XVIII.

Diamo un tonfo nell'inferno.

L'ho detto: Don Diego era stato arrestato alla dimanda di monsignor

Cocle. Don Domenico Taffa vedendo i suoi progetti rovesciati, aveva

dato a credere al confessore patentato di Sua Maestà, che il prete

provinciale li aveva corbellati ed aveva gittata sua sorella nelle

braccia del padre Piombini.

Monsignor Cocle aveva di già dell'odio cumulato contro il gesuita, cui

si proponeva al re come direttore della sua coscienza reale, meno male

in fama che l'attual direttore. La regina, che l'aveva conosciuto a

Vienna come ministro del duca di Modena, l'aveva di già consultato in

due o tre circostanze, sopra secreti di anima o di Stato ch'ella aveva

voluto sottrarre alla cognizione del vescovo di Patrasso.

L'aristocrazia, la gente di corte, andavano, di preferenza, a lavare

la loro coscienza dal gesuita, anzi che da monsignor Cocle, ciò che

stupiva il re. Ferdinando II cominciava a prestare l'orecchio alle

accuse contro il suo vescovo, ed agli elogi del gesuita. Si

susurravano da orecchio ad orecchio le buone fortune del padre

Piombini appo le dame del gran mondo; mentre che il vescovo di

Patrasso asciolveva, pranzava e cenava del suo grossolano pasto

ordinario,--la figlia di un fabbricatore arricchito. Quest'ultimo

colpo,--il ratto di Bambina,--metteva il colmo a l'esasperazione di

monsignor Cocle. Egli ne disse accortamente due parole al conte di

Altamura, dapprima per scoprire la bella donzella scomparsa, poi per

castigare il frate insolente che gli aveva tirata la coppa dai labbri.

Nè il conte di Altamura nè il marchese di Sora non poterono annasare

ove si celasse Bambina. Essi non avevano l'occhio in casa lady Keith,

quand'anche i sospetti si fossero portati verso quelle latitudini;

Bambina non aveva lasciata traccia della sua fuga; la dama irlandese

l'aveva spoglia immediatamente della nera guaina di monaca. Il fulmine

ricadde allora in pieno sopra Don Diego. Gli agenti del conte di

Altamura lo arrestarono una sera nella strada, lo gettarono in una

vettura e lo condussero dritto a S.a Maria Apparente,--terribile

prigione preventiva di polizia,--incarcerandolo sotto l'accusa di

cospirazione contro lo Stato.

Don Raffaele, il carceriere in capo, lo cacciò senz'altro nella più

orribile segreta.

L'arresto fu significato al ministro della polizia.

Il marchese di Sora era di già gelosissimo e profondamente ulcerato

della parte importante che il conte di Altamura si attribuiva nella

polizia del regno e sopra tutto della parte indipendente che vi si era

tagliata. Il re gli aveva accordato di agire al di fuori dell'autorità

ministeriale. Perocchè Ferdinando II, diffidando di tutti, aveva

organizzato nell'amministrazione lo spionaggio mutuo, non perchè

l'amministrazione funzionasse meglio, ma perchè non lo giuntassero

nella parte ch'ei prelevava sulle ladrerie e sulle mance dei

funzionari. Tutti i ministri gli presentavano questa parte del

profitto del brigantaggio amministrativo sotto il nome di _risparmio_.

Ferdinando II dava, dalla sua parte, venti soldi per una messa e

pregava Iddio per la prosperità del suo regno. Egli sapeva che il

_suo_ popolo era divorato «fino all'osso», come diceva Richelieu. Egli

avrebbe potuto ripetere come il reggente: «Se io fossi suddito, mi

rivolterei.» Egli ripeteva come il suo bisavolo, Carlo III di Spagna,

quando volle sbarazzar gli Spagnuoli dei gesuiti: «Essi sono come i

fanciulli: piangono quando gli si netta!»

Il marchese di Sora mandò dunque un suo commissario per cominciare

l'istruzione e sottomettere Don Diego all'interrogatorio. Egli aveva

un gran desiderio di presentare al re, anche una volta, un arresto

arbitrario, avventato ed avventurato, forse per ragioni private, su

falsi dati. Ma gli era mestieri che Don Diego risultasse innocente,

dopo le prove più spaventevoli per le quali si farebbe passare. Se Don

Diego soccombeva, tanto peggio per lui. E' non si trattava qui della

sua innocenza o della sua colpevolezza, ma dell'onore e dei rancori

del ministro. Il commissario Gravelli non pertanto era umano e

discreto. Il marchese di Sora lo sapeva e contava su di ciò.

La segreta, ove avevano immerso Don Diego, era a cinque o sei metri al

di sotto del livello del suolo, praticata in un gomito che faceva la

cloaca collettrice di tutte le sentine dello stabilimento. L'aguzzino

ed il prigioniero discendevano, mediante una scala mobile, in un

corridoio stretto, che corre lungo le segrete scavate nel muro delle

fondamenta ove sono le porte. Un piccolo abbaino a cancello di ferro

tagliato sulla porta dava aria alla muda. Di luce, non era proposito:

le tenebre eterne vi regnavano come sulla pelle del negro. Il

prigioniero non vi poteva restare nè in piedi nè coricato: in piedi,

egli avrebbe potuto considerarsi ancora come un uomo: coricato, egli

vi avrebbe forse trovato la ridente illusione del sepolcro.

Un'infiltrazione perpetua di un liquido nero, glutinoso, che avrebbe

asfissiato il faro del Molo, sgocciolava lentamente, colla regolarità

di una clepsidra, e cangiava il suolo in un fondo di pozzo melmoso ove

brulicavano degl'insetti cui l'entomologia non ha ancora classificati.

Nelle condizioni psicologiche della vita ordinaria e normale, non vi

si sarebbe potuto vivere ventiquattro ore. Ma nell'eretismo

dell'anima,--in cui debbe trovarsi naturalmente un uomo seppellito in

quell'inferno,--la vita acquista un'intensità sovrumana.

Don Diego vi restò quaranta giorni.

Gli si portava una libbra di pane al giorno ed una brocca d'acqua.

Egli viveva, agginocchiato, la bocca costantemente applicata allo

abbaino sulla porta. Un buco aperto, in un lato, centuplicava

l'infezione. I suoi abiti erano saturati dell'orribile distillato

della vôlta. Aveva freddo,--il peggiore dei freddi, quello che viene

di dentro, e perciò dal cuore e dalla midolla allungata, che si

agghiadano a spese del cervello. Impossibile di distinguere nulla in

quel sotterraneo da maiali. Non pertanto, quando le pupille, a forza

di aguzzarsi, si erano dilatate come due rosoni da cattedrale, si

scorgevano ancora delle orride piccole lucertole giallastre strisciar

lungo le parete. Il silenzio--un silenzio da steppe--lo schiacciava.

Egli non udiva più, degli strepiti della vita, che il tintinnio

cadenzato delle vene delle tempia, e la gocciola di umidità che

cadeva. Non pensava più; ma dei vaneggiamenti indistinti, dei delirii,

delle allucinazioni, dei briccioli d'idee, delle reminiscenze confuse,

delle aspirazioni strangolate, venivano a rompersi sotto la volta del

suo cranio, come le onde del mare sulla sponda. Se egli avesse creduto

giammai alla spiritualità dell'anima,--di un'anima come un gioiello in

uno scrigno,--ne avrebbe dubitato adesso.

Otto giorni dopo essere stato macerato così, non vedendo il secondino

che ogni due giorni per qualche secondo, e' fu infine trascinato

innanzi al commissario di polizia, in una vasta sala, il cui mobilio

lo spaventò.

Egli vedeva delle corde pendere da anelli confitti alla vôlta, delle

catene ribadite alle mura, dei cavalletti, dei fasci di verghe, degli

arganelli di cui doveva apprendere l'uso, una specie di letto da

campo, tutto un arsenale di ferraglia, di fornelli. E' credette un

istante che, sendosi addormentato nel XIX secolo, si risvegliasse in

una sala di giustizia del medio evo. La sua vista si turbò. Sembrogli

un momento che la sua ragione vacillasse.

Per fortuna, sospettando perchè lo avessero arrestato, egli erasi

tracciato un piano di condotta dall'ora prima in cui era stato messo

dentro, ed egli aveva per così dire solidificato le risposte invariabili

che avesse a dare. Senza questa precauzione, egli avrebbe forse divagato

e la polizia avrebbe abusato della sua indeterminazione.

Per condurlo innanzi al suo giudice, gli avevano messe le manette, e

le avevano siffattamente chiuse che le mani sembravano nere. Una mezza

dozzina di birri, dai visi atroci, lo circondavano. Un cancelliere

temperava la sua penna per scrivere. Il giorno che filtrava in

quell'immenso antro da due alte finestre asserragliate, era magro e

sucido; lo si sarebbe detto una nebbia a mezzo congelata.

L'aspetto del signor Gravelli era tetro, quasi triste, ma non feroce.

Egli contemplava le sue mani ornate di gioielli, anzi che il

prigioniero. Era pietà, disgusto desiderio di non atterrirlo? Aveva

egli comprese le intenzioni del ministro, ovvero il marchese di Sora

aveva formulato degli ordini? Nol so. Il fatto è che il signor

Gravelli compiè la sua missione formidabile senza brutalità.

Don Diego traballava sulle gambe. Il commissario lo fece sedere e gli

disse:

--Rimettetevi.

Don Diego si assise un istante per dare equilibrio alla circolazione

del suo sangue, poi si levò di un tratto ed esclamò:

--Mille grazie.

--Voi sapete perchè vi hanno arrestato?

--No, signor commissario. Io non lo sospetto neppure.

--Voi cospirate per rovesciar la dinastia e cangiar la forma di

governo.

--I miei accusatori hanno mentito.

--Abbiamo delle prove.

--Vogliate dunque schiacciarmene. Ma io dichiaro innanzi tratto che

voi non potete averne, ovvero che codeste prove sono false.

--I giudici della Corte Criminale statuiranno sul loro valore. Quanto

a noi, la loro validità ci sembra assoluta. Si tratta solamente adesso

di sapere da voi quali sono i vostri complici.

--Non cospirando io stesso non posso avere dei complici.

--Tutta la vostra vita di prete e di suddito, pertanto, è un'accusa.

Voi siete stato interdetto dal vostro vescovo; voi siete fuggito dal

vostro contado.

--La mia interdizione è stata violenta, arbitraria, iniqua, ma di

carattere puramente ecclesiastico. I vescovi non sono infallibili, e

monsignor Laudisio vive di denunzie. Io ho lasciato Lauria perchè,

dopo un simile colpo di fulmine, non potevo più viverci.

--Tutti i vostri amici, tutte le vostre relazioni sono in ostilità

collo Stato. A Lauria, il conte di Craco; qui, suo figlio, il barone

di Sanza, il farmacista di Foria, il marchese di Tregle...

--Da prima non ho amici, signor commissario. Il conte di Craco è stato

il mio protettore, ha comperato la mia casa ed il mio giardino. Il

barone di Sanza è un aspirante alla diplomazia. Il marchese di Tregle

fu medico della regina Urraca. Io ho conosciuto, per domandar loro

soccorso e lavoro, Don Lelio Franco, Don Domenico Taffa, il canonico

Pappasugna. Sono anch'essi nemici del governo, questi signori?

--E gli altri?

--Io non conosco più un'anima viva.

--Voi siete stato in relazione con comitati rivoluzionari.

--Io apprendo da voi, ed odo parlar qui per la prima volta, di codesti

comitati.

--Il sistema di niego cui adottate non vi servirà gran fatto. Tutti i

prevenuti seguono questo metodo.

--Se voi esigete delle affermazioni ad ogni costo e non la verità,

bisogna indirizzarvi altrove. Io non ho mentito giammai in vita mia.

Io non comincerei ad imbrattarmi di codesta onta in una circostanza

così sinistra.

--Guardatevi intorno, signore, e rimarcate che noi abbiamo i mezzi di

far parlare i muti.

--Voi avete i mezzi di far delirare nel dolore. Ma e' non è provato

che il grido insanguinato che voi strappate ad un'anima spaventata, ad

un corpo rotto, sia la verità. In ogni caso, fate di me ciò che

volete: io non posso rispondervi su ciò che ignoro.

--Io passo allora a precisare fatti, parole, circostanze.

--Precisate, signor commissario; ve ne sarò riconoscente. Io sono come

la natura dei Peripatetici: abborro il vuoto!

Questa calma imponeva già al signor Gravelli. E' rimase in silenzio

per pochi minuti, poi disse:

--Vi hanno spedito da Sapri due casse che voi avete ricevute a Lauria.

Quelle casse contenevano armi.

--Il guardiano dei cappuccini di Sapri mi ha mandato due casse

contenenti camangiari, limoni, aranci, salagioni, qualche libbra di

tabacco da fumare e da fiutare, un po' di tela, altri piccoli doni,

zucchero, rosolio, caffè. Io ho scritto pel guardiano qualche predica

che egli ha recitate nel suo quaresimale a Policastro, con grande

soddisfazione di monsignor Laudisio, innanzi a lui ed al suo

seminario. Io aveva rifiutato un compenso in denari da quel povero

religioso; e si redense con quei regali. In ogni caso se coloro, che

asseriscono adesso che le casse contenevano delle armi, ebbero questo

sospetto allora, perchè nol parteciparono alle autorità quando era

tempo di sorprendermi? Essi furono colpevoli quando si tacquero o sono

infami adesso che inventano. Io non sono un trangugiatore di sciabole

e di fucili, come i cerretani da fiera; che avrei fatto di quelle

armi?

--Le avete celate.

--Ebbene, fino a che non le si saranno trovate, io ho il diritto di

proclamare ciò che la mia coscienza mi detta con alta fierezza: mi

calunniano!

--Voi avete detto all'arciprete di Lauria: Monsignor Laudisio è una

spia, ma non passerà guari e noi gitteremo fuori del regno codesta ed

altre lordure: vescovi, ministri, esercito e re.

--Io aspetto che l'arciprete ripeta ciò in mia presenza, e che egli

indichi dove, quando, in quale circostanza, in presenza di chi avrei

io eruttato simili parole. Ah! signor commissario, mi credete dunque

sì goffo, sì idiota, che avendo codeste idee e sì poderosi secreti, io

me ne issi a prendere per confidente il più abbietto dei miei nemici?

--Voi siete scaltro in effetto.

--Ebbene, se voi mi fate l'onore di non credermi un gonzo, perchè

prendete voi in considerazione codeste inette iniquità?

--Quando don Lelio Franco vi pose in condizione di dare dei buoni

consigli ai suoi agenti, voi preferiste rifiutare l'impiego anzi che

rischiarar quella gente sulle buone intenzioni del governo.

--Come io so ch'egli è sempre pericoloso parlar di politica e di

governo; come non ignoro che la massima di Stato del nostro paese è:

_de Deo pauca, de rege nihil_; come per questa stessa circostanza io

scorgo quanto sia facile snaturare i propositi che si tengono, io

dissi a quel messer Franco lì, che io voleva andare da lui come

contabile e non come institutore, e che, se egli desiderava un

impiegato, il quale cumulasse le funzioni di tenere i libri e di

propagare le sue novelle, se ne trovasse un altro, perchè io mi

reputava incapace di contentarlo.

--Insomma voi negate tutto?

--Io non nego. Io provo la non esistenza delle accuse stesse.

--Tuttavia voi non oserete dire che non conoscete le persone, le quali

bazzicano la palazzina di lady Keith.

--Chi è codesta lady Keith, adesso?

--Ve la richiameremo alla memoria.

Il commissario si volse verso uno degli uomini che attendevano nel

fondo della sala e gli disse:

--Il torchio.

Il più sdolcinato del gruppo atroce degli sbirri staccò dal muro uno

strumento formato di due branche riunite da una chiavarda a vite,

terminate alle estremità da due rotelle di ferro come due pezzi da

cinque franchi. Quelle due estremità si applicavano alle tempie, e le

due branche attaccate alla chiavarda cingevano la fronte. Una chiave

stringeva la vite, la quale, rinserrandosi, comprimeva le tempie.

Lo sbirro adattò il congegno alla testa di Don Diego.

Si fece entrare il medico che si collocò al fianco di lui.

--Quando vi deciderete a parlare, disse il commissario turbato

indirizzandosi a Don Diego, si aprirà il torchio.--Chiudi, diss'egli

poi, indirizzandosi al birro.

Il medico poggiò le sue dita sulle carotidi del paziente per sentirne

e valutarne le pulsazioni. La chiave della vite cominciò a girare, e

girò, girò, girò sempre. Il viso, dapprima pallido di Don Diego,

principiò a diventar rosso, poi purpureo, poi violetto, poi azzurro,

poi color di piombo, poi nero. Dopo aver terribilmente chiusi i denti

fino a smussarli, egli aperse la bocca come un antro. I suoi occhi

divennero prima lucidi, poi iniettati di sangue, poi opachi, infine

uscirono dalle orbite, fuori le arcate sopraccigliari. Le palpebre

sparvero; le pupille invasero la cornea. Il collo si gonfiò, il naso

si profilò. E' tremò sulle ginocchia e si abbiosciò. Il dolore acuto,

intenso, spaventevole che aveva cominciato a sentire, lo oppresse. E'

perdè la coscienza della sua esistenza. La notte lo avviluppò.

--L'apoplessia si dichiara, disse il medico. Bisogna ucciderlo?

--Disserra la vite, ordinò il commissario.

Il torchietto fu allargato, ma non tolto. Si misero delle compresse di

aceto sulla testa del paziente, gli si levarono le manette, lo si

strofinò sulle spalle, gli si cavarono gli stivali e si avvicinò il

braciere ai piedi, non tanto per infliggergli un altro supplizio,

quanto per ristabilire la circolazione. Venti minuti passarono prima

che lo sventurato riprendesse coscienza della vita.

--Persistete voi nel silenzio? domandò il commissario.

--Io non ho nulla a dire, mormorò Don Diego con voce estinta.

--Si ricomincierà; riflettetevi, riprese il commissario.

--Voi potete uccidermi; io non posso parlare di ciò che ignoro.

--Rinserrate il torchio, diede l'ordine Gravelli.

--Ei non può sopportare di nuovo questa prova per oggi, disse il

medico. Scegliete altro.

--Il fornello, allora, disse il commissario.

Due bravi coricarono Don Diego sur un letto da campo, attaccando le

sue mani ed i suoi piedi con due pezzi di legno, i quali avvitati, gli

vietavano ogni sorta di movimento. Gli si aspersero i piedi di olio e

si approssimò loro il fornello scintillante di brace ardenti. Un grido

terribile risuonò nella sala. L'olio, dirimpetto ai carboni accesi,

cominciò a friggere ed i piedi di Don Diego cominciarono a rosolare.

--Parlate, disse il Commissario.

--Non ho nulla a dire, ripigliò Don Diego con una voce spezzata dai

singhiozzi.

--Se non volete dargli una gangrena alle estremità, osservò il medico,

bisogna per oggi cessare anche questo.

Il commissario domandò al cancelliere se egli aveva tutto scritto. Poi

ordinò al medico di stendere un processo verbale dell'operazione e

fece segno ai bravi di riportare il prevenuto nella sua bolgia. La

sera, il ministro ricevè il rapporto del commissario Gravelli.

--Bisogna esaminarlo con altri mezzi, ordinò il marchese di Sora.

Otto giorni dopo Don Diego fu ricondotto innanzi al commissario. Alle

interrogazioni che il signor Gravelli gl'indirizzò l'ex-prete rispose

sempre per la negativa.

--Voi volete dunque che io reiteri i mezzi di severità? disse il

commissario.

--Codesto non è certo il mio desiderio, rispose Don Diego. Voi potete

finirmi, ma io non mentirò, nè posso convenire su di quello di cui mi

accusate.

--Andiamo, sclamò il commissario, gettando un sospiro: il dondolo.

Gli sbirri attaccarono una tavola alle corde che pendevano dal

soffitto. Poi legarono Don Diego sulla tavola, di guisa che i piedi e

la testa avanzassero alle due estremità, e misero in moto l'altalena.

La lunghezza della corda permetteva che il dondolo toccasse nel suo

doppio movimento le due pareti di rincontro; di modo che Don Diego nel

suo volo aereo, urtava volta a volta ora della testa ed ora dei piedi

ai due muri opposti. I picchi furono orribili. Ben presto, il cranio,

interiormente scosso, si lacerò di fuori ed il sangue fluì; i piedi

scricchiolarono nelle loro giunture e fecero scricchiolar le

ginocchia. Gli urti cominciarono per strappare degli urli terribili al

paziente. Poi il silenzio sopravvenne. Dopo che egli ebbe battuto così

quattro o cinque volte alternativamente delle due estremità, il medico

intervenne.

--Se non volete fratturargli affatto le ossa delle gambe e della testa

e dargli una congestione cerebrale mortale, bisogna cessare.

L'altalena si fermò. Il paziente era svenuto. Ci volle circa un'ora

per richiamarlo alla vita.

--Persistete voi in nulla confessare? dimandò il commissario.

--Se io avessi qualche cosa a dire, non mi sarei lasciato assassinare

così, mormorò Don Diego.

Il commissario fece un segno.

Il Re prega: Romanzo · 第 26 / 39 题