XIII.

Come si diviene lazzarone.

Vi è un giorno nell'anno che è un giorno di beatitudine per i

trovatelli di Napoli.

Il 25 marzo, li ripuliscono, li vestono, si astengono dal farli morir

di fame e dal troppo bistrattarli. Il sorriso, esiliato da queste

giovani teste trecentosessantaquattro giorni dell'anno, sboccia sulle

loro labbra: è il giorno della speranza dopo tante settimane

d'abbattimento. Della gente onesta e povera che non ha figliuoli, dei

miseri operai che non trovano una compagna nella società legale, vanno

a visitare lo stabilimento dei trovatelli dell'_Annunziata_, aperto a

tutti il 25 marzo: l'uno vi cerca un figlio, l'altro una sposa. _I

figliuoli della Madonna sono esposti:_ Dio riparerà l'ingiustizia

degli uomini.

Un operaio, maritato da dieci o dodici anni, non aveva figliuoli. I

due coniugi ne desideravano uno: diventavano vecchi, e si sentivano

soli. Nel 1818 si decisero dunque ad adottare un figliuolo della

Madonna.

Fortunella avrebbe voluto una ragazza, Giovanni volle un garzoncello.

Ne scelsero uno dell'età di cinque anni chiamato Gabriele.

L'operaio era stato soldato della Repubblica Partenopea. Era stato di

coloro che arrestarono la marcia di Championnet su Napoli, che non ha

nè forti nè mura per resistere allo straniero, ma parecchie castella

per schiacciare le sommosse del popolo. Nel 1820 Giovanni si aggregò

naturalmente fra coloro che forzarono re Nasone ad accettare la

costituzione.

Al ritorno di quel re, in mezzo all'esercito austriaco, Giovanni fu

cacciato in galera e non si udì più parlare di lui.

Restata sola con Gabriele, un monello di circa otto anni, senza

risorse, senza risparmi, senza attitudine speciale e senza

lavoro,--perchè, onde non incorrere i fulmini della polizia, alcuno

non osava dar lavoro alla vedova del condannato giacobino,--Fortunella

mendicò. Gabriele si mise a vagabondare sotto pretesto di fare delle

commissioni.

A Napoli non si vive positivamente di aria e di maccheroni conditi

dall'incomparabile spettacolo del Vesuvio e delle sue eruzioni. I

romanzieri, gli autori di opere buffe, certi viaggiatori di appendici

han detto ciò; il mio amico Jules Janin ha persino traversato a nuoto

la Riviera di Chiaja; ma ciò non è poi così incontestabile come il

quadrato dell'ipotenusa. Tuttavia la vita non vi è cara¹; ma altresì i

salari sono bassissimi, eccessivamente esili.

¹ Io parlo dell'epoca prima del 1847; il lettore non obblii questa

data in tutti i dettagli.

Le limosine che Fortunella raccoglieva non sarebbero bastate a far

vivere una donna sola; ella aveva un garzoncello per soprassello. Ciò

che questo monello guadagnava, se guadagnava qualche cosa, lo spendeva

di nascosto, sia per andare a vedere i pupozzi di Don Gabriele al

teatro di _Donna Peppa_, sia per pagare il vecchio che raccontava sul

Molo le avventure di Rinaldo e di Bradamante, sia per comperarsi di

quelle stomachevoli leccornie chiamate _franfellicchi_. Il pane era

dunque tutto a carico della povera donna.

La quistione degli abiti non fu mai una quistione per Gabriele. La

natura avendolo provvisto di una magnifica capigliatura nera, come gli

augelli del cielo sono provveduti di piume, Gabriele non aveva bisogno

di _coppola_. Le belle lave del Vesuvio, che lastricano le strade di

Napoli, avendogli indurito l'epidermide dei piedi, come gli animali

erranti, egli non sentiva la necessità delle scarpe. Il freddo del

clima di Napoli non essendo intenso, un giubbetto non era

indispensabile. Egli è vero che il pudor pubblico, checchè ne abbia

scritto lady Morgan, non avrebbe tollerato che egli andasse attorno

senza camicia e senza calzoni. Ma che quel pantalone non arrivasse che

fino al ginocchio, che i suoi squarci a bocca aperta lasciassero

vedere ciò che avrebbero dovuto nascondere, che quella camicia fosse

un cencio così pittoresco come i deliziosi stracci dei cialtronelli di

Murillo, poco importava. La morale pubblica era salva, la società

pudica soddisfatta; la coscienza della _gente caritatevole_ restava

quindi senza rimorsi. La nettezza poi era affare di Gabriele. Quando

la sua biancheria era sporca, egli la gittava al mare. E frattanto

ch'egli succhiava delle conchiglie, il sole ed il mare s'incaricavano

dell'imbiancatura di sua signoria.

Neppure la quistione dell'alloggio non era stata giammai una per lui.

Egli avea fisso il suo domicilio al terzo scaglione della gradinata

della chiesa di S. Teresa, a Capodimonte. Il proprietario non gli

dimandava mai il _pesone_, come il popolo napolitano chiama il fitto

della casa.

La parola dice la cosa.

Ma l'inverno? domanderete voi. L'inverno? Ebbene, fra tutte le

calamità sociali che affliggevano la città di Napoli, la Provvidenza

le ne aveva risparmiata una che forse le valeva tutte. A Napoli non vi

erano portinai, o piuttosto non ve n'era che uno solo: lo svizzero del

re! L'inverno dunque Gabriele si cacciava in un cortile, s'appollaiava

dietro una porta, in una rimessa, in una stalla. A giorno, cominciava

a battere le strade, se gli restava ancora qualche soldo, ovvero

andava a vedere sua madre, nel suo orribile buco al mercato, se aveva

fame.

Questa esistenza spensierata e nomade era il suo apprendimento della

vita. La famiglia naturale l'avea rigettato, la famiglia adottiva era

stata disciolta dal potere politico: orbo di padre e di guida, egli

vagava alla mercè del caso, e si dava a lui tutto intiero.

Il caso è l'istinto.

Sua madre un giorno lo sgridò: credo anzi che lo battesse un tantino.

La povera donna voleva tirarselo dietro in una chiesa, ed il galuppo

preferiva di restar fuori, al sole. Gabriele se la spulezzò, e per due

o tre giorni non comparve al tugurio. Però, come Fortunella gli aveva

parlato di religione, ei si fece pitturare sul braccio delle belle

anime del purgatorio che si voltolano nelle fiamme, e si tenne per

aggiustato col cielo.

In questo mentre, il lastrico della città gl'insegnava non poche cose.

In contatto col mondo, messo a limite nelle sue inclinazioni, subendo

di già la legge del più forte, alle prese con i bisogni e con le

aspirazioni che sorpassano sempre le latitudini della miseria e si

slanciano in quelle del lusso, costretto ad osservare, a riflettere,

ad attendere, egli studiava la città come il selvaggio studia le

savanne.

Egli apprendeva a pensare senza accorgersene. E le lezioni non gli

mancavano, perocchè il vizio, quando non è il delitto, e mica ancora

la brutalità, diviene un gran maestro di scuola.

Il vizio è la lotta che si stabilisce fra quello che è regola per

molti e quello che è ostacolo per taluni. Gabriele non conosceva la

regola, perchè alcuno non gli aveva insegnato ciò che sia dovere e ciò

che sia diritto; ma egli subiva l'ostacolo ed assottigliava la potenza

del suo spirito per demolirlo.

Due fatti colpirono il suo spirito.

Un giorno, passando davanti al convento di Santa Maria Nuova, e' vi

vide accalcata una cinquantina di persone, vecchi storpi e cenciosi, e

fanciulli di sette od otto anni sparuti e nudi. Tutta questa gente

aveva un coccio smussato sotto il braccio. In aspettando, recitava il

rosario ed uccideva i pidocchi. I fanciulli acchiappavano le mosche.

Quello spettacolo divertì Gabriele: si fermò. Ad un tratto, la porta

del convento si aprì, e vide comparir sulla soglia un frate

estremamente grasso ed oleoso, il volto acceso ed inzaccherato di

tabacco, di brodo e di vino. Due altri fraticelli, egualmente sporchi

ma più giovani ed il viso più raffilato, seguivano fra Gaetano. Essi

trascinavano un'immensa caldaia, nella quale si erano riuniti a

sghimbescio i residui del pranzo di centosettanta monaci, formando

così un pappalecco senza nome nel pandemonio culinario, di un colore

indeterminato, di una forma indecisa e di un gusto cui la fame sola

poteva far trovare tollerabile. Alla vista del pajuolo, i _pater_ e le

_ave_ si perdettero in un cospettare sommesso scambiato tra i

mendicanti, tarabussandosi a chi passerebbe il primo.

Su questo brontolare assordante, risuonò il vocione di fra Gaetano,

che gridò:

--L'_anima vostra_! volete tenervi la lingua tra i denti?

E ciò dicendo, sollevava il suo scettro,--il lungo e profondo

cucchiaio di cui si serviva per distribuir la pietanza.

La vista di quelle scodelle tese, risvegliò l'appetito di Gabriele.

Egli vide passare i mendichi l'un dopo l'altro, ed avanzando

insensibilmente, a misura che quelli che si allontanavano lasciavano

posto, si trovò in faccia di fra Gaetano. Gabriele non aveva scodella;

ei non distese la mano. Fra Gaetano lo sbirciò senza cospettare, poi

lo sbirciò ancora grattandosi l'epidermide del collo. Ei prese da un

paniere due pezzi di pane e di carne, e glieli gettò, dicendo:

--Ritorna domani.

Gabriele trovò il pane eccellente, la carne squisita, il monaco

strano; osservò sulle labbra dei due fratocci un sorriso ch'e' si

permise di qualificar stupido, e se ne andò facendo capriole.

L'indomani e' si disse:

--Poffar dio! poichè mi si dà un così buon pranzo per nulla e mi

s'invita con tanta gentilezza, perchè non accetterei io l'invito di

padre Gaetano?

Ed andò al convento.

Appena che fra Gaetano lo scorse, gli fece segno di aspettare e

sollecitò a dispensar la brodaglia. Poi, quando Gabriele fu restato

l'ultimo, fra Gaetano cavò fuori di sotto la tunica un bel pezzo di

pane bianco ed un groppone di cappone non male in carne, e l'offerse

all'avidità del garzoncello, carezzandogli paternamente la testa. Poi

gli disse:

--A domani, piccolo.

Allettato in questa guisa, accolto di così buona grazia, attirato con

tanta premura, carezzato, festeggiato, Gabriele ritornò il terzo dì.

Fra Gaetano gli sorrise. Quando tutti furono partiti, anche i due

monaconzoli, fra Gaetano mise avanti gli occhi del figliuolo un

piccione arrostito ed un pane bianco come l'ostia.

Gabriele entrò nel convento.

Scorse un minuto, e in un baleno lo si vide uscire, gittare ciò che il

frate gli aveva regalato e salvarsi a gambe.

Gabriele non mendicò più.

E' si accomodò di un altro mestiere.

Eravi a quell'epoca, in una piccola casa accosto al teatro di san

Carlino, un uomo conosciutissimo chiamato _llu si' Michele_.¹ Questi

era intraprenditore di ladrerie, brevettato dalla polizia,--sì,

brevettato dalla polizia, pagando patente!

¹ _Il sor Michele_.

Un prefetto della polizia di molto buon senso si era detto:

--Il furto è il sistema normale del governo napolitano. Eccetto il re

che non ruba,--regnava allora Francesco I cui non bisogna confondere

con Ferdinando II,--tutti gli altri rubano. In una società, bene o

male organizzata, il furto è inevitabile, ed in una grande città come

questa, impossibile ad evitare. Il furto è l'anarchia; io vado a

governarlo. Il furto è indipendente e perciò degno di forca; io vado a

farlo realista, a forzarlo a subir le leggi dello Stato ed a pagargli

tributo come ogni altra cosa; la prostituzione, per esempio! Quando il

furto sarà legale, sarà morale; quando esso sarà produttivo per il

fisco e protetto dal fisco, esso non sarà più giacobino.

Egli tirò allora dal bagno un uomo che passava per aver del genio in

questa categoria di delitti, lo fece trasferire a Napoli e gli disse:

--Ascolta. Ti lascio tre mesi per studiare la piazza e scegliere il

tuo personale. Dopo questi tre mesi, tu sei responsabile di tutti i

furti che si commettono nella città.

--Io?

--Sì, tu. Adesso ecco le condizioni che ti pongo. Io autorizzo il

ladroneccio, ma non al di là del numero di furti commessi fin qui. Io

ti do giurisdizione piena ed intera per impedire e reprimere le

ruberie che non saranno commesse dai tuoi agenti; ma qualunque di

cotesti agenti si lascierà sorprendere in flagrante dalla polizia,

sarà severamente punito e perderà l'impiego.

--Io accomoderò codesto. Avviserò la polizia che avrà cura di

allontanarsi.

--Ascolta il resto. Sul prodotto delle operazioni, sarà prelevato il

cinquanta per cento per la nostra amministrazione. Sugli altri

cinquanta, venticinque per te, venticinque per l'agente. Se c'inganni,

la prima volta che ti prenderemo in frode, sarai impiccato. Ecco le

mie condizioni. Accetti?

--Ma chi constaterà la frode? domandò Michele.

--Noi. Accetta o torna in galera.

--Accetto.

Tre mesi dopo, l'uffizio di Michele era istituito, e sei mesi più

tardi, la sua amministrazione funzionava a meraviglia. Era

l'amministrazione modello negli Stati di S. M. Siciliana. Il prefetto

di polizia aveva legalizzato il furto.

Gabriele fu ammesso come soprannumero, da prima nella banda di coloro

che vigilavano, poi entrò nel ripartimento dei furti di pezzuole da

tasca. Ora, ecco cosa avvenne.

Gli austriaci che avevano occupato Napoli dopo il 1821, erano partiti

nel 1827. I mercenari svizzeri li avevano sostituiti. Un giorno, un

capitano svizzero passeggiava nella strada Toledo, ove Gabriele era di

servizio. Il capitano aveva nella tasca un magnifico fazzoletto di

seta delle Indie, a fondo bianco e larghe strisce rosse sui lembi ed

una punta di quell'arnese usciva a civettar dalla saccoccia;

stuzzicando l'avidità, da agente provocatore. Gabriele lo notò o lo

fece notare al suo collaboratore, un giovincello di tredici o

quattordici anni come lui. Questi disse a Gabriele:

--Sta in guardia, seguimi, io vado a fare il colpo.

E si slanciò. Gabriele guardava intorno.

Il ladroncello si avvicinò, passò di dietro allo svizzero, ed in un

batter d'occhio la pezzuola fu tratta fuori. Ma restò aderente alla

tasca dell'uniforme.

Il capitano, a quanto pare, più di una fiata rubato aveva attaccato il

moccichino con una spilla all'uniforme. Infatti, dacchè si accorse che

se ne andava, allungò la mano e prese pel braccio il piccolo

delinquente.

Il capitano gli fece fare un mezzo giro e se lo menò d'incontro. Lo

considerò un istante senza parlare, come se lo giudicasse mentalmente,

poi piegò il ginocchio sinistro a terra, pose sull'altro ginocchio

piegato ad angolo retto il braccio del giovanetto, l'innalzò,

l'abbassò con forza sulla rotella. Il braccio del disgraziato era

rotto in due come un ramo di legno morto! Il monello gittò un grido e

cadde svenuto. Il militare si rialzò tranquillamente, scosse la

polvere del suo calzone, guardò con aria soddisfatta le persone che

gli avevan fatto capannello attorno, portò la mano allo shakò, salutò

tutti e si allontanò in pace. Il popolo si disperse, il cuore stretto,

e mutolo. Uno sbirro, che aveva tutto visto come gli altri spettatori,

raccolse il fanciullo, lo trasportò alla prefettura di polizia, ove il

commissario gli fece infliggere venticinque colpi di frusta, in

seguito di che l'infermo fu mandato all'ospedale.

Gabriele, anch'egli, aveva tutto visto, anche i colpi di verga. Egli

fece giuramento di non mai più rubare, di guisa che un frate

mendicante lo corresse dal vizio della mendicità, un mercenario gli

apprese il rispetto della proprietà: due violenze gli indicarono due

doveri.

Gabriele aveva sedici anni.

Quando si è lazzarone, e non si ruba e non si mendica, non si ha altra

risorsa che il lavoro. Ora, che può fare un lazzarone?

Si è scritto, e lo si ripete ogni dì, che tra il lazzarone ed il

lavoro vi è incompatibilità e ripulsione naturale. Ciò non è esatto.

Tra il lavoro del lazzarone ed il lazzarone non vi è equilibrio di

salario, e per conseguenza il secondo è disgustato del primo. Ciò è

molto, ma ciò non è ancora tutto.

Per compiere un lavoro qualunque, occorre che la natura e la società

si diano la mano. La natura aveva tutto fatto pel lazzarone. Il

lazzarone era forte, intelligente, sobrio, paziente, sopportava tutto,

era abile, proprio a tutto, capace di tutto, anche di essere onesto!

Col lazzarone non si aveva neppur bisogno di parlare: un segno, un

muover d'occhio, ed egli aveva capito. La natura era stata larga per

quest'organizzazione primitiva. Ma la società? Madrigna!

Non scuole, non conservatorii, non istruzione, non associazioni, non

opifizi, non maestri, non assistenza, non asili d'infanzia, nè casse di

risparmio, non istrumento di lavoro, non istruzione professionale....

nulla, nulla per rilevare l'uomo sopra il livello del produttore della

forza bruta, la macchina. La società incivilita gli aveva venduto una

gerla, ed ecco tutto.

Ora, questa gerla--_la sporta_--era tutto un mondo pel lazzarone.

Aveva bisogno di portare un fardello? la gerla gli serviva di

carrettello. Pioveva? la gerla gli serviva di paracqua. Aveva sonno?

la gerla gli teneva luogo di origliere. Voleva sedere come un

sibarita? e' si faceva una poltrona della gerla. Vi si coricava

dentro, vi dormiva sopra, vi si nascondeva dietro per procurarsi

dell'ombra.... L'uomo e la gerla si completavano, s'identificavano

talvolta; erano inseparabili.

Vi sono degli uomini, le cui funzioni sociali sono limitate a produrre

la ventesimasesta parte di una spilla, od a girare una ruota per tutta

la loro vita, e finiscono per diventar bruti. Perchè quest'altro

bruto, il lazzarone, che era aggiogato per tutta la sua vita ad un

fardello ch'egli doveva portare sulla testa o sulle spalle, perchè

diveniva esso filosofo? Imperciocchè, se il lazzarone non sapeva

leggere, e' pensava; quando lo si credeva addormentato, meditava;

quando lo si credeva indifferente, sentiva. Del resto è presso a poco

la legge generale di tutti gli schiavi e di tutti i servi; essi non

fanno che recitare la parte dello stolido. Ecco perchè il lazzarone

ragionava poco, parlava per imagini, almanaccava molto. La _folle du

logis_ era sempre all'erta in quel cervello ben costruito e mal

intonacato.

Il lazzarone non esiste più. Domani sarà elettore.

Ma ritorniamo a Gabriele.

I viaggiatori che arrivavano di provincia, mettendo il piede nella

capitale, erano innanzi tratto sicuri di avere a sostenere una lotta

col lazzarone. Quando la carrozza passava la barriera della gabella,

una mezza dozzina di lazzaroni vi si aggrappava attorno come bruchi,

sostenendosi ad ogni punto di appoggio che la vettura offrisse loro.

Circondata da questa guardia del corpo, la carrozzaccia entrava

trionfalmente in città. Il cocchiere andava dritto alla sua locanda e

depositava le sue vittime sul lastrico. Ma queste povere vittime,

appena sottrattesi all'imperio del cocchiere, cadevano immediatamente

sotto il potere del lazzarone.

Il potere del lazzarone sulla sua pratica era così esteso, così

irresponsabile come quello dello Czar su i suoi sudditi; non vi era

che l'insurrezione che lo limitasse. Con un colpo d'occhio rapido ed

intelligente il lazzarone giudicava il suo cliente, lo valutava come

se lo avesse conosciuto da vent'anni. Dopo questo apprezzamento e' si

disponeva ad agire. La conclusione di questo ragionamento era del

resto assai semplice: aver dei danari _con_ o _senza_ accompagnamento

di busse.

Le busse non entravano in conto: erano una cosa sì abituale, che col

tempo era divenuta natura.

I lazzaroni che avevano accompagnato la vettura si gittavano dunque

immediatamente sul bagaglio e si distribuivano i colli. Che l'uno o

l'altro pigliasse una pesante valigia, un sacco da notte, un bastone,

un porta-capello o una canna di pipa, importava poco. Era una buona o

una cattiva fortuna, ecco tutto. Ma colui che si era impossessato del

bastone si guardava bene di caricarsi per sopra più del paraacqua. Ciò

sarebbe stato un invadere i dritti del compagno, un violare il dritto

di proprietà, il dritto al lavoro, il dritto al salario..... ed il

lazzarone, che non aveva alcun dritto, li rispettava tutti.

Quanto al viaggiatore, e' non poteva più toccare alle sue cose: lo

avrebbero bastonato. Imperciocchè ciò sarebbe stato «un rubare la

povera gente la quale non aveva che quello per vivere!» Se il

viaggiatore aveva l'aria un po' determinata, gli si faceva la grazia

di lasciargli scegliere il suo albergo. Diversamente, il povero

provinciale doveva stimarsi felice di correre a tutte gambe dietro ad

una mezza dozzina di lazzaroni che, essendosi impadroniti dei suoi

bagagli, lo avrebbero condotto in America. Lo conducevano ove

volevano--e sempre male.

Arrivati a destino, i lazzaroni, sempre rispettosi fin là, prendevano

una cert'aria di dignità. Se erano sei, uno solo entrava nella camera,

gli altri restavano alla porta. Il viaggiatore faceva un calcolo più

meno giusto e pagava. Ei credeva pagar tutto. Il lazzarone guardava la

moneta ricevuta, la voltava e rivoltava nella palma della mano,

squadrava la sua pratica dalla testa ai piedi, alzava infine le spalle

con disprezzo ed usciva. Il viaggiatore respirava.

Ma ecco che il secondo si presenta.

--Eccellenza.....

--Cosa è?

--Ebbene!, ma io vi ho portato il vostro sacco da notte, io.

--Eh! ma io ho pagato il tuo camerata per tutti. Domandagli la tua

parte.

--Che cosa mi riguarda ciò, a me? Conosco io forse il mio camerata,

io? Vi aveva io detto di dargli la mia parte, io?

Il viaggiatore pestava, e poi pagava ancora e respirava di nuovo.

--Eccellenza, il povero facchino che ha portato il vostro baule.

--Come, il mio baule? Ma io ho pagato. Ne ho anzi pagato due.

--È impossibile, ma me no, eccellenza.

--Te, te, te ho pagato per tutti. Va al diavolo.

Il lazzarone che aveva cominciato per dar dell'_eccellenza_ al suo

paziente, abbassa di un grado i titoli.

--Ma _signore_, io non posso andare al diavolo prima che non mi

abbiate pagato. Io mi sono slogato le ossa per trascinare il vostro

miserabile cassettone. Credete che ciò sia per i vostri bei baffi da

carbonaro, eh?

--Io non do più un soldo. Fuori di qui!

--_Tu_ ti burli di me dunque eh! il _calabrese_? Io ho gittata _la mia

anima_ a carreggiare il tuo lurido cataletto, e _tu_ mi pagherai.

--Io non pagherò più nulla, no, no. Esci all'instante, se no.....

--Ed io ti ripeto che tu mi pagherai o per la Vergine del Carmine, il

_sangue va a scorrere a lava_.

Il viaggiatore cospettava ancora e pagava.

Il quarto si presentava. E là, nuova disputa sul prezzo, mista a

bestemmie, a gesticolamenti, a minacce, a lazzi, ad ironie fine ed

insolenti dalla parte del lazzarone che è il minchionatore il più fino

e il più insolente che io mi conosca. Egli aveva inoltre un disprezzo

imperiale per tutte le genti della provincia, cui addimandava di un

sol nome: _calabresi_. Come per gli antichi romani, tutto ciò che non

era della loro capitale era _barbaro_.

In una parola, il viaggiatore doveva pagarli tutti, subire i loro

insulti, talvolta le loro busse. Ma egli arrivava altresì qualche

volta che il viaggiatore si ribellasse e desse un calcio o uno

schiaffo. Allora un combattimento in regola s'impegnava. Egli era

insorto troppo tardi! Così, tutti coloro ch'egli credeva partiti

ritornavano, ed un tafferuglio cominciava, in cui si rompeva tutto,

compreso la testa del viaggiatore.

Ma come fare, mi domanderete, per evitare questo inconveniente?

Il metodo era semplice. Bisognava dare uno schiaffo, senza fiatar

sillaba, al primo che toccava al vostro bagaglio prima di ricevere i

vostri ordini. Il lazzarone capiva all'istante che egli aveva a fare

con un militare, con un pezzo grosso del governo, o con un uomo

determinato che conosceva i procedimenti onesti, e diveniva umile come

agnello. Egli era sovente anche rubato dal suo cliente.

Gabriele faceva quel mestiere al Ponte della Maddalena, da dove

arrivano i Calabresi, gli uomini i più irruenti delle provincie del

regno. Gabriele si caricava raramente di un mobile pesante: per

conseguenza e' correva più ch'altri il rischio di ricevere un pugno od

un calcio, quando si presentava l'ultimo per domandare il prezzo del

porto di una frusta o di una bottiglia vuota. Ora, ciò gli arrivò così

spesso ch'e' finì per prendere il mestiere in disgusto. Imperocchè, se

la polizia non interveniva punto per proteggere il viaggiatore contro

l'aggressione dei lazzaroni, essa interveniva meno ancora per

proteggere il lazzarone contro le batoste e le scroccherie del

viaggiatore. Poi, Gabriele divenne adulto, ed una rivoluzione morale

si era operata nel suo carattere.

Egli amava.

Il Re prega: Romanzo · 第 20 / 39 题