Diamo un tonfo nell'inferno.
L'ho detto: Don Diego era stato arrestato alla dimanda di monsignor
Cocle. Don Domenico Taffa vedendo i suoi progetti rovesciati, aveva
dato a credere al confessore patentato di Sua Maestà, che il prete
provinciale li aveva corbellati ed aveva gittata sua sorella nelle
braccia del padre Piombini.
Monsignor Cocle aveva di già dell'odio cumulato contro il gesuita, cui
si proponeva al re come direttore della sua coscienza reale, meno male
in fama che l'attual direttore. La regina, che l'aveva conosciuto a
Vienna come ministro del duca di Modena, l'aveva di già consultato in
due o tre circostanze, sopra secreti di anima o di Stato ch'ella aveva
voluto sottrarre alla cognizione del vescovo di Patrasso.
L'aristocrazia, la gente di corte, andavano, di preferenza, a lavare
la loro coscienza dal gesuita, anzi che da monsignor Cocle, ciò che
stupiva il re. Ferdinando II cominciava a prestare l'orecchio alle
accuse contro il suo vescovo, ed agli elogi del gesuita. Si
susurravano da orecchio ad orecchio le buone fortune del padre
Piombini appo le dame del gran mondo; mentre che il vescovo di
Patrasso asciolveva, pranzava e cenava del suo grossolano pasto
ordinario,--la figlia di un fabbricatore arricchito. Quest'ultimo
colpo,--il ratto di Bambina,--metteva il colmo a l'esasperazione di
monsignor Cocle. Egli ne disse accortamente due parole al conte di
Altamura, dapprima per scoprire la bella donzella scomparsa, poi per
castigare il frate insolente che gli aveva tirata la coppa dai labbri.
Nè il conte di Altamura nè il marchese di Sora non poterono annasare
ove si celasse Bambina. Essi non avevano l'occhio in casa lady Keith,
quand'anche i sospetti si fossero portati verso quelle latitudini;
Bambina non aveva lasciata traccia della sua fuga; la dama irlandese
l'aveva spoglia immediatamente della nera guaina di monaca. Il fulmine
ricadde allora in pieno sopra Don Diego. Gli agenti del conte di
Altamura lo arrestarono una sera nella strada, lo gettarono in una
vettura e lo condussero dritto a S.a Maria Apparente,--terribile
prigione preventiva di polizia,--incarcerandolo sotto l'accusa di
cospirazione contro lo Stato.
Don Raffaele, il carceriere in capo, lo cacciò senz'altro nella più
orribile segreta.
L'arresto fu significato al ministro della polizia.
Il marchese di Sora era di già gelosissimo e profondamente ulcerato
della parte importante che il conte di Altamura si attribuiva nella
polizia del regno e sopra tutto della parte indipendente che vi si era
tagliata. Il re gli aveva accordato di agire al di fuori dell'autorità
ministeriale. Perocchè Ferdinando II, diffidando di tutti, aveva
organizzato nell'amministrazione lo spionaggio mutuo, non perchè
l'amministrazione funzionasse meglio, ma perchè non lo giuntassero
nella parte ch'ei prelevava sulle ladrerie e sulle mance dei
funzionari. Tutti i ministri gli presentavano questa parte del
profitto del brigantaggio amministrativo sotto il nome di _risparmio_.
Ferdinando II dava, dalla sua parte, venti soldi per una messa e
pregava Iddio per la prosperità del suo regno. Egli sapeva che il
_suo_ popolo era divorato «fino all'osso», come diceva Richelieu. Egli
avrebbe potuto ripetere come il reggente: «Se io fossi suddito, mi
rivolterei.» Egli ripeteva come il suo bisavolo, Carlo III di Spagna,
quando volle sbarazzar gli Spagnuoli dei gesuiti: «Essi sono come i
fanciulli: piangono quando gli si netta!»
Il marchese di Sora mandò dunque un suo commissario per cominciare
l'istruzione e sottomettere Don Diego all'interrogatorio. Egli aveva
un gran desiderio di presentare al re, anche una volta, un arresto
arbitrario, avventato ed avventurato, forse per ragioni private, su
falsi dati. Ma gli era mestieri che Don Diego risultasse innocente,
dopo le prove più spaventevoli per le quali si farebbe passare. Se Don
Diego soccombeva, tanto peggio per lui. E' non si trattava qui della
sua innocenza o della sua colpevolezza, ma dell'onore e dei rancori
del ministro. Il commissario Gravelli non pertanto era umano e
discreto. Il marchese di Sora lo sapeva e contava su di ciò.
La segreta, ove avevano immerso Don Diego, era a cinque o sei metri al
di sotto del livello del suolo, praticata in un gomito che faceva la
cloaca collettrice di tutte le sentine dello stabilimento. L'aguzzino
ed il prigioniero discendevano, mediante una scala mobile, in un
corridoio stretto, che corre lungo le segrete scavate nel muro delle
fondamenta ove sono le porte. Un piccolo abbaino a cancello di ferro
tagliato sulla porta dava aria alla muda. Di luce, non era proposito:
le tenebre eterne vi regnavano come sulla pelle del negro. Il
prigioniero non vi poteva restare nè in piedi nè coricato: in piedi,
egli avrebbe potuto considerarsi ancora come un uomo: coricato, egli
vi avrebbe forse trovato la ridente illusione del sepolcro.
Un'infiltrazione perpetua di un liquido nero, glutinoso, che avrebbe
asfissiato il faro del Molo, sgocciolava lentamente, colla regolarità
di una clepsidra, e cangiava il suolo in un fondo di pozzo melmoso ove
brulicavano degl'insetti cui l'entomologia non ha ancora classificati.
Nelle condizioni psicologiche della vita ordinaria e normale, non vi
si sarebbe potuto vivere ventiquattro ore. Ma nell'eretismo
dell'anima,--in cui debbe trovarsi naturalmente un uomo seppellito in
quell'inferno,--la vita acquista un'intensità sovrumana.
Don Diego vi restò quaranta giorni.
Gli si portava una libbra di pane al giorno ed una brocca d'acqua.
Egli viveva, agginocchiato, la bocca costantemente applicata allo
abbaino sulla porta. Un buco aperto, in un lato, centuplicava
l'infezione. I suoi abiti erano saturati dell'orribile distillato
della vôlta. Aveva freddo,--il peggiore dei freddi, quello che viene
di dentro, e perciò dal cuore e dalla midolla allungata, che si
agghiadano a spese del cervello. Impossibile di distinguere nulla in
quel sotterraneo da maiali. Non pertanto, quando le pupille, a forza
di aguzzarsi, si erano dilatate come due rosoni da cattedrale, si
scorgevano ancora delle orride piccole lucertole giallastre strisciar
lungo le parete. Il silenzio--un silenzio da steppe--lo schiacciava.
Egli non udiva più, degli strepiti della vita, che il tintinnio
cadenzato delle vene delle tempia, e la gocciola di umidità che
cadeva. Non pensava più; ma dei vaneggiamenti indistinti, dei delirii,
delle allucinazioni, dei briccioli d'idee, delle reminiscenze confuse,
delle aspirazioni strangolate, venivano a rompersi sotto la volta del
suo cranio, come le onde del mare sulla sponda. Se egli avesse creduto
giammai alla spiritualità dell'anima,--di un'anima come un gioiello in
uno scrigno,--ne avrebbe dubitato adesso.
Otto giorni dopo essere stato macerato così, non vedendo il secondino
che ogni due giorni per qualche secondo, e' fu infine trascinato
innanzi al commissario di polizia, in una vasta sala, il cui mobilio
lo spaventò.
Egli vedeva delle corde pendere da anelli confitti alla vôlta, delle
catene ribadite alle mura, dei cavalletti, dei fasci di verghe, degli
arganelli di cui doveva apprendere l'uso, una specie di letto da
campo, tutto un arsenale di ferraglia, di fornelli. E' credette un
istante che, sendosi addormentato nel XIX secolo, si risvegliasse in
una sala di giustizia del medio evo. La sua vista si turbò. Sembrogli
un momento che la sua ragione vacillasse.
Per fortuna, sospettando perchè lo avessero arrestato, egli erasi
tracciato un piano di condotta dall'ora prima in cui era stato messo
dentro, ed egli aveva per così dire solidificato le risposte invariabili
che avesse a dare. Senza questa precauzione, egli avrebbe forse divagato
e la polizia avrebbe abusato della sua indeterminazione.
Per condurlo innanzi al suo giudice, gli avevano messe le manette, e
le avevano siffattamente chiuse che le mani sembravano nere. Una mezza
dozzina di birri, dai visi atroci, lo circondavano. Un cancelliere
temperava la sua penna per scrivere. Il giorno che filtrava in
quell'immenso antro da due alte finestre asserragliate, era magro e
sucido; lo si sarebbe detto una nebbia a mezzo congelata.
L'aspetto del signor Gravelli era tetro, quasi triste, ma non feroce.
Egli contemplava le sue mani ornate di gioielli, anzi che il
prigioniero. Era pietà, disgusto desiderio di non atterrirlo? Aveva
egli comprese le intenzioni del ministro, ovvero il marchese di Sora
aveva formulato degli ordini? Nol so. Il fatto è che il signor
Gravelli compiè la sua missione formidabile senza brutalità.
Don Diego traballava sulle gambe. Il commissario lo fece sedere e gli
disse:
--Rimettetevi.
Don Diego si assise un istante per dare equilibrio alla circolazione
del suo sangue, poi si levò di un tratto ed esclamò:
--Mille grazie.
--Voi sapete perchè vi hanno arrestato?
--No, signor commissario. Io non lo sospetto neppure.
--Voi cospirate per rovesciar la dinastia e cangiar la forma di
governo.
--I miei accusatori hanno mentito.
--Abbiamo delle prove.
--Vogliate dunque schiacciarmene. Ma io dichiaro innanzi tratto che
voi non potete averne, ovvero che codeste prove sono false.
--I giudici della Corte Criminale statuiranno sul loro valore. Quanto
a noi, la loro validità ci sembra assoluta. Si tratta solamente adesso
di sapere da voi quali sono i vostri complici.
--Non cospirando io stesso non posso avere dei complici.
--Tutta la vostra vita di prete e di suddito, pertanto, è un'accusa.
Voi siete stato interdetto dal vostro vescovo; voi siete fuggito dal
vostro contado.
--La mia interdizione è stata violenta, arbitraria, iniqua, ma di
carattere puramente ecclesiastico. I vescovi non sono infallibili, e
monsignor Laudisio vive di denunzie. Io ho lasciato Lauria perchè,
dopo un simile colpo di fulmine, non potevo più viverci.
--Tutti i vostri amici, tutte le vostre relazioni sono in ostilità
collo Stato. A Lauria, il conte di Craco; qui, suo figlio, il barone
di Sanza, il farmacista di Foria, il marchese di Tregle...
--Da prima non ho amici, signor commissario. Il conte di Craco è stato
il mio protettore, ha comperato la mia casa ed il mio giardino. Il
barone di Sanza è un aspirante alla diplomazia. Il marchese di Tregle
fu medico della regina Urraca. Io ho conosciuto, per domandar loro
soccorso e lavoro, Don Lelio Franco, Don Domenico Taffa, il canonico
Pappasugna. Sono anch'essi nemici del governo, questi signori?
--E gli altri?
--Io non conosco più un'anima viva.
--Voi siete stato in relazione con comitati rivoluzionari.
--Io apprendo da voi, ed odo parlar qui per la prima volta, di codesti
comitati.
--Il sistema di niego cui adottate non vi servirà gran fatto. Tutti i
prevenuti seguono questo metodo.
--Se voi esigete delle affermazioni ad ogni costo e non la verità,
bisogna indirizzarvi altrove. Io non ho mentito giammai in vita mia.
Io non comincerei ad imbrattarmi di codesta onta in una circostanza
così sinistra.
--Guardatevi intorno, signore, e rimarcate che noi abbiamo i mezzi di
far parlare i muti.
--Voi avete i mezzi di far delirare nel dolore. Ma e' non è provato
che il grido insanguinato che voi strappate ad un'anima spaventata, ad
un corpo rotto, sia la verità. In ogni caso, fate di me ciò che
volete: io non posso rispondervi su ciò che ignoro.
--Io passo allora a precisare fatti, parole, circostanze.
--Precisate, signor commissario; ve ne sarò riconoscente. Io sono come
la natura dei Peripatetici: abborro il vuoto!
Questa calma imponeva già al signor Gravelli. E' rimase in silenzio
per pochi minuti, poi disse:
--Vi hanno spedito da Sapri due casse che voi avete ricevute a Lauria.
Quelle casse contenevano armi.
--Il guardiano dei cappuccini di Sapri mi ha mandato due casse
contenenti camangiari, limoni, aranci, salagioni, qualche libbra di
tabacco da fumare e da fiutare, un po' di tela, altri piccoli doni,
zucchero, rosolio, caffè. Io ho scritto pel guardiano qualche predica
che egli ha recitate nel suo quaresimale a Policastro, con grande
soddisfazione di monsignor Laudisio, innanzi a lui ed al suo
seminario. Io aveva rifiutato un compenso in denari da quel povero
religioso; e si redense con quei regali. In ogni caso se coloro, che
asseriscono adesso che le casse contenevano delle armi, ebbero questo
sospetto allora, perchè nol parteciparono alle autorità quando era
tempo di sorprendermi? Essi furono colpevoli quando si tacquero o sono
infami adesso che inventano. Io non sono un trangugiatore di sciabole
e di fucili, come i cerretani da fiera; che avrei fatto di quelle
armi?
--Le avete celate.
--Ebbene, fino a che non le si saranno trovate, io ho il diritto di
proclamare ciò che la mia coscienza mi detta con alta fierezza: mi
calunniano!
--Voi avete detto all'arciprete di Lauria: Monsignor Laudisio è una
spia, ma non passerà guari e noi gitteremo fuori del regno codesta ed
altre lordure: vescovi, ministri, esercito e re.
--Io aspetto che l'arciprete ripeta ciò in mia presenza, e che egli
indichi dove, quando, in quale circostanza, in presenza di chi avrei
io eruttato simili parole. Ah! signor commissario, mi credete dunque
sì goffo, sì idiota, che avendo codeste idee e sì poderosi secreti, io
me ne issi a prendere per confidente il più abbietto dei miei nemici?
--Voi siete scaltro in effetto.
--Ebbene, se voi mi fate l'onore di non credermi un gonzo, perchè
prendete voi in considerazione codeste inette iniquità?
--Quando don Lelio Franco vi pose in condizione di dare dei buoni
consigli ai suoi agenti, voi preferiste rifiutare l'impiego anzi che
rischiarar quella gente sulle buone intenzioni del governo.
--Come io so ch'egli è sempre pericoloso parlar di politica e di
governo; come non ignoro che la massima di Stato del nostro paese è:
_de Deo pauca, de rege nihil_; come per questa stessa circostanza io
scorgo quanto sia facile snaturare i propositi che si tengono, io
dissi a quel messer Franco lì, che io voleva andare da lui come
contabile e non come institutore, e che, se egli desiderava un
impiegato, il quale cumulasse le funzioni di tenere i libri e di
propagare le sue novelle, se ne trovasse un altro, perchè io mi
reputava incapace di contentarlo.
--Insomma voi negate tutto?
--Io non nego. Io provo la non esistenza delle accuse stesse.
--Tuttavia voi non oserete dire che non conoscete le persone, le quali
bazzicano la palazzina di lady Keith.
--Chi è codesta lady Keith, adesso?
--Ve la richiameremo alla memoria.
Il commissario si volse verso uno degli uomini che attendevano nel
fondo della sala e gli disse:
--Il torchio.
Il più sdolcinato del gruppo atroce degli sbirri staccò dal muro uno
strumento formato di due branche riunite da una chiavarda a vite,
terminate alle estremità da due rotelle di ferro come due pezzi da
cinque franchi. Quelle due estremità si applicavano alle tempie, e le
due branche attaccate alla chiavarda cingevano la fronte. Una chiave
stringeva la vite, la quale, rinserrandosi, comprimeva le tempie.
Lo sbirro adattò il congegno alla testa di Don Diego.
Si fece entrare il medico che si collocò al fianco di lui.
--Quando vi deciderete a parlare, disse il commissario turbato
indirizzandosi a Don Diego, si aprirà il torchio.--Chiudi, diss'egli
poi, indirizzandosi al birro.
Il medico poggiò le sue dita sulle carotidi del paziente per sentirne
e valutarne le pulsazioni. La chiave della vite cominciò a girare, e
girò, girò, girò sempre. Il viso, dapprima pallido di Don Diego,
principiò a diventar rosso, poi purpureo, poi violetto, poi azzurro,
poi color di piombo, poi nero. Dopo aver terribilmente chiusi i denti
fino a smussarli, egli aperse la bocca come un antro. I suoi occhi
divennero prima lucidi, poi iniettati di sangue, poi opachi, infine
uscirono dalle orbite, fuori le arcate sopraccigliari. Le palpebre
sparvero; le pupille invasero la cornea. Il collo si gonfiò, il naso
si profilò. E' tremò sulle ginocchia e si abbiosciò. Il dolore acuto,
intenso, spaventevole che aveva cominciato a sentire, lo oppresse. E'
perdè la coscienza della sua esistenza. La notte lo avviluppò.
--L'apoplessia si dichiara, disse il medico. Bisogna ucciderlo?
--Disserra la vite, ordinò il commissario.
Il torchietto fu allargato, ma non tolto. Si misero delle compresse di
aceto sulla testa del paziente, gli si levarono le manette, lo si
strofinò sulle spalle, gli si cavarono gli stivali e si avvicinò il
braciere ai piedi, non tanto per infliggergli un altro supplizio,
quanto per ristabilire la circolazione. Venti minuti passarono prima
che lo sventurato riprendesse coscienza della vita.
--Persistete voi nel silenzio? domandò il commissario.
--Io non ho nulla a dire, mormorò Don Diego con voce estinta.
--Si ricomincierà; riflettetevi, riprese il commissario.
--Voi potete uccidermi; io non posso parlare di ciò che ignoro.
--Rinserrate il torchio, diede l'ordine Gravelli.
--Ei non può sopportare di nuovo questa prova per oggi, disse il
medico. Scegliete altro.
--Il fornello, allora, disse il commissario.
Due bravi coricarono Don Diego sur un letto da campo, attaccando le
sue mani ed i suoi piedi con due pezzi di legno, i quali avvitati, gli
vietavano ogni sorta di movimento. Gli si aspersero i piedi di olio e
si approssimò loro il fornello scintillante di brace ardenti. Un grido
terribile risuonò nella sala. L'olio, dirimpetto ai carboni accesi,
cominciò a friggere ed i piedi di Don Diego cominciarono a rosolare.
--Parlate, disse il Commissario.
--Non ho nulla a dire, ripigliò Don Diego con una voce spezzata dai
singhiozzi.
--Se non volete dargli una gangrena alle estremità, osservò il medico,
bisogna per oggi cessare anche questo.
Il commissario domandò al cancelliere se egli aveva tutto scritto. Poi
ordinò al medico di stendere un processo verbale dell'operazione e
fece segno ai bravi di riportare il prevenuto nella sua bolgia. La
sera, il ministro ricevè il rapporto del commissario Gravelli.
--Bisogna esaminarlo con altri mezzi, ordinò il marchese di Sora.
Otto giorni dopo Don Diego fu ricondotto innanzi al commissario. Alle
interrogazioni che il signor Gravelli gl'indirizzò l'ex-prete rispose
sempre per la negativa.
--Voi volete dunque che io reiteri i mezzi di severità? disse il
commissario.
--Codesto non è certo il mio desiderio, rispose Don Diego. Voi potete
finirmi, ma io non mentirò, nè posso convenire su di quello di cui mi
accusate.
--Andiamo, sclamò il commissario, gettando un sospiro: il dondolo.
Gli sbirri attaccarono una tavola alle corde che pendevano dal
soffitto. Poi legarono Don Diego sulla tavola, di guisa che i piedi e
la testa avanzassero alle due estremità, e misero in moto l'altalena.
La lunghezza della corda permetteva che il dondolo toccasse nel suo
doppio movimento le due pareti di rincontro; di modo che Don Diego nel
suo volo aereo, urtava volta a volta ora della testa ed ora dei piedi
ai due muri opposti. I picchi furono orribili. Ben presto, il cranio,
interiormente scosso, si lacerò di fuori ed il sangue fluì; i piedi
scricchiolarono nelle loro giunture e fecero scricchiolar le
ginocchia. Gli urti cominciarono per strappare degli urli terribili al
paziente. Poi il silenzio sopravvenne. Dopo che egli ebbe battuto così
quattro o cinque volte alternativamente delle due estremità, il medico
intervenne.
--Se non volete fratturargli affatto le ossa delle gambe e della testa
e dargli una congestione cerebrale mortale, bisogna cessare.
L'altalena si fermò. Il paziente era svenuto. Ci volle circa un'ora
per richiamarlo alla vita.
--Persistete voi in nulla confessare? dimandò il commissario.
--Se io avessi qualche cosa a dire, non mi sarei lasciato assassinare
così, mormorò Don Diego.
Il commissario fece un segno.