Ma! se gli ambasciadori pure se ne mischiano!
Non era poi tutto il possedere un secreto di Stato; bisognava
sapersene servire. Un congegno di guerra è una forza quando lo si sa
adoperare: un cannone d'acciaio a retrocarica, nelle mani di un
selvaggio è un imbarazzo.
Bambina si trovò dunque singolarmente imbarazzata quando ella fu in
possesso di quell'arma, di cui suo fratello aveva con entusiasmo
celebrato l'efficacia.
Per mettere in moto quella batteria occorreva arrivare fino al re
stesso; perocchè e' sarebbe stato forse inutile, forse pericoloso,
rivolgersi ai ministri.
Il P. Piombini si era sentito male dopo ch'egli ebbe affidato a
Bambina quel terribile _sésame ouvre-toi_, e da due giorni non
discendeva più al confessionale. Ella non poteva dunque dimandargli
consiglio. Ella non concepì neppure l'idea di consultare lady Keith,
la quale avrebbe certo domandato di penetrare più addentro in quel
mistero e l'avrebbe probabilmente sventato. Bambina aveva giurato di
non più vedere il barone di Sanza. Ella non aveva giammai visto certe
altre persone di cui suo fratello le aveva ragionato: il farmacista
Don Grazioso, ed i due amici del marchese di Tregle: il barone Colini
e Don Gabriele, che vivevano con lui, in casa di lui. La natura della
comunicazione che ella aveva a fare l'obbligava a vedere gli uomini
della reazione, cui ella aveva in orrore.
Bambina non era una donna politica.
La donna politica è un aborto di uomo, sovente una donna abortita o
una virago che si appropria tutto ciò che il sesso forte ha di più
lurido: la crapula, il tabacco, l'assisa, gli andamenti scompigliati,
le dottrine fantastiche e velenose, gli odi antisociali, gli
entusiasmi balordi, i feticismi ridicoli.... La donna è aristocratica
per diritto divino. La sua fibra fina e nervosa, suscettibile
unicamente di due crisi: l'esaltamento e l'abbiosciamento, la rende
propria ad essere signora o schiava, regina o cortigiana. Ella non è
tagliata per la libertà, che è l'equilibrio. Nel focolare domestico,
la donna è regina; fuori di lì ella è essenzialmente cortigiana. Ove?
quando la donna è libera? Ella è dunque per istinto partigiana del
despotismo. Per collera, per vanità, per interesse gualcito, per
ambizione calcolata, per amore, talvolta pure per educazione scelta,
la donna può appassionarsi per le libere forme del governo e per un
più savio organamento sociale. Tuttavolta, questo stato fittizio e
sovraposto non modifica la sostanza della sua natura, ma la modalità
della manifestazione. L'organo della libertà è il cervello, e
propriamente i lobi cerebrali, sede dell'intelligenza e della
volizione, secondo Flourens. La donna.... ha un altro organo.
Bambina aveva sovente udito parlare di politica da suo fratello, dal
conte di Craco, da Tiberio; ma non si era formata una idea precisa
della libertà se non quando avea visto il vescovo Laudisio e la
polizia interdire a suo fratello il diritto di vivere. Ella avea
allora compreso il despotismo come fatto, ma il suo spirito non si era
fermato a scandagliare il despotismo come diritto. Di guisa che ella
brancolava in un caos ove i principii si urtavano ed ove il
compromesso delle idee monarchiche costituzionali le sembrava poco
sicuro ed illogico. La sensazione è sempre più logica che la
riflessione. Non conoscendo al giusto ciò che i patrioti volessero,
ella non si passionava per loro, e non pesava per conseguenza l'atto
cui andava a compiere in vista puramente di un interesse di famiglia.
Se ella avesse meglio capito, si sarebbe certamente astenuta. No; ella
non avrebbe giuocato il suo onore, la sua vita, i destini d'Italia,
come le aveva detto il P. Piombini, contro qualche mese, sia pure
qualche anno di prigionia di suo fratello. L'ignoto la terrorizzò.
Bisognava nonpertanto agire. Bisognava ad ogni costo giungere fino al
re. Ella aveva dapprima pensato di rivolgersi alla regina. Ma aveva
udito parlare con tanto risentimento contro la durezza, l'albagìa, la
cattiveria di quell'austriaca, sì fatale ai Borboni di Napoli, che
Bambina si spaventò di trovarsi alla presenza di lei. Preferì il re,
cui dicevano più accessibile, assai pio, plebajuolo. Ma in che modo
prendervisi? Ella ignorava come si dimandassero le udienze: in ogni
caso prevedeva d'istinto che anche ottenutala, quell'udienza,
l'audizione sarebbe stata ritardata. Ed infrattanto suo fratello
soffriva e la sua sorte si decideva forse. Una parola, cui colse al
volo in una conversazione degli amici di lady Keith, le servì
d'ispirazione.
Si parlava di una manifestazione che aveva avuto o doveva aver luogo
contro l'ambasciatore d'Austria principe di Schwartzemberg, cui si
considerava come l'istigatore principale della reazione e della
resistenza del re ai principii più liberali che cominciavano a farsi
giorno anche a Roma! Lady Keith odiava il principe austriaco,
considerandolo come l'autore dell'ostilità cui la Corte di Napoli
mostrava allora a Pio IX--al Pio IX di fantasia che avevamo fabbricato
nel 1847 pel bisogno della nostra causa. Ed a causa di ciò l'antipatia
di lady Keith pel re erasi aumentata. Si rallegravano dunque
dell'insulto che l'inviato del principe di Metternich stava per
ricevere. Non era cotesto un indicare a Bambina l'uomo a cui ella
doveva rivolgersi per penetrare fino al re! In ogni caso, le sembrò
più facile di abbordare il principe di Schwartzemberg che Ferdinando
II.
Gli amori di questo principe con una dama napolitana avevano fatto un
certo strepito. Lo si diceva uomo grazioso, che lasciavasi facilmente
avvicinare, non altiero che con i suoi pari, cavalleresco verso le
donne. Forse se ne esageravano i difetti, le qualità, l'importanza. I
popoli schiavi portano sempre gli occhi armati di lenti di
ingrandimento. Comunque si sia, Bambina si decise a domandarle
un'udienza.
Ella si presentò al palazzo dell'ambasciata alle dieci. Le si domandò
cosa chiedesse.
--Parlare al signor ambasciatore.
--Sua Eccellenza è uscita a cavallo, rispose il lacchè.
--Aspetterò.
--Se è per affari dell'ambasciata, bisogna rivolgersi alla segreteria,
al pian terreno, a sinistra.
--Mi occorre di parlare direttamente e personalmente al principe.
--Avete voi una lettera di ammissione o di raccomandazione?
--Non ho proprio nulla. Ma debbo intrattenerlo di cose, che non
possono essere comunicate se non a lui solo.
--Noi conosciamo cotesto. Tutti i mendicanti che vengono ad
importunarci per delle limosine hanno a favellare direttamente con Sua
Eccellenza.
--Io non vengo a mendicare, signor lacchè. Vi ripeto che ho una
comunicazione grave da fare al principe.
--Diavolo! diavolo! borbottò il lacchè, o che le damigelle della
borghesia si mischino anch'elle della partita?
--Io non vi comprendo.
--L'è proprio vero? Il principe riceve molte donne. Le une, per.....
voi sapete? le altre per affari di Stato. Voi siete una bellissima
donzella, è vero. Lavorate voi per.... conto vostro, o per conto dello
Stato?
Bambina arrossì e non rispose. Si assise. All'istesso momento si udì
uno strepito di cavalli nella corte, poi un rumore di passi nelle
scale.
--È Sua Eccellenza, gridò il lacchè: tiratevi da banda.
Bambina, al contrario, si precipitò verso il ballatoio, e gridò:
--Signore ambasciatore, sbarazzatemi, di grazia, dalla petulanza dei
vostri domestici. Ho bisogno di parlarvi, all'istante da solo a sola,
per interessi considerevoli.
Il principe di Schwartzemberg si fermò di corto e squadrò attentamente
la fanciulla, cui l'animazione rendeva più bella. E' fu colpito dalla
voce, dal sembiante, dal contegno, dall'accento, dalla voltura della
frase, dalla limpidità cristallina dello sguardo, dall'emozione
ch'ella manifestava.
--Entrate, signorina, disse egli infine, salutando pulitamente
Bambina.
Una doppia siepe di lacchè incipriati e gallonati salutò fino a terra.
Il principe precede, aprendo la porta per lasciar passare Bambina.
Essi traversarono così parecchie sale e saloni ed arrivarono al
gabinetto particolare del principe. Bambina non vide nulla, non guardò
a nulla. Si fermarono in quella stanzina, che non aveva altre porte.
Bambina, senza esservi invitata, si lasciò cadere sopra un canapè.
L'emozione l'aveva spossata.--Il principe di Schwartzemberg si assise
a fianco a lei, all'altra estremità del canapè e si scoprì
rispettosamente.
Vi era nell'aria di Bambina qualche cosa di così serafico che
imponeva. Impossibile di supporre in lei la minima cosa di equivoco e
di vergognoso. La trasparenza de' suoi occhi riproduceva le più
piccole ondulazioni del suo cuore. Il meno osservatore avrebbe
affermato, vedendola, ch'ei non aveva a fare con una avventuriera. Poi
Bambina possedeva una di quelle bellezze fulminanti che paralizzano
l'anima come la scossa della torpedine: si restava da prima
abbarbagliato, poi fascinato. Il principe la contemplava senza
interrogarla, per paura di vedere l'apparizione dileguarsi troppo
presto, e per rispetto. Bambina dal canto suo, vivamente imbarazzata,
tacevasi, attendendo per deferenza che l'ambasciadore le avesse
diretta la parola.
--Signorina, disse infine il principe di Schwartzemberg per venirle in
aiuto: a chi ho l'onore di parlare?
--Signore ambasciatore, rispose Bambina, il mio nome non vi
apprenderebbe nulla quando lo avreste conosciuto. Io sono una povera
creatura di provincia, cui non chiamano neppure per il suo nome di
battesimo, perchè non mi conoscono che con il soprannome di Bambina.
--Nome delizioso! sclamò il principe.
--Ho insistito per vedervi, signore, continuò Bambina, perchè voi solo
potete, senza ritardo, introdurmi appo il re.
--Appo il re?
--Gli è a lui ch'io debbo parlare.
--Ma di che si tratta signorina?
--Signore, vi scongiuro di non interrogarmi. Io ho un'intera
confidenza in voi; ma voi non potete ciò che puote il re.
--Evidentemente. Nondimeno, per presentarvi a S. M. bisogna che io mi
sappia chi io presento, per quale affare io commetto questa grave
infrazione alle regole diplomatiche.
--Ecco appunto ciò che è impossibile, signor principe. Per una
conseguenza triste e formidabile, io mi sono trovata in grado di
apprendere un secreto terribile che riguarda la sicurezza della
corona. Io non posso rivelarlo che al re, al re per il primo in vostra
presenza.
--Ma avete voi un altro interesse, signorina, rivelando questo
secreto, oltre il dovere di suddita fedele?
--Senza dubbio, signore. Credete voi che io farei tante istanze
unicamente per salvare la corona di un re, che io non conosco, e che
m'inspira pochissima simpatia?
Il principe di Schwartzemberg sorrise. Poi soggiunse:
--La situazione cangia allora, signorina. Dappoichè voi non siete
un'eroina....
--Chi ve lo dice, signore? interruppe Bambina con vivacità. No, io non
sono una eroina realista. Ma se voi sapeste ciò che questo secreto mi
costerà, voi fremereste ed avreste pietà di me. Voi non ammettete
dunque l'eroismo che in una sola sfera?
--Perdono, no, signorina. Ma l'eroismo si rimpicciolisce, se non
scompare affatto, quando diviene un oggetto di scambio. Ora, ei mi
sembra, se ho ben capito, che voi avete qualche cosa a dimandare al re
come prezzo di codesto terribile secreto. E, dapprima, che sapete voi
che codesto che voi possedete sia proprio un secreto, e che quel che
voi credete tale non fosse da noi conosciuto?
--Voi nol conoscete, voi non sapreste neppur sospettarlo. Se poi io mi
inganno, ebbene, me ne rimetto alla vostra coscienza, rigettate le
condizioni che io propongo.
--Quali sono almeno codeste condizioni?
--Non posso neppur dirvele. Le apprenderete alla presenza del re. Ma,
ve ne supplico, non insistete per istrapparmi ciò che ho il dovere di
custodire. Io non domando nulla per me. La grazia che otterrò per un
altro è un decreto di morte per me. Lo vedrete! voi potete confidarvi
a me.
La proposizione di Bambina aveva qualche cosa di così strano, ma
altresì di così ingenuo, di così innocente, di così convinto, che il
principe di Schwartzemberg restò perplesso. Aveva egli a fare con una
Madonna o con una intrigante, commediante perfetta? Egli osservò
Bambina con attenzione più concentrata, ed esitò ancora.
--Ciò che voi domandate, signorina, soggiunse egli, è impossibile. Non
si presenta al re dei logogrifi. Ciò che potrebbe, tutto al più, un
ministro della polizia, in vista della sicurezza pubblica, non se lo
può permettere il rappresentante di una potenza estera. Io ho dunque
il rammarico di rifiutarvi il mio concorso.
Bambina si alzò. Ella era divenuta pallida ed i suoi occhi navigarono
nelle lagrime. Vedeva le sue speranze naufragate, e non un'altra vela
all'orizzonte. Aver tanto osato! aver compromesso tante cose sante!
calpestato la sua anima ed il suo pudore per metter capo ad uno
scacco! Ella aveva i brividi di avere a ritornare al gesuita, e di
fargli delle nuove concessioni.
--Perdonatemi, signore, balbettò Bambina con voce soffocata. Io non
sospettava la serietà degli ostacoli che intravedo adesso. Non so che
farò. Possiate non rimpiangere di non avermi esaudita.
--Signorina, disse il principe, alzandosi a sua volta, vogliate
comprendermi bene. Io non insisto per sapere il vostro secreto nè ciò
che vogliate in ricambio domandare al re. Ma infine indicatemi, ve ne
prego, con quale formola bisogna che io supplichi S. M. di ricevervi!
--E voi, ambasciatore di una grande potenza, dimandate ad una povera
creatura di provincia una formola di corte per compiere un atto di sì
alta gravità? sclamò Bambina. Io ho sempre udito, nel mio casale, che
il motto: salvezza dello Stato! era magico nella bocca dei ministri.
Come noi ignoriamo tutto ciò che si attiene ai nostri padroni!...
--Ahimè! se re Ferdinando fosse un uomo da capire la divina poesia
della bellezza, io avrei stuzzicata la sua curiosità dicendogli che se
egli non apprendesse nulla di nuovo, egli avrebbe per lo meno visto
nella sua vita la forma più ideale del bello muliebre. Ma S. M. non
comprende che le celesti bellezze della santa Vergine, passando per la
bocca lipposa del suo confessore. In fine, io vado ad intrigarlo col
mistero lavandomi le mani e lasciandolo giudice se egli debba o no
ricevervi. Volete, signorina, farmi l'onore di ritornare qui domani o
di lasciarmi il vostro indirizzo?
--Ritornerò. Io abito in casa di lady Keith, al Vomero. Ma, ve ne
scongiuro, non mandatemi a cercare: io vi ricevo un ricovero
caritatevole.
--In casa di lady Keith? gridò il principe di Schwartzemberg.
Comprendo alla fine. Il re vi riceverà senza fallo. Io ve lo
garantisco. Forse vorrà desso vedervi stassera stessa.
--No, stassera. Io non avrei alcuna scusa per allontanarmi dalla villa
la notte.
--Un'ultima parola, e ve ne prego vogliatemela perdonare. Vi è in
tutto codesto qualche cosa di cui avremmo ad arrossire? Una macchia ad
una stella....
Bambina si coprì il viso colle mani ed interruppe il principe con un
singhiozzo.
--Io non sono una spia, gridò essa. È un sacrifizio di morte che io
perpetro e non un'azione infame. Ma al postutto, io non ne so nulla.
Io pago un debito.... Se fo del male a qualcheduno, gli è che io non
posso altrimenti scongiurare il pericolo d'un altro.... Siate
indulgente, signore. Se voi sapeste il decreto fatale che mi pesa sul
capo, voi sareste misericordioso come Gesù. No, non mi disprezzate,
no: io non sono nè spia, nè venale.
--Scusatemi, signorina, io non aveva alcuno intento di oltraggiarvi.
Sono rassicurato. Credo anzi di avere indovinato.
Il principe non aveva indovinato, poichè supponeva che Bambina avesse
sorpreso un secreto in casa di lady Keith, cui si sapeva bazzicata da
cospiratori, e che la giovinetta se ne servisse per rendere servigio
ad un innamorato. Egli accompagnò Bambina fino all'anticamera e tutto
il giorno pensò a lei.
Il re, incuriosito dell'istoria che il principe gli raccontò in modo
abile, consentì a vedere Bambina, dopo aver fatto, ben inteso, una
certa preghiera, per dimandare l'ispirazione divina. Egli confessò più
tardi al principe che la memoria di Carlotta Corday aveva traversato
il suo spirito, non ben nudrito di storia pertanto. Fu dunque
convenuto che il dì seguente il re si sarebbe recato a Capodimonte e
che quivi, incontrando come per caso il principe di Schwartzemberg,
questi gli avrebbe presentato la giovinetta. Il principe si astenne
bene dal parlare a S. M. della stupenda bellezza della spiona; egli
aveva paura di allarmare la pietà di questo sovrano che credeva la
bellezza soppannata sempre di uno strato di ovatta diabolica. Il
principe fece brillare innanzi agli occhi del re la circostanza della
dimora della giovinetta, fin là restata sempre impenetrabile agli
agenti della polizia napoletana ed a quelli della diplomazia
austriaca.
Il re, dal lato suo, era felice di apprendere qualche cosa, non avesse
pure la gravezza che le attribuiva Bambina, un poco per paura della
sua personale sicurezza, ma principalmente per umiliare il suo
ministro della polizia, il quale si vantava di salvarlo, due volte
ogni ventiquattr'ore, e si faceva pagare il salvamento.
Ferdinando II era prodigiosamente avaro.
L'indomani, il principe di Schwartzemberg aspettava Bambina con
ansietà; e, per esser veri, e' bisogna aggiungere ch'era la donna anzi
che la salvatrice, cui egli sospirava rivedere. Bambina giunse alle
dieci. La s'introdusse immediatamente. Il principe gridò, scorgendola:
--Il re vi riceverà a mezzodì, a Capodimonte, signorina. Noi abbiamo
quindi un'ora da attendere. Cosa posso io per farvela passare
aggradevolmente?
--Se io fossi divota, signor ambasciatore, vi supplicherei di
lasciarmi sola in un cantuccio del vostro palazzo per pregare.
--E non essendo divota?
Bambina sorrise dell'interruzione, e ripigliò:
--Ahimè! non essendo divota, oso dimandarvi in grazia di apprendermi
come si parla ai re.
--Ai re, è una cosa; a Ferdinando II, è un'altra. Vi dirò dunque in
vettura come avrete a comportarvi con quella maestà.
Un'ora dopo, un _coupé_ colle bendinelle abbassate, senza stemmi, col
cocchiere senza la livrea del principe, volava lungo la strada di
Toledo verso Capodimonte.
A quell'ora stessa, il padre Piombini si recava da lady Keith, per
accattare uno sguardo di Bambina e respirare l'aria imbalsamata dal
fiato di lei; e Don Diego, il disgraziato Don Diego, passava per le
prove più spaventevoli della sua vita.