Le prime stazioni della via crucis.
Concettella tenne parola.
Sbarazzato del suo rivale, Filippo Rotunno cominciò l'assedio. Fallì
l'intento. La passione, inasprita dalla resistenza, si fece
persecutrice. Essa non riescì neppure. Filippo minacciò, battè,
insultò, denunziò tutti coloro che s'interessavano alla giovinetta, la
proteggevano, le davano del lavoro; fece loro tutto il male che potè e
li scoraggiò. Concettella cadde in una squallidissima miseria. Il poco
che guadagnava non le servì per nudrirsi o per vestirsi, ma per pagare
un posto in una barca ed andare a visitare Gabriele al bagno di
Procida. Questa fedeltà canina mise il colmo al furore di Filippo.
Egli abbordò Concettella una sera e, non potendola oltraggiare, le
tirò un colpo di coltello che le lacerò la spalla.
Filippo aveva di già, per la sua tracotanza, acquistato il soprannome
di _Guappo_--rodomonte.--La polizia l'arrestò. Otto giorni dopo però
lo rimetteva in libertà.
Vedendo in quell'uomo la fibra delle forti passioni, l'audacia e la
bravura, il conte d'Altamura che reclutava le sue bande reazionarie
dei sanfedisti, l'aveva reclamato ed ottenuto. Qualcuno sospettò della
trasformazione, nessuno però potè affermarla. Il fatto è che
Filippo--_Uu Guappo_, come ora lo addimandavano, era oggimai un birro
travestito. Per questa ragione, e' dovè temperare i suoi impeti. Ma la
sventura di Concettella era di già completa: Filippo l'aveva
diffamata. Ella non potè più trovare lavoro. Non restandole più per
vivere che la prostituzione o l'elemosina, ella scelse la mendicità.
Poco dopo, quando i patriotti furono cacciati negli ergastoli,
tutt'insieme ai forzati per causa di furto o di assassinio, il conte di
Altamura vi guizzò dentro Filippo, facendolo trovar complicato,--col suo
consentimento,--in un affare di furto. E' doveva sorvegliare i
patriotti, e pigliare l'occasione di qualche rissa sollevata a proposito
per sbudellare i più determinati. La sua grazia era già anticipatamente
firmata dal re: non restava che a mettervi una data.
Filippo s'imbattè in Gabriele, cui chiamavano adesso _Uu
paglietta_--l'avvocato--perchè imparava a leggere ed a scrivere dal
cappellano del bagno. L'incontro dei due rivali fu ostile; perocchè
Gabriele conosceva di già le persecuzioni inflitte da Filippo a
Concettella.
Il primo danaro che costei toccò da Don Diego, lo spese per recarsi a
Procida ed andare ad istruire Gabriele della tregua che il destino le
presentava.
Gabriele si mostrò inquieto e contento di saperla al ricovero in casa
di quel prete, di cui ella le raccontò qualcuno dei guai, da lei
appresi o indovinati. Quando, alla seconda visita, Gabriele la vide
affusolata da beghina, chiamandosi non più Concettella ma suor
Crocifissa, e' non dissimulò i suoi allarmi e si restrinse a dirle:
--Fa attenzione, Concettella! tu mi hai detto: «a te per tutta la
vita!» Se divieni infedele, tu od io dobbiamo cessare di vivere.
Gabriele non temeva a torto. L'animo della giovane aveva cangiato come
le sue spoglie. Per sopprimere i commenti, che non avrebbero mancato
di assalire la giovane e bella _vajassa_--serva--del prete, Don Diego
l'avea mascherata, secondo l'uso, della livrea religiosa, la quale
copriva tutte le ganze dei preti--_cappelloni_--napolitani.
Don Diego non sospirò più il ritorno di sua sorella in casa,
avvegnachè s'inquietasse sempre dell'assenza di lei. Sembrava
rassicurato sulla sorte di Bambina, o si sforzava di esserlo; ma
avrebbe desiderato sapere ove la si trovava e che faceva. Il vago su
questa nozione gli cagionava un malessere indefinibile. Laonde, quando
ebbe messo un po' di ordine nel suo interiore, quando ebbe cominciato
il gran lavoro che il canonico Pappasugna gli aveva comandato, quando
e' si potè credere assicurato contro le violenze della polizia, egli
intraprese delle investigazioni sulla fuga di Bambina, neglette, fin
lì da lui, a detrimento della sua considerazione.
Un cangiamento considerevole erasi operato in lui da otto giorni.
L'equilibrio morale, un momento spostato in seguito di tante minacce,
di tanti sospetti, di contrarietà, di malori, si era ristabilito. Il
suo spirito, rasserenato, si rilevava. Le funzioni fisiche del suo
organismo, depresse sotto l'invasione morale, si esercitavano secondo
il destino della natura; ciò che raddoppiava l'elatere degli organi
del pensiero. Egli era oramai uomo nella pienezza della vita, e
perdeva, per conseguenza, tutto ciò che l'ascete ha di acido, di
malsano, di velenoso, di fantastico, di antisociale. La scienza
acquistata nelle lunghe letture e nelle forti meditazioni si
allargava, si coordinava, assumeva un cómpito umano e salutare.
Immerso nella composizione dei suoi sermoni della Quaresima per il
canonico Pappasugna, e' poteva a suo comodo considerare la religione
dal punto di vista sociale e farne istrumento di civiltà, di
progresso, di libertà, lasciando nei labirinti del medio evo la
discussione dei dogmi e presentando la religione come consostanziale
della morale e della compage sociale, economica e politica
dell'umanità. Ond'è ch'egli si levava ad altezze vertiginose nelle sue
considerazioni sulla missione del cristianesimo, ed edificava al
cattolicismo un altare,--pagano forse o piuttosto filosofico,--ma
conforme alla scienza ed all'unisono con lo stato della civiltà
moderna,--frutto dell'analisi.
Al coverto dal bisogno, un po' rassicurato sull'avvenire, sbarazzato
dalla ritenutezza materiale cui la purità di sua sorella gl'imponeva,
il cuore pago, i sensi soddisfatti, quest'uomo, sì fortemente e
riccamente dotato, si sviluppava, prendeva possesso di sè stesso. Una
grande dignità, basata sulla coscienza della sua forza, si esalava
dalla sua persona, a sua insaputa. Il povero prete di provincia si era
liquefatto in quella rimanipolazione dell'anima per mezzo della
prosperità, della libertà, dell'amore,--questa trinità della forza
virile. La sua testa spaziava più alto che la sua statura. Il suo
cuore non aveva più gli aneurismi della miseria, della paura,
dell'incertezza, della paternità alla quale sua sorella si era
volontariamente sottratta. Egli arrossiva forte altresì delle cause
che avevano determinato quella figliuola a lasciarlo. La sua anima
aveva avuto un'erisipola gangrenosa, di cui egli era guarito al
presente, ma la cui memoria lo attristava e l'umiliava.
Sotto l'imperio di queste circostanze e di queste idee e' si decise a
visitare il barone di Sanza per rischiarare i suoi sospetti, e Don
Domenico Taffa per significargli che non gli accordava la mano di
Bambina.
Il barone di Sanza aspettava da lungo tempo il suo compatriota.
Egli aveva dunque accomodati da un pezzo i suoi nieghi. Non si mostrò
stupefatto della disparizione di Bambina, ma indifferente. E'
significò quindi a Don Diego il suo desiderio di non essere mischiato
in quei loro secreti di famiglia, di cui egli deplorava l'amaritudine.
--Mio padre vi ha raccomandato a me, soggiunse egli. Io ho fatto
quantunque era in possa mia per aiutarvi. Ma io non ho l'età di essere
tutore, e voi avete passata quella di esser minore. Ve ne supplico
dunque, non mi favellate più dei vostri interessi.
--Io non vengo a domandarvi nè aiuto nè consiglio, rispose il prete,
ma l'assicurazione che mia sorella non corre alcun pericolo. La sua
lettera m'ha data la chiave di questo mistero. La sua sicurezza non
m'inquieta, sapendo in quali mani ella depositava il suo destino.
L'onor di vostro padre è per me una garentia del vostro. Io non voglio
strappare Bambina all'asilo che le avete trovato. Ma voglio esser
sicuro che foste voi che glielo procuraste e ch'ella vi è rispettata.
Ecco l'oggetto della mia visita.
--Io non ho nulla ad apprendervi, rispose freddamente il barone. Voi
dovete sapere quali considerazioni han potuto determinare vostra
sorella a fuggire la vostra dimora, ed a quali persone ella poteva
indirizzarsi.
--Lo so di già, rispose Don Diego. Ma permettetemi di soggiungere, che
io diffido dei giovani di ventiquattro anni che si fanno angioli
custodi delle giovanette di diciotto. Gli è chiaro così?
--Avete ragione, signore, di esser sospettoso in simile circostanza,
quando i fratelli essi stessi sono dei custodi così dubbii. Ma
finiamola qui. Voi arrivate di provincia con la rudezza tenace della
bramosia, naturale agli uomini che ignorano il mondo reale. Il
successo che si viola è sempre un successo deflorato, e perciò
sospetto. Fatevi attenzione. Voi appartenete--oso sperarlo ancora--ad
un partito geloso, sospettoso, circondato da trappole, il quale vuole
restare incontaminato per quanto lo può. Voi sapete tante cose, troppe
cose, facili a trafficare, avidamente ricercate. Voi frequentate
uomini che ci danno la caccia, cui noi disprezziamo, abili a far
chiacchierare gl'ingenui, promettendo molto e tenendo largamente le
promesse. Non vi stupite dunque se vi vedete contrariato, e se vostra
sorella ha trovato intorno a lei tutto un partito per difenderla, al
suo primo grido di allarme. Addio, Don Diego; e permettetemi, poichè
voi siete l'amico dell'eccellente mio padre, di augurarvi che il
successo vi rifiuti il suo sorriso troppo precoce.
Il barone si alzò. Don Diego restò assiso e disse:
--Grazie degli avvisi, dei consigli, degli augúri di cui mi onorate.
In ricambio sappiate questo e procurate di profittarne. Io non fo
parte di ciò che voi chiamate vostro partito. Non sono cospiratore, ma
pensatore. Ciò che per voi è una combinazione politica, per me è un
assioma psicologico. Ciò che voi credete, perchè Mazzini ve lo
afferma, è per me una legge eterna della coscienza umana. Voi potete
tergiversare, cangiare secondo gli avvenimenti o le soddisfazioni
ottenute o rifiutate; io, io non posso disfarmi che per la
decomposizione della mia anima, per l'atrofia della mia intelligenza.
Voi non sarete mai che degli scolari; io sarò sempre un maestro. Voi
potete esser vinti dall'insuccesso, dalla sventura, dal dolore; io non
potrei avere tutto al più che degli smarrimenti. Io respingo dunque i
vostri avvisi e vi fo grazia dei vostri augúri. Se voi conoscete
meglio di me le pratiche della vita, io ne conosco i principii, i
quali non cangiano con la moda. Voi conoscete forse gli uomini; io
conosco l'uomo. Io non vi domando dunque d'insegnarmi come si tratta
con gli uomini e quali uomini si debbono bazzicare o evitare. Io amo
l'arditezza nei giovani; ma diffido dell'oltracotanza, che è sempre
soppannata di debolezza e d'ignoranza. Voi mi dite addio. Io vi
rispondo a rivederci,--a rivederci al giorno della prova. I piccoli
sono severi. Credetemi, bisogna esser grande per esser indulgente,
veder lontano ed aggiornare il giudizio.
Don Diego salutò pulitamente il barone ed uscì, lasciandolo immerso in
una stupefazione profonda. Era il primo uomo che egli incontrava nel
suo partito, dopo il colonnello Colini che ne era il capo.
Don Diego si rese in seguito presso l'impiegato del ministero.
Don Domenico Taffa aveva terminato il suo desinare e digeriva
dolcemente, fumando un eccellente zigaro e leggendo tale o tal altro
giornale francese, cui la censura del ministero sopprimeva agli
abbonati per distribuirli a certi impiegati privilegiati. Don
Domenico, anch'egli, aspettava il prete da lungo tempo, e non senza
impazienza. E' lo ricevè dunque con una soddisfazione marcata, gli
offerse sigari, caffè, liquori, cui Don Diego ricusò, ringraziando.
--Io vi doveva una risposta, disse Don Diego sedendosi: ve la porto.
--Mi portate voi la mia felicità? domandò Don Domenico.
--Forse. Perocchè il peso d'una bella donna gli è la più spaventevole
delle cure, per tutt'uomo che non ha a sua disposizione gli eunuchi ed
il sacco del Sultano, la Banca d'Inghilterra, od il potere illimitato
dello Czar.
--Che volete voi dire?
--Questo: che io vi ringrazio dell'onore che mi avete fatto
domandandomi la mano di mia sorella, cui io sono nell'impotenza di
accordarvi.
--Voi me la rifiutate dunque?
--Precisamente no, nello stato in cui sono le cose. Ma io non posso
darvi ciò che non ho più: mia sorella mi è stata rapita, o piuttosto,
ella ha disertato dalla casa.
--Signor abate, gli scherzi sono buoni ma quando essi sono opportuni,
rispose Don Domenico con amarezza. L'istoria che mi contate per
palliare il vostro rifiuto è assurda. A Napoli, le femmine non si
perdono come una spilla nella sabbia, o un piccolo cane che ha
smarrito il suo padrone.
--Nonpertanto, signore, la cosa è così: la è arrivata due o tre giorni
dopo che io ricevei la vostra lettera.
--E venite a darmene avviso solamente oggi?
--Gli è che, prima di mettere la polizia sulle tracce della fuggitiva,
io ho voluto riflettere ed assicurarmi ove ella sia, chi l'ha aiutata
a mettere in atto questo colpo di testa, e per quale ragione ella
aveva preso quel partito disperato.
--Ed ora sapete tutto cotesto?
--Io ignoro ancora ove ella sia. Ma conosco colui che ha protetta la
sua fuga, ed ho indovinato perchè la mi abbia abbandonato.
--Ditemi il nome del complice ed in ventiquattro ore vostra sorella vi
sarà restituita.
--Nol posso, nè voglio. Mia sorella si è sottratta da casa mia perchè
essa mi vedeva favorevole alla vostra domanda. Io lo era allora.
Qualcuno ebbe la malignità o l'accortezza di dirle, che voi volevate
sposarla per farne il marciapiede della vostra ambizione e forse della
mia. In faccia di questo dubbio, penetrato nel suo spirito, posso io
esercitare su di lei un ascendente qualunque, morale o fisico? Ve ne
lascio giudice.
--Signor abate, io vedo chiaro in tutto codesto, o se volete, vi vedo
più chiaro di voi. Il P. Piombini è passato di colà.
--Che intendete voi dire?
--Mi spiego. Il P. Piombini è stato ferito dalla bellezza di vostra
sorella. Non è la prima volta d'altronde che quel R. P. si permette di
codeste bazzecole. Egli ha fatto brillare innanzi agli occhi vostri
non so quali vantaggi che vi han dato le traveggole; e voi non avete
visto così vostra sorella evadersi dal focolare domestico. Ecco tutto.
--La vostra supposizione è talmente bassa ed insultante che io non
degno rispondervi.
--E fate bene, perchè io non vi crederei. Anzi soggiungo, per essere
più chiaro, che io non sono il vostro merlotto, e che non riceverò
l'affronto con indifferenza. Voi avete pensato che il P. Piombini era
più potente. Vi siete ingannato. Voi non conoscete chi ho dietro a me
che s'interessa al mio matrimonio. Voi avete offeso dei personaggi che
possono polverizzarvi con un aggrottar di sopracciglio.
--Voi convenite dunque...
--Di che? che io amo vostra sorella e che io ho dei protettori?
Ebbene, e poi? Se voi avete lo spirito sì mal temprato per non
comprendere il paese, i tempi, la società in mezzo alla quale vivete,
che posso io farvi? Voi avete vissuto della morale dei libri, che
rende gli uomini stupidi, e non della morale del mondo che li rende
felici. Avrei voluto aprirvi gli occhi mediante l'unzione episcopale
che vi preparavo. Voi mi respingete e spezzate i miei piani. Vedremo
se sarete stato saggio preferendo l'appoggio della Compagnia di Gesù a
quello della Corte. Tali offese non restano mica impunite, signor
abate.
--Voi mi fate benedire la sorte, signore, che mi ha sottratto ad una
grande tristezza e ad una grande vergogna. Perocchè io scorgo adesso
con quali intenzioni voi sposavate mia sorella. Io non sono
predicatore di morale, perchè, ahimè! la mia non è senza rimproveri.
Io ho avuto, ho tuttavia una grande ambizione. Non rinculerei innanzi
ad alcun prezzo per soddisfarla, se quel prezzo si cifrasse per
centinaia e migliaia di ducati. Il prezzo dell'onore, come lo pagarono
Abramo ed Isacco, mi fa orrore. Nè la mia anima, nè la mia carne non
sono da vendere, signore; e se voi avete bisogno di ciò, portate
altrove i vostri sguardi. Le vostre minaccie non mi scuotono più che
le vostre promesse. La luce, un momento offuscata nel mio spirito, ha
ripreso il suo splendore.
--Voi mi sfidate dunque, adesso? Voi vi sentite dunque così bene
coperto dai vostri protettori?
--Disingannatevi, signore. Io non ho alcun protettore e non ne
desidero alcuno, al prezzo cui voi supponete. Ve lo ripeto: io ignoro
dove mia sorella si trovi. Ma lo sapessi pure, lungi dal
consegnarvela, la coprirei del mio petto e del mio braccio. Io vi
diceva or ora che io non poteva accordarvi ciò che io non possedevo
più. Vi dico ora, che ve la rifiuto in modo reciso. Traffichiamo di
altro che di cuori innocenti e di corpi puri, signore. Capite? Voi mi
avete domandato una somma di sei mila ducati per investirmi di una
diocesi. Questa somma sarà pronta fra qualche settimane; ma essa è il
salario del mio lavoro, non del mio onore. Non posso dirvene altro.
Non siate dunque severo. Reprimete la vostra collera senza ragione. Io
non giudico i vostri principii; ma rinunziate a farmeli dividere o ad
impormeli. Noi abbiamo tutti un idolo nel cuore; il vostro è d'oro, il
mio è d'amore.
--Sta bene. Ringuainate codeste frasi risuonanti, io ne ho lo spaccio
privilegiato. Vi accordo otto giorni per riflettere, se n'è tempo
ancora. Vi hanno ingannato sull'onnipotenza dei gesuiti. Non vi sono a
Napoli che due uomini potenti, più potenti che lo stesso re: monsignor
Cocle ed il marchese di Sora. Il primo domina il re per la coscienza;
l'altro lo tiene per la paura. Questi due personaggi sono miei amici.
Essi saranno i vostri protettori quando lo vorrete. Non aggiungo
altro. Voi non siete più un fanciullo. In questo paese nulla si dona;
tutto si vende--anche il diritto di vivere. Di quale moneta pagate voi
il vostro? Tutta la quistione è là. Riflettete.
--L'è già bello e riflettuto, replicò Don Diego, alzandosi. Io non ho
nulla ad offrirvi, e sono felice che voi non abbiate più nulla a
prendermi. Mia sorella era la mia debolezza; strappandomela dai
fianchi, mi hanno reso forte. Addio, signore. Quando avrò i miei sei
mila ducati, avrò l'onore di venirvi a rivedere di nuovo.
--Voi non li avrete giammai. Al P. Piombini non resterà l'ultima
parola in questo affare, potete contarci.
La sera, Don Domenico Taffa ebbe un abboccamento con monsignore Cocle.
Don Diego rientrò in casa assai inquieto. L'orizzonte di rosa che
cominciava a contemplare, offuscavasi di un tratto. Gli spettri
dell'avvenire ricominciavano la loro danza macabra. Pensò distrarsi
nel lavoro, questa forza divina che tutto santifica. Prevenne il
canonico Pappasugna del pericolo che lo minacciava, assicurandolo che
la sua opera non sarebbe interrotta, per quanto ciò fosse possibile.
Prese delle precauzioni: si mostrò poco; lasciò uscire Concettella il
men che poteva. Avrebbe voluto nascondere la sua ansietà; ma
Concettella l'indovinò.
Ella entrava nella sfera d'attrazioni dell'ex-prete e si stabiliva tra
loro quella specie di compenetrazione magnetica che precede l'amore.
Don Diego la dominava già per quell'appropriamento vorace delle nature
lungamente contenute e subitamente sbocciate. I sensi spezzano una
volontà lungo tempo prima che l'anima sia tocca. Concettella sentiva
dunque l'aria carica d'elettricità, ne provava il rovello e ne
dimandava le cause. Don Diego non aveva nulla a rispondere. Solamente
la rassicurava che gli avvenimenti nol cangerebbero; e le dava una
somma per metterla al sicuro dalla mendicità per un anno.
Prima di affrontare nuovi disastri, Concettella, molto costernata
dell'incognito, pregò Don Diego di permetterle d'andare a vedere
Gabriele. Don Diego avviluppava il suo cuore, ma Gabriele vi era
sempre dentro. Il permesso le fu accordato, quantunque con
rincrescimento; ma Don Diego sapeva per teoria, che se si vuole
uccidere un amore importuno, non bisogna contrariarlo, ma soffocarlo
sotto le concessioni soddisfatte.
Concettella partì. Portò seco una delle chiavi della casa, dovendo
restare due giorni assente ed ignorando a quale ora sarebbe di
ritorno. Non si conta col mare.
Gabriele, che non aveva giammai visto la sua fidanzata così bella, si
mostrò dolente, fosco, sospettoso, minaccevole. Concettella si difese
mollemente. Era il rimorso o l'indifferenza che cominciava a morderla?
--Sta in guardia, Concettella, le ripetè Gabriele vedendola partire.
Tu mi hai detto: a te per tutta la vita! Guai a te, guai alla persona
che tu ami, se tu mi tradisci!
Concettella ritornò a Napoli lo spirito smarrito e colpito da mille
presentimenti. Sognava, vegliando, bagno, prigione, coltelli,
ghigliotina, sangue, aveva un tremore continuo: il brivido circolava
nelle sue vene. Arrivò a Napoli a mezzodì e corse a casa per trovare
nella conversazione di Don Diego una diversione al suo delirio
interno. Don Diego era uscito. L'aspettò con ansietà. La notte giunse.
Don Diego non rientrò. Ecco mezzanotte che suona. Ecco un'ora, poi
due, poi tre, poi il mattino, poi mezzodì dell'indomani, poi la notte
ancora e mezzanotte ed il giorno e la sera del terzo dì; ma Don Diego
non compare. Ella s'informa ai vicini. Nessuno sa dargli il minimo
ragguaglio. Concettella piangeva come una grondaia in un acquazzone;
si strappava i capelli e lacerava il viso ed i panni; ma Don Diego non
appariva. A chi domandare aiuto? a chi indirizzarsi per un consiglio?
I giorni passano; poi le settimane. Concettella lo credè partito,
scomparso, morto. Cominciò a correre la città come una forsennata, gli
occhi dappertutto, il naso al vento, le orecchie tese. Non l'ombra di
una traccia. La disperazione la guadagnò.
Infine, circa un mese dopo la sparizione del prete, Concettella udì un
mattino un vivacissimo tintinnìo all'uscio.
--Gli è lui, gridò ella barcollando di gioia.
Non era Don Diego, ma una giovinetta prodigiosamente bella che fece
irruzione nell'appartamento, come un raggio di sole, dalla porta mezzo
aperta, gridando:
--Dov'è? dov'è? Egli non è lì? Non è lì? Lo hanno dunque veramente
arrestato?
Concettella gettò un grido a quella parola arrestato. Ella seguì
Bambina che correva da una stanza all'altra, picchiando le mura ed i
mobili, rimuginando ogni cantuccio, rimuovendo tutto, non vedendo
neppure la giovane donna che la seguiva e le domandava:
--Ma chi siete voi, signorina?
--Chi sono io? Sono sua sorella. E voi? Chi siete voi? Che fate voi
qui? Da quanto tempo siete voi qui? Come ciò è arrivato? Quando
l'hanno arrestato? Come? Da chi è stato egli arrestato?
--Cuore di Maria! sua sorella! gridò Concettella. Io non so nulla.
Arrivai da Procida: non era più qui.
Bambina cadde affranta sopra una sedia, sul seggiolone di suo
fratello. Ella gemè forte, pianse, si fece raccontar tutto ciò che
Concettella sapeva, tutto ciò che la poverina congetturava. Infine,
senza aggiunger sillaba, Bambina si slanciò correndo, fuor
dell'appartamento e scomparve.
Concettella restò pietrificata.