E come si diviene galeotto.
Ed anzi tutto Gabriele era un bel giovanotto.
Egli aveva nei suoi occhi corvini un non so che di malinconico che
correggeva la regolarità severa dei suoi tratti, il fosco del suo
colorito, il portamento della testa fieramente accampata sur un collo
svelto. I suoi capelli neri irrompevano a ricci da un berrettino color
bruno a lembi rossi, che gli accerchiava la fronte in modo grazioso.
Portava il petto nudo, il collo nudo, le braccia ed i piedi nudi.
Perocchè tutte le sue vesti si riassumevano in una camicia ed in un
paio di brache di cotone giallognolo strette alla taglia da una fascia
bruna.
Egli amava una povera figliuolina chiamata Concettella, il cui padre
era pescatore.
Concettella non era ciò che si dice una bella ragazza. Ma il suo
sembiante esprimeva la grazia che cerca sedurre ed una vivacità che si
comunicava e rimbalzava immediatamente nel cuore di chiunque
l'avvicinava. Poi, ella era civetta.
Gabriele faceva delle canzoni per lei, perchè Gabriele era poeta ed
aveva l'istinto dell'armonia.
Chi ode per le vie di Napoli, la notte, le cantilene selvagge,
bestiali, disarmoniche, intollerabili del popolo napolitano non
sospetterebbe mai che i lazzaroni avessero la loro accademia e le loro
corti d'amore, precisamente come Clemenza Isaura. Quei Pelli-Rosse dai
guaiti sì discordanti ed offensivi avevano le loro sfide di poesia e
di musica, che terminavano non raramente in una sfida al coltello. Si
dava un tema. Il primo cominciava e cantava la sua strofa; un altro
rispondeva, ed alternando così le strofe come i pastori di Virgilio,
si continuava per lungo tempo. Il primo che si arrestava, senza dare
la replica, metteva fine alla lizza. Però costui era schernito
talvolta battuto, e costretto a spulezzarsela. Non si crederebbe
giammai che ricchezza di poesia e di viste ingegnose quei bardi dai
piedi nudi prodigassero in quella ginnastica di scienza gaia.
Ogni anno si cantava a Napoli una nuova canzone popolare. Chi ne aveva
trovata la melodia? chi ne aveva indicato il concetto e composte le
parole? Tutti se l'attribuivano--tutti coloro che sapevano infilare
crome e semi-crome, tutti coloro che sapevano far rimare _amore_ e
_core_, _bene_ e _pene_. Ma l'autore vero, lui, non dubitava neppure
d'aver dato vita ad un vero capolavoro che correva le cinque parti del
mondo come, per esempio, l'
Io te voglio bene assai
E tu nnu pienzi a me.
Ora ecco come avveniva l'istoria di quella canzone.
La notte che precedeva la famosa festa di Piedigrotta, cioè la notte
dal 7 all'8 settembre, il popolo poteva entrare e trattenersi nel
giardino pubblico,--la Villa Reale. Gli altri giorni, la plebe, in
giubba o senza, non vi aveva accesso. In quei viali, a riva del mare
di Mergellina, si riunivano i giovanotti, lazzaroni, operai,
artigiani, contadini dei dintorni di Napoli, con le ragazze degli
stessi ceti. Quindi, tutta quella gioventù se ne andava in gazzarra,
cantando e danzando la _tarantella_, dal lato della grotta di
Posilipo.
La grotta è un lungo tunnel del tempo dei Romani che fora la collina
di Posilipo. Vi si giungeva tra mezzanotte ed un'ora del mattino, con
delle torce accese, avendo ciascuno al suo braccio la sua giovine
sposa o l'innamorata, cui non bisogna confondere con la ganza. Lì, si
faceva circolo. I trovatori che si portavano candidati alla nuova
canzone dell'anno si presentavano. Quelle dugento o trecento persone
rinsaccate in quell'intestino si arringavano del loro meglio ed a
suffragio universale si nominavano i giudici del concorso. E bisogna
soggiungere, che raramente si prendeva sbaglio nella scelta. Nel 1846,
Gabriele, cui addimandavano _Gabriele Uu pienseruso_, era uno dei
candidati. Filippo Rotunno, suo rivale, ne era un altro. In tutto
erano sei. In un batter di occhio il silenzio si fece. Quattro
parrucchieri musici si collocarono nel centro, innanzi ai giudici.
Essi suonavano il flauto, il violino, la chitarra ed il mandolino. Il
cantante dava il tuono. Tre concorrenti, che non avevano buona voce,
si fecero surrogare dai loro allievi.
Noi passiamo oltre quattro di quelle canzoni, quantunque con
rincrescimento; perchè ve ne fu una sopratutto, di un gobbo
merlettaio, che fu molto bella e che, ritoccata poi, fu ricevuta due
anni più tardi,--la canzone del _Mastrillo_. Ma noi non possiamo
omettere quella di Gabriele nè quella di Filippo, che furono il punto
di origine di tante sciagure. Entrambi avevano cantato la stessa
donna, quella stessa Concettella che era con Gabriele ed aspirava a
Filippo. Gabriele era bello; Filippo, ricco. Ora, la donna è
inesorabilmente logica. La natura dà la bellezza; l'uomo deve dare gli
ornamenti.
Filippo aveva inoltre una tale rimarchevole voce di tenore, che
avrebbe valso dei milioni, se Filippo fosse stato cantante in luogo di
essere marinaio e padrone di due barche. Gabriele aveva una voce di
baritono, armonica ma molto meno bella. Egli era il quinto e cantò:
«Quando eri ammalata, io mi teneva vicino al tuo letto, Concettella.
Io udiva il tuo cuore battere con violenza: io ti compresi, mi tacqui,
ma ti amai.
«Adesso tu sei guarita, e sono io che da tre giorni sono infermo. Ma
quando si è innamorati bisogna passare per questi guai.
«Rinfresca col tuo fiato odoroso, rinfresca la mia febbre; ma non
dire, Concettella, oh! non dire che io sono piagnoloso e ti attedio.
«Imperciocchè se vedessi la Vergine che mi ammiccasse per invitarmi a
salire al Cielo, io volgerei lo sguardo, per contemplare unicamente il
sorriso della tua bocca. Sorridimi, Concettella!
«Ma se nel tuo sorriso si dovesse trovare un lampo di scherno o di
compassione, torci il capo, Concettella, torci il capo, come io
l'avrei fatto con la Madonna.
«E quando tuo padre sarà di ritorno dalla pesca, dimandagli se il mare
è ben profondo dal lato di Miseno e mandavelo a pescare.
«Io sarò quivi, in mezzo ai fiotti schiumanti, come fra le lenzuola
del nostro letto nuziale; io sarò quivi, disteso sur uno scoglio, come
avrei dovuto esserlo fra le tue braccia.
«Perchè il mare, che ha più cuore di te, fanciulla senza pietà, se tu
gli getti un innamorato, esso ti rigetta per lo meno un cadavere».
Quando Gabriele ebbe finita la sua canzone, da me pessimamente
proseggiata dal dialetto napoletano, i suoi tratti, sotto l'imperio
della commozione, erano splendidamente animati. Ma l'uditorio era
anche più commosso di lui. Perocchè la sua melodia, sì tenera e sì
triste, aveva un accento che andava all'anima come un dolore.
Il suo avversario Filippo Rotunno divenne estremamente pallido. Egli
aveva letto nello sguardo di Concettella che la parola di Gabriele
l'agitava ed il suo cuore era lacerato dalla gelosia. Egli aveva
impallidito altresì perchè aveva sentito il fremito che la cantilena
di Gabriele aveva fatto correre fra gli spettatori. Ed egli apprezzava
tutte le bellezze di quella poesia e di quella melodia di una soavità
ineffabile. Erasi fatto pallido infine, perchè egli aveva paura e
dubitava di sè. Egli sapeva che ciò che avveniva colà avrebbe deciso
dell'amore di Concettella. Fece uno sforzo sopra sè stesso e si
avanzò. Volgendo lo sguardo agli assistenti, per leggere sul loro
sembiante come fossero disposti a suo riguardo, si accorse che essi
erano ancora sotto la malìa della canzone di Gabriele. Allora volendo
aprire un'altra corrente alla loro emozione, fece suonare la
tarantella. Quindi, quando gli sembrò che l'uditorio fosse sotto
un'altra impressione, diede il suo tuono alla musica e principiò:
«Vè una piccola giardiniera chiamata Concettella, la quale discende
ogni giorno dallo Scutillo per venirmi a stuzzicare.
«Ella possiede un piccolo giardinetto ove fiorisce la rosamarina....
Concettella, ascoltami, non venire a svegliarmi di così buon mattino!
«A vederti con le tue guancie di foglie di rosa, con i tuoi occhi che
hai rubati alla notte, io potrei credere che il mio sogno non è bene
ancor terminato. Io ti ho visto femmina, e tu sei per me regina...
Concettella, ascoltami, non venire a risvegliarmi di così buon
mattino!
«Perchè vedendoti entrare nella mia povera cameretta, io credo che vi
entri l'aurora; e come apro le pupille alla luce potrei aprire a te le
mie braccia... Ed allora ti darei più baci che il cielo non ha
stelle... Ascoltami, Concettella, non venire a risvegliarmi di così
buon mattino!»
A questa strofa, l'entusiasmo degli spettatori fece esplosione. Due o
trecento bocche accompagnarono in coro il bizzarro ritornello della
scherzosa canzone. La melodia era adorabile: essa zampillava,
scintillava, spingeva le gambe alla danza, a bocca al canto. Non si
potè più restar quieti. Giammai _hustings_ inglesi ebbero più
acclamazioni tumultuose per un candidato favorito, che quel pubblico
di teste calde napolitane e di cuori entusiastici non ne prodigò alla
canzone di Filippo.
Essa fu proclamata la canzone dell'anno.
Gabriele era scomparso.
Egli aveva visto Concettella staccarsi poco a poco da lui, inclinare
verso il suo rivale, infiammarsi, esaltarsi, cader mortalmente bella e
sbocciata nelle braccia di colui. Era fuggito.
Il dì seguente, Gabriele assiso a terra, le gambe incrociate, i gomiti
sulle ginocchia, il mento fra le mani, stava ascoltando il vecchio che
sul Molo declamava l'Ariosto.
Dopo che aveva preso in uggia il mestiere di facchino delle carrozze,
Gabriele aveva principiato il commercio delle frutta. Un mercante gli
confidava un cesto pieno di fichi, di pesche o di uva, egli percorreva
la città, li vendeva al minuto, guadagnava dieci soldi in qualche ora,
e passava una parte del giorno alla riva del mare, a vaneggiare a
baloccare. La sera andava ad udire la musica sulla Piazza Reale; nel
dopopranzo alternava le ore tra il Filosofo e Rinaldo.
Il Filosofo era un vecchio antidiluviano che insegnava la morale. E'
smaltiva le massime e gli apotegmi dei filosofici stoici, li
commentava con storielle adatte al soggetto e ne tirava la moralità.
Il governo non aprendo alcuna scuola pel popolo, un mendicante fondava
una cattedra di etica. I corsi del Filosofo erano frequentatissimi.
Noi abbiamo visto spessissimo, sullo stesso Molo, da un canto il
Filosofo insegnare, dall'altro Rinaldo raccontare le imprese dei
Cavalieri, in un angolo Pulcinella e Colombina sbizzarrirsi alle farse
le più spiritose, e lì lì da presso un gesuita o un liquorista, salito
sur un banco, predicare l'inferno od il giudizio finale. E dobbiamo
confessarlo, il circolo meno affollato era proprio quello del
predicatore.
Gabriele ascoltava dunque il racconto della lotta di Argante e
Tancredi. Il vecchio cantava un poco, ma in generale declamava i versi
del Tasso in maniera vivissima e pittoresca, animandosi col gesto,
modulando le inflessioni della voce onde far delibare la melodia di
quella seducente poesia. Gli spettatori seguivano le peripezie del
poema con passione intensa.
Quando la lettura fu terminata, Gabriele mise nella mano del vecchio
tutto il suo guadagno della giornata. Egli non aveva sentito il
bisogno di mangiare; era stato assorbito in un'idea tutto il dì. Di
là, se ne andò a cercare uno dei suoi amici e gli disse:
--Filippo ed io, non possiamo più vivere nella stessa città. Bisogna
ch'egli mi uccida o ch'io l'uccida. Va da lui. Egli si batterà meco, o
lo assassino. Io non vorrei pertanto assassinarlo! Gli dò la scelta:
le pietre, ovvero il coltello.
--Io accetto le une e l'altro, rispose Filippo all'amico di Gabriele.
Quando? dove ci batteremo noi?
--Domani, alle otto, dal lato di Porta Nolana.
--Sta bene. Quante pietre?
--Dodici, se tu vuoi. E poi il _mollettone_ (coltello a molle ferma).
--Accetto. Io porterò i coltelli, voi le pietre. A domani.
--Grazie.
Vi era a quell'epoca un prete famoso chiamato don Placido Baker.
Costui trafficava in grande l'articolo miracolo. Egli passava le sue
notti a tu per tu con la Vergine o con qualche altro santo del
Paradiso in viaggio pel nostro pianeta. Quei celesti _touristes_
s'intrattenevano col prete di ogni sorta di bisogna, delle molestie di
casa del detto D. Placido o delle virtù domestiche della regina
Teresa. Poscia, accomiatandosi, gli davano il permesso di rivelare i
secreti della conversazione,--di dir perfino che quel giorno il signor
S. Pietro aveva la barba mal pettinata, e messer S. Luigi, il gesuita
che non aveva mai guardato in viso sua madre, la marchesa di S.
Gonzaga, aveva fatto l'occhiolino a Santa Filomena.
D. Placido rappresentava la sua messa e raccontava queste cianche
intime al popolo nella sua chiesa del Gesù Vecchio, due ore prima
dell'alba. La chiesa, rischiarata solamente da sei piccole candele
sull'altare era suffusa nelle tenebre, e si commettevano lì più
turpitudini che i primi cristiani non ne attribuirono mai ai pagani.
Il popolino frequentava moltissimo il Gesù Vecchio e si divertiva a
scialo di quelle storie pittoresche e straordinarie.
Gabriele, come gli altri napoletani, aveva più superstizione che
religione. Tutta la sua pietà si limitava all'impressione delle anime
del purgatorio sul braccio, a portare al collo lo scapolare della
Madonna, a far magro tre giorni la settimana. Ed ecco tutto.
Fanciullo, era ito alla chiesa per rubare le pezzuole: più tardi, per
incontrarvi una innamorata ed udirvi della bella musica. Vi andava
adesso, per veder Concettella in veste da domenica. Ma sul punto
d'intraprendere una lotta mortale, e' volle pregar Dio, onde invocarlo
a giudice della buona causa, che ei credeva esser la sua. Entrò dunque
nella chiesa del Gesù Vecchio all'alba, e pregò. Pregò senza sapere nè
come nè perchè. Dopo, raggiunse l'amico e partirono insieme pel luogo
del duello.
Si era conservato su questo affare il più grande secreto. Prima dunque
di giungere a Porta Nolana si separarono per non farsi osservare
insieme. Si prendevano queste precauzioni onde mettersi al coperto
dalle conseguenze del combattimento, nel quale uno per lo meno doveva
soccombere. L'amico di Gabriele aveva scelto nel letto del Sebeto
ventiquattro pietre della grossezza di un uovo, ben levigate e ben
rotonde. Ei ne fece due parti, e lasciò la scelta al padrino di
Filippo. Questi aveva portato due coltelli a molla, cui i lazzaroni
chiamano _crocifissi_, a lama fina, lunga, scanalata, acuminata come
un ago, tagliente come un rasoio, della lunghezza di circa dieci
pollici. Il testimone di Gabriele scelse.
--Comincieremo dalle pietre, disse costui.
--Come vorrete, disse Filippo.
--A cinquanta passi?
--Sia pure.
--Senza fionda?
--Senza fionda.
--È permesso schivarsi?
--Poichè a questa sfida deve succedere quella del coltello, io credo
che si possa accordare il diritto di non restare immobile sotto i
colpi dell'avversario.
--Sta bene. Giuochiamo a chi tirerà il primo. Si giuoco al _tuocco_.
Gabriele guadagnò.
Il combattimento alle pietre era il combattimento favorito del
lazzarone. Aveva luogo d'ordinario per bande di quindici o venti
giostratori, ed anche di più. Era una zuffa sovente pericolosa. Del
resto, basta rammentare i lazzaroni del 1799, i quali fecero
indietreggiare la cavalleria di Campionnet e sostennero a Ponte-Rosso
tre ore di lotta, quasi unicamente alle pietre.
Filippo, che aveva un pastranello, lo cavò. I due duellanti si posero
alla distanza convenuta in una cotale attitudine ch'ei non
presentavano al nemico che il profilo sinistro, avvegnachè avessero la
faccia volta l'uno all'altro, onde seguire con fissità ed attentamente
i movimenti dell'avversario.
Noi non specificheremo le peripezie di questo combattimento, il quale
esigeva l'agilità della scimmia, dei muscoli di acciaio, un colpo
d'occhio rapido come il baleno, un'elasticità incredibile delle membra
onde saltar d'ogni banda, piegarsi in tutti i sensi, appiattarsi,
alzarsi, girellare su di sè stesso, slanciarsi, spiegare in una parola
tutte le risorse della ginnastica, usare di tutti i mezzi di cui la
natura ha dotati gli animali delle foreste per attaccare e difendersi.
Il lazzarone, non era esso il selvaggio delle latitudini incivilite?
In questo attacco, Gabriele fu colpito tre volte, senza molto male:
Filippo due, anche senza pericolo, benchè ricevesse una ferita alla
testa. Ma ei si limitò a stagnare il sangue con un pugno di terra, e
continuò. Questi preliminari non dovevano servire che ad eccitare la
collera dei combattenti. Il duello a morte cominciava.
Il duello al coltello è un'importazione siciliana a Napoli, spagnuola
in Sicilia,--il combattimento alla _navaja_. Ma è altrettanto
micidiale a Napoli che a Palermo ed in Ispagna.
I due avversarli si avvicinarono. Dai loro occhi schizzavano scintille
feroci. Non vi si vedeva più il bianco: erano due punte di diamante a
fiamma fosca e penetrante circondata da un'aureola rossa.
I due testimoni li collocarono di maniera che la luce del sole fosse
egualmente divisa.
Filippo e Gabriele si approssimarono ancora, ciascuno d'essi guardando
fissamente il nemico per trovargli negli occhi un segno di paura. Non
ve n'era. Essi accostarono i loro piedi sinistri di modo che le dita
dell'uno toccavano il tallone dell'altro. I loro corpi non offrivano
che un sottilissimo profilo, converto dal braccio piegato e
ravvicinato al petto, pronto a parare il colpo. La lama del coltello
era appoggiata al braccio ed il manico chiuso nella destra come in una
morsa. A vederli così, si sarebbe giurato che al primo colpo quelle
due lame andrebbero a conficcarsi nei due petti e che si
raccoglierebbero quivi due cadaveri.
I due combattenti fecero qualche finta per provare le loro forze.
Gabriele si accorse che Filippo era agilissimo, e che se egli avesse
voluto limitarsi alla difesa per profittare del di lui primo sbaglio,
questi avrebbe potuto prevenirlo ed ucciderlo. Risolse dunque di
sconcertare quell'attività inquieta con un attacco che obbligava
Filippo a difendersi, e di fargli esaurire così, nella difesa, tutte
le sue forze d'iniziativa. Gli era uno stornarlo e perderlo. Passarono
pochi minuti in questi finti assalti, senza fiatare, gli occhi
dell'uno ribaditi alla lama del coltello dell'altro.
Fu un terribile momento.
Gabriele mirava alla gola, Filippo al ventre. Si vide infine Gabriele
proiettare in avanti il suo braccio sinistro, levandolo alto onde
allontanare il coltello di Filippo od esserne ferito solo al braccio
che gli serviva di scudo. Ma nel medesimo tempo avanzò il suo coltello
dritto al cuore del suo rivale. Questi comprese questo colpo
terribile, ed anzi che cedere alla tentazione di ferir Gabriele, fece
un rapido movimento in avanti, di guisa che il colpo che andava a
ferirlo giusto nel mezzo del fianco sinistro non gli traversò che la
carne del dorso, scivolando sulle costole.
--Ci sei? disse Gabriele, senza pertanto uscire di guardia.
--Una scalfittura di spilla! rispose l'altro, senza parimenti
turbarsi, sapendo che la minima agitazione poteva cagionargli la
morte.
Si dice nondimanco, e lo si ripete ad oltranza, che i lazzaroni sono
codardi. Giorgio Sand lo ripeteva ancora non è lungo tempo.
Si rimisero in guardia come avanti. A questo secondo assalto Gabriele
ebbe il braccio sinistro forato da parte a parte; Filippo, l'alto
della spalla sinistra traversato ed il deltoide quasi portato via.