I testimoni volevano far cessare il duello; i combattenti si opposero.

--Non prima della morte! gridò Gabriele.

--Prendi dunque! rispose Filippo.

E ciò dicendo, si precipitò su di lui a corpo perduto, offrendogli il

petto, ma mirando nel tempo stesso a conficcargli il coltello nel

vacuo delle clavicole.

Gabriele scivolò quasi sotto il braccio levato di Filippo, poi si

raddrizzò alle di lui spalle, basso il coltello e gli fendè il braccio

dritto dalla spalla alla mano, sì che il coltello cadde dal pugno di

Filippo.

Alla mercè di Gabriele, disarmato, pallido come la morte, egli si

volse e disse:

--Uccidi!

Gabriele alzò il coltello sulla testa dell'avversario, due volte

l'abbassò, due volte lo rilevò con esitazione convulsiva. Alla fine,

lo gettò lontano da lui e gridò:

--Quando sarai guarito.

E fuggì a tutte gambe.

Si condusse Filippo allo spedale dei Pellegrini, dicendo che era stato

ferito in una rissa, da un incognito con cui si era ubbriacato.

Perchè questi due popolani che avevano guardato la morte in faccia con

tanto sangue freddo, e non l'avevano temuta; perchè se un signore avesse

dato loro uno schiaffo,--e ciò arrivava ad ogni istante,--questi due

uomini avrebbero abbassata la testa senza dir verbo o sarebbero partiti

borbottando una bestemmia orrenda?

Gli è che il lazzarone tirava la sua sussistenza dal borghese. Se il

borghese diffidava di lui, se non lo trovava assai umile, e' cessava

dal fargli fare le sue commissioni, come nel 1848, ed il lazzarone

moriva di fame. Ecco perchè quei plebei, che avevano resistito

all'esercito francese della Repubblica, si lasciavano battere dal

popolo grasso, dominare dalla polizia, mettere a partito da tutti. Un

_signorino_ napolitano si sarebbe creduto disonorato se egli avesse

trattato un lazzarone come un uomo, se gli avesse dato del _voi_, se

gli avesse parlato altrimenti che con disprezzo, se lo avesse

comandato con dolcezza, se fosse stato giusto, se avesse per lo meno

sospettato che il lazzarone era suo eguale innanzi a Dio, al mondo ed

alla legge, se avesse tollerato un'osservazione, se avesse risposto

altrimenti ad un lamento di lui che con un calcio od una ceffata, se

lo avesse toccato altrimenti che col bastone, se ne avesse avuto

pietà, se lo avesse compreso in fine e l'avesse rispettato nei suoi

sentimenti, nel suo onore e nella sua dignità. Il lazzarone era pel

borghese un ignobile bruto, impastato di vizi e di laidezze,--_res

nullius!_--e lo è ancora.

Il governo trafficava del borghese, questi del lazzarone. _Homo homini

lupus!_ Il borghese però lo respingeva: il re se ne impadronì.

Ma ritorniamo a Gabriele.

Egli fece medicare il suo braccio ed andò a visitare Concettella. Non

le disse sillaba di ciò che aveva allora fatto per lei. Ma nella sera,

ella ne fu istruita.

Io delineo la situazione di questa giovinetta con una parola: ella

sarebbe divenuta con gioia la ganza di Gabriele, se Gabriele glielo

avesse domandato: ma ella voleva essere la moglie di Filippo.

Ella amava Gabriele, valutava Filippo.

Ella sentiva troppo per non indovinare qual godimento doveva esservi

nell'amore di quel bel giovanotto. Ma ella calcolava altresì che

varietà, che durata di piacere doveva esservi nel divenire la moglie

di un giovane ricco, cui si accordava dello ingegno, cui si stimava,

ed in cui vi era la stoffa di un capo-popolo. Ella non sarebbe stata

più chiamata la _sì Concettella_, ma _la majesta_, proprio come re

Nasone chiamava la formidabile regina Carolina.

Laonde ella non esitò, il dì seguente, a recarsi a visitare Filippo

all'Ospedale. Questa visita per l'uno, questo silenzio per l'altro dei

due innamorati diceva tutto. Gabriele lo comprese, come egli aveva

compreso l'estensione delle inclinazioni di Concettella per lui. Una

rivoluzione si produsse nel suo spirito.

--Se io fossi ricco, si disse, Concettella sarebbe a me. I miei cenci

sono il mio delitto. Più di cenci dunque. Abbiamo una _giacca_ di

velluto, delle scarpe, dell'oro!

L'oro a Napoli è alla portata di chiunque ne vuole. Non si tratta che

di aver fortuna: aver qualche ducato ed indovinare tre numeri. L'era

semplice. L'era più che semplice, era tentante. La lotteria è il

frutto proibito del popolo.

Si era al giovedì. I numeri del lotto si tiravano il sabato.

Vi erano a quell'epoca, e vi sono forse ancora, dei monaci famosi appo

il popolo a causa della scienza della divinazione dei numeri del

lotto. La polizia accreditava la loro reputazione, perchè questa

credenza sviluppava il gusto pel giuoco e quindi i profitti

dell'erario. Il più rinomato allora era un fra Giuseppe del convento

di San Pascale a Chiaja.

Fra Giuseppe era un diavolaccio tagliato sul tipo di un tamburo

maggiore. Uomo di quaranta anni, rosso, forte, gli occhi a fior di

fronte, un collo di toro raso, abbastanza sporco, mediocremente

astuto, superlativamente ignorante, e dottore nei sette peccati

capitali. E' godeva, malgrado ciò, di una moltitudine di dimestichezze

assai bizzarre e che riesciranno affatto incredibili ne' paesi

protestanti e volteriani. Indico i meno impudichi e ne chieggo scusa

ai lettori, cui son costretto guidare per questi cunicoli da cloaca.

Egli imponeva le mani nude sul ventre delle donne incinte per

facilitare loro il parto. Egli componeva dei filtri abbominevoli per

le fanciulle che volevano farsi amare dai giovani farfallini,--filtri

di cui lasciamo parlare, con beato dilettamento, i moralisti

cattolici, sopratutto i gesuiti Sanchez, Escobar, Benedetti, e cui non

citeremo neppure in latino, come Burchard e Martene. Egli cacciava le

mani, con un pezzo della tunica di S. Pasquale, nel seno delle donne,

di cui il latte non fecondava le glandole deliziose. Egli abbracciava,

per mandato del suo patrono, le ragazze che volevano maritarsi

nell'anno. Egli benediceva non importa che, dal crocifisso alla

pentola della minestra per farla bollire più speditamente. E' dava dei

numeri alla lotteria. Ne dava uno, raramente tre. Ora, come e' dava

questi numeri in numero progressivo, arrivava sempre che cinque fra i

novanta numeri dati, uscissero dall'urna e che cinque persone

guadagnassero un numero. Questi magnificavano la scienza cabalistica

del frate.

Gabriele andò a trovare fra Giuseppe.

--Padre mio, diss'egli, io sono al colmo della disperazione. Se voi

non mi venite in aiuto, io commetterò un malanno.

--Da bravo! susurrò fra Giuseppe, essi sono tutti in quello stato lì

quando vengono qui. Vediamo; cosa hai?

--Ebbene, padre mio, ho bisogno di dodici mila ducati, al manco; e voi

me li farete trovare.

--Saresti tu matto senz'altro, figliuolo? Come vuoi tu che io ti dia

questa piccola bagatella, eh?

--E S. Pasquale? ma io non sono degno di un miracolo. Datemi tre buoni

numeri al lotto e i denari per giuocarli.

--Peste santa! come ci va!

--Mi bisognano ad ogni costo.

--Vediamo, figliuolo, ragioniamo. I tre numeri... ciò si puote ancora.

Pregherò S. Pasquale d'ispirarmi, e forse, _se tu sei bene in istato

di grazia_, il buon santo non ci rifiuterà questo piccolo servigio. Ma

il denaro? Hai tu obbliato che noi siamo mendicanti? Si trattasse,

magari! di un pezzo di pane....

--Ma a chi volete voi che m'indirizzi allora per aver dieci _piastre_

e giuocare i vostri numeri? Io non ho un _tornese_. Non si vorrebbe

prestarmi questa somma sulla mia parola, nè sulle mie promesse.

Vendendo quanto posseggo, non metto insieme dieci grana. I miei amici

sono più miserabili di me... Bisogna dunque ch'io rubi? bisogna dunque

ch'io uccida? Vi domando quella piccola somma a mutuo...

--Ascoltami, figliuolo: io non ho tempo da perdere. È mestieri che io

vada in chiesa a cantar vespero. Ma uscendo tu incontrerai una _donna_

che ride e forse un _asino_ che raglia. Va dritto loro e ripeti _tre_

volte: _Guai_ a chi non crede!

E ciò dicendo, fra Giuseppe gli volse le spalle. Ma Gabriele correva

già più celeremente di una freccia, ruminando nel suo spirito le

ultime parole del monaco che contenevano la sua fortuna. Imperocchè

l'era così che quei negromanti davano i loro numeri. Gabriele corse

dunque da un _postiere_ per consultare la _Smorfia_,--quel libro di

lotteria che marca di un numero ogni parola. Dal piccolo fervorino del

frate, ei trasse i numeri dalle parole da noi segnate in corsivo.

Giuocò il biglietto a credito. Occorreva adesso adesso dare almeno due

piastre--10 lire--perchè il viglietto fosse valido e giuocato--e ciò

prima della mezzanotte di quello stesso giorno, venerdì, 23 agosto

1846. Noi rinunciamo a descrivere ciò che fece Gabriele per

raccogliere quella somma sì minima in apparenza, e la disperazione

d'onde fu dominato non essendo riescito. Quella piccola somma era

tutto per lui. E' vi scorgeva la ricchezza, l'amore, l'avvenire, il

trionfo sul suo rivale, la felicità: quella somma conteneva il Perù,

era un paradiso, la realità ed il vaneggiamento... venti quattro mila

ducati di guadagno e Concettella!

E quella somma gli mancava... l'abisso!

Il sangue affluì al suo cervello e lo rese ebbro di desiderii e di

progetti, mentre la disperazione traboccava dal suo cuore. La sua

immaginazione stravagava: era quasi folle. Le sue tempia battevano con

un crepitamento sensibile all'udito. Malgrado ciò era pallidissimo.

E l'ora avanzava.

Gabriele picchiò a tutte le porte. Nessuna si aprì; nessuno venne in

suo soccorso. Non sapeva più dove dare del capo. Non gli restava più

che la violenza.

Sotto il dominio di questa idea fissa ed unica, l'universo era

scomparso dai suoi occhi: anzi, l'universo si rizzava incontro a lui

come un ostacolo cui bisognava rovesciare o spezzare. Egli errò simile

ad un forsennato, tutta la sera. L'orologio della chiesa di S. Maria a

Costantinopoli suonò le dieci. Quei dieci colpi di orologio gli

diedero la vertigine.

E' saliva allora quel vicolo che dalla porta di Costantinopoli,

conduceva alla piazzetta deserta, ove era il collegio di medicina. In

un chiassuolo adiacente vi era un orribile affresco che figurava la

Passione. Innanzi a quelle tre figure sconcissime del Cristo e delle

tre Marie bruciava una lampada che dava più fumo che luce.

Gabriele s'inginocchiò, senza vedere le immagini senza pregare. Era

là, ed attendeva un'idea, l'imprevisto, l'incognito! Non un soffio di

aria nel cielo del resto, non un'anima per quei dintorni. Dovunque il

silenzio, la solitudine e quel chiaroscuro scialbo delle notti

italiane che non è nè le tenebre, nè la luce,--_il tiepido_ del

chiarore!

Era assorto e non pensava.

Infine, udì uno strepito dietro a lui. Si volse ratto, si levò. Era un

prete di provincia che passava e gli gettava un soldo, rimettendo in

tasca qualche pezzo di moneta bianca. La vista di quel danaro dette i

brividi a Gabriele. Tutti i suoi istinti si risvegliarono, tutti i

suoi desideri lo azzeccarono alla gola e lo strangolarono. Un mondo di

luce, un mondo di tenebre, passarono in un attimo innanzi agli occhi

suoi. E' corse dietro il prete, si prostrò alle ginocchia di lui e gli

disse:

--Datemi quel denaro, padre mio; per pietà! datemi quel denaro.

Il prete, che aveva ceduto al primo impulso di compassione dandogli un

_grano_, non comprese ciò che vi era di disperazione nella voce di

quell'uomo, ciò che vi era di misterioso e di terribile in quelle

parole sì semplici in apparenza. Credette che il mendicante fosse

ubbriaco e lo respinse duramente. Gabriele lo trattenne e reiterò

imperiosamente la dimanda. Il prete cominciò a sospettare allora avere

a competere con un ladro e gridò. Gabriele si credè perduto.

--Tu mi darai quel danaro, prete maledetto, disse egli. Mi occorre, lo

voglio.

Il prete che lottava per tirarsi da quegli artigli, gridò più forte.

Allora, lo spirito di Gabriele si turbò interamente. Con una mano

prese il prete alla gola, per sopprimere i suoi guaìti, coll'altra

frugò nella tasca per pigliarvi i danari. Il prete cavò il coltello e

lo ferì alla coscia. Il dolore della ferita mise il colmo alla follia

di Gabriele. E' tolse al prete il coltello e lo colpì al petto.

Quindi, coverto com'era di sangue, s'impossessò di un pugno di moneta

e fuggì.

L'orologio suonava le undici.

Il possesso della somma che gli bisognava, gli fece obliare per un

istante tutto ciò che era avvenuto. Non aveva più nè coscienza nè

memoria del suo delitto; non si accorgeva neppure che era inseguito.

L'impiegato del _posto_ della lotteria, che vide venire quell'uomo

orribilmente pallido ed insanguinato, restò sbalordito. E Gabriele

presentava già le sue due piastre maculate di sangue, quando sentì due

mani posarsi sulle sue braccia ed abbrancarlo. Allora, in un lampo e'

si risovvenne di tutto ciò che aveva fatto, gettò un grido stridente e

cadde spossato nelle braccia dei birri.

Qualche ora dopo, si trovò innanzi ad un commissario di polizia.

Gabriele confessò tutto. Non si ebbe mestieri di maltrattarlo per

farlo parlare. Egli aveva impietosito il commissario, tanto vi era di

onta e di rimorsi nel suo racconto, tanto la sua stessa coscienza

aveva avuto poca parte nella perpetrazione del delitto. Era maniaco.

Ma, cosa bizzarra, i cinque numeri giocati da lui, uscirono

all'indomani!

Il prete era morto!

Sei mesi dopo, Gabriele era condannato a ventiquattro anni di lavori

forzati.

L'indomani dell'arresto, il carceriere in capo delle prigioni della

Vicaria venne a cercarlo per condurlo nella sua camera.

Ecco ciò che era avvenuto.

Concettella aveva studiata la condotta di Gabriele dal dì del duello,

con una indifferenza apparente. Gabriele non le aveva mai parlato di

sè; ma ella aveva compreso tutta la potenza e la delicatezza della

passione di lui; aveva saputo tutto ciò che Gabriele aveva fatto per

lei. Ella si era persuasa che oggimai il cómpito della vita di quel

giovane era di poterle dire un giorno:

--Tieni, tu sei ricca!

Dalla vendita di tutto ciò che la possedeva, ed anche dei doni di

Filippo, ella aveva messo insieme un gruzzoletto e si era presentata

all'aguzzino in capo della prigione per comperargli la visita che

veniva a fare a Gabriele. Il carceriere consentì e le fece attendere

Gabriele nella sua camera.

Gabriele entrò.

Concettella, pallidissima, tremava come un giovane pioppo sotto i buffi

del vento. Restò un istante indecisa innanzi a Gabriele che sembrava

di ghiaccio. Poi d'un tratto, ella si gettò nelle braccia di lui e vi

cadde svenuta, gridando in mezzo ai singhiozzi:

--A te, per tutta la vita.

--Per tutta la vita! ripetè Gabriele: sovvientene!

Il Re prega: Romanzo · 第 22 / 39 题