardasse; e non mi

seguisse, mi nascosi fra due foglie di acetosa, e soddisfeci alla mie

necessità.

Lusingomi che il Leggitore benevolo mi terrà scusato, se talvolta io

insisto sopra particolarità di tal fatta; che tutto che poco

interessanti agli occhi del volgo ignorante, non lasciano tuttavia di

recare un nuovo grado di estensione alle idee, e all’immaginazione

d’un Filosofo. Oltracciò, mi sono spezialmente attenuto alla verità,

senza adornare il mio stile con le affettate vaghezze della menzogna: e

dir posso che tutte le circostanze di questo viaggio an formata una sì

viva impressione sopra di me, e sì profondamente si sono scolpite nella

mia memoria, che in istendendole in carta, veruna non ne ommisi che

alquanto fosse importante: Comechè dopo una esatta revisione ne abbia io

scancellati alcuni passi di minor momento, che già stanno registrati nel

primo mio esemplare; e ciò per timore d’essere importuno a’miei

Leggitori; timore, che, a quel che se ne dice, agitar dovrebbe la maggior

parte degli Autori di Viaggj.

Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani · 第 27 / 60 题