_A Ersilia Majno_
Sacra infanzia del povero, io ti vidi
soffrire e mendicar per tutti i lidi.
Vidi fragili carni avvelenate
da tabe; esili membra già piagate
da i colpi; labbra fatte pel sereno
riso, schiudersi al ghigno, al detto osceno;
grandi occhi d'innocenza aperti in fondo
a turpi abissi; anime dal profondo
palpito, ansanti verso la bellezza
del mondo, anime piene di dolcezza
e d'impeto, stroncarsi al giogo, intrise
di melma e d'odio, mutilate, uccise.
Sacra infanzia del povero, io lo sento
entrar ne le mie fibre il tuo lamento.
Viene da i bassi vicoli ove i muri
sanno l'istoria di delitti impuri;
da i rossi forni de le vetrerie,
da i fondaci, da i porti, da le vie
d'esilio, da le torride solfare,
da le soffitte strette come bare,
da tutti i luoghi ove son vite ardenti
di bimbi oppressi, torturati a lenti
spasimi, deturpati in mille forme
di servaggio e d'infamia, a torme a torme.
Noi, liete madri di superba prole
che va coi piè ne i fiori e il viso al sole,
non lo vogliamo, su le creature
nostre, il rimorso de le tue torture;
non le vogliam, le viscere de' tuoi
martiri, per nutrire i nostri eroi.
Coi rosei figli su le forti braccia
di te veniam, fra sterpi e fango, in traccia;
su te gettando, con l'amor che ignori,
gioia di baci e nuvole di fiori;
te guidando con gesto ardente e pio
ove ogni vita tocca il suo disìo.
Oh, madri anche per te!... Le consacrate
viscere che a crear furon create,
tanta han potenza in lor gioir fecondo
da contener tutto l'amor del mondo.
Vieni coi nostri figli, benedetta
com'essi, al sole, a l'avvenir che aspetta.
Vieni al robusto anelito, a la febbre
de la conquista e de la gloria, a l'ebbre
ore di gaudio che la vita dona
quando al suo bacio il forte s'abbandona:
godi il tuo maggio e cogli il frutto e il fiore,
fra cielo e terra respirando amore.