L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di
Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà;
è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende
l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.
IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea
alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che
di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame
di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era
orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso
avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare
cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una
fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali
divisamenti, sopraggiunse uno _Slardral_, o Scudiere della Corte, con
ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e
le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e
raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio
spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di
là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver
l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa
(collocato che io fui sopra una tavola,) mi stese il picciolo suo dito,
che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più
profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali
interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj
con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho
potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io
feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di
appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me
medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio
di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli
inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non
potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille
monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai
che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi
alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua
Maestà, le chiedeva in grazia che _Glumdalclitch_, la quale sempre con
tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei,
e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la
supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore,
molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera
ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò
il Padre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei
mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una
picciolissima riverenza mi contentai.
Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il
Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la
libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra
obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola
creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione
tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli
avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che
testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da
che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un
animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia
complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque
genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto
non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì
buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì
grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del
Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi
lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in
me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta
presenza di lei era l’unico effetto.
Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho
commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma
l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune
frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite da _Glumdalclitch_.
La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di
trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo.
Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo
Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non
discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego,
dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degli _Splaknuck_?
essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che
corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma
la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad
alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di
cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: e
_Glumdalclitch_, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che
mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò
quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.
Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse
dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la
mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò
prendermi per un _Automato_, fatto per mano di qualche ingegnosissimo
artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva
ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me
fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente
affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola tra
_Glumdalclitch_ e il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune
parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto
fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato
sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio
nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane
che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso
della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora,
secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver
que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia
figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva
essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io
era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per
l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra
de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con
grande attenzione, che io era un animale _carnivoro_, con tutto ciò
ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior
parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le
talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro
credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur
ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che
d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli
Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un
aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali
osservarono che tutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro
taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i
distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già
avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un
Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza:
essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo
che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi.
Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamente
_Relplum Scalcath_, cioè che i Latini chiamano _Lusus Naturæ_:
Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui
Professori, sdegnando le _cause occulte_, colle quali i Discepoli
_Aristotelici_ cercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno
inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con
grande avanzamento delle umane conoscenze.
Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole
parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un
Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della
mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella
proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di
difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito
di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse
sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono
eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea
ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che
era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo
di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona
sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo
a solo: il confrontò poscia con _Glumdalclitch_, e con me; e corne non
traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi
ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura
di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a
starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo
scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una
Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva
per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era
onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul
modello di mio piacere, e di quello di _Glumdalclitch_ mi si lavorasse un
cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi
s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò
una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre
invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino,
col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un
letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e che
_Glumdalclitch_ si compiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue
mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di
lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali
loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di
molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso.
Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il
frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir
potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io
men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che
la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare
non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che
travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese;
avendo io conosciuto in _Inghilterra_ un Gentiluomo, che ne avea una più
grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la
chiave nella mia tasca, per timore che _Glumdalclitch_ non la perdesse.
Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta
pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle
nostre coperte da letto in _Inghilterra_; dovendo io confessare che durai
una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla
moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e
ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi
de’_Persiani_, e quella de’_Chinesi_.
A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che
ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola
mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile.
Stavasene _Glumdalclitch_ in piedi al mio canto per servirmi, e averne
cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in
comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli
che in tal genere vidi a _Londra_ in una bottega, che servia
d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea
l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento,
recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano
con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava
gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita
Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne,
ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di
vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che
era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto
dodici bifolchi _Inglesi_ divorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi
riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola,
con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala
era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al
talento mangione di lei esattamente si proporzionava quello del bere.
Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che,
come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la
Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re
nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella
buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare
al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri
giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi
assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione,
le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’_Europa_, ed io tutto faceva
per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure
che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con
estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio
racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi
allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro
commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni
dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta
forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente
accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con
uno scopio grande di ridere, se io era _Vuhig_, o _Tory_? Rivoltosi di
poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col
bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane
grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi:
e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i
lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi
intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro
vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che
disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo
continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia
indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia,
l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della
verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto
dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì
crudelmente vituperata.
Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare
somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar
cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo
d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion
di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava,
trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri;
l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che
se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di Dame _Inglesi_ in
tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la
pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione
di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte
il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea
che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi
sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente
vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra
sproporzione.
Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il
Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel
Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,)
in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto
di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto,
quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo
che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle
Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di
motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarlo
_Fratello_, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che
sono ordinarie ne’_Paggj_. In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato
il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi
pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una
somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino
d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il
vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle
ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran
risico d’affogarmi; poichè in quell’instante _Glumdalclitch_ si
trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia
caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi.
Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che
io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto,
ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono
quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta.
Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di
lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi
avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò,
avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità,
cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so
esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io
nutriva contra quel malizioso ribaldello.
Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che
molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo
stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io
medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra
il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e
toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella
situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di
far il suo colpo in tempo che _Glumdalclitch_ se n’era gita alla
Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e
unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre
nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva
una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon
minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me;
imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i
Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi
ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia
dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con
un solo buon carico di bastonate.
Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed
era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni
come me? eccone l’incontro.
In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose;
e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole,
col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi
lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si
adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi
facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non
riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla
non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per
iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso,
oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi
sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son
debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul
frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era
indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non
potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia
saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua
mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra
di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio
naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io
non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in
tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con
industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.
Mi risovvengo, che una mattina che _Glumdalclitch_ aveami adagiato sopra
il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni
di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non
mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor
del balcone, come noi in _Inghilterra_ attacchiamo le nostre gabbie,) mi
risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mie invetriate; e messomi
a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più
di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza,
facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante
Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se
l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa,
stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre
co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano
alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il
resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così
grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi
erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho
conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho
mostrati in molti luoghi dell’_Europa_. Al mio ritorno in Inghilterra,
tre ne ho regalati al Coleggio di _Cresham_, e il quarto l’ho ritenuto
per me.