CAPITOLO III.

L’Autore è condotto alla Corte. La Regina il compra dal Fattor di

Campagna, e il regala al Re. Ei disputa co’Professori di Sua Maestà;

è alloggiato in Corte, ed è assai ben veduto dalla Regina. Difende

l’onore della sua Patria, e con un Nano della Regina contrasta.

IL fatigante esercizio a cui io me ne stava condannato ogni giorno, avea

alterata in poche settimane la mia sanità; e pareva che il profitto che

di me ritraevane il mio Padrone, non servisse che ad accendere le brame

di lui per un guadagno maggiore. Io non aveva più appetito, ed era

orribile la mia estenuazione. Se ne avvide il Castaldo; e conchiuso

avendo che per poco tempo potrei durarla, risolvette di non risparmiare

cosa veruna per conservarmi una vita sì idonea ad aumentargli una

fortuna, onde aveane egli goduto di sì felici principj. In tempo di tali

divisamenti, sopraggiunse uno _Slardral_, o Scudiere della Corte, con

ordine al mio Padrone d’immediate condurmivi, per ricrear la Regina, e

le Dame di lei. Talune di queste già erano venute a vedermi, e

raccontate aveano le più incredibili cose della mia bellezza, e del mio

spirito. Sua Maestà, e tutto il suo seguito, restarono incantati al di

là di qualunque esagerazione; ed io postomi ginocchioni, chiesi di aver

l’onore di baciar i piedi della Regina; ma la graziosissima Principessa

(collocato che io fui sopra una tavola,) mi stese il picciolo suo dito,

che strinsi fralle mie braccia, e sulla cui estremità, col rispetto più

profondo, applicai le mie labbra. Mi fece ella alcune generali

interrogazioni in proposito al mio Paese, e a’viaggj miei; ed io supplj

con le riposte così chiaramente, e in sì pochi termini, che mai ho

potuto. Mi dimandò se volentieri passerei la mia vita in sua Corte: io

feci un umilissimo inchino; e con un’aria tutta ossequio, dissi di

appartenere al mio Padrone, ma che se io fossi l’arbitro di me

medesimo, sarei troppo felice di poter consecrar la mia vita in servigio

di Sua Maestà. La Regina allora ricercò al Fattore, se egli

inclinerebbe a vendermi? Ei, che credeva che un solo mese camparla non

potessi, non vi fece troppa difficoltà; e la sua dimanda fu di mille

monete d’oro che sul fatto stesso sborsate gli furono; ed io osservai

che ogni moneta era prodigiosamente massiccia. Ricevutasi la somma, dissi

alla Regina, che poichè allora io era l’umilissimo schiavo di Sua

Maestà, le chiedeva in grazia che _Glumdalclitch_, la quale sempre con

tanta tenerezza avea avuta cura di me, ammessa fosse al servigio di lei,

e continuasse a servirmi di nutrice, e di Maestra. Mi venne accordata la

supplica, e non fu difficile il conseguirne l’aderimento del Fattore,

molto ben contento che sua figliuola fosse allogata in Corte: e la povera

ragazza medesima, dissimular non potè la propia allegrezza. Se ne andò

il Padre bramandomi qualunque sorta di felicità, e aggiugnendo ch’ei

mi lasciava in buona condizione: non risposi parola; e di fargli una

picciolissima riverenza mi contentai.

Del freddo mio contegno ben avvidesi la Regina; ed uscito che fu il

Castaldo della stanza, ne fui interrogato della ragione. Presi la

libertà di dire a Sua Maestà, che io a colui non aveva altra

obbligazione, che di non aver egli schiacciata una miserabile picciola

creatura come me, quando mi avea rinvenuto nel suo Campo: obbligazione

tale, onde io mi credea a sufficienza disimpegnato, pel profitto che egli

avea ritratto in mostrandomi a mille e mille persone, e pel prezzo che

testè avea ricevuto da Sua Maestà: Che la vita che io avea menata da

che egli mi possedeva, era stata così penosa, che ammazzar potea un

animale dieci volte più robusto di me: Che infinitamente la mia

complessione ne avea patito per la fatica continua di ricreare qualunque

genere di uomini in tutte l’ore del giorno: e che se il Fattore creduto

non avesse in pericolo il viver mio, Sua Maestà non mi avrebbe avuto sì

buon mercato: Ma che trovandomi allora sotto la protezione d’una sì

grande, e sì buona Regina, lo Stupore della Natura, la Maraviglia del

Mondo, l’Amore de’suoi Soggetti, e la Fenice della Creazione; io mi

lusingava che si troverebbe deluso il timore del mio Padrone, poichè in

me io già risentiva a rinvigorire una nuova vita, che dell’Augusta

presenza di lei era l’unico effetto.

Si era questi il preciso del mio discorso; in cui, non vi ha dubbio, ho

commessi molti errori di lingua, e m’incantai molte volte; ma

l’ultima parte fu onninamente dello stile di quella Nazione, per alcune

frasi che, in andando alla Corte, mi furono suggerite da _Glumdalclitch_.

La Regina ne pur badò a miei sbagli nella lingua; parve bensì sopra di

trovare tanto spirito, e sì buon senso in un animale cotanto picciolo.

Mi pigliò in sua mano, e portommi al Rè, che stavasene allora nel suo

Cabinetto. Egli, che era un Principe austero, e di serietà, non

discernendo molto bene la mia figura, con aria fredda, e di sussiego,

dimandò alla Regina da quando in qua ella dilettavasi degli _Splaknuck_?

essendo che, per razza di somiglianti bestie ei mi prendeva, in tempo che

corcato sul mio stomaco me ne stava nella destra mano di sua Maestà. Ma

la Principessa, infinitamente spiritosa, ed allegra, mi mise in piedi ad

alto d’uno studiolo, e mi ordinò d’informare io medesimo il Re di

cio che mi risguardava; il che eseguii in pochi termini: e

_Glumdalclitch_, che mi attendeva fuor della porta del Gabinetto, e che

mal soffriva di non avermi sotto l’occhio, introdotta che fu, confermò

quanto era avvenuto dopo il mio arrivo in casa di suo Padre.

Il Re, tutto che fatto avesse il suo corso di Filosofia, e che si fosse

dedicato con istudio alle Matematiche, avendo attentamente esaminata la

mia figura, e scorgendomi passeggiare, prima che io parlassi pensò

prendermi per un _Automato_, fatto per mano di qualche ingegnosissimo

artefice. Ma udita che gli ebbe la mia voce, e trovato che io discorreva

ragionevolmente, non pote occultare il proprio stupore. Il racconto da me

fattogli della maniera del mio approdare al Regno di lui, per niente

affatto il persuase, e crede che fosse una concertata favola tra

_Glumdalclitch_ e il padre di lei, che mi avessero insegnate alcune

parole, e alcune frasi, affine di vendermi più caro. Un tal sofpetto

fecegli propormi alcune quistioni, alle quali in un modo assai sensato

sempre risposi, e senza diffetto di sorta, fuori d’un grand’imbroglio

nello spiegarmi, d’un cattivo accento, e di alcune espressioni villane

che in casa del Fattore io avea apprese, e che non erano del bell’uso

della Corte. Sua Maestà fece chiamare tre Professori, che allora,

secondo il costume del Paese, erano di settimana. Dopo di aver

que’Signori spiata per qualche spazio dell’alto al basso la mia

figura, furono di diversi pareri. Convennero solamente, che io non poteva

essere stato prodotto secondo le leggi regolari della Natura, perchè io

era privo del talento di poter conservarmi in vita, sia in volando per

l’aria, o in rampicando sugli alberi, o in iscavando in terra

de’buchi. Conchiuser eglino da’miei denti, che essi disaminavano con

grande attenzione, che io era un animale _carnivoro_, con tutto ciò

ignoravano quase stata fosse la mia nutritura; mercè che la maggior

parte degli animali a quattro piedi era troppo pesante per me; e le

talpe, del pari che alcune altre bestie, troppo leggiere. Secondo il loro

credere, non restavano che le lumache: ed alcuni altri insetti; e pur

ebbero la crudeltà di provar altresì co’dotti loro argomenti, che

d’un tal genere di alimento non poteva servirmene. Uno di quegli

Eruditi inclinava molto a credere che io fossi un Embrione, o al più un

aborto. Ma quest’opinione fu rigettata dagli altri due, i quali

osservarono che tutte le mie membra erano compiute, e perfette nel loro

taglio; e che, stanti gli contrassegni della mia barba, i cui pel i

distintamente ravvisavan essi con l’ajuto d’un Microscopio, io già

avea vissuti alcuni anni. A patto veruno non vollero riconoscermi per un

Nano, poichè inferiore a qualunque comparazione era la mia psccollezza:

essendo che il Nano favorito della Regina, il qual era il più picciolo

che si fosse veduto in quel Regno avea di altezza quasi trenta piedi.

Dopo molti dibattimenti, decisero di comun accordo, che io era solamente

_Relplum Scalcath_, cioè che i Latini chiamano _Lusus Naturæ_:

Definizione esattamente conforme alla nostra moderna Filosofia; i cui

Professori, sdegnando le _cause occulte_, colle quali i Discepoli

_Aristotelici_ cercano vanamente di mascherare la loro ignoranza, hanno

inventato questo maraviglioso scioglimento di tutte le difficoltà, con

grande avanzamento delle umane conoscenze.

Dopo una sì autentica decisione, chiesi la libertà di dire due sole

parole. Rivoltomi verso del Re, assicurai Sua Maestà che io veniva da un

Paese abitato da molti milioni d’uomini de’due sessi, e tutti della

mia statura; che gli Animali, gli Alberi, e le case, vi erano nella

proporzione medesima; e che per conseguenza io era del pari capace di

difendermivi, e di trovarvi la mia sussistenza, che verun altro suddito

di Sua Maestà nel suo Paese: e mi sembrò che una tale risposta fosse

sofficiente per confutare gli argomenti di que’Signori. Non replicarono

eglino che con un sorriso disprezzante; dicendo che io egregiamente avea

ritenuta la lezione statami dettata dal Fattor di Campagna. Il Re, che

era dotato d’uno spirito più penetrante ch’essi non l’erano, dopo

di aver licenziati i suoi Savj, fece cercare il Castaldo, che per buona

sorte non era per anche uscito di Città lo inquisì da principio da solo

a solo: il confrontò poscia con _Glumdalclitch_, e con me; e corne non

traballammo nelle risposte, cominciò a credere, che dir vero noi

ponessimo. Pregò egli la Regina di dar ordine che si avesse buona cura

di me, e credè ben fatto che la picciola mia balia continuasse a

starsene meco, giacchè si era accorto che assai ci amassimo

scambievolmente. Se le assegnò nella Corte un agiato appartamento, una

Governatrice che avesse l’impegno dell’educazione di lei, una serva

per abbigliarla, e due servidori per ubbidirle; ma quanto a me io era

onninamente affidato alle sue sollecitudini. Comandò la Regina che sul

modello di mio piacere, e di quello di _Glumdalclitch_ mi si lavorasse un

cassettino, perchè mi valesse di camera da letto. L’Operajo che vi

s’impiegò, essendo espertissimo, in men di tre settimane mi fabbricò

una stanza di sedici piedi in quadro, e di dodici in altezza con finestre

invetriate, una porta, e due stanzucce. Potea la fronte del cassettino,

col mezzo di due ganghesi, alzarsi ed abbassarsi, affine di riporvisi un

letto, che l’Arziere di Sua Maestà teneva di già allestito, e che

_Glumdalclitch_ si compiaceva di preparare ogni giorno colle proprie sue

mani. Un Artefice, che si era renduto famoso per la sua industria di

lavorare in picciolo, imprese di costruirmi due sedili cogli schienali

loro, e colle altre attenenze tutte, d’una materia rassomigliante di

molto all’avorio, e due tavole con uno studiolo per qualunque mio uso.

Era la camera imbottita da tutte le parti, insino il tetto, e il

frontispicio, a cautela delle disgrazie quali si fossero, e che avvenir

potevano per la negligenza, o balorderia de’portatori; e affinchè io

men mi risentissi dello scuotimento in andando in cocchio. Dimandai che

la mia Camera fosse serrata a chiavi, perchè i Topi, ed i Sorcj entrare

non ci potessero. Dopo molti esperimenti, un Operajo fu sì perito, che

travagliò la più picciola serratura che siasi mai veduta in quel Paese;

avendo io conosciuto in _Inghilterra_ un Gentiluomo, che ne avea una più

grande all’uscio della sua Casa. Feci quanto potei per mettere la

chiave nella mia tasca, per timore che _Glumdalclitch_ non la perdesse.

Diede por ordine la Regina, che si facessescelta della più fina seta

pe’miei panni, e questi panni non erano gran fatto più grossi delle

nostre coperte da letto in _Inghilterra_; dovendo io confessare che durai

una estrema fatica per avvezzarmi vi. Erano i miei vestiti tagliati alla

moda del Paese, la quale in sè stessa ha qualche cosa di decente, e

ritiene una spezie di mezzanità fra la maniera dell’abbigliarsi

de’_Persiani_, e quella de’_Chinesi_.

A poco a poco prese la Regina tanto piacere della mia conversazione, che

ella più non poteva andar in tavola senza di me. Io avea una picciola

mensa collocata su quella, alla quale pranzava Sua Maestà, ed un sedile.

Stavasene _Glumdalclitch_ in piedi al mio canto per servirmi, e averne

cura. I piatti, ed i tondi di mio servigio che erano d’argento, in

comparazione di quel della Regina, non eccedendo la grandezza di quegli

che in tal genere vidi a _Londra_ in una bottega, che servia

d’addobbamento in una casa di fantoccia. La picciola mia balia avea

l’attenzione di tenergli in sua tasca entro una scatola d’argento,

recandomegli a misura del bisogno, e pulendogli ella medesima. Mangiavano

con la Regina le sole due Principesse Reali; la maggiore di cui contava

gli anni sedici di età, e tredici anni, e un mese la minore. Era solita

Sua Maestà di porre sopra un de’miei piatti un pezzo di carne,

ond’io poscia ne trinciava il bisogno, ed era un gran suo diletto di

vedermi mangiare col sopraffine della delicatezza: mercè che ella, che

era una mangierina, gonfiava in una sola volta la sua bocca con quanto

dodici bifolchi _Inglesi_ divorar potrebbono in tutto un pasto; il che mi

riusciva uno spettacolo assai molesto. Per esempio, un’ala di Allodola,

con tutte le sue ossa, servivale per una sola boccata, e pure quest’ala

era più grande nove volte del più grosso Gallo d’Indie fra noi. Al

talento mangione di lei esattamente si proporzionava quello del bere.

Stabilita costumanza di quella Corte si era, che ogni Mercoledì, (che,

come già l’avvertii, passava colà come presso di noi la Domenica,) la

Regina, e tutta la Famiglia d’entrambi i sessi, pranzassero col Re

nell’Appartamento di lui. Io già di molto mi era innoltrato nella

buona grazia di quel Monarca il quale ogni Mercoledì faceami collocare

al sinistro suo lato, accanto d’una delle saliere; laddove negli altri

giorni, il mio posto si era alla man sinistra della Regina. Compiacevasi

assai il Principe d’intavolarmi quistioni sopra gli usi, la Religione,

le Leggi, e le Scienze de’Popoli dell’_Europa_, ed io tutto faceva

per contentare sopra questi punti la sua curiosità. Per quanto oscure

che naturalmente parer gli dovessero alcune cose, ei non ostante, con

estrema facilità le comprese, e maturamente profondo a qualunque mio

racconto ben riflettè. Ma non posso non confessare, che essendomi

allargato alquanto sul proposito della mia cara Patria: sopra il nostro

commerzio; i nostri scismi in fatto di Religione, e le nostre fazioni

dentro lo Stato, i pregiudizi dell’educazione ebbero sopra lui tanta

forza, che prendendomi sulla sua destra mano, e gentilmente

accarezzandomi con l’altra, ritenersi non potè dall’interrogarmi con

uno scopio grande di ridere, se io era _Vuhig_, o _Tory_? Rivoltosi di

poi al primo suo Ministro, che dietro di lui se ne stava in piedi col

bianco suo bastone in pugno, meditò quanto spreggevoli fossero le umane

grandezze, giacchè minuti insetti, qual mi era, tentavano di aspirarvi:

e pure, egli diceva, ardirei di scommettere che quest’insetti hanno i

lor titoli d’onore, che hanno piccioli nidi, e tane, che essi

intitolano Palagi, e Città, e che affettano splendidezza nelle loro

vestimenta, e ne’lor equipaggj; che amoreggiano, che combattono, che

disputano, che s’ingannano, che si tradiscono. Sul tuono medesimo

continuò egli per qualche tempo; ed io non saprei esprimere la mia

indignazione, nell’intendere un discorso, onde la Patria mia,

l’Augusta, la Maestra delle Arti e delle Scienze, il Soggiorno della

verità, e della Virtù, e dell’Onore, e l’Oggetto

dell’Ammirazione, e dell’invidia di tutto l’Universo, fosse sì

crudelmente vituperata.

Ma come, da una parte, io non era molto in istato di vendicare

somiglianti ingiurie; dall’altra, dopo di averci ben pensato, a dubitar

cominciai se veramente fossi stato ingiurato, o nò. Essendo che, dopo

d’essermi per alcuni mesi accostumato alla vista, e alla conversazion

di quel Popolo, e di aver osservato che ogni oggetto, che io risguardava,

trovavasi in una esatta proporzione di grandezze con tutti gli altri;

l’orrore che io avea conceputo da prima, si era talmente dileguato, che

se allora veduta avessi una truppa di Signori, e di Dame _Inglesi_ in

tutte le loro pomposità, e in tutte le affettate loro maniere che la

pulitezza prescrive, per vero dire, patita avrei una violenta tentazione

di ridere di essi di sì buon gusto, come il Re ed i Grandi di sua Corte

il facevan di me. Ciò che vi ha di certo si è, che poco poco vi volea

che io medesimo non mi rinvenissi ridicolo; quando la Regina, mettendomi

sopra la sua mano rimpetto ad uno specchio ove io poteva interamente

vederci emtrambi, accorgere mi faceva della sterminata nostra

sproporzione.

Nulla più acutamente mi punse, nè maggiormente mi mortificò, quanto il

Nano della Regina; il quale effendo di una piccolezza senza esempio nel

Paese, (e per verità, non arrivava affatto alla misura di trenta piedi,)

in tal modo insolenti, scorgendomi una creatura così menoma in confronto

di lui, e che gli affettava di risguardarmi dal di sopra al di sotto,

quando nell’Anticamera della Regina passava accosto di me, e in tempo

che io stava collocato sopra una tavola a disputare co’Signori, e colle

Dame della Corte; ed ei non trascurava altresì opportunità veruna di

motteggiarmi, del che io procurava di ritrarne vendetta, col chiamarlo

_Fratello_, collo sfidarlo, e con altre maliziosette furfanterie, che

sono ordinarie ne’_Paggj_. In tempo di pranzo un giorno, fu sì piccato

il picciolo briccone che non so che che io gli avea detto, che presomi

pel mezzo il corpo, in tempo che a tutt’altro io badava che a una

somigliante imminente disgrazia, mi lasciò cadere in un gran cattino

d’argento empiuto di fior di latte, dopo di che se ne fuggì come il

vento. Sprofondai in quella bianca sostanza perfino al di sopra delle

ciglia: e se non fossi stato un buon nuotatore, avrei corso un gran

risico d’affogarmi; poichè in quell’instante _Glumdalclitch_ si

trovava all’altra estremità della Camera, e sì spaventata per la mia

caduta fu la Regina, che non ebbe prontezza di spirito per soccorrermi.

Ma la mia Nutricina ben presto accorse, e mi tolse dal Catino, dopo che

io avea ingojato più d’un boccale di fior di latte. Fui posto a letto,

ma lode al Cielo i soli miei vestiti, interamente guastati, asciugarono

quella burrasca, non essendo accaduto alla mia persona male di sorta.

Molto bene restò stregghiato il Nano; e per maggiore mortificazione di

lui, fu costretto a tracannare il fior di latte tutto, in cui egli mi

avea gittato. Ma d’allora innanzi più egli in grazia non rientrò,

avendolo la Regina regalato di poi a una Dama della prima qualità,

cosicchè nol vidi mai più, cosa che assai mi piacque, perchè io non so

esprimere fin a qual segno mi avrebbe trasportato il livore che io

nutriva contra quel malizioso ribaldello.

Ei già per l’addietro aveami praticato un disobbligante scherzo, che

molto fece ridere la Regina, tutto che: se ne restasse ella nel tempo

stesso sì disgustata, che sul punto scacciato l’avrebbe, se io

medesimo non avessi avuta la generosità d’intercedere per lui. Sopra

il suo tondo, la Maestà Sua aveva preso un osso empiuto di midolla; e

toltane questa, rimesso avea ritto nel piatto l’osso medesimo nella

situazione stessa ond’egli era da prima. Il Nano, che avea aspettato di

far il suo colpo in tempo che _Glumdalclitch_ se n’era gita alla

Credenziera, montò sul sedile di lei, mi pigliò nelle sue due mani, e

unendo insieme le mie due gambe, mi collocò perfino al ventre

nell’osso votato della midolla, ed ove, negar non si può, io faceva

una figura sovranamente ridicola. Credo che scorso siasene un buon

minuto, innanzi che niuno sapesse ciò che fosse accaduto di me;

imperocchè mi sembrava una mia viltà se gridato avessi. Ma come i

Principi di rado mangiano caldo, le mie gambe nulla patirono; e non vi

ebbe che le mie calze, e i miei calzoni, che la nuova foggia

dell’Avventura pagarono. A mia intercessione se la passò il Nano con

un solo buon carico di bastonate.

Mi motteggiava spesissimo la Regina in proposito alla mia timidezza: ed

era solita di dimandarmi se i miei Compatriotti sossero sì gran poltroni

come me? eccone l’incontro.

In tempo di State, le mosche di quel Regno sono furiosamente tormentose;

e questi odiosi insetti, che tutti sono del taglio delle nostre Allodole,

col loro continuato ronzio d’intorno alle mie orecchie, non mi

lasciavano momento di quiete nel frattempo del mio pranzare. Talvolta si

adagiavano sulla mia pietanza; ed erano eziandio sì impertinenti, che vi

facevano le lordure loro; cosa che, per vero dire, in vedendola, non

riusciva troppo saporosa per me, ma che i Naturali del Paese ravvisarla

non potevano, poichè i lor occhj non erano sulla forma de’miei, per

iscorgere oggetti così minuti. Alcune fiate si posavano sul mio naso,

oppure sulla mia fronte, e mi pugnevano perfino al vivo; lasciandovi

sempre de’marchj di quella vischioso materia, a cui elleno son

debitrici della facoltà di camminare con la testa in giù sul

frontispizio di qualunque corpo, come dicono i Naturalisti. Era

indicibile il mio fastidio per difendermi da que’sozzi animali; e non

potea di meno di stranamente agitarmi quando essi calavano sulla mia

saccia. Una delle ordinarie malizie del Nano si era, di afferrare in sua

mano un buon numero di que gl’insetti, a somiglianza degli Scolari fra

di noi, e poscia di lasciargli volare di tutto un tratto sotto il mio

naso, affine di farmi paura, e nel tempo stesso per ricrear la Regina. Io

non sapeva altro rimedio che di tagliargli a pezzi col mio coltello, in

tempo che svollazzavano per l’aria: Esercizio che io adempieva con

industria tale, che mi attraeva gli applausi di tutti gli Spettatori.

Mi risovvengo, che una mattina che _Glumdalclitch_ aveami adagiato sopra

il margine d’una finestra, cosa che ella avea in costume tutti i giorni

di bel sereno, per farmi prendere un poco d’aria, (essendo che io non

mi arrisicava di lasciar appendere il mio cassettino ad un chiodo fuor

del balcone, come noi in _Inghilterra_ attacchiamo le nostre gabbie,) mi

risovvengo, dissi, che avendo alzata una delle mie invetriate; e messomi

a sedere alla mia tavola per far con un marzapane la mia colezione, più

di venti vespe, invitate dall’odore, s’introdussero nella stanza,

facendo più rumore col loro ronzio, che far nol potrebbono altrettante

Cornamuse. Gettaronsi alcune sopra il mio marzapane, e a pezzi a pezzi se

l’asportarono, si misero altre a svolazzare d’intorno alla mia testa,

stordendomi col loro susurro, e cagionandomi uno spavento non mediocre

co’loro pungoli. Ebbi, non ostante, il coraggio di levarmi, di dar mano

alla spada, e di assalirle nell’aria. Quattro ne uccisi, andossene il

resto, e chiusi la finestra dietro di loro. Erano quelle bestie così

grandi come le nostre Pernici. Presi i loro pungoli, e trovai che essi

erano lunghi un pollice e mezzo; e così aguzzi come le aguglie. Gli ho

conservati tutti con somma cura, e con alcune altre curiosità gli ho

mostrati in molti luoghi dell’_Europa_. Al mio ritorno in Inghilterra,

tre ne ho regalati al Coleggio di _Cresham_, e il quarto l’ho ritenuto

per me.

Viaggj del Capitano Lemuel Gulliver in Diversi Paesi Lontani · 第 29 / 60 题