presso i signori della dieta per soppannarli dei loro principii e dei
loro disegni.
Il giorno della dieta giunge. Radunati a Forcheim l'arcivescovo di
Magonza, i vescovi di Wurzburg e di Metz coi prelati delle loro
diocesi, i duchi Rodolfo di Svevia, Guelfo di Baviera e Bertoldo
di Carintia alla testa di margravi, conti, baroni, valvassori e
quanti mai stessero dalla parte dei Sassoni, i legati mostrarono
le lettere di credenza ed all'assemblea si presentarono. Poscia,
primo Rodolfo, e dietro a lui gli altri in ordine di grado e di
autorità, principiarono a lungamente produrre accuse di ogni maniera
contro Enrico. Non è a dirsi di quanti delitti quei signori, tutti
a lui nemici, lo accagionassero! Rodolfo ed il conte di Nordheim,
che avevano animo nobile, prendevano a schifo l'impudenza di quei
vili. Ma i legati, che nulla meglio cercavano, fingendo i peritosi,
lodarono la lunganimità e la fedeltà dei nobili tedeschi per avere
fino a quel ponto tollerato sì pazzo e crudele monarca. Conchiusero
che, se non volevano ulteriormente tentare Iddio, e l'animo paterno
di papa Gregorio addolorare, bisognava privarlo di regno ed eleggere
un altro re. I principi, prevaricati di soppiatto, acclamarono il
partito. Ma i legati che conoscevano di quanta delizia Gregorio
vagheggiasse esser l'arbitro supremo nella contesa, supplicarono la
dieta, non procedesse all'elezione prima della venuta di lui, ora
bloccato in terra lombarda senza potere nè rientrare a Roma, nè le
Alpi varcare.
I principi tedeschi non rifiutarono da prima, ma la notte
considerarono com'e' fossero depositari della sovranità nazionale,
che il papa non era balio dell'impero e non aveva dritto nè
consultivo nè deliberativo nell'azienda dello Stato. Laonde alla
tornata del domani, Ottone di Nordheim dichiarò ai principi ed ai
legati: che, essendosi stabilita la deposizione di Enrico, gli era
pericoloso lo attendere; mal condursi senza capo il governo, non
patire l'intervento del papa nè le leggi, nè l'onor dell'impero,
e che avrebbero creato il novello monarca senza aspettarlo niente
affatto.
Per lo che, non curando le contestazioni dei legati, le diverse
classi dei nobili si divisero in separate consulte. Ma siccome
ciascuno aveva particolari interessi ed ambiva guadagni dalla
qualità di elettore, così presero a metter fuori pretensioni,
patteggiare, aprir mercato, sì che di tanto solenne attributo si
sarebbe fatta vendereccia prostituzione, se i legati, assumendo
dritto di regoli, non avessero dato in sulla voce ai petulanti ed
agl'ingordi. Stabiliti prima alcuni canoni generali, i nobili ed il
popolo delegarono ai prelati alemanni la prerogativa dell'elezione.
Sigofredo, arcivescovo di Magonza, che aveva il primo voto lo
diede a Rodolfo di Svevia. Adalberto di Wurzburg imitò Sigofredo;
e l'esempio dei capi trasse dietro l'assentire del clero. Ottone,
Guelfo e Bertoldo aderirono alla sentenza dei vescovi. I legati la
sanzionarono, sapendo come caro a Gregorio fosse lo Svevo, per età,
per costumi, per nascimento ed ingegno a quell'onore non disadatto.
Però come a Rodolfo, nel letto travagliato da febbre, Ottone di
Nordheim, commissario della nazione, andò a recarne novella, quegli
titubante rispose:
--Mercè, conte, dell'onor sommo donde i principi di Germania
m'investono. Io non credetti mai meritarlo: e perciò lo rinunzio.
--Lo rinunziate, sire! sclama il Nordheim stupefatto. Vostra
sublimità parlerebbe dunque da senno?
--Sì, signore di Nordheim. Nè per avventura crediate che io
m'infinga. Conosco che per conservar questo scettro v'ha d'uopo della
spada e del sangue civile. Enrico è fiero, ostinato, di spiriti
guerreschi, ed ora a capo di esercito poderoso. Non si lascerà
perciò, a volere di pochi ed a persuasione del pontefice, balzar
così dall'eredità dei padri suoi, prima di aver tentate le fortune
delle armi e funestato l'impero di sangue. Io non voglio esser causa
di desolazione nel mio paese. I legati han persuaso fatal consiglio
per ispalleggiare la vendetta di Gregorio. Si preparano per queste
sfortunate contrade giorni terribili; credetelo, sire di Nordheim.
Mandiamo invece i suoi messi al pontefice, ed invitiamo Enrico alla
pace, noi signori di Lamagna che ne siamo i custodi.
--Con la vostra sopportazione, sire, risponde il Nordheim, non mai.
Da molti anni noi conosciamo la mente di Enrico. Egli non perdona
mai. Ed ora dobbiamo paventarlo più indragato ancora, perocchè, dal
nostro forfare come egli dice, ebbe ad ingozzare tanto vitupero dal
pontefice. Se dunque ad ogni andare è inevitabile la guerra civile,
si faccia pure, se non con certezza di vittoria, con speranza che
l'onte nostre saranno pagate, i nostri dritti redenti. Arrendetevi
dunque, o sire, e bandite gli scrupoli.
--E non conti, fratello, soggiunge Rodolfo intessendo le mani sul
petto e sospirando, non conti la mutabilità del popolo, l'instabilità
della sorte maligna, e l'invidia, e la fraudolenza dei signori che
fino da ieri mi ebbero compagno e commilitone e mi amarono, e domani
sdegnerebbero venerarmi come sovrano?
--Sire, perdonate se oso dirvi che vi apponete. Nè il popolo, nè i
nobili tedeschi tennero mai lo stile degli Italiani che disvogliono
oggi ciò che ieri desiderarono fino al delirio. Piegatevi, sire, ed
accettate la corona che il popolo di Germania vi ha profferta.
--Così vuoi, sire di Nordheim? disse Rodolfo rassegnandosi dopo un
po' di pausa; sia pure così. Possa io però, in un giorno di sangue,
non rimproverarti questa violenza.
Ed il dì 15 marzo 1077 accettava lo scettro senza dritto di
successione pei suoi, e con solenne promessa di vassallaggio alla
Chiesa.
Il 26 lo consacrava a Magonza legittimo re e difensore del regno dei
Franchi, l'arcivescovo Sigofredo, vicario pontificio in Lamagna.
Nel tempo stesso si spandeva la voce che Enrico già riedeva in
Germania alla testa di grosso esercito.
Infatti questi, dopo aver celebrata la Pasqua a Verona, per la
via che d'Aquileia mena al Friuli, alla testa di truppa lombarda
penetrava nella Carintia. Poi non appena ebbe messo piede in Lamagna,
comandava brillante esercito a lui devoto per volontà non per obbligo
di feudale servizio.
Rodolfo che ogni dì assaporava novelle amarezze per le città che gli
chiudevano sul viso le porte e gli mandavano ambascerie d'ingiurie,
per le diserzioni che provava nei ranghi dei suoi partigiani, con
soli cinquemila Svevi schivò la pugna ed entrò in Sassonia. E' lasciò
Enrico inoltrarsi nel paese a dare il guasto, e muovere per la fedele
Augusta dove mille altri cavalli della città lo raggiungevano. Enrico
traversò la Baviera desolando, e vene a Ratisbona. Quivi il patriarca
d'Aquileia gli condusse novella squadra di Lombardi che a loro volta,
dopo essere stati tante fiate visitati dai Tedeschi, cercavano a
menare le mani nelle terre di loro. Luogotenente di quello squadrone
era Baccelardo seguito da un paggio. Egli si presentò al re. Allo
scorgerlo, Enrico aggrotta fieramente le ciglia, non avendolo più
visto dopo la trista avventura di Guiberto. Baccelardo piega a terra
il ginocchio e sommessamente mormora:
--Sire, io vengo a mettermi a mercè di vostro valore.
--Alla mercè? per che cosa? dimanda Enrico.
--Sire, soggiunge Baccelardo, per l'appiccagione dell'arcivescovo di
Ravenna, e per avervi lasciato senza torne licenza.
--Per Nostra Donna di Goslar! sclama Enrico, bisogna dire che tu sii
veramente uno scomunicato, che ti imbratti così per gioco le mani
nel sangue degli unti!
--Vi dimando perdono, sire, se oso appormi che non fu mica per giuoco.
--E perchè dunque, messere, se Dio ti aiuti?
--Sire, un uomo che è scomparso dalla faccia della terra come fuoco
fatuo, quasi per testamento mi aveva confidata una giovane che
apparteneva a nobile famiglia d'Italia, onde l'avessi protetta e le
fossi stato amico e fratello. Nel metter piede nelle vostre stanze,
sire, trovo questa donna dinoccolata dal lungo dibattersi, svenuta
fra le braccia dell'arcivescovo. Lo sdegno mi acceca; e cedendo ad
un impeto primo lo assalto, lo ferisco, lo disarmo, lo prostro, e
stringendogli la gola col balteo della mia spada, non tanto forte
veramente, l'appendo al camino. Indi, per salvarmi dall'ira di vostra
possanza, con la donzella svenuta com'era mi partii. Ecco, sire, la
mia colpa, punitemi se vi piace.
--Capestro di un arcivescovo! sclama Enrico ridendo. E la giovane era
bella, eh!
--Sì, sire; ma fosse stata laida come la maga di Endor, il mio dovere
di cavaliere m'imponeva difenderla da ogni oltraggio, quand'anco non
mi fosse stata affidata a proteggerla.
--E cosa hai adesso fatto di lei, messere?
Baccelardo esitò un momento a rispondere, poi disse:
--L'ho collocata tra le benedettine di San Sisto di Piacenza, sire.
--Sta bene, risponde Enrico; ti perdono l'attentato sacrilego,
perchè nobile fu la cagione che ti spinse, e perchè niun male da
ciò avvenne, sendo noi arrivati a tempo per salvare quel povero
arcivescovo. Pensa però a meritarti la nostra grazia ed i nostri
favori con quell'ardimento che suoli, ed a combattere da valoroso
nella campagna che stiamo per aprire.
--Non chiedo meglio, sire, risponde Baccelardo inchinandosi, e
rientrando negli ordini dei suoi.
Le ostilità infatti cominciarono. Alle sponde del Neckar, più
volte Rodolfo gagliardamente armato chiamò il nemico a giornata,
e parzialmente il re disfidò. Ma il re, che di truppa gli era
inferiore, ogni partito ricusò, e mandò parlamentario per introdurre
pratiche di pace. Enrico e Rodolfo si abboccarono. E' convennero
di una tregua; e fissarono che i dritti e le ragioni di entrambi
avrebbero esaminati i principi della dieta che intimavano in riva
al Reno. Conchiuso il trattato, Rodolfo licenziò le sue genti e si
ritirò in Sassonia. Enrico non si mosse. Anzi, ricevuti i rinforzi,
si gittò nella Svevia, e sarebbe penetrato in Sassonia, se i
principi constituitisi mallevadori della tregua non lo avessero
arrestato. Saputasi l'infrazione dei patti, Rodolfo convoca a Goslar
assemblea di patrizii e di vescovi, ove i legati del papa scomunicano
novellamente Enrico, e le insegne reali gl'interdicono.
Enrico non curò gli anatemi. E' corse, a danno dei nobili e dei
prelati avversi, il paese, e la battaglia andò a presentare al
nemico. I due rivali si scontrarono nelle pianure di Melrichstadt
alle sponde della Strewe. Dubbio e terribile fu l'urto. Quelli di
Enrico finalmente sfondarono e cacciarono in rotta i partigiani di
Rodolfo. I Lombardi sovra tutti, demonii capitanati da un demonio,
dietro loro lasciavano solco di cadaveri come vi fosse strisciato il
fulmine. Rodolfo tentò invano ricucire i fuggitivi. Ed e' credeva già
perduta la pugna, allorchè Ottone di Nordheim, gridando la parola dei
Sassoni: San Pietro! San Pietro! si rovescia sulle genti di Enrico ed
a sua volta le sgomina.
Rodolfo passò la notte sul campo a celebrare la vittoria. Ma al
domani, 15 agosto, Enrico ricomponeva le schiere, riprendeva
Vurzburg, ed offeriva novellamente battaglia ai Sassoni che la
schivarono. Il re fece affardellare il bagaglio, bruciare il resto,
e si diresse a gran giornate a Smalkalda, mentre i suoi guerrieri
saccheggiando il paese celebravano il trionfo cantando. I Sassoni si
attribuirono l'onore di questa vittoria per essere restati padroni
del campo. Ma la loro non era che illusione, dappoichè avevan perduta
tanta gente che, al domani, non potevano trar profitto dallo scheltro
di truppa malconcia che restava ancora.
Questa però non fu che foriera di battaglia più terribile, quella
di Fladenheim. La quale, ferocemente combattuta da ambo le parti, e
da ambo le parti guadagnata da un'ala perduta da un'altra, indusse
Rodolfo a scrivere al pontefice, che con lui godesse della vittoria,
ed Iddio ne ringraziasse. Però Gregorio riceveva due messaggi ad un
tempo.
IX.
Sur les bancs dorés d'un concile romain
Presida dans Costance un brandon à la main.
De Jean Hus, en priant, signa l'arrêt barbare,
Au front d'un Alexandre égara la tiare.
CASIMIR DELAVIGNE.
La posizione d'Ildebrando era cangiata dopochè alla vetta della
sua ambizione aveva poggiato. Gl'Italiani lo schernivano e gli si
volgevano contro, fin nella Toscana sua divota. L'arcivescovo di
Ravenna armava per invadere gli Stati della contessa Matilde e
dentro Roma bloccarlo. Il re di Polonia, Boleslao l'_ardito_, da
lui consacrato perchè protestava sottrarsi al dominio di Enrico,
gli assassinava i vescovi a' piè degli altari, noiato dai loro
troppi consigli e pretensioni. Il re di Francia, burlandosi degli
anatemi, persisteva nel trafficare le investiture ecclesiastiche,
e permettere le mogli al suo clero. Roberto Guiscardo, malgrado le
scomuniche reiterate, addoppiava i conquisti nel patrimonio della
Chiesa; ed il conte di Capua Giordano abbottinava arredi sacri nel
monistero di Montecassino. Niceforo Botoniate scacciava dal soglio
a Costantinopoli Michele Parapinace, che si era dichiarato quasi
vassallo della Chiesa di occidente, e mandava tutti gli anni duecento
libre di argento a suffragio dell'anima sua. Berengario si ostinava
nella sua eresia. Guglielmo il _conquistatore_ faceva il papa in
Inghilterra. Il re di Dalmazia, creato da lui ed a lui come schiavo
dedito, era oppresso dai nemici. Ed i Sassoni, dai suoi consigli e
dalle sue promesse sedotti e nell'elezione del nuovo monarca e nella
guerra civile indotti, lo insultavano per aspre lettere. Gregorio
protestava non aver comandata proprio l'elezione di Rodolfo, ma avere
dato instruzione ai suoi legati di solo promuovere la deposizione
di Enrico e la scelta del novello re. Quella scelta e' riserbava a
sè stesso, sia per aver ligio come cane l'uomo da ungersi; sia per
arrogarsi il dritto di disfare i re e crearli; sia per mostrarsi
alla terra insignito di quest'altro potere, per godere la gioia di
veder le teste coronate, prostrate innanzi a lui, spazzargli il suolo
della clamide, per consolidare il dritto di feudo che pretendeva
sulla Germania, per mettersi infine alla testa dell'amministrazione
dell'impero e tenere i Tedeschi, di lui già divoti, umiliati ed
obbedienti come frati da cenobio. Quando udì dunque i principi non
averlo curato, ed esercitato da sè il dritto che le constituzioni
teutoniche davan loro, prese il broncio e ne concepì astio e
dispetto. Sicchè fermò non procedere, se non all'estremo, alla
sanzione dell'operato a Forcheim, e quando la somma delle cose ed il
volger fatale della fortuna ve lo avessero spinto.
I Sassoni compresero i suoi intendimenti. S'incollerirono, e gli
scrissero come a gente tradita convenivasi.
Gregorio rispondeva alle acerbe lettere per un guazzabuglio di luoghi
comuni che nulla significava.
Ed ecco giungergli, primo, il messo di Rodolfo, che della vittoria
di Fladenheim gli riferiva, e quindi non a guari l'oratore di Enrico
che attribuiva a sè quella vittoria e con maligna compiacenza ne lo
teneva conto per amareggiarlo, impaurirlo, spiccarlo dal partito di
Rodolfo. A questa novella più precisa, il corruccio di Ildebrando
ogni limite ruppe. Mandò araldi sacri, e per mezzo di colombi, ordinò
ai suoi legati, sparsi per tutta Europa, di significare ai prelati
cattolici che per la settimana santa avessero studiato il tempo ed
il cammino di trovarsi al settimo concilio di Roma. In effetti e' vi
giunsero.
E frequente, oltre ogni dire, di vescovi e abati riuscì il concilio.
La contessa Matilde non vi mancò, perocchè dessa era l'ombra di papa
Gregorio. Si ribadì al solito il chiodo delle investiture e del
celibato, si scomunicarono Guiscardo, Guiberto, Ugo Candido e Rolando
da Siena, nemici indomabili del papa, sempre fulminati, prostrati
mai. Infine sorsero gli ambasciadori di Rodolfo che infinite
calunnie vomitarono contro di Enrico, e di tutti i guai di Lamagna
lo accagionarono. Allorchè Gregorio bandì novellamente spaventevole
anatema e profetizzò che in quell'anno _il falso re sarebbe morto!_
Mandò poscia a Rodolfo una corona d'oro nel cui cerchio stava
scolpito questo cattivo _calembour_ per epigrafe
_Petra dedit Petro, Petrus diadema Rodulpho._
Dall'altro canto Enrico convocava prima a Magonza assemblea di
principi e di prelati, dove si discusse a minuto la condotta di
Gregorio, e colpe molte gli si apposero; poi l'arcivescovo di Ravenna
indisse un sinodo a Brixen nel Tirolo, come luogo agl'Italiani ed ai
Tedeschi più comodo, da lui stesso preseduto.
Sul finire di giugno il concilio si aprì. Vi trassero tutti i vescovi
di Lombardia e moltissimi degli altri Stati d'Italia, tutti prelati
partigiani di Enrico, sì che essi soli avrebbero composta numerosa
curia, tutti i capitani e gli ottimati dei due eserciti italico e
tedesco, quasi tutti i signori dell'impero che pel re tenevano, ed
egli stesso. Si passò a rassegna con severo scrutinio la vita di
Gregorio. Se ne ponderarono le opere, se ne interpretò lo spirito, si
discussero tutte le riforme che aveva volute introdurre, si scese
alla sua condotta privata, alle relazioni, ai disegni, ai gusti, alle
passioni, e dopo averlo esaminato d'ogni lato con acuta penetrazione,
con inesorabile sangue freddo fu giudicato e pubblicato il decreto
che lo deponeva dalla sedia di Pietro.
Indi proclamarono papa l'arcivescovo di Ravenna. E mentre Enrico
ripassava in Lamagna per dar l'estremo crollo al suo rivale,
Guiberto, ora Clemente III, sormontava il Brenner, accompagnato da
splendido corteggio di vescovi e di nobili, scendeva in Italia, si
metteva alla testa degli uomini d'armi, di quaranta vescovi e meglio
di duecento baroni, assaltava le terre toscane e le correva a guasto,
ed a Volta presso Mantova, avendo sotto la sua condotta lo stesso
secondogenito dell'imperatore Enrico, investiva le numerose truppe di
Matilde e riportava completa vittoria.
E Gregorio aveva ad un tempo la novella della sua deposizione,
quella dell'elezione di Guiberto, quella dell'invasione della
Toscana, quella della vittoria di Volta sopra la sua bella penitente,
unitamente ad un'altra, che più di tutte lo spaventò, da un foglio
grazioso del suo amorevole fratello Guiberto, ora come abbiam detto,
Clemente III.
Enrico, recatosi a Ratisbona vi congregava una dieta, dove
intervenivano i grandi della sua fazione, i condottieri
dell'esercito, Federico il _bellicoso_, conte di Staufen, sire di
un castello sul cucuzzolo più sublime delle Alpi, e Goffredo di
Buglione, quel pio Goffredo
che nel purpureo ammanto
Ha di regio e d'augusto in sè cotanto!
Goffredo, discendendo da Carlomagno per parte del padre, e dai re
lombardi della madre, sembrava
Veramente costui nato all'impero,
Sì del regnar del comandar sa l'arti,
E non minor che duce è cavaliero,
Ma del doppio valor tutte ha le parti:
Nè fra turbe sì grandi uom più guerriero
O più saggio di lui potrei mostrarti.
Enrico si alzò da sedere, e prendendo il gonfalone dell'impero,
appoggiato al suo soglio, si trasse presso al giovane duca, e gli
disse:
--Messer Goffredo di Buglione, questo, come vedi, è lo stendardo
dell'impero: te lo affido a portare nella campagna che siamo
per aprire, e riposo sicuro che, sia che fossimo vinti, sia che
vincessimo, mel renderai incontaminato.
--Mercè, sire, dell'onor grande che mi fate, rispose Goffredo,
piegando a terra il ginocchio e stringendo la bandiera; la difenderò
per quanto Iddio mi darà di forza e di vita.
Allora il re si rivolse a Federico di Staufen e soggiunse:
--Signor conte, io ti ho trovato il più prode nelle armi ed il
più fedele in tempo di pace. Io serbo memoria dei tuoi servizi; e
vedete, o baroni, se coi miei fedeli so essere grato! Prendi, giovane
guerriero, la mia unica figlia in isposa, perchè conosco che vi
amate, e sii conte di Svevia, paese che i ribelli hanno invaso.
Federico resta da prima mutolo, non ben sapendo raccogliere i suoi
pensieri, poscia bacia la mano del re e mormora:
--Mercè, sire! voi mi avete degnato di guiderdone che supera ogni mio
poco servizio ed ogni mia speranza.
Ed Enrico stringendogli la mano, risponde:
--Va, conte di Svevia, e sii prode come sempre il fosti.
Indi consultò coi suoi il piano della guerra; e dopo averlo fermo,
ringrazia tutti della fedeltà mostrata, li prega di non istancarsi nè
mutarsi per infausto mutar di cose, e scioglie la dieta.
In ottobre di quell'anno 1080 Enrico aprì la campagna invadendo la
Sassonia con forze poderose, e disertò il paese. La mattina del 15
ottobre risolse dare la battaglia. Allogò sull'Elster le truppe di
rincontro al nemico, in luogo non opportuno al guado, e senza scampo
alle spalle. Ridusse così i suoi a vincere o a morire da eroi.
Al levarsi del sole, Enrico, scoperto il movimento dell'oste nemica,
ordina le sue genti in battaglia. I Sassoni, trafelati dal cammino
e manchi d'uomini, affogati tra le male fitte dei paduli percorsi,
secondano il movimento del re, ma pavidi e scorati; perchè i loro
fanti, nerbo dell'esercito, impediti dalle vie rotte tardavano; i
cavalli stanchi non sentivano più lo sprone. I fanti si stringono in
ordini serrati; i cavalieri smontano da cavallo, ed a passo di carica
vanno a cercare l'antiguardo nemico. I vescovi intuonano il salmo 82,
_Deus quis similis erit tibi!_ e cantando precedono. Quando ecco che
alle parole: _fac illis sicut Madian et Siræ..... disperierunt, facti
sunt ut stercus terræ_; si trovano in faccia al nemico, separatine
solo dalla palude di Grona. Da una parte e dall'altra si provocano al
valico, onde, dando addosso all'incauto che lo tentava, affogarvelo.
Ma niuno è tanto imprudente. I Sassoni, rialzati di spirito ed in Dio
confidenti, girano la costa e si presentano alle truppe regie che
al varco li attendevano. La battaglia s'impegna con furore. Enrico
teneva già in pugno la vittoria, quando alcuni suoi fanti ritrassero
dalla mischia il cadavere di Rapoto, sire di Iunthal, il più ricco
principe di quei tempi, che da Boemia a Roma poteva pernottar sempre
in castelli di suo dominio, e gridano: fuggite! fuggite!
Di fatti sopraggiungevano a briglia sciolta i cavalli del duca di
Nordheim, reduce da Goslar, e questi, sbaragliati gli arcieri che
avevan respinto l'antiguardo sassone, sfondavano un battaglione di
fanti ed invadevano il campo del re. I Sassoni, certi della vittoria,
volevano sbandarsi a predare. Ottone di Nordheim li contenne, serrò
gli ordini e li fermò con le lance in resta. In effetti non aveva
appena ristabiliti i ranghi dei suoi, che ecco appare il conte
Enrico di Lacha alla testa di coorti trionfanti, cantando Alleluia!
e Baccelardo, coi Lombardi, che all'altro lato aveva guadagnata la
pugna. Il Nordheim li aspetta fermo un tratto. Indi dicendo ai suoi:
Coraggio, figliuoli di Sassonia, raccomandatevi ai santi e seguitemi,
perchè nulla costa a Dio con un drappello fugare un esercito! investe
con tale impeto le truppe nemiche che parte ne rovescia nel fiume,
parte ne vede afferrare l'opposta sponda malconci e fuggitivi. Però i
Lombardi, che venivano dietro a quelle schiere, gli si serrano allora
addosso e pugna mortale si stabilisce. Non durò lungamente. Perocchè,
mentre gl'Italiani si vedevano piegare innanzi le lance i cavalli
del Nordheim, irono alle spalle i fanti sassoni che, da Radolfo
riaccozzati, avevano novellamente caricato Enrico e lo avevano vinto.
I Lombardi si cominciano a ritirare passo a passo, battagliando
sempre, senza nullamente scomporre gli ordini. Allora si presenta ad
Enrico Goffredo di Buglione e dice:
--Sire, la battaglia è perduta. Rimetto nelle vostre mani lo
stendardo dell'impero, che niuno più valorosamente di vostra
grandezza saprebbe difendere, ed io spero nel potente Signore degli
eserciti e nella Beata Vergine di Goslar di dar qui termine alla
guerra.
E sì dicendo, Goffredo volgeva il cavallo per partire, allorchè il
re, comprendendo che il prode meditava alcuna audace impresa, lo
raggiunge e parla:
--Andremo insieme.
E vedendo venir Baccelardo, tutto brutto di fango e di sangue, senza
neppure dimandargli novella dell'esito della pugna dall'altro lato,
soggiunge: