--Ah! son dunque falsi gli atti dei conciliaboli di Worms e di Pavia,

che ci calunniarono così vilmente e ci deposero dalla sedia di

Pietro? Il priore di Lacedonia, da noi perseguitato come infame, non

fu da te creato arcivescovo di Ravenna per vilipenderci? Il favore

agl'impudichi ecclesiastici da noi condannati, la resistenza nel non

ispogliarsi delle investiture . . . non è vero. Enrico di Germania,

son falsi e non dettati sotto la tua inspirazione quegli atti, quelle

resistenze, quei favori? Non è Guiberto arcivescovo?

--No, non sono falsi. Ma tu, Ildebrando, avevi varcati i limiti del

tuo ministero, ed io mi serviva del dritto degl'imperatori di Lamagna.

--Ed io di quello dei supremi pontefici, riprende Gregorio

interrompendolo, e percotendo del pugno la tavola. Io come capo dei

cristiani ho udito i loro lamenti. Tutti i giorni, i tuoi sudditi di

Germania han recato ai miei piedi querele contro la perversità e la

ferocia del tuo cuore. Hai vedovate e pollute le chiese; vituperati

i sacerdoti; corrotto il paese che Iddio ti avea dato a governare;

afflitti i vassalli; oltraggiati i signori. E se questi a te,

infistolito nel male, Enrico, non sembrano delitti, a me, supremo

signore dell'impero, feudo di santa Chiesa, lo apparvero troppo, e

ti giudicai non con la severità che meritavi, ma come padre, come

amorevole padre che il figliuol suo vuol ravvedere, non perdere.

--Codeste son le solite frasacce dei sacerdoti, pontefice, e ne ho

udite troppe per non riconoscerle, risponde Enrico sdegnosamente.

Avete appreso una serie di motti spregevoli e di luoghi comuni, che

applicate a tutti i casi, a tutte le circostanze, a tutte le persone

senza distinzione di sorta, e così fatte egida alla petulanza della

vostra condotta ed ai vostri disegni, che nulla hanno di santo e

di puro. _Chiese pollute! sacerdoti vituperati! gregge afflitto!

pastori! pecorelle!_ e che so io. Ma citate, per dio, citatemi un

esempio solo specificato di coteste ipocrite parole. Che un cavaliere

solo dei nobili e virtuosi, che pur ne ha tanti Germania, venga a

farmi arrossire di un'opera da tiranno e da perfido; ed allora io

rassegno la corona come indegno di portarla. Ma finchè una mano

di schiavi, ribelli ad ogni freno e ad ogni legge, finchè dei

preti avidi di guadagno e di potere, e dei signori ambiziosi, che

null'affatto vorrebbero esser ligi di padrone ed al padrone forfanno,

si tirano avanti per baiare alla luna, ed eruttar delle scempiaggini

scellerate, con niun discernimento spilluzzicate nelle omelie della

Chiesa contro l'antica memoria di Domiziano e di Nerone; finchè,

pontefice, questi servi vituperati si arrogano di calunniare il loro

re, onta a te che li ascolti e presti loro un braccio, il quale solo

dovrebbe alzarsi per ristorare i caduti e proteggere i malignati.

--E perchè dunque, se ti sentivi incontaminato, perchè hai rifuggita

la dieta di Augusta? dimanda il pontefice. Quivi, in presenza mia e

dei signori dell'impero, avresti potuto fare le proteste medesime, ed

innanzi a cento e cento testimoni, chi avrebbe ardito mentire?

--Perchè, dovresti ricordarlo, o pontefice, sta scritto: _Date a

Cesare ciò che è di Cesare_, ed _il servo non si leverà a censore del

suo padrone_. Perchè la dignità dell'imperio si sarebbe prostituita.

Perchè la giustizia umana e divina non tollera che alcuno si

constituisca giudice ed accusatore ad un tempo. Perchè coloro erano

stati corrotti da te, pontefice, da te che dovresti portare la pace

del Vangelo non la sovversione di Satanno, e ne sieno testimoni

le tue lettere ai principi Rodolfo, Bertoldo, ed altri signori

di Germania. Perchè quella dieta era contraria alle costituzioni

dell'impero, come convocata da signore straniero, e da lui preseduta.

Perchè infine io era re, e sul re non giudica che Iddio, ed un re

deve morire, deve rinunziare allo scettro, se d'uopo è, ma non

avvilirsi. Ma lasciamo il passato, pontefice, e più calmi discutiamo

i nostri affari.

Gregorio accigliato e scuro come una notte di tempesta in gennaio,

ascoltava digrignando e contorcendosi senza rispondere. Enrico

continuò:

--Per bene dell'anima, io ho creduto farmi cavar gli anatemi, e per

non desolare di guerre e di scismi il paese che Iddio ed i dritti

ereditari mi han dato il reggimento. Siano qualunque i principii

che t'indussero a scomunicarmi, ora, santo padre, dovresti esser

soddisfatto delle prove che per riconciliarmi con la Chiesa ti ho

date. Bastino. Non tentare gittarmi nella disperazione, perchè,

come ti sovviene, sta scritto, che, _chi ama il pericolo in quello

perisce_.

--E sei tu veramente pentito, Enrico di Germania, dei soprusi che hai

fatti alla Chiesa ed a me che ne sono capo?

--Io non so veramente troppo di quali soprusi tu intenda parlare,

pontefice. Ma se cosa avrò commessa che al cospetto di Dio non fosse

tornata gradevole, men pento pure, ed amaramente men pento.

--Sta bene. Però i pentimenti non bastano, signore; guarentigie vi

vogliono.

--Dimandate.

Allora Gregorio tolse la pergamena finita di scrivere allora allora

in presenza del re, e disse:

--Ecco i capitoli della pace, se vuoi la pace, figliuolo. Li

ratificherai, li firmerai, e presterai giuramento di osservarli. Dove

però essi, o alcuno articolo di essi non ti tornasse gradevole, puoi

andarne pure, perchè io sono fermo, Enrico, di non recedere, per

qualsiasi considerazione, da essi.

--Li firmerò dunque senza leggerli, se non mi è dato discuterli, e li

giurerò.

--No; gli è mestieri che gli ascolti, onde per l'avvenire non ti

ritragga dall'osservarli, e spergiuri.

--Leggili.

--Eccoli. «1.º Nel giorno e nel luogo segnalati dal papa, Enrico si

presenterà alla dieta degli Stati tedeschi onde purgarsi delle accuse

postegli dai principi. Il papa sarà giudice supremo ed unico fra lui

e tutti gli accusatori di lui».

--Ah! fece Enrico, incrociando le braccia sul petto, il papa sarà

giudice, giudice dell'imperatore, giudice dei suoi baroni, giudice

dei suoi vassalli--signor dell'impero in una parola. A maraviglia! E

poi?

Gregorio lo sta ad udire fissandolo di sguardo accigliato, poi senza

rispondere continua a leggere.

--«2.º Quando, a giudizio del papa, Enrico fosse chiarito innocente,

con sentenza del pontefice conserverà la corona imperiale: se

colpevole, la rinuncierà senza contrasto, nè potrà per qualunque modo

dimandare o tôrre vendetta da chicchessia».

--Comprendo, riprese Enrico componendo il volto ad un sorriso che

avrebbe spaventato Satanno, Samuele ha trovato il suo David perchè

Saulle l'ha fastidito. Ed inoltre? Gregorio si tacque ancora e lesse.

--«3.º Per sino al giorno di questo giudizio Enrico non porterà le

insegne imperiali, non si arrogherà l'amministrazione del regno,

ed eccetto la esazione dei regi dritti per tanta somma quanta sarà

necessaria al vitto suo e dei suoi, non toccherà il tesoro della

Camera, libererà dal giuramento di vassallaggio e di fedeltà tutti

quelli che glielo avessero prestato a contare da un anno».

--Tanto valeva di soggiungere di mandare a tua paternità quei tesori

ed infeudarli l'impero, continuò Enrico col medesimo ghigno beffardo.

Ve n'è ancora molti di codesti patti di pace?

Gregorio legge:

--«4.º Quando trionfasse delle accuse dei principi e dal papa fosse

confermato in monarca, Enrico sarà ognora fedele, devoto, obbediente

al romano pontefice: e sia nel ricomporre i disordini dell'impero

germanico, sia nel riformare gli abusi delle chiese italiane e

tedesche, non potrà giammai essere d'avviso diverso di quello del

papa».

--Ciò è di ragione, sclama Enrico; il papa è il re dei re, il papa è

Dio. Conchiudiamo.

--«5.º Mancando ad un solo di tali capitoli, o scostandosi dal loro

senso più ovvio, l'assoluzione della scomunica sarà irrita, nulla,

e come non per anco avvenuta; e si terrà considerato per convinto

di tutti i delitti che gli vengono apposti dai principi, e decaduto

dall'impero. Infine consegnerà al pontefice l'arcivescovo di Ravenna

prigioniero».

--Anche questa? Un imperatore sacrestano non basta; deve anche essere

il birro ed il boia di santa Chiesa. Stupendo!

Gregorio non rileva l'osservazione. Solleva il capo, e gittandogli

innanzi sul tavolo la copia dei capitoli:

--Ecco, Enrico, soggiunge, a quali patti ti potrai riconciliare con

Dio e con me. Se non li approvi io non te li impongo.

Enrico non risponde più nulla. L'indegnità di quei capitoli e

l'insigne tradimento che Gregorio gli aveva ordito, gli sembrarono

talmente infami, che gli venne financo fastidio di favellare, e mille

anni gli parvero di torsi dalla presenza di quell'uomo. Per lo che,

con una specie di convulsa rabbia, toglie d'innanzi al pontefice

la pergamena e la sottoscrive. Gregorio s'avvide dei pensieri che

concitavano il re, e comprese senza stento che quei capitoli non

sarebbero stati osservati. Ma siccome da documenti di questa natura,

e con questi mezzi carpiti, egli aveva assunta la prepotenza ed i

titoli alla signoria degli altri regni, così contentossi della cosa

fatta e del presente, riserbandosi per l'avvenire di profittare

delle circostanze. Onde, rivolgendosi ad Enrico, gli dice:

--Adesso fa d'uopo che giuri.

--Hai cominciato, finisci, risponde costui quasi distratto. Detta

dunque tu stesso il giuramento ancora, perchè io sono a tutto

rassegnato.

Allora Gregorio fa entrare tutta la corte e le annunzia la

riconciliazione seguita. Poi, in presenza di tutti, Enrico pone

la mano sul libro degli Evangeli, tenuto dal vescovo di Porto

ginocchioni, e legge sur una pergamena presentatagli dal papa presso

a poco queste parole:

«Io, Enrico, re di Germania, prometto che entro il termine prescritto

da papa Gregorio, darò, conforme alla sola sentenza di lui, pubblica

e piena soddisfazione a tutti i principi e grandi del regno che ora

sono malcontenti di me, per quanto riguarda le accuse che essi mi

appongono, e la discordia che travaglia l'impero. Se papa Gregorio

vorrà passare oltremonti o visitare una provincia del regno, sarà,

per parte mia e di tutti coloro ai quali potrò comandare, al sicuro

da qualunque lesione tanto per la libertà, la vita e le membra sue

proprie, quanto per la libertà, la vita e le membra dei suoi seguaci

ecclesiastici laici, i quali in qualità di legati viaggino dimorino

in una parte qualunque del regno. Non consentirò che veruno, mio

suddito o no, violi la maestà del pontefice; e se mai qualche empio

lo ingiuri o contristi, lo vendicherò con tutte le forze del regno».

«Io lo giuro oggi 26 gennaio 1077, a Canossa.

--Sei contento adesso, o pontefice? domanda Enrico quando fu letto

ciò.

--Non ancora, risponde Gregorio. Tu hai firmato dei patti, li hai

giurati, ma chi malleva e giura in proprio nome per te che li

osserverai?

Questo novello affronto indignò quanti signori stavan presenti.

--Io, giusta la regola del chiostro, dice l'abate di Cluny, non posso

giurare, ma sulla mia garantisco la parola del re.

--Ed io giuro, sclama il vescovo di Vercelli, che Enrico manterrà le

condizioni.

--Ed anch'io lo giuro, soggiunge la contessa Matilde.

--Ed io pure, risponde Adelaide.

E così giurarono del pari Azzo d'Este, Eppone vescovo di Zeitz e

molti altri signori italiani e tedeschi. Allora Ildebrando dà ad

Enrico la benedizione e l'abbraccio di pace. Quindi, scendendo dal

suo soglio e mettendosi alla testa del corteo, esce dal castello,

muove alla cappella e comincia la messa. Alla consacrazione

dell'ostia e' fa accostare il re all'altare, ed innalzandola sovra il

suo capo con voce solenne sclama:

--Re di Germania, tu ed i tuoi seguaci ci avete accusati di aver,

per simonia, usurpata la santa sede, macchiato di sacrilegi il

santuario e la nostra vita di nefandi delitti, sì che avevamo

meritato bando dall'altare. Potremmo confondere la calunnia con la

testimonianza dei vescovi, che sanno come noi fossimo vissuti e nel

chiostro e ministro dei papi, e collocato sul settemplice candelabro

del tempio. Pure, perchè nessun'ombra offuschi lo splendore tremendo

della tiara, non ci appelliamo alla giustizia degli uomini, ma

provochiamo il giudizio da Lui che scruta i cuori e trova macchie

nel sole. Il corpo vivente di Cristo, che dobbiamo inghiottire,

attesti al conspetto del mondo l'innocenza del suo vicario. Iddio

onnipossente dissipi quest'oggi il sospetto se siamo incontaminati,

ci fulmini di morte se rei.

E sì dicendo, acclamato da tutti, inghiotte la particola. Indi si

volge ad Enrico e favella:

--Fa ciò che noi facemmo, figliuolo, e chiama in testimonio l'Eterno

che il tuo cuore non si è ribellato alla Chiesa. I tuoi accusatori,

e sono tutta la Germania, vogliono che tu sia giudicato; appéllatene

dunque a Dio che solo non può essere ingiusto. Eccoti l'ostia

consacrata: se peccasti, non farti reo ancora del sangue e del corpo

di Cristo. Ma se sei mondo di colpe, vinci con questa prova le

accuse, suggella ai tuoi nemici la bocca, e guadagnati un difensore

nel papa.

Enrico, dopo tante prove, si vedeva ancora esposto ad un giudizio di

Dio--in quell'epoca tremendo sopra ogni giudizio. Alla profferta del

papa, con mal umore, risponde:

--Pontefice, i miei accusatori non sono presenti, e quindi, o niente

affatto o debolmente creduto sarebbe questo novello esperimento di

mia innocenza. Si rimetta dunque al giorno della dieta.

--Fa come vuoi, o figliuolo, risponde Gregorio, e finisce di

celebrare la messa.

Allora Giovanni di Porto, che aveva assistito il pontefice, nel

voltarsi, vede Laidulfo che faceva capolino all'uscio, tutto contento

della riconciliazione ottenuta mercè sua.

VII.

Que le prélat surpris d'un changement si prompt

Apprenne la vengeance aussitôt que l'affront.

BOILEAU. Le Lutrin.

Il vescovo di Porto, memore delle parole di Gregorio, guizza di mezzo

alla corte, ed andando incontro a Laidulfo gli fa segno di seguirlo.

E come l'ebbe menato in disparte gli dimanda:

--Figliuol caro, non saresti tu per avventura colui che ha reso

segnalato servigio al pontefice?

--Monsignor sì. Se posso renderne qualcuno ancora a te, non devi

che favellare. È la mia debolezza quella di prestarmi per tutto il

mondo... che mi paghi, bene inteso!

--No, compare, a me non occorre nulla. Ho invece comando di

sdebitarmi con te, per quella larghezza che devi aspettarti dalla

natura del servigio prestato e dalla persona che ten richiese.

--Innanzi tutto da parte di chi mi favelli tu, magnifico vescovo di

Porto, dalla parte del re o da quella di Gregorio, poichè entrambi io

mi obligai?

--Dalla parte di Gregorio, risponde il vescovo.

--Allora bisogna dire, sclama Laidulfo, o che io sia nato vestito, o

che il mondo vada per iscoppiare; perchè, quando pagano i preti, i

diavoli fanno orgia.

--E noi vogliam mettere, eccezione ai tuoi principii. Seguimi dunque

un poco.

E sì parlando, lo menava traverso molti corridoi oscuri, gli faceva

scendere e salire scale a chiocciola e ballatoi, finchè non furono

in un'ampia camera, quasi buia, perchè prendeva luce da alto abaino,

praticato per rispondere in una stanza anch'essa poco illuminata. In

questo salone si levava una specie di trono, ed alcuni sgabelletti

più bassi. Quivi usava la contessa tener mallo per le condanne di

morte, e diverse porte di trista apparenza in essa si aprivano.

Laidulfo guardava intorno e diceva:

--Dunque, monsignore, vorrà esser grosso il compenso che il santo

padre ti ha comandato di darmi?

--Veramente egli non me lo ha comandato propriamente, perchè Gregorio

non è gran fatto facondo su queste cose, e bisogna pigliarlo a volo;

ma io, che son vecchio balestriere, l'ho capito subito.

--Ha avuto torto il santo padre: non si dimenticano i buoni amici.

Ma, dico, monsignore, che cos'è che andiamo pescando quaggiù? Questa

camera non ristora lo spirito niente affatto.

--Figliuol caro, vorresti tu mo' che i tesori si tenessero

così esposti all'aria per chi voglia beccarseli? Signor no, si

custodiscono ben guardati in fondo alle castella, e son noti

solamente alla gente fedele.

--In fondo alle castella sono altresì le prigioni, monsignore; e non

è la prima volta che vostra religione paghi così i grossi servigi.

--Non ti apponi, compare; ma i servitori di Dio non si conducono per

tal modo.

--Sì bene, posto già che tu fossi servitore di Dio. Ma dove dunque si

va?

--Siam giunti. Non devi che aspettarmi in quella stanza, perchè non

voglio, gioia bella, che tu sappia i nostri affari; ed in due minuti

sarò da te. Cosa è! tu dubiti?

--In questa stanza, dici? Ma questa stanza ha una porta, questa porta

ha una toppa, questa toppa una chiave, e questa chiave può dare

alcuni giri, e mastro Laidulfo restarci dentro assediato dalla fame

come Cristo nel deserto. Monsignor no: in questa stanza non entro io.

--Allora togli la chiave e mettila in tasca, se non trovi meglio

di chiuderti di dietro come io vorrei; perchè, ti ripeto, non mi

solletica niente affatto di essere spiato da te.

--In questo modo la cosa potrebbe camminare, diceva Laidulfo,

esaminando la porta, se... se.... Sta bene! non ci sono più nè toppe,

nè saliscendi, nè lucchetti. Dunque hai detto cinque minuti, non è

vero, monsignore?

--Presso a poco.

--Giuochiamo a capo a nascondere: comprendo. Non importa: vada, sia

pur così. Ma bada, monsignore, che il compenso sia grosso, perchè....

--Rilevante fu il servigio; lo so.

--E che non aspetterò più di cinque minuti; e che se mi volessi usare

tradimenti, ho un pugnale che non è novizio. M'intendi?

--Troppo.

--Andiamo dunque in nome del dia....

Laidulfo aveva aperta la porta, e messo il primo piede sul pavimento

della stanzuccia. Ma siccome il solaio era stato collocato a

bilanciere, per modo che dove il passo si metteva sprofondava e si

alzava dal lato opposto; così Laidulfo si vide aperto d'avanti un

abisso profondo ed oscuro, in fondo al quale sentiva un murmure come

d'acqua che corre. Egli però, poggiando il piede si era squilibrato.

Il vescovo di Porto, che spiava ogni suo moto, ne profitta, e

dandogli una spinta gagliarda lo manda giù, senza che avesse neppure

intera potuta proferire la frase. Ciò fatto, con una mazza urta il

lato del solaio sollevato, e tirandosi la porta se ne va fregandosi

le mani e zufolando, dopo aver detto:

--Corpo dell'ostia! Mastro Ildebrando non si fastidierà più di te,

mariuolo!

Allora tumultuoso levare di voci gli giunge dalle corti che dicevano:

--Abbasso l'infame pontefice, abbasso il re codardo, abbasso.

Il vescovo di Porto tende prima le orecchie ad udire, poi crolla

alquanto la testa, sorridendo volge gli occhi al suo fianco, dove

nascondeva il pugnale, fa scricchiolare le nocche delle dita, e

dicendo: andiamo in nome di tutti i diavoli! ed al pontefice si

presentò.

Enrico, che asciolveva con Gregorio, a quei da lui pure uditi rumori

aveva preso commiato. Gregorio lo aveva licenziato con un _vade

in pace_. E si avviava per uscire, allorchè gli viene incontro il

vescovo di Vercelli che divenuto estremamente pallido sclama:

--Sire, gl'Italiani sono in rivolta.

A quell'annunzio il re si scuote, e subitamente trae sullo spianato

per parlar loro. Lo spianato trova deserto. I capi si erano ritirati

per consultare fra loro, il popolo aveva cercati gli abituri per

andare raccontare ai suoi figli ed alle sue femmine dell'atto osceno

a cui aveva assistito, e mandarne ai posteri vituperata memoria.

Enrico allora seguito da pochi, riviene al romitaggio. Però come

penetra nelle sue stanze, egli si arresta, poi retrocede, colpito da

terribile spettacolo.

L'arcivescovo di Ravenna, piagato al petto da grave ferita e legato

alla gola con un balteo, penzolava da un piuolo del camino, piombino

in viso, oscillando ancora, convulsamente rattrappito. Enrico gli fa

tosto apprestare soccorsi, se pur erano ancora a tempo di salvarlo, e

dimanda di Baccelardo.

Baccelardo ed una giovane erano partiti da un'ora.

E due ore dopo, tre legati del papa, divisati da pellegrini,

movevano per la Germania.

LIBRO SESTO

RODOLFO DI SVEVIA.

VIII.

Sorgi, ungilo perchè egli è desso. Prese dunque Samuele il corno

di olio, ed in mezzo ai suoi fratelli lo unse.

REG. I. c. 16.

Gregorio si era costituito in quell'altezza maggiore che l'uomo sopra

l'uomo può alzarsi. Aveva però compressa una molla elasticissimamente

temperata, e così bruscamente, e con tanta violenza, che doveva

aspettarsi per fermo reazione non meno ostile nè meno ostinata.

Perocchè non solamente egli aveva gravata la mano sull'incauto re,

venuto a penitenza, ma lungi dal perdonarlo, come quegli aspettavasi,

con tradimento lo aveva rimandato per l'assoluzione al tribunale

stesso, che avanti e' non aveva creduto competente, gli aveva

interdette le divise regie, ed imposti patti vergognosi, a fine di

tornarlo pienamente ligio e vassallo della Chiesa e dei pontefici.

Ond'è che gl'Italiani, i quali niuna amorevolezza gli avevano mai

posta per la sua troppa severità, gli tolsero affatto adesso ogni

riverenza. Gl'Italiani vedevano conculcato con tanta petulanza

l'onore del trono, da cui dipendeva l'unione e la franchigia del

popolo. Vedevano rassodarsi il dispotismo teocratico del pontefice

e lo temevano nemico più aspro, che Enrico mai non si era mostrato

contro lo spirito di municipio e la costituzione dei comuni che

allora cominciavano a pigliar vita. Per lo che, non dissimularono

nè il loro sdegno, nè il loro sprezzo contro Enrico, che aveva

siffattamente prostituita la dignità di re e la maestà dell'impero,

nè il loro corruccio contro il vescovo di Roma che all'impero si

sostituiva e sovraponeva. E di là comprendendo quanta arroganza

avrebbe addimostrata per l'avvenire un pontefice, già per sè stesso

intollerante e dispotico, contro di lui bandirono guerra, contro

Enrico disdegnosi tumultuarono.

Ma Enrico non era tal uomo da non saper profittare dell'opportuna

disposizione degli animi. Da Canossa si reca tosto a Reggio, dove

vescovi e signori lo attendevano per penetrar chiari nei suoi

disegni, e sapere a quale determinazione pensasse attenersi. Egli si

giustificò. E lo credettero. E non vi fu più mestieri di sprone per

mettersi sulla via di rompersi con Gregorio.

La guerra si dichiarò. Gli antichi amici di Enrico di Germania

scesero in Italia. Da ogni terra italiana a storme cavalcavano militi

al campo di lui, ed i nobili gli prestavano omaggio, gli giuravano

fede gli ecclesiastici, forniva la plebe vettovaglie e danari.

Vuolsi che a quell'epoca, in un eccesso di divozione, avesse Matilde

dichiarata la Toscana e la Liguria, paterni ed assoluti dominii,

patrimonio di S. Pietro. Questa donazione però, è contestata da gravi

e spassionati scrittori, ed assai dubbie sono le tracce negli antichi

cronisti, sì che i soli spigolisti vi leggono chiaro. Ad ogni modo,

voce ne corse in Italia, e l'imperatore avrebbe tolta ragione anche

di quest'altra rapina, come erede della contessa, se Gregorio, per

allontanarlo d'Italia, non avesse soffiato coi suoi legati nelle cose

di Lamagna, e macchinata trama che miserie, morti e delitti infiniti

originò.

La Germania, spartita in fazioni come l'abbiamo lasciata, divampava

ogni giorno peggio dopo la discesa del re in Italia. Aspettava

ansiosa la composizione del pontefice e del re, e trepidava, non

sapendo a quali patti sarebbesi fatta. E come Rodolfo di Svevia, capo

dei nemici di Enrico, udì che questi già riabilitato capitanava un

esercito d'Italiani, comprese subito che, colte le opportunità, se

lo avrebbe veduto piombare nel paese, dove a quell'ora partigiani

moltissimi lo attendevano e sollecitavano. Intimò perciò dieta di

nobili tedeschi a Forcheim, pregando tutti intervenire, e provvedere

in comune alla salute dell'impero e della Chiesa. Gregorio, che

avrebbe ambito mettersi in mano la somma delle cose di Lamagna, udito

della dieta, alla quale oratori di Rodolfo lo invitavano, richiese

Enrico, che barricava le Alpi, di un salvocondotto per recarvisi.

Enrico gliel rifiutò. Allora Gregorio, per mezzo di corrieri, manda

ai suoi legati doppio protocollo d'instruzioni, pubblico l'uno e

tutto affusolato di pace e di carità, l'altro segreto cui la storia

ha potuto sospettare, non mai stabilire per fermo.

Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo · 第 5 / 7 段